L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.24
Intellettuali e Rivoluzione Culturale
Se inizialmente la Rivoluzione Culturale interessò solamente le Università, seppur con manifestazioni esteriori e caduche, ciò va ricercato non nella presunta “sensibilizzazione politica” degli studenti o baggianate simili, ma nello studio materialistico del grado di sviluppo delle forze produttive e dell’inevitabile influenza di questo sulle classi e sugli strati sociali, nei loro rapporti reciproci.
Abbiamo già visto, riguardo i capitoli sul Movimento di Educazione Socialista, l’atteggiamento di immobilità della classe contadina, a vuoto sollecitata sia da Mao Zedong che da Liu Shaoqi. La ripresa economica del quinquennio 1961-65, aveva poggiato infatti sulle misure liberal dell’ “economicismo” che aveva ridato sì fiato alla misera economia della piccola conduzione agricola familiare, ma che nel contempo aveva stemperato il “vigore sociale” dei contadini attestatisi, dopo le sofferenze ed i rovesci delle Comuni e del Grande Balzo in Avanti, in difesa delle loro piccole proprietà. Anche la classe salariata, rispetto al periodo precedente, aveva leggermente migliorato le pur dure ed austere condizioni di vita e di lavoro, il ricorso e l’introduzione dei cottimi aveva assicurato ai burocrati di Liu Shaoqi nei Sindacati un atteggiamento di neutralità da parte della classe lavoratrice, innegabile passo in avanti del regime rispetto ai mugugni e le delusioni minacciose del triennio 1958-61.
Era invece il mondo della “cultura” e degli studenti ad essere in pieno fervore, sia perché l’intelligenza, pur collaborando fin dal 1949 con il governo del PCC, mai aveva cessato di criticare, ora in modo sibillino ora apertamente, il controllo stretto che lo Stato esercitava su tutti gli aspetti della vita sociale, compreso quello accademico; sia perché la straordinaria proliferazione della popolazione studentesca negli anni Sessanta (risultato delle migliori condizioni di vita e dell’abbassarsi dei tassi di mortalità infantile e dei sempre alti tassi di natalità) era coincisa temporalmente con la prudente politica economica del 1961-65 che, avendo come scopo il riassetto della struttura produttiva sconvolta, non aveva bisogno né di nuovi operai, né tanto meno di nuovi quadri e nuovi dirigenti.
Significativo di questa situazione fu l’intervento di Tan Zhenlin, nell’agosto 1964; ad una Conferenza, dedicata all’organizzazione del Movimento di Educazione Socialista, dichiarò senza abbellimenti che durante il III Piano quinquennale che sarebbe iniziato il 1 gennaio 1966, l’industria delle città non avrebbe potuto assorbire più di 5 milioni di operai, che altrettanti bisognava mandarne nelle campagne, mentre i giovani diplomati non ammessi alla Università (centinaia di migliaia visto che le scuole secondarie ne diplomavano 4,6 milioni l’anno) avrebbero anch’essi subìto la stessa sorte scomparendo nello sconfinato mondo rurale.
Pur ammettendo che le cifre del periodo sono tutte poco attendibili, solo nel periodo 1963-65, quando il movimento “xiafang” fu ripreso in grande stile con la mobilitazione e l’appoggio della Lega Giovanile Comunista, i giovani diplomati delle scuole secondarie trasferiti in campagna furono circa 6 milioni, una cifra enorme che poneva il grosso problema dell’integrazione alla produzione di questa forza lavoro relativamente qualificata che risentiva prima di tutto gli effetti della stagnazione e blocco degli investimenti.
Queste, brevemente, le reali ragioni del manifestarsi della Rivoluzione Culturale – lotta politica tra due diverse tendenze del regime di fronte ai problemi dell’accumulazione capitalistica – prima di tutto nel mondo accademico, dopo i primi colpi dietro il sipario discreto del CC e dei suoi organismi. Il mondo accademico era controllato dal “pugno di revisionisti” né più né meno del mondo delle fabbriche o di quello delle Comuni rurali, esistenti per molti aspetti fondamentali solo sulla carta, ma, come cerchiamo di dimostrare, diversi erano gli interessi degli studenti da quelli degli operai e dei contadini e da questa diversità si aveva la disponibilità alla lotta contro il “revisionismo” di Liu preteso colpevole della mancanza di “posti al sole” per la piccola borghesia studentesca.
Folcloristico inizio della Rivoluzione Culturale
Fin dai primi giorni del maggio 1966, all’Università di Pechino (Beida) serpeggiarono agitazioni ed assemblee che avevano come principale obbiettivo la critica allo scrittore Deng Tuo. Il 25 maggio, una professoressa, Nie Yuanzi, e sei membri insegnanti della facoltà di Filosofia, affissero un giornale murale in cui violentemente si attaccava il Rettore e Segretario del PCC all’Università, Lu Bing.
Lu Bing, i suoi collaboratori e l’intero Comitato di Partito dell’Università, venivano accusati di soffocare la nascitura Rivoluzione Culturale attraverso tutta una serie di artifizi (dal proibire i giornali murali a proibire le assemblee).
Il dazibao non solo scandiva: «“Il CC del partito e il presidente Mao avevano da lungo tempo indicato la giusta via della Rivoluzione Culturale e il suo giusto orientamento», frase che indicava come i 7 estensori dell’attacco a Lu Bing erano a conoscenza della circolare interna segreta del 16 maggio, ma soprattutto terminava con un vibrante appello alla lotta:
«Intellettuali rivoluzionari, è l’ora della lotta ! Uniamoci e teniamo in alto la grande bandiera rossa del pensiero di Mao Zedong, uniamoci intorno al CC del partito e al presidente Mao ! Infrangiamo tutti i controlli e tutti i malefici complotti dei revisionisti, risolutamente, radicalmente, totalmente, completamente, distruggiamo tutti i mostri, tutti gli elementi revisionisti del tipo Kruscev ! Portiamo fino in fondo la rivoluzione socialista; Proteggete il CC ! Proteggete il pensiero di Mao Zedong ! Proteggete la dittatura del proletariato !».
La reazione di Lu Bing fu subitanea, con i suoi sostenitori che attaccarono a loro volta giornali contro Nie e gli altri, bollati come “cani rinnegati”, elementi antisocialisti e “cospiratori”, e fu inizio di violenti scontri fra studenti che immediatamente si propagarono all’Università delle Scienze e di Ingegneria, Qinghua, dove si produsse una fazione favorevole agli esponenti accademici e di partito ed un’altra che invece osteggiava gli uni come gli altri.
Giorni dopo, il “Jenmin Jihpao”, che aveva visto la sostituzione del caporedattore Wu Leng-xi (legato al carro di Peng Zhen e Lu Dingyi) con Chen Boda seguito da un gruppo di fedeli redattori del “Giornale dell’Esercito”, sostenne gli attacchi contro il rettore Lu Bing con un articolo titolato «Siete dei rivoluzionari proletari o dei borghesi monarchici ?»
Sempre nello stesso numero, con il lungo articolo “Spazzare via tutti i mostri”, il “Jenmin Jihpao” annunciava lo scatenarsi di una immensa ondata rivoluzionaria il cui scopo era di distruggere da cima a fondo il pensiero, la cultura, i costumi e gli usi antichi per crearne di nuovi:
«In pochi mesi, milioni e milioni di operai, di contadini e di soldati assieme alla grande massa dei quadri e degli intellettuali, rispondendo all’appello alla lotta, lanciato dal CC del partito e dal presidente Mao e armati del pensiero di questi, hanno spazzato via un gran numero di geni malefici che si erano insediati nelle posizioni ideologiche e culturali. Con la rapidità e la forza dell’uragano e della tempesta, hanno spezzato le catene imposte per tanti anni al loro pensiero da parte delle classi sfruttatrici e hanno completamente sconfitto e vinto l’arroganza degli “specialisti”, “luminari”, “autorità” e “maestri del pensiero borghese”».
Le cose vanno sistemate al loro posto: i milioni e milioni di uomini citati dall’articolo non avevano risposto né stavano rispondendo a nessun appello, stavano semplicemente fermi e, del resto, appelli pubblici non ce ne era stati da parte di alcuno, vincitori e vinti, tutto era circoscritto in circolari interne. Gli individui “tipo Kruscev” della circolare del 16 maggio, i geni malefici e mostri dell’articolo del 1° giugno, non imponevano catene a pensieri o idealità, perché non erano frutto di magia e perversione ma, più prosaicamente, esprimevano il nascituro industrialismo e mercantilismo che faticava e penava a permeare le campagne; ed il pensiero del presidente Mao non era per niente una “bomba atomica spirituale”, come scioccamente diceva l’articolo, ma il semplice e tenace resistere di questo sconfinato mondo contadino alle lacerazioni sociali inevitabili con il suo ingresso nell’agone della riproduzione e accumulazione capitalistica.
Questo resistere non si può semplicisticamente etichettare come “reazionario” o, stessa la considerazione, come “progressista”, ma, come stiamo dimostrando con lo svolgimento del lavoro, poggiava su considerazioni politiche borghesi non sciocche.
La aneddotica registrerà che solo il 1° giugno sera, il Timoniere Mao, buon ultimo, schiatti il superuomo, verrà a conoscenza del giornale murale di Nie Yuanzi e ne raccomanderà la diffusione e radiodiffusione; anche l’aneddotica è, talvolta, irrispettosa con i grandi uomini che adula e coccola.
Prime vittorie dei maoisti
Il 2 giugno il “Jenmin Jihpao” dedica un nuovo attacco al malcapitato Lu Bing presentato come un ingannatore ed un baluardo antipartito ed antisocialista nell’articolo: “Salutiamo il giornale murale dell’Università di Pechino”. Il 3 giugno, sembra per iniziativa di Liu Shaoqi, in un ultimo tentativo di limitare ed arginare la contesa politica, c’è l’annuncio ufficiale della destituzione di Peng Zhen e di molti suoi collaboratori nel Comitato di Partito di Pechino.
Il comunicato annunciava: «Una linea nera antipartito e antisocialista si era insediata nel precedente Comitato municipale di Partito di Pechino. Taluni dei principali membri dirigenti del precedente Comitato non sono marxisti ma revisionisti (…) Per un lungo periodo di tempo, gli organi di stampa “Qianxian” (“Fronte”), “Beijing Ribao” (“Quotidiano di Pechino”) e “Beijing Wanbao” (“Pechino sera”) sono stati strumenti di questa cricca controrivoluzionaria e hanno diffuso veleno revisionista, nel vano tentativo di restaurare il capitalismo. Il precedente Comitato era alla radice di tutto ciò !».
Peng Zhen veniva sostituito da Li Xuefeng, segretario per la Cina del Nord, che diveniva pure Sindaco di Pechino; lo avrebbe affiancato come vice-segretario Wu De che rimpiazzava nella carica Liu Ren, pure lui andato ad ingrossare la prima pattuglia di sconfitti della Rivoluzione Culturale.
Sarà lo stesso Wu De, alla mezzanotte di quello stesso giorno, a recarsi alla Università per annunciare la sconfitta di Peng, Liu Ren e del rettore Lu Bing espulso, con i suoi collaboratori, dall’Università. Wu De annunciò pure che il CC avrebbe inviato presso l’Università di Pechino e tutti gli altri istituti scolastici della capitale e del paese, “gruppi di lavoro per dirigere la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria».
Questi “gruppi di lavoro», composti da membri responsabili, attrezzati e consistenti (quello dell’Università Qinghua era composto da 400 persone e, secondo la testimonianza di Chen Yi, in totale furono mobilitati 400 mila quadri) cercarono di calmare le agitazioni studentesche, di limitarle, isolarle, orientarle. In tempi successivi, a fine luglio, i “gruppi di lavoro” verranno accusati di aver subìto l’influenza dell’infido Liu Shaoqi, il quale, nella sua autocritica del 23 ottobre, riconoscerà le sue responsabilità pur addebitandole anche all’intero CC: «Io non ebbi fiducia nelle masse e non fui capace di decidere se mobilitare le masse per condurre avanti la propria autoeducazione e autoliberazione. Al contrario, credetti ciecamente nella funzione dei gruppi di lavoro, avendo la volontà di monopolizzare il movimento di massa».
Dal 4 giugno, inizio dell’azione dei “gruppi di lavoro», al 24 luglio quando i “gruppi di lavoro” furono ritirati, tutta la vita politica sembrò concentrarsi nelle Università della capitale dove gli scontri fra studenti e gruppi erano all’ordine del giorno.
Professori ed alunni di presunto spirito moderato, cioè sostenitori della “banda nera di Peng Zhen e Lu Bing” anche semplicemente di estrazione sociale borghese subirono offese e maltrattamenti dai vari gruppi che gareggiavano in radicalismo fra loro, e con i consistenti “gruppi di lavoro” che, nella loro opera di pacificazione, contrastavano gli appelli alla “ribellione” di Jiang Qing, di Kang Sheng e di Qi Benyu e Kuang Feng, questi ultimi due redattori della rivista “Bandiera Rossa”.
Nei contraddittori e nelle assemblee parteciparono pure il Ministro dell’Insegnamento Superiore Jiang Nanxiang – rettore dell’Università Qinghua – la moglie di Liu Shaoqi, Wang Guangmei, ed occasionalmente, il Maresciallo He Long e Bo Yibo, successivi sconfitti della Rivoluzione Culturale. In un clima di scontro, di gara alla fedeltà al maoismo, apparvero i primi raggruppamenti di Guardie Rosse, etichetta che accompagnerà ogni gruppo a prescindere dalle posizioni sostenute o dal personaggio sul quale si appoggerà.
Gli scontri all’Università furono particolarmente violenti dal 15 giugno all’inizio di luglio, con bastonature, feriti ed arresti. Solo il 24 luglio, i “gruppi di lavoro” verranno ritirati, ritiro che segnò un vero e proprio scacco per la struttura di Partito che da sola (senza l’appoggio cioè della Polizia e della Milizia, come si era avuto nel 1957-58 con il movimento di critica sviluppatosi a seguito dell’adozione della politica dei “cento fiori”) non era riuscita a minimamente controllare la “frustrazione” della intellighenzia sollecitata ad esplodere dai maoisti, prossimi vincitori della contesa.
Il 1° luglio si aveva la conferma ufficiale della destituzione del vice Ministro della Propaganda, Zhou Yang, “Bandiera Rossa” nel suo editoriale rivelava che anche lui era stato identificato come un “demone controrivoluzionario”, e coloritamente descriveva la sconfitta della “banda Nera”: «La piena rivelazione della loro natura revisionista ha richiesto un certo periodo di tempo e l’instaurazione di una linea favorevole. Anche i rettili velenosi non escono dalla loro tana che con il favore di certe condizioni climatiche; ma nell’istante stesso in cui tali serpenti pestiferi si sono messi allo scoperto, il presidente Mao li ha catturati».
Il 9 luglio si ebbe un altro episodio significativo: durante la chiusura di un meeting di scrittori afroasiatici, Chen Boda viene presentato come il capo del “gruppo incaricato per la Rivoluzione Culturale del CC” e Tao Zhu (primo Segretario delle Regioni Meridionali, sua potente roccaforte) come nuovo Ministro della Propaganda, conferma ufficiale della caduta di Lu Dingyi, da tempo scomparso dalla vita pubblica.
Al quadro, non mancava che il ritorno clamoroso alla vita pubblica di Mao il quale, dal novembre 1965, non appariva in cerimonie e manifestazioni ufficiali, tanto che nell’aprile-maggio si erano sparse voci sulle sue precarie condizioni di salute e, persino, della sua morte.
Il 16 luglio si ha la coreografica nuotata di Mao nelle acque dello Yangtze, a fianco del segretario dell’Hubei, Wang Renzhong. 200 mila persone, 5 mila nuotatori, zattere pavesate di bandiere e di grandi ritratti di Mao, stucchevoli ditirambi propagandistici, fanno da contorno alla messinscena che ha il solo scopo di dimostrare l’integrità fisica del Timoniere in quel delicato frangente della lotta politica, Timoniere che però, pure nei mesi a venire, non brillerà certo per la sua attività o per i suoi discorsi.
Due giorni dopo della dimostrazione fisica, ancora non pubblicizzata, si ha l’appello speciale a tutti i membri del CC con cui Mao annunciava che si sarebbe recato a Pechino per la prossima seduta plenaria del CC; nello stesso giorno si aveva la sospensione delle attività dei “gruppi di lavoro” nelle Università e, secondo taluni sinologhi, si era completato lo schieramento delle truppe della guarnigione di Pechino tutt’attorno alla capitale, pronte a rispondere ad ogni eventuale attacco.
Il 21-22 si hanno poi dei colloqui di Mao con il “gruppo centrale della Rivoluzione Culturale” e con una parte dei Segretari del Partito delle Province: viene disconosciuto l’operato dei “gruppi di lavoro”, da rimpiazzare con “squadre della Rivoluzione Culturale” e si hanno i chiari ammonimenti di Mao agli astanti che «le masse, in verità sollecitate dai suoi, possono scatenarsi contro il Partito e lo Stato». Dirà, il 21 luglio, con sottili minacce:
«Dobbiamo prepararci all’eventualità che la rivoluzione possa essere rivolta contro di noi. La direzione del Partito e dello Stato, e i compagni responsabili del partito devono essere preparati a questo. Se volete proseguire la rivoluzione fino a compimento, dovete imporre a voi stessi una disciplina, trasformare voi stessi in modo di poter mantenere il passo. Altrimenti potrete soltanto rimanere indietro (…) Non è il caso di imporre modelli rigidi alle masse. All’Università di Pechino, quando si sono accorti che gli studenti stavano alzando la testa, hanno tentato di imporre dei modelli. Eufemisticamente l’hanno chiamato “ritorno alla retta via”. In realtà era “deviazione sulla via sbagliata “».
Due giorni dopo, i consigli di Mao sono messi in pratica con il ritiro dei “gruppi di lavoro”, ritiro che anticipa l’annuncio su tutta la stampa dell’impresa natatoria del presidente che avrebbe nuotato 15 km, in un’ora e 5 minuti in favore di corrente.
Era il 26 luglio 1966, il 28 quattro aerei militari riportarono a Pechino, con discrezione controllata dai militari, Mao e i suoi più stretti collaboratori.
L’XI Plenum del VIII Comitato Centrale e il programma della Rivoluzione Culturale
Quello che sarà poi considerato il Plenum storico, giudizio oggi completamente cambiato dall’attuale leadership cinese, non fu né preannunciato, né pubblicizzato, Allora, si ebbe sentore dell’avvenimento l’8 agosto quando fu pubblicata la “Decisione in 16 punti” sulla Rivoluzione Culturale, ma solo con il Comunicato finale del 12 agosto il Plenum ebbe l’imprimatur dell’ufficialità.
Il copione era quindi rimasto fedele al tradizionale canovaccio del regime di Pechino, con un dramma svolgentesi davanti agli occhi delle masse e con le masse come protagoniste, e con un secondo, quello che in definitiva determinava il risultato del primo, recitato in sordina con protagonisti gli uomini dell’apparato.
Sembra, che lo storico Plenum si dovesse riunire nella seconda quindicina di luglio (probabilmente il 21), con Mao assente almeno durante le prime sedute, ma che questo tentativo di dar corpo ad una maggioranza antimaoista fosse abortito per la defezione di Deng Xiaoping, allora Segretario Generale, intimorito dall’ingiunzione di Mao ma soprattutto, forse, dalla pressione dell’Esercito che di nuovo avrebbe fatto valere la sua forza. Questa ipotesi trova credito con il recente processo alla “Banda dei 4” in cui, seppur discretamente, si dice di un complotto di luglio.
L’ipotesi, che l’Esercito abbia giocato un ruolo di prima forza, si può rilevare anche da altri significativi segnali. È il 1 agosto – giorno di apertura del XI Plenum – che il “Quotidiano dell’Esercito”, con l’editoriale “Trasformiamo il nostro Esercito in una grande scuola del pensiero di Mao Zedong”, parla esplicitamente della decisiva battaglia politica conclusasi all’interno dell’EPL: «La terza grande battaglia (nell’esercito) ha avuto luogo non molto tempo fa. Immischiati nella lotta erano rappresentanti della borghesia che avevano usurpato posti di potere nell’esercito e, insieme a questi, importanti membri della cricca controrivoluzionaria, antipartito e antisocialista, scoperta nel nostro partito».
Ed è sempre il 1° agosto che l’agenzia Nuova Cina dà notizia di un banchetto celebrativo, menzionando Yang Chengwu come l’attuale Capo di Stato Maggiore Generale, prima conferma pubblica della destituzione di Luo Ruiqing che non compariva più in pubblico dal novembre.
Lo stesso giorno anche il “Jenmin Jihpao” alzava l’ennesima lode al pensiero di Mao ed all’EPL come suo migliore profeta: «Il compagno Mao Zedong ha fatto appello al popolo dell’intero paese affinché trasformi le fabbriche, le comuni popolari rurali, le imprese commerciali, i servizi commerciali e le organizzazioni di partito e di governo della Cina in grandi scuole realmente rivoluzionarie come l’EPL (…) Se l’imperialismo vorrà invaderci sarà annientato nel grande oceano della guerra popolare. Agendo secondo i dettami del compagno Mao Zedong, i 700 milioni di cinesi diverranno tutti critici del vecchio mondo e costruttori e diffusori del nuovo mondo. Con il martello in mano essi saranno in grado di svolgere il lavoro di fabbrica, con la zappa e l’aratro essi saranno in grado di combattere il nemico e con la penna saranno in grado di esprimersi scrivendo».
Il 2, 3 e 4 luglio, si ha invece il tentativo estremo di Liu Shaoqi di limitare i danni che si annunciavano con lo svolgimento del Plenum del CC, parlò infatti a diversi gruppi di Guardie Rosse riconoscendo i passati errori del CC e del Comitato di Partito di Pechino nei riguardi della Rivoluzione Culturale. Criticò a più riprese i “gruppi di lavoro”, accusandoli, nell’assemblea del 4 luglio, senza tanti complimenti, di caporalismo:
«Quando il Comitato di Partito della Facoltà di Ingegneria è crollato, il “gruppo di lavoro” ha assunto il potere. Voi dovevate appoggiare il movimento, potevate dare dell’assistenza alle masse ? Sarebbe stato sufficiente se le aveste seguite senza dar loro alcuna assistenza ! Non lo avete fatto. Siete diventati i nuovi dominatori, vi siete messi nella posizione di persone d’autorità ed avevate paura che il movimento fallisse, cioè che non procedesse secondo le vostre idee. Eravate voi i padroni delle masse ?».
Sarebbe quindi toccato al diplomatico Zhou Enlai, lo stesso giorno, a condurre una assemblea con 10 mila persone all’Università Qinghua ed a riabilitare come “rivoluzionari proletari” tutti coloro che erano incorsi nelle critiche e nei rigori dei “gruppi di lavoro”, riabilitazione che avrebbe dato il la per nuove violente campagne contro il rettore Jiang Nanxiang, collaboratore per di più dell’altro presidente, quello della Repubblica, Liu Shaoqi.
Come su un altro piano si svolgeva intanto l’XI Plenum, allora ed oggi avvolto da misteriose nebbie. Misterioso rimase e rimane il numero dei partecipanti. Il comunicato finale si limiterà a citare che vi avevano partecipato i membri regolari e supplenti del CC, i dirigenti provenienti da diversi organi del Partito, privi di voto, ed anche rappresentanti di insegnanti e Guardie Rosse.
Sia il comunicato finale sia la “Decisione del CC del PCC sulla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria”, detto Programma in sedici punti, furono approvati per alzata di mano, senza votazioni, alla presenza di soldati e Guardie Rosse, e c’è da credere che la presenza di quelli e di queste fu il migliore antidoto contro possibili opposizioni.
Il comunicato finale, rivelatore della lotta politica ancora in corso, non doveva essere né preciso né spiegare, doveva brutalmente chiudere un ciclo di lotte per aprirne un altro; si riprendeva infatti l’appello di Mao al X Plenum sulla “teoria delle contraddizioni, delle classi e della lotta di classe nella società socialista”, e una volta per tutte si approvavano i documenti di Mao sul Movimento di Educazione Socialista, insistendo sull’infallibilità del pensiero di Mao (“il più grande marxista-leninista della nostra epoca”), definito “il principio direttivo da osservare in ogni lavoro”.
E se l’intera terza parte finale del comunicato era un panegirico al grande uomo, la prima, riguardante la politica interna, riproponeva «il principio di quantità, rapidità, qualità e economia» del Grande Balzo in Avanti, mentre la seconda era un violento comizio contro i dirigenti moscoviti accusati di aver instaurato con gli Stati Uniti d’America «una nuova Santa Alleanza anticomunista, antipopolare, controrivoluzionaria e anticinese», ultimo giovanile grido di battaglia del regime di Pechino contro la coesistenza pacifica dei grandi.
Più esaustivo il “Programma in sedici punti della Rivoluzione Culturale”. I primi due scandivano con decisione: «Elementi in posizione di autorità che si sono impegnati sulla via capitalistica si sono infiltrati nel partito, si appoggiano in particolare sulle strutture culturali ereditate dal passato, con vecchie idee, la vecchia cultura, i vecchi costumi e le vecchie abitudini». Dal che la necessità di combattere ed annientare questi elementi per una vera e propria riforma intellettuale e morale che trasformi idee ed abitudini.
Il punto tre chiariva che il risultato finale di questa Grande Rivoluzione Culturale Proletaria sarebbe stato deciso dal coraggio che il partito, minato da burocratismo e dagli elementi sulla via capitalistica, avrà nel mobilitare le masse, nel dargli l’iniziativa. Il punto quattro era un grido di incitamento a «liberarsi dalla paura ! Non temere i disordini ! Le masse possono liberarsi soltanto da sole», bisogna rispettare il loro spirito di iniziativa, il loro spirito critico, non temere i disordini, i giornali murali, i grandi dibattiti per discutere, le denunce.
Il punto cinque, prudentemente, limitava al 5% dei quadri e delle masse la quota dei nemici da combattere: «concentrare tutte le forze per colpire il pugno di elementi di destra borghesi ultrareazionari e i revisionisti controrivoluzionari».
Il punto sei era un invito alla calma, al ragionamento. Non è permesso usare coercizione o forza per sottomettere la minoranza che deve «essere protetta, perché a volte la minoranza ha ragione». Bisogna esporre i fatti, ragionare sulle cose, persuadere attraverso il ragionamento. Punto che secondo taluni critici non fessi, aveva lo scopo di proteggere le forze maoiste nelle province dove erano ancora delle minoranze.
Il punto sette chiariva che «nel corso del movimento, solo i controrivoluzionari attivi e colpevoli di delitti, di sabotaggi, di furti di segreti di Stato vanno trattati secondo la legge», mentre nessuna misura deve essere presa contro studenti e professori a causa dei problemi che sorgono nel movimento. Viene proibito l’incitamento alla lotta fra le masse,le une contro le altre.
Il punto otto suddivideva in quattro categorie i quadri di partito. Quelli “buoni” o “relativamente buoni” costituiscono la grande maggioranza; coloro che hanno sbagliato per buona fede, inefficienza, routine, si correggeranno per l’azione della Rivoluzione Culturale; gli altri, i “destri antipartito e antisocialisti” verranno «smascherati, colpiti duramente, rovesciati, completamente screditati. La loro influenza deve essere eliminata, ma bisogna pur tuttavia lasciar loro una via di uscita».
Gruppi o comitati per la Rivoluzione Culturale guideranno il movimento che si svolgerà per un periodo di tempo molto lungo. Questi gruppi – in stretto contatto con il partito – avranno un carattere di massa permanente. Scuole, organizzazioni governative, fabbriche, miniere, imprese, villaggi avranno questi comitati, i cui membri, eletti da tutti, saranno revocabili in qualunque momento. Così suonava il punto nove.
Sarà questa costituzione di gruppi o comitati un futuro spinoso problema per il regime di Pechino che dovrà, negli anni a venire, fare i conti con questa gerarchia di gruppi per la Rivoluzione Culturale esistente in maniera parallela a quella collaudata degli organismi del partito; ora, se nell’agosto 1966, i maoisti vollero questo “dualismo» per limitare la vasta opposizione dei quadri di partito, nel tempo questa situazione determinerà un pericoloso allentamento dell’intero apparato statale che si troverà con una autorità divisa, a tutto discapito dell’indispensabile centralizzazione.
Le masse, tanto invocate, diverranno incontrollabili dagli stessi gruppi della Rivoluzione Culturale, e una nuova gerarchia, non indebolita dalla contesa politica, dovrà impedire lo smembramento dello Stato centrale, la cui struttura verrà scossa non solo dalle lotte politiche delle fazioni del PCC ma da potenti lotte sociali di masse enormi di uomini: sarà, anticipiamo, la gerarchia del fucile, l’EPL.
Il punto dodici era oltremodo caratteristico del sottofondo nazionale della Rivoluzione Culturale, scontro tra diverse politiche di sviluppo borghese della Cina. Gli uomini di scienza, il personale scientifico e tecnico di qualità (cioè proprio la crema dell’intellighenzia borghese che si pretendeva combattere) deve essere rispettato purché non siano loro stessi ad opporsi al partito ed al socialismo.
Altrettanto interessante era il punto quattordici. La riforma intellettuale, morale, ideologica, deve ottenere «risultati maggiori, più rapidi, migliori e più economici in ogni settore del lavoro». Liberato il partito dalla mentalità burocratica, mobilitando pienamente le masse, il fervore rivoluzionario deve stimolare l’intera produzione («Fare la rivoluzione e promuovere la produzione»), con la partecipazione delle masse che è la migliore garanzia dell’aumentata produttività della forza lavoro («La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria è una potente forza motrice delle forze sociali produttive del nostro paese»).
Nuovamente, con il puntare tutto sulle capacità produttive delle masse, si imponeva l’assoluta eguaglianza fra cittadini, proprio perché è più facile accettare l’austerità se tutti i cittadini sono uguali per condizioni materiali, se il livello di vita è uniforme. Di conseguenza si ritornava ad esaltare il lavoro manuale, la vita nelle campagne, la semplicità (puritana, per usare un termine occidentale) dei costumi, la frugalità, la condanna del lusso.
Politica ed atteggiamenti che erano il chiaro risultato di una società molto povera, in cui ogni minima ineguaglianza – inevitabile in ambiente mercantile in formazione – assurgeva ad estremo “sopruso”, e che poggiavano sui potenti avvenimenti storici degli anni 1930-40 in cui il PCC, dopo la tragica sconfitta della rivoluzione proletaria nelle città a cui tutto e tutti concorsero, era sopravvissuto ed aveva riportato la vittoria militare finale poggiando su una armata di contadini analfabeti ed ignoranti che più volte lo aveva costretto a decisioni e vigore non voluti.
Mentre il finale punto sedici non era che uno stucchevole ditirambo sull’infallibilità di Mao, tanto che si vedrà che anche i maggiori accusati si definiranno i migliori interpreti del pensiero maoista, il precedente punto undici niente lasciava a romantiche e poetiche pose.
Con secche parole, le forze armate sono poste sotto la Commissione Militare del CC e del Dipartimento Politico dell’EPL, soli organi designati a dirigere la Rivoluzione Culturale fra i militari. Lo stesso Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale del CC viene estromesso e la Commissione Militare rimane garante che le Guardie Rosse non avrebbero minato le gerarchie militari; altro segno che in quel decisivo momento di lotte politiche la struttura militare aveva si appoggiato una delle due fazioni in lotta ma, prudentemente, aveva reciso la sua totale originaria subordinazione al Partito-Stato.
Il 12 agosto, in un clima di misticismo e di fanatica esaltazione del grande Mao, lo storico Plenum si concluse con un’apparizione pubblica del vate e con una sua banalissima frase: «Preoccupatevi degli affari dello Stato, portate fino in fondo la Rivoluzione Culturale proletaria» che sarebbe stata diffusa in tutta la Cina come il pronunciamento di un oracolo infallibile.
* * *
Ma a parte le scenografie ad effetto, che allora ed oggi sciaguratamente attraggono le giovani generazioni anche proletarie, la Rivoluzione Culturale era appena agli inizi. Se la sorte dei maggiori uomini dell’apparato – da Liu Shaoqi a Chen Yun – era nell’agosto del tutto compromessa, rimaneva l’intera struttura del partito nelle disperse province e regioni da guadagnare alla politica maoista, struttura riottosa e a suo modo fedele a Liu ed a Deng perché fedele alla gerarchia e all’ordine.
L’EPL stesso, anche se fino a quel momento aveva seguito Mao e Lin Biao, era insufficiente e numericamente inadatto a compiti di amministrazione civile dell’immenso paese, senza contare che le figure del Maresciallo Peng Dehuai e del Generale Luo Ruiqing avevano molti sostenitori nelle altre gerarchie militari.
Nelle province e regioni, la politica maoista non poteva quindi affidarsi unicamente, a cuor leggero, alle guarnigioni locali ma doveva guadagnarsi l’appoggio di buona parte dei quadri di partito, non a caso considerati per il 95% buoni o relativamente buoni. Lo storico Plenum pertanto, anziché chiudere la contesa politica non faceva altro che generalizzarla.