Nota elementare sugli studenti ed il marxismo autentico di sinistra
I movimenti degli studenti non possono presentare una storia o una tradizione storica.
Nell’epoca delle rivoluzioni borghesi liberali, repubblicane o soltanto costituzionali che fossero, i moti o gli organismi studenteschi non ebbero azioni o compiti autonomi. I gruppi di studenti del tempo si aggiogarono ai rivoluzionari borghesi, patrioti o carbonari, e talvolta, come per l’Italia a Curtatone e Montanara, combatterono nelle formazioni indipendentiste. In Francia, è certo che studenti dell’epoca figurarono tra gli assalitori della Bastiglia e tra i Sanculotti, nonché tra i soldati delle armate rivoluzionarie al comando dall’ex studente di scuola militare Napoleone Bonaparte. In questi casi e in altri simili, la sola classe autonoma, dirigente delle rivoluzioni ed aspirante al nuovo potere, era la grossa borghesia finanziaria e imprenditrice.
Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin, i quali, piombati ormai nei bassifondi del peggiore revisionismo socialdemocratico, adescati dalla prospettiva di una oscena manovra elettorale, si spingono ad enunciare la tesi sgangherata che gli studenti formino una classe sociale, e perfino considerano una sinistra estremista di questi moti incoerenti quella che si richiama alla Cina di Mao, ed assume, come formula teorica relativa allo stato, quella di « potere operaio» .
Poiché i falsi comunisti di oggi, eredi di Stalin qui come a Budapest, Varsavia o Praga, millantano di rappresentare la classe operaia ed anche il centro di una balorda e repugnante unità organizzativa e parlamentare, noi, che siamo i soli rimasti fedeli alla dottrina originaria ed invariante del marxismo, abbiamo bene il diritto di considerare come degne del loro volto corneo e del corrispondente stomaco di struzzo l’impassibile deglutizione e digestione della tesi superbestiale che le bande di studenti, più o meno accese dagli ideali di saltare le lezioni, impiccare i professori e barare nei voti di esame, formino una classe sociale cui viene rivolta questa apostrofe ignominiosa: “Avanti ragazzi! Oggi tocca a voi, vi offriamo in vendita a prezzo vile, quotato in sterline o dollari ultrasvalutati, la primogenitura sempre da noi rivendicata del proletariato rosso, classe egemone della rivoluzione mondiale “.
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Il mercato o baratto è truffaldino proprio perché non sono una vera classe gli studenti universitari ed altri, né tutti gli strati che si affollano dietro di loro: intellettuali, come scrittori, artisti, istrioni di diversi tipi in cui si cristallizza la degenerazione di questa società borghese: imbrattacarte, imbrattatele, intona-rumori e urlatori arrochiti; mentre è una vera classe quella operaia che oggi una banda di lenoni denuda per prostituirla offrendola in mercato.
Secondo Marx, il proletariato è una classe non solo perché senza la sua opera lavorativa non è possibile la produzione di qualunque delle merci, la cui accolta forma l’enorme ricchezza della società capitalista, si tratti di beni di consumo o di beni strumentali, ma perché il proletariato oltre a produrre tutto, riproduce anche sé stesso, ossia realizza la produzione dei produttori. È in questo senso che Marx volle introdurre nella sua moderna dottrina, dopo quasi venti secoli, il termine classico con cui i romani antichi designavano i membri della plebe lavoratrice dei loro tempi: proletari.
A questo punto, volendo sviluppare il nostro confronto tra il fecondo proletariato che oggi si dovrebbe dimettere dalla storia e gli odierni studenti che tumultuano per prenderne il posto, si sarebbe spinti a fare una facile ironia, leggendo le notizie di stampa sulle collettività studentesche come i colleges americani o i campus francesi, ove il principale postulato rivoluzionario sembra essere la libertà sessuale.
Gli operai di ambo i sessi, possono, accoppiandosi, generare nuovi operai per le armate di lavoro dei secoli futuri, mentre finora non è automatico che gli studenti abbiano a generare studenti, anche presso quei popoli in cui ai nati degli operai e dei contadini è stata concessa la magnanima libertà di studiare.
Nulla le classi sterili possono chiedere alla storia; e la più solida Bastiglia contro cui sembrano essersi dovuti scagliare i giovani francesi sembra essere stato il muro di cinta che il ministero dell’istruzione aveva fatto erigere per tutelare il quartiere delle studentesse (vero moderno gineceo) dalle incursioni dei colleghi maschi, non certo sospinti dal dovere di dar vita a future generazioni studentesche, né convinti che il potere genetico fosse una parte della conquista del potere politico. Ma, se anche vogliamo prendere in considerazione le classi storiche che hanno preceduto la esosa borghesia capitalista, è facile vedere che, per la loro dinamica storica, il fattore genetico va sempre portato nel conto.
Nella società feudale, come è vero che le masse dei servi della gleba forniscono i progenitori dei servi della gleba dei tempi successivi, anche il privilegio dei loro sfruttatori, formanti l’aristocrazia feudale, si trasmette di padre in figlio.
Al vertice di quella società, anche per il monarca autocrate, vale nella sua massima espressione il principio ereditario. La storia ci ricorda che il signore feudale cerca, con il leggendario Jus primae noctis, diritto della prima notte, di disporre per i suoi piaceri personali anche delle figlie vergini dei suoi disgraziati servi.
Quando appare la moderna borghesia, Marx, oltre ad analizzarne la dinamica economica e sociale, ne stigmatizza il costume, già flagellato dalla sconfitta nobiltà feudale. I nuovi borghesi, pure ipocritamente seguitando a idealizzare la famiglia feudale e cattolica, non solo concupiscono le loro operaie e le figlie dei loro operai, ma, come testualmente dice il Manifesto, trovano il massimo gusto nel sedursi scambievolmente le loro stesse mogli.
Oggi, in questa società umana sempre più in dissolvenza, e soprattutto nella imbelle coscienza che ha di sé stessa, non vediamo solo teorie che erigono gli studenti a classe sociale, ma sentiamo perfino parlare di una lotta di generazioni, presentando la società come divisa in due schiere: gli adulti e i giovani. Applicando il nostro criterio genetico, possiamo ridere della folle immagine di una collettività in cui i vecchi si riproducono in vecchi, e i giovani in giovani, con sovvertimento totale di ogni criterio biologico, secondo cui, ovviamente, chi nasce prima genera prima e chi si avvia verso la finedella sua vita non è più capace di generare.
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Dalla fine della prima guerra, noi marxisti fautori della prima dottrina classista, ogni tanto dobbiamo insorgere perché ci vediamo fabbricare da qualcuno una classe artificiale che tende a collegarsi con le forme del potere. La modernissima America, gonfia dell’aver saputo fin dalla prima guerra mondiale sfruttare la ormai esangue Europa, in cui era storicamente venuto alla luce il potere dei capitalisti industriali, ci esibì il mito della tecnocrazia, in cui al vertice non erano più i ricchi o i padroni delle grandi officine, ma gli scienziati e i tecnici o capitecnici di ogni grado, che fino allora formavano solo uno strato di funzionari se non di bassi manutengoli dei primi.
Percorriamo di un balzo tutto l’intervallo storico tra la prima guerra e la prima rivoluzione operaia, e quello geografico tra l’estremo occidente e la grande Russia. In questa, era chiaro che una duplice rivoluzione di classe aveva lasciato ai piedi del proletariato trionfante così l’assolutismo zarista feudale come il capitalismo, che anche laggiù aveva tentato di prenderne il posto. Tuttavia, anche nel campo dei teorici marxisti – e alludiamo, come si capisce, al grandissimo Trotsky – sorsero dubbi sul manifestarsi del potere nella forma proletaria, e si descrisse un nuovo potere che potesse cadere nelle mani di una classe che non era né la borghesia né il proletariato, ma, ad una opposizione operaia e marxista russa, sembrava essere la burocrazia costituitasi all’ombra del nuovo stato.
La sinistra marxista, che non ci fermiamo a designare come italiana, pur fiancheggiando la generosa opposizione trotskista ad una effettiva malattia della dittatura comunista, che fu poco dopo lo stalinismo, negò recisamente che la burocrazia fosse una classe sociale e che potesse divenire soggetto di potere, e considerò artificiosa questa previsione che usciva dalla catena storica ortodossa e classica preconizzata da Marx. Nello scontro tra il potere di Stalin e la opposizione generosa di Trotsky e di tanti altri eroici nostri compagni, furono, purtroppo, questi a soccombere ad una forza preponderante, e da questo sinistro travaglio nacque il fallimento della grandiosa rivoluzione. Non è quindi un fatto nuovo che si debbano discutere, per negare loro i caratteri di classe, pretese nuove forme che vantano di aver allignato nel poderoso utero della storia, e che sono pseudo-classi; ieri la tecnocrazia o la burocrazia, oggi gli studenti o gli intellettuali, e quella che potremmo chiamare, forse ricordando Molotov, la deretanocrazia,tutte forme indistinte e annebbiate e che non costituiscono, come le vere classi, l’apparizione anticipata di un destino nuovo delle tormentate collettività umane.
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Ritornando per un momento al metodo cronologico, per sviluppare ancora, almeno per l’Italia, l’andamento dei rapporti tra gioventù studentesca e proletariato socialista, possiamo tornare ai ricordi del primo socialismo della fine Ottocento, in cui il partito italiano raccolse l’adesione del famoso scrittore Edmondo De Amicis, di cui il partito si dette a consegnare ai giovani il ben poco marxista e rivoluzionario scritto sulle ” lotte civili “. De Amicis era un pacifista, aborriva dalla violenza non meno del morto ancora caldo Luther King e, alla sua mentalità piagnona e rugiadosa, corrispondevano in Inghilterra i Fabiani e in Francia i seguaci di Malon, cui Marx non risparmiò certo i suoi feroci strali. De Amicis, per giustificare il suo annacquatissimo socialismo, tentò anche in un capitolo di spiegare come poteva ai giovani l’economia marxista, ma non seppe che rinviare quelli di loro che ne avevano la fortuna a certi corsi delle università del tempo, affermando che vi avrebbero potuto trovare più ampi insegnamenti che nelle sue pagine di timido volgarizzatore.
In quel torno, la sola facoltà di legge comprendeva un corso di economia politica che, naturalmente, era svolto secondo direttive che Marx avrebbe chiamato di economia volgare e si fregiava dei nomi di Pantaleoni, Loria e poi Einaudi, con taluni dei quali lo stesso Engels ebbe a polemizzare. Evidentemente, per il buon De Amicis, socialista all’acqua di rose, rispetto al quale gli stessi Bissolati e Turati erano dei sovversivi pericolosi, già i pallidi corsi di economia universitaria contenevano troppa dottrina, ed egli non avrebbe saputo ricorrere a fonti più autorevoli.
Nel 1911, in Italia, fu celebrato il cinquantenario dell’unità nazionale attuata sotto la bandiera della monarchia sabauda. Il partito socialista, benché diretto in quel tempo da elementi di tutta destra, ebbe tuttavia il merito di invitare il proletariato a non considerare come proprie quelle manifestazioni che inneggiavano alla patria borghese, e in generale non vi inviò i propri rappresentanti.
Gli studenti italiani, invece, più o meno inquadrati dai loro stessi maestri e professori, furono in prima fila in quelle manifestazioni tricolori. Del resto, essi negli anni precedenti e fino al tragico 1898, avevano plaudito alle deformi imprese coloniali, contro cui invece il proletariato socialista seppe insorgere con moti coraggiosi anche di piazza. Nulla di comune ma solo termini di antitesi si pongono, a cavallo dei due secoli, fra studenti italiani e lavoratori italiani.
Il lettore che, beato lui, appartenga alla giovane generazione, non deve credere che, al principio di questo secolo già decrepito, non si facessero scioperi universitari. Le questioni sull’indirizzo della scuola vi erano anche allora, ed anzi erano più accese per la recente tradizione della lotta del nuovo stato laico contro l’antica dominatrice di tutta l’organizzazione scolastica, ossia la Chiesa. Mentre i lavoratori erano apertamente contro la Chiesa, pur non idealizzando la funzione di cultura del moderno Stato di classe, gli studenti andavano volgendo le spalle sempre più agli ambienti e agli istituti clericali e si orientavano verso gli atteggiamenti bloccardi e massonici di quella che allora si chiamava la sinistra popolare. In tutta Europa, per ogni buon borghese radicale di sinistra, era sacra una retorica frase del poeta Victor Hugo: “In ogni villaggio vi è una face accesa: il maestro, ed uno spegnitoio, il prete! “. Noi dobbiamo rimandare a pedate tra le braccia della borghesia maestri e preti.
In ogni agitazione studentesca, spesso si poteva vedere un giovane più o meno eloquente oratore sbracciarsi a gridare: “Abbasso i preti!” e così apostrofare i suoi ascoltatori: “Se siete monarchici, dovete odiare i preti che ancora sognano di togliervi Roma; se siete repubblicani, lo stesso; se siete radicali, anche dovete essere anticlericali. Ma siete forse socialisti? Ed anche voi dovete passare nella grande famiglia dei nemici dei preti “. Più tardi, verso il principio del secolo attuale, in Francia si svolse una grande lotta (ministero Combes) per espellere preti, frati e monache dalle ultime loro posizioni nelle scuole.
Al livello – come oggi si direbbe – della politica adulta, prevalse ben presto questo indirizzo laicizzante e massonico e di blocco delle sinistre popolari, che l’ala marxista e rivoluzionaria dei partiti proletari prese a combattere come gravissimo pericolo. Ci sembra chiara questa corrispondenza tra le irrequietezze delle studentesche e la ben nota metodologia massonica. La massoneria raggiungeva il suo fine di svirilizzare il movimento operaio col classico mezzo di promettere ai suoi affiliati, specie se molto giovani, una facile, luminosa e remunerativa carriera futura. I giovani sono stati sempre i primi a rispondere a un simile appello, e il fenomeno fu e resta di notevole portata.
Mezzo secolo fa, puzzava ancora la bocca di latte a quelli che si esaltavano nel sentire: “che carriera farai, quando sarai grande!” Oggi, anche i bebé conoscono il neologismo “sfondare”.
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Contro le esitazioni colpevoli e deplorevoli della destra socialista che tendeva ad accettare gli inviti al blocco nel parlamento nazionale e nei corpi locali, si levò ben presto la sinistra marxista, che dichiarò incompatibile una politica di transazione fra partiti che si richiamavano a classi poste. Questo contrasto fu più netto in Italia che in altri paesi, e permise meglio che altrove la difesa del proletariato contro influenze ideologiche del radicalismo democratico borghese, che come tutti sanno, fu la causa prima del disastro internazionale dell’agosto 1914. In Italia, nella storica contesa tra neutralisti interventisti, gli studenti offrirono un ambiente favorevole al manovre dei fautori della guerra capitanati spesso dai loro stessi docenti che riecheggiavano le parole del famoso vate che aveva tuonato allo Scoglio di Quarto nel ” maggio radioso “. In questi venti possiamo trovare le radici prime del tanto poi diffamato successivo ventennio fascista del nuovo bloccardismo che non prende più come testa di turco la nera sottana del prete ma la camicia nera dello squadrista. L’inganno non muta nel corso del storia e il pericolo è sempre stesso: rompere i confini tra le classi effettivamente antagoniste che sono sempre e dovunque la borghesia padronale ed il proletariato lavoratore.
In questo conflitto ormai quasi secolare, abbiamo sempre trovato portatrici della più sinistra insidia le classi fantasma, le false classi che si offrono, come oggi gli intellettuali, a fare da ruffiane e mezzane per eludere la linea inesorabile della storia che sarà risolta con la vittoria mondiale del proletariato giunto ovunque alla propria dittatura rivoluzionaria.
[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.4
LA CIRCOLAZIONE DEL CAPITALE, O LE METAMORFOSI DEL CAPITALE
Compiendo il suo ciclo infinitamente ripetuto, e di cui sappiamo già che trova la sua forza motrice nella ricerca di un plusvalore e non nella produzione di merci, che è soltanto un mezzo necessario per giungere allo scopo, il capitale subisce una serie di metamorfosi cicliche, cioè si presenta alternativamente sotto forme diverse1.
Se si suppongono date le condizioni economiche e sociali della produzione capitalistica, il punto di partenza sarà sempre una certa quantità di capitale-denaro pronto a essere gettato nella circolazione. Questo capitale-denaro dovrà a sua volta convertirsi in capitale-merce, cioè scambiarsi contro gli elementi materiali della produzione: impianti, macchine, materie prime, ecc., cioè capitale costante, e mezzi di sussistenza per gli operai, cioè capitale variabile (salari). L’atto caratteristico di questa prima fase circolatoria del capitale-denaro è evidentemente la sua trasformazione in capitale variabile, cioè l’acquisto di forza lavoro che si risolverà certo in definitiva, in un acquisto di mezzi di sussistenza (spesa del salario degli operai) e quindi parteciperà alla circolazione delle merci offrendo però al capitalista la possibilità di impiegare produttivamente la forza-lavoro2. Una volta che il capitale-denaro si è così risolto in merci (mezzi di produzione, materie prime, forza-lavoro), il processo di circolazione si interrompe per dar luogo al processo di produzione. Il capitale prende allora la forma di capitale produttivo, la cui attività avrà per risultato l’apparizione di una nuova merce, distinta da quelle che componevano il capitale-merce iniziale sia per valore d’uso che per valore di scambio: la cosa è evidente per il valore d’uso, e sappiamo già che la forza-lavoro impiegata produttivamente genera un nuovo valore, pur trasmettendo al nuovo prodotto la somma del capitale costante e del capitale variabile anticipati. Da capitale produttivo, il capitale si è così ritrasformato in capitale-merce, che deve entrare in una nuova fase di circolazione per ritrovare la sua forma primitiva di capitale-denaro. Il ciclo del capitale, in origine rappresentato da
D – M – D’ (D’ > D),
può essere rappresentato in modo più completo mettendo in evidenza le diverse forme del capitale, e soprattutto il fatto che il plusvalore proviene unicamente dall’uso del capitale variabile e non dalla totalità del capitale anticipato come si immagina il capitalista e come lo “teorizza” l’economia politica volgare; cosa che faremo nel resoconto completo quando apparirà sulla rivista teorica internazionale Programme Communiste. Qui ci interessa più particolarmente il ciclo del capitale-denaro.
Ora, lo studio del ciclo e delle metamorfosi del capitale mostra che questo deve necessariamente assumere periodicamente la forma di capitale-denaro: esso è il punto di partenza del ciclo e il suo punto d’arrivo: “Il denaro è la forma in cui ogni capitale individuale (prescindendo dal credito) deve presentarsi per trasformarsi in capitale produttivo; ciò deriva dalla natura della produzione capitalistica, e in generale dalla produzione di merci” (Il Capitale, Libro II, Sez. III, cap. 18, cit., pag. 375).
Se il capitale è molto di più che denaro, ciò non toglie che debba prendere la forma del denaro, e quindi piegarsi anch’esso, sotto questa forma, alle leggi della circolazione monetaria definite più sopra. Le funzioni della moneta, e poco importa per il momento di che moneta si tratti3, sono perciò conservate nella circolazione del capitale, benché messe al servizio delle leggi più generali che reggono la circolazione del capitale in quanto tale. Ma la forma moneta che il capitale deve necessariamente assumere reagisce sul suo ciclo, perché gli impone un limite relativo. Indubbiamente, non esiste una legge di proporzionalità assoluta fra la massa del capitale-denaro anticipato e la massa dei valori d’uso ottenuti alla fine del processo di produzione. Il rapporto fra queste due grandezze è in realtà determinato dalla produttività del capitale, che dipende a sua volta dalle condizioni tecniche della produzione, cosicché una stessa massa di capitale-denaro si risolverà in c e v in proporzioni variabili secondo le epoche, e si concluderà nella produzione di quantità variabili di un dato valore d’uso. La potenza produttiva del capitale non è quindi determinata unicamente dalla sua grandezza, così come non lo è, del resto, la massa di plusvalore prodotta, che dipende evidentemente dalla proporzione fra capitale costante e capitale variabile e dal grado di sfruttamento della forza-lavoro (l’una storicamente legata all’altra). Fatte queste riserve, resta il fatto che, ad uno stadio dato della produzione sociale, la massa di capitale-denaro disponibile costituisce un limite del capitale produttivo in grado di entrare in funzione. Perciò lo studio della moneta capitalistica sbocca in realtà nello studio dei mezzi di cui il capitale si serve per emanciparsi da questo limite relativo – mezzi che, come vedremo, sono anch’essi e necessariamente di natura monetaria, cosicché la contraddizione resta, ma portata ad un grado superiore.
Conformemente alla sua natura, il capitale deve circolare indefinitamente. Il risultato di un ciclo compiuto si presenta quindi come l’avvio di un nuovo ciclo, lo scopo della produzione capitalistica essendo non semplicemente la produzione di plusvalore, ma la produzione ininterrotta di capitale. Il capitale esiste nella misura in cui si accresce, in cui si accumula. Sebbene, per il capitalista isolato, il consumo di una frazione del plusvalore possa apparire come lo scopo del movimento impresso al capitale, alla scala sociale non può trattarsi che di un fenomeno contingente, relativamente secondario; e la crescente spersonalizzazione del capitale (società per azioni, trust nazionalizzati, ecc.) traduce nel modo più evidente questo fenomeno. Occorre quindi non solo che il capitale iniziale, una volta realizzato sotto forma di capitale-denaro mediante la vendita dei prodotti, inizi un nuovo ciclo, ma che lo stesso plusvalore si trasformi in un nuovo capitale, si investa: così si effettua la riproduzione allargata del capitale. Il plusvalore si risolve a sua volta in capitale costante e capitale variabile, e compie un movimento di valorizzazione parallelo a quello del capitale iniziale (tralasciamo qui la rappresentazione simbolica di questo movimento, rinviandola al resoconto esteso in Programme Communiste).
Il completamento della riproduzione allargata, cioè la trasformazione del plusvalore in capitale, il suo investimento, suppone che siano riunite un certo numero di condizioni. Il plusvalore deve passare dalla forma capitale-denaro alla forma capitale produttivo: ciò impone anzitutto una certa proporzione fra il capitale costante e il capitale variabile in cui esso si risolve; impone in secondo luogo una grandezza determinata alla massa totale (c + v) di plusvalore da investire. L’allargamento della produzione esige per esempio l’acquisto di nuove macchine; quando siano date le loro caratteristiche tecniche, sono pure date la quantità di materie prime che esse consumeranno e la grandezza della forza-lavoro che le metterà in moto. Ora ai vecchi mezzi di produzione si può aggiungere soltanto almeno una macchina intera, non la metà o il quarto per esempio. Ad uno stadio dato della produttività nel ramo di produzione considerato, il capitale minimo supplementare che può essere investito si trova quindi perfettamente determinato. Se l’ammontare del plusvalore ottenuto alla fine di un ciclo è inferiore a questo capitale minimo, bisognerà attendere che il completamento di nuovi cicli abbia aumentato a sufficienza il plusvalore per consentirgli a sua volta di funzionare effettivamente come capitale produttivo; nell’intervallo, esso non è che capitale produttivo potenziale. Lo stesso problema si porrebbe, del resto, se il plusvalore superasse il capitale minimo da investire; un reinvestimento immediato di tutto il plusvalore può aver luogo soltanto se il plusvalore è esattamente eguale al capitale minimo o ad uno dei suoi multipli interi; in tutti gli altri casi, si ha formazione di capitale potenziale.
Un fenomeno analogo si produce all’interno del ciclo di un capitale dato. Il capitalista deve anticipare integralmente gli elementi del capitale produttivo. Ma a un certo tempo di circolazione separa la produzione delle merci dalla conversione del loro valore in capitale-denaro suscettibile di ritrasformarsi in capitale produttivo. Un nuovo anticipo deve quindi essere fatto, se non si vuole che la produzione si interrompa fino al riflusso, sotto forma di capitale-denaro, del capitale inizialmente anticipato. Considerazioni analoghe a quelle fatte per il plusvalore mostrano che, a meno che il tempo di circolazione sia un multiplo intero esatto del tempo di produzione (ipotesi teorica irrealizzabile, anche solo a causa delle inevitabili variazioni del tempo di circolazione che si oppongono alla rigidità relativa del tempo di produzione), si produce un accavallarsi dei capitali anticipati, e dei capitali realizzati mediante la vendita dei prodotti, che “libera” per qualche tempo certe frazioni del capitale, cioè impedisce loro di convertirsi immediatamente in capitale produttivo.
L’uno e l’altro fenomeno impongono perciò al capitalista considerato isolatamente di conservare sempre una frazione del suo capitale sotto forma di capitale-denaro, oltre al capitale-denaro necessario per far fronte agli acquisti periodici di capitale costante e di forza-lavoro, e ad un certo fondo di riserva. Si vede così sorgere la necessità di una tesaurizzazione capitalistica. “Poiché le proporzioni in cui si può allargare il processo di produzione sono prescritte non arbitrariamente ma tecnicamente, il plusvalore realizzato, sebbene destinato alla capitalizzazione, spesso può crescere solo mediante la ripetizione di differenti cicli fino al volume… in cui può realmente operare come capitale addizionale… Il plusvalore si fissa dunque in tesoro e in questa forma costituisce capitale monetario latente… Così la tesaurizzazione appare qui come un momento che è compreso entro il processo capitalistico di accumulazione, lo accompagna, ma contemporaneamente è da esso sostanzialmente differente. Infatti, mediante la formazione di capitale monetario latente, il processo di riproduzione in sé non viene allargato. Al contrario. Qui si forma capitale monetario latente perché il produttore capitalistico non può allargare immediatamente la scala della sua produzione” (Il Capitale, Libro II, Sez. I, cap. 2, cit., pagg. 79 – 80). Nata dalle condizioni stesse del ciclo capitalistico, questa tesaurizzazione si presenta come un fenomeno contraddittorio nella misura in cui impedisce temporaneamente ad una frazione del capitale di funzionare effettivamente come capitale. Essa si oppone quindi al movimento fondamentale del capitale, contraddice alla sua natura, e gioca in questo senso un ruolo parassitario. Il modo di produzione capitalistico tuttavia risolve questa contraddizione alla scala sociale; tende irresistibilmente a unificare i capitali isolati. La tesaurizzazione capitalistica fornisce così la base del sistema bancario e del credito, che possono essere considerati come le soluzioni capitalistiche alle contraddizioni non del capitale in generale, ma del capitale sotto forma di denaro.
Our editorial initiative: Revolutionary preparation or electoral preparation
Our editorial initiative: Revolutionary preparation or electoral preparation
Until the Second Congress of the Communist International (Moscow, July-August 1920), it had not yet been clearly established whether or not the sections of the new International, while denouncing deception, and pointing out to proletarians the need to overthrow the institutions of parliamentary democracy, should inscribe among their tactical means, for purely revolutionary and therefore anti-democratic propaganda purposes, participation in the elections and parliaments of the capitalist West.
The question had had, depending on the country, different developments. No one doubted either that the new organization of the revolutionary proletariat should accommodate only those movements that had fought against the imperialist war, breaking with the socialtraitors who had supported it, or that sections of the Third International should act on the terrain of armed insurrection to overthrow bourgeois power and establish the dictatorship of the proletariat, as in Russia in October 1917.
But the theses and resolutions, however very explicit, of the first congress in March 1919 did not seem to exclude, in the spirit of the Russian Bolsheviks themselves, that certain movements of anarchist or syndicalist-revolutionary orientation would come to swell the great revolutionary wave: suffice it to mention the Spanish National Confederation of Labor, of libertarian tendency, the extreme left of the French General Confederation of Labor (C.G.T.), the American I.W.W. (Industrial Workers of the World), the Scottish and English Shop Stewards Committees.
These movements did not hesitate to condemn social patriotism and reformism, did not doubt the necessity of insurrection, but did not have a clear position on those problems of revolutionary power and terror, the state and the political party, which the Bolsheviks had for their part fully resolved. Almost everyone, whether by ideological tradition or by reaction to opportunism, opposed the use of parliament.
In Italy, the question was posed very clearly as early as the last months of the world conflict. The Socialist Party, which had split from the anarchist current in 1892 and from the anarcho-syndicalist current in 1907 (in the following year there had also been a trade union split with the birth of the Unione Sindacale Italiana, which later split when faced with the problem of war), had hesitated but to fall into the deception of the union sacrèe, but the action of its parliamentary group, dominated by the right, ran counter to any prospect of a revolutionary solution to the postwar crisis. The intransigent revolutionary fraction, although it had triumphed in the party even in the prewar period, had not dared to break except with the ultra-right extreme of Bissolati and consorts, expelled in 1912. Thus the more decisive elements on the left of the party – who during the World War had advocated the open defeatism of national defense – began to feel the need for a split from the old party and came to the historical conclusion that, if the proletariat was to be prepared and led to the revolutionary assault, it had to end with the electoral and parliamentary method by which the “intransigent” leadership itself was hampered (See volumes I and 1a of our History of the Left and the extensive documentation therein).
This position, defended in the newspaper “Il Soviet,” founded in Naples in 1918 as the organ of the Abstentionist Communist fraction, was rejected by the party majority at the Bologna congress in 1919. But the partisans of participation in elections and parliament, while making their case for Lenin’s approval, had the immense wrong in maintaining the unity of the great electoral party, thus openly opposing Lenin and the fundamental directives of the Third International and not hesitating to reject the abstentionists’ offer to renounce their antiparliamentary bias, provided the split was made.
The situation in Germany was different. Here the anarchist movement was negligible, Sorelian syndicalism did not exist, and no split had divided the trade unions. At the outbreak of war in 1914 the entire political and trade union movement at first followed the social-patriotic orientation. The split began in the political field with the formation in 1915 of the glorious “Spartacus League” and the 1916 breakaway of the Independent Socialist Party from the old Social Democracy, until at the end of 1918 the Spartacists formed themselves into the Communist Party of Germany (K.P.D.). Two trends emerged there, not only on parliamentary tactics, but on the much more important and principled issue of union splitting. The left wing of the Spartacists, which went so far as to split to form the K.A.P.D. (Communist Labor Party of Germany), argued that, given the betrayal of the trade unions linked to social democracy, it was necessary to advocate a boycott and the creation of a new, left-oriented, revolutionary trade union organization.
The problem was a serious one: the K.A.P.D. current was, in fact, suffering from syndicalist errors which, in addition to being widespread in the Latin countries, were also finding a certain following in the Dutch movement through the newspaper “De Tribune,” directed by theorists Gorter and Pannekoek. It tended to downplay the importance of the political party and the necessary centralization and discipline, and betrayed the same hesitations on the question of the state, thus showing that it did not share the Russian conception of the political party in charge of the dictatorship of the proletariat. It is well known, moreover, that the K.P.D. itself, while remaining linked to Moscow, did not clearly understand at the outset that the revolutionary political party must take power directly into its own hands.
It goes without saying that the Russian Bolsheviks and the leadership of the new International attached the utmost importance to the German problem; Lenin placed it at the center of his famous pamphlet on “Left-Wing Communism: An Infantile Disorder”, the essential purpose of which was to prevent the infiltration into the Communist movement of anarchically motivated tendencies, incapable of understanding the question of authority within the party and the state. Lenin’s critique, dominated by the attention with which he follows the development of the German movement of fundamental historical importance, deals with this problem in parallel with that of parliamentary tactics, and it is indisputable that he condemns both the trade union split and electoral abstentionism.
Meanwhile, the Italian abstentionist fraction had endeavored to make it clear in two letters to the Executive Committee of the International that in Italy these two issues did not interfere with each other; that the left fraction of the Socialist Party fully shared Marxist positions on the party and the state, and that it not only had no sympathy for the anarchist and syndicalist movement, but had long been conducting an open polemic against it. While these letters had to overcome many obstacles to reach Moscow, it is a fact that Lenin intervened in person so that a representative of the abstentionist Communist fraction would attend the Second World Congress.
It is not inappropriate to add that in the preparatory meetings for the Congress, when it came to the admission of representatives from the different countries, the Italian abstentionists argued that organizations without a decided political character, such as the Spanish, French, Scottish and English movements we mentioned above, should not have a deliberative vote, and in the sessions devoted to the vital point of the conditions of admission to the C.I. they were the most energetic advocates of theoretical and programmatic homogeneity and organizational centralization of the new world organization of the revolutionary proletariat.
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During the sessions of the congress, of which we shall reproduce some of the most important documents, the discussion immediately highlighted the sharp difference between the opposition to electoral participation that the Italian Left defended, and that conducted by syndicalists and semi-syndicalists in other countries.
The speaker on the question of revolutionary parliamentarism was Bukharin, who spoke at the session of August 2, 1920, presenting the theses he had drafted with Lenin, and to which Trotski had prefaced an introduction entitled, “The New Epoch and the New Parliamentarism,” and announced a counter-report by the representative of the Italian abstentionists, who had also submitted a body of theses to the congress. He added that Comrade Wolfstein would report on the work of the Commission, and polemicized at length against the opponents of parliamentary tactics while distinguishing between the two groups of different theoretical orientation. This was followed by a counter-report from the representative of the Italian Left who, also taking into consideration the arguments carried out by Lenin in “Left-Wing Communism: An Infantile Disorder”, illustrated the concepts contained in his theses. Against parliamentarianism then took the floor the Scotsman Gallacher, later refuted by the Englishman Murphy; in favor was the Bulgarian Shablin; against, the Swiss Herzog and the German Suchi, the latter, however, antiparliamentarian in the anarcho-syndicalist manner.
Lenin then took the floor, and his speech was, as always, of extreme importance. As the discussion had already gone on for a long time, the speaker on the abstentionist theses answered him very briefly, expressing the grave concern caused by the very arguments, of a tactical nature, used by Lenin to argue that not only could but should be acted upon in parliament for the purpose of destroying it from within. Brief statements were made by Murphy, Shablin, Goldenberg (who proposed an amendment in favor of boycotting elections in the insurrectionary phase); the representative of the Italian youth, Polano, while voting in favor of the theses on revolutionary parliamentarism, acknowledged that the youth movement in Italy was largely abstentionist; Serrati cleared, amid the clamors of the assembly, the PSI parliamentary group; Herzog responded to protests from Bulgarians for his criticism of their party’s parliamentary action; and finally Bukharin closed the debate by briefly responding to the anti-parliamentarianists and concluding with a call to go to parliament to the cry of “Down with parliament.” Put to a vote, the Bukharin-Lenin theses were approved by a large majority against just seven “no” votes. Of the seven votes against, at the express request of the abstentionist rapporteur, anxious to avoid any confusion with the arguments of the syndicalist-revolutionaries, only three went to the theses he presented: those of the Swiss Communist Party, the Belgian Communist Party and a fraction of the Danish Communist Party. As for the speaker he did not have a deliberative vote, only an advisory one.
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The very nature of the documents we are publishing facilitates their presentation. It can be said that, in examining the historical function of the bourgeois parliament, Trotski’s introduction, Bukharin-Lenin’s theses and those of the abstentionist Marxists, present no difference. From the point of view of principles, all three establish that bourgeois state power must be brought down by violent action and its machine destroyed to its last cog; that parliament is one of the most counter-revolutionary elements of the bourgeois state apparatus, and must therefore be eliminated by force. This is what the Bolsheviks had done with the Constituent Assembly, although they had participated in its election. So Marx had suggested doing in 1871, when he hoped the Communards would march on Versailles and disperse the ignoble National Assembly from whose womb the Third Republic emerged. After its victory, the proletariat must then build a new state, the state of its dictatorship, founded on workers’ councils, and thus mark the historic end of bourgeois power, the capitalist state and parliament.
Many years have passed since the Second Congress of the Communist International. But a legitimate observation imposes itself: the parliamentary praxis to which the false communist parties, that have the supreme impudence to cover themselves with the arguments of Bukharin, Lenin and Trotsky, have resorted to, has completely disavowed those fundamental principles, in order to identify with the old parliamentarianism of the Second International. Parliament is now undrapedly presented as an eternal organism, in the same way that the bourgeois state is regarded as a structure that can accommodate genuine representation of proletarian class forces. In the face of this, one cannot but recall the easy prediction of the abstentionist representative at the end of his reply to Bukharin: “I hope that the next congress of the Communist International will not have to discuss the results of parliamentary action, but rather to record the victories of the communist revolution in a large number of countries. If this is not possible, I wish Comrade Bukharin to be able to present us with a less dismal balance sheet of parliamentarianism than the one with which he had to begin his report today.”
We have already discussed Lenin’s speech. It clearly shows how the great revolutionary was firmly convinced of the possibility of sending into the bourgeois parliament groups of communist deputies capable of attacking capitalist institutions not only with theoretical speeches, but with offensive, sabotage, violently destructive action, and supplemented by armed action of the masses (today, we have the right to think that this prediction could not have been realized even if the revolution had broken out in the short space of a few years, as Lenin and all communists were convinced at the time). But the formulations contained in Lenin’s speech, with all its dialectical power, were enough to arouse serious apprehensions, not so much about what the International he led might do, but about the interpretations that would not fail to exploit in an ignoble way his too broad authorizations for tactical elasticity.
Lenin said, “Do you ignore the fact that every revolutionary crisis is accompanied by a parliamentary crisis?” And he insisted on the need to take into account the facts, which dictated that parliament should be regarded as an arena in which class struggles are forcibly reflected and through which we can influence the development of situations in a direction favorable to us. Dismayed by these and other statements, the representative of the abstentionists dared to ask his great contradictor whether such dialectical audacity did not introduce the risk of one day renouncing that condemnation of all participation of proletarian deputies in bourgeois ministries, which radical Marxists had always pronounced.
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For us, it is clear that Lenin’s thought was a thousand miles away from the developments that neo-opportunism has given to this formula, distorting it completely. Today we are told that every class struggle is not only not reflected in parliament, but can actually develop and find its solution in parliamentary diatribes. One step further, and all the fundamental theses, those of Lenin himself, are repudiated, and with them the fundamental thesis that the transfer of power from one class party to another cannot historically be realized through democracy, but only through revolution. Only the most brazen traitors can insinuate that Lenin’s thought is reconciled with the ignoble claim that it was, in essence, by accident that the Bolsheviks won power in Russia through civil war, and that therefore, in other countries, or even in all of them, it will suffice to take that parliamentary and democratic path of which the texts of Lenin, Bukharin and Trotski pronounced the irrevocable historical condemnation, even when they admitted for the communist parties, expressly constituted with a view to insurrection, the possibility of action within parliaments.
In subsequent congresses, the desire to reconcile obvious theoretical contradictions with an immense force of political will developed dangerously, especially when Lenin was no longer there to resolve them; and thus the foundations were laid for the catastrophic precipice into opportunism, the multiple phases of which we have experienced over the past decades.
It is today clear that it is no longer a matter of theoretical prediction, but of ascertaining actual historical facts; and our perspective finds easy confirmation in an in-depth reading of the historic discussion of 1920.