L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.35
La situazione economica dell’agricoltura
I quattro anni che seguirono la Rivoluzione Culturale, videro il regime mantenere la passata politica in campo agrario: niente verrà innovato, tutto rimarrà immobile, il che era chiara dimostrazione dell’impossibilità di Pechino di poter influire sul quadro sociale ed economico determinatosi nelle campagne negli anni precedenti.
Le campagne assorbirono, senza battere ciglio, i milioni di studenti e di giovani che immigrarono dalle città che, senza mezzi ed esperienze di lavoro, riuscirono ad influenzare solo in misura minima le arretrate condizioni tecniche di produzione, componenti essenziali del resto della certosina agricoltura cinese, per lo meno per quanto riguarda la Cina “antica”; questi nuovi immigrati furono soprattutto un ulteriore peso per i contadini i quali dovettero provvedere a mantenere braccia non autosufficienti.
La “Direttiva del CC sui problemi della distribuzione nelle Comuni popolari agricole” del 26 dicembre 1971 fu l’unico ed importante documento di questi quattro anni, in cui erano riassunti tutti i termini della politica agraria del regime di Pechino e della situazione sociale nelle campagne. La “direttiva” doveva, prima di tutto, prendere atto che il “collettivismo” nelle campagne non aveva fatto un passo avanti rispetto agli anni precedenti, che, nonostante le litanie contro gli “imbroglioni tipo Liu Shaoqi”, si manteneva la struttura precedente con la squadra di produzione (il più delle volte equivaleva al villaggio) pienamente responsabile dei propri profitti e delle proprie perdite, che acquistava e vendeva servizi e prodotti alle Brigate e alle Comuni, semplici organi amministrativi ai quali era precluso imporre piani e quote di produzione ma che dovevano concordare sia questi che quelli con le squadre; solo per particolari grandi lavori le Brigate e le Comuni potevano richiedere alle squadre il lavoro gratuito da parte dei loro membri, guardandosi però bene da ogni pericoloso eccesso, come nel 1971 quando, secondo i dati della stampa cinese, più di 90 milioni di persone parteciparono con le loro fatiche alla “costruzione di impianti per l’agricoltura” e di impianti di irrigazione e di bonifica, con enorme ma anche poco efficace dispendio di lavoro umano che causò un’artificiosa mancanza di forza lavoro nei villaggi; le squadre vedevano continuare a scendere l’imposta agricola, in quanto lo Stato centrale ancora una volta non rivalutò le quote di cereali da consegnare, sotto forma di tasse, agli ammassi: l’imposta, che toccava la percentuale del 13,2% sull’intera produzione lorda nel 1952, nel 1970 oscillava fra il 5-6% e continuava a scendere; lo Stato, fissava anche per 5 anni le quote degli acquisti obbligatori di cereali e di cotone, assicurando che le consegne eccedenti sarebbero state pagate a prezzi superiori, misura che, insieme a quella della diminuzione dell’imposta agricola, voleva evitare che i contadini nascondessero o mangiassero tutti i loro prodotti, prendendo per pretesti i buoni raccolti, così si lamentavano i resoconti ufficiali, per fare feste, celebrare matrimoni e costruire nuove case; sempre come misura per favorire la circolazione dei prodotti e quindi, in definitiva, un drenaggio di plusvalore dalle campagne alle città furono preservati i terreni privati (circa il 10% della superficie coltivata) e le attività economiche private dei contadini («La produzione privata rappresenta un supplemento necessario dell’economia socialista» dichiarerà Radio Pechino il 16 marzo1973), con i piccoli orti ed i piccoli allevamenti di animali da cortile e di maiali dai quali le famiglie contadine traevano il 15-20% del loro intero reddito; infine, veniva riaffermato il sistema a “punti” di retribuzione delle squadre, riposta ogni aspirazione ad una assoluta eguaglianza fra i membri della squadra. Rispetto al passato, era quindi sparito, un po’ poco visto le aspirazioni della Rivoluzione Culturale, ogni meccanismo di contratto di lavoro fra famiglie contadine e la squadra per la coltivazione delle terre collettive, meccanismo che, nemmeno nei fatidici anni 1961 era riuscito ad andare oltre qualche limitata sperimentazione.
La continuazione di queste misure liberal, proprie del periodo del riaggiustamento di Liu Shaoqi, senz’altro contribuirono ad aumentare sia il reddito dei contadini (taluni calcolarono che rispetto al decennio precedente, nei primi anni Settanta crebbe del 70%) sia le fondamentali produzioni di cereali e di cotone che, lo vediamo nella tabella segnarono dei relativamente buoni tassi medi annui di incremento (+5,8% per i cereali, +5,5% per il cotone). Ma, come possiamo ben vedere, anche se la produzione di cereali era riuscita a sopravanzare l’aumento della popolazione nei quattro anni che prendiamo in esame, la disponibilità annua pro-capite di cereali segnava ancora clamorosamente il passo. Certo, la disponibilità pro-capite del 1973 era superiore rispetto a quella del 1957, praticamente quasi uguale a quella del lontano 1952, anno di inizio del l piano quinquennale; con questa situazione, seppur relativamente modeste, continuarono le importazioni di cereali (4,6 mil. di t. nel 1970, 3 mil. nel 1971 e 4,8 mil. nel 1972) che nel 1973 toccarono il record di 7,7 mil. di t., in parte per ricostruire le riserve bruciate dal cattivo raccolto del 1972, in parte per approfittare di una congiuntura favorevole del mercato internazionale, furono infatti esportati quasi 2 mil. di t. di riso.
Questi dati drammatici pesavano enormemente sull’intera politica agraria di Pechino che doveva continuare a considerare intoccabile il detto “prendere l’agricoltura come base e l’industria come fattore dominante nell’organizzazione dell’economia nazionale secondo l’ordine di priorità: agricoltura, industria leggera, industria pesante”. La prudente scaletta, letta senza lasciarsi abbagliare dalle baggianate sul modello cinese di sviluppo economico di uscita dal sottosviluppo, va così decifrata: io, Stato centrale di Pechino non sono ancora riuscito a scrollarmi di dosso il problema della introduzione di moderno capitalismo nelle campagne, la produttività rimane bassa, la produzione di prodotti alimentari segue appena la crescita della popolazione, e le campagne non forniscono eccedenti bastanti di prodotti alimentari per la popolazione urbana né per gli investimenti industriali.
Se l’industria viaggia troppo svelta e richiama dalle campagne nuova forza lavoro, gli ammassi statali non saranno sufficienti a sfamare gli inurbati, per cui un’industrializzazione troppo veloce, non consideriamo qui la disponibilità di capitali, avrebbe come conseguenza nuovi terribili tensioni sociali. Io, Stato centrale, sono quindi costretto ad interessarmi, prima di tutto, dei redditi dei contadini, di quelli delle famiglie e di quelli delle squadre: se i contadini, invece di mangiare tutti i loro prodotti, in parte li portano sul mercato e li scambiano con prodotti industriali di consumo o mezzi di produzione commercializzati dal sottoscritto Stato centrale, il mercato interno prospererà e l’industrializzazione, lentamente ma sicuramente, avanzerà. Nelle campagne la produttività dovrà aumentare per lo sforzo dei contadini e, con questa prospettiva viene continuato il sistema delle piccole “industrie locali” che, sotto la responsabilità delle Brigate e delle squadre, devono assorbire la mano d’opera sottoccupata e non, come nel 1971-72 per un ampliamento eccessivo,
«aumentare il peso che grava sull’agricoltura e influire negativamente sullo sviluppo della produzione agricola»; io, Stato centrale, mi rivolgerò invece, soprattutto alle grandi fattorie statali del Nord-Ovest, lì opererò i miei investimenti in campo agricolo.
Ad un certo momento io, Stato centrale, potrò anche incominciare a rivolgermi al mercato internazionale, ricco sia di capitali che di mezzi di produzione, dominato dalla potenza del dollaro nei confronti della quale la “moneta del popolo” (lo yuan) poco o niente pesava e pesa. Una cauta e calcolata apertura, apporterà sicuri benefici alla produzione agricola, a questo miravano le prime trattative ed i primi acquisti di questi anni di interi e moderni impianti per la produzione di fertilizzanti, e la sferragliante macchina dell’industrializzazione avrebbe continuato la propria marcia.
Sia reso atto a Pechino che, borghesemente, il ragionamento non faceva una grinza e che l’assolvimento di questo enorme compito storico che è l’introduzione del capitalismo nelle campagne e la proletarizzazione di quello sterminato mondo contadino, è un compito da giganti che fa girare in avanti la ruota della storia; ma se di tradimento si deve parlare, è di spacciare questa opera come edificazione di socialismo, questo non sarà un’edificazione ma una distruzione di barriere e di forme di proprietà, insieme agli idoli della Produzione e del Mercato che Pechino è costretto ad innalzare per immanenti compiti storici che travalicano le grandezze e le miserie degli uomini.
Rinsaldare il potere centrale
Il X Congresso del PCC dell’agosto 1973, perlomeno al massimo vertice, liquidò ufficialmente il liuismo: Lin Biao e i suoi più stretti collaboratori, tutti alti ufficiali, furono ricoperti di insulti per lo più gratuiti e sostituiti o da provati burocrati (Hua Guofeng) o da illustri sconosciuti (il contadino Chen Yonggui) o da Generali (Wei Guoqing) che avevano anche decisamente osteggiato il corso della Rivoluzione Culturale.
Certamente, il X Congresso del PCC allontanò il pericolo di un Partito affittato e colonizzato dalle alte gerarchie militari, pericolo che con l’evidente declino fisico di Mao Zedong era divenuto via via più evidente e che era stato infine battuto da un vasto schieramento di forze e di uomini ubbidienti a precisi imperativi economici, in parte già illustrati.
Dopo il Congresso, il regime doveva con prudenza e tatto trasportare i risultati raggiunti al vertice nella totalità della struttura del Partito e dello Stato, opera che conveniva effettuare senza discreditare nel suo insieme l’EPL, il cui prestigio aveva subìto un duro colpo dall’ “affare Lin Biao” ma che purtuttavia rimaneva il pilastro portante della Repubblica. L’EPL non solo continuava a mantenere posti importantissimi nei Comitati Rivoluzionari e nei ricostruiti Comitati Provinciali del Partito, ma aveva tutto sommato accettato senza apprezzabili reazioni gli avvenimenti del settembre 1971 e, senza dubbio alcuno, la possente ascesa di Zhou Enlai aveva trovato nelle stesse file dell’EPL vari e potenti appoggi (probabilmente i Generali Comandanti Regionali) decisivi per la caduta di Lin Biao e dei suoi.
Il X Congresso contava ancora, però, circa il 30% del suo CC composto da militari, percentuale sempre ragguardevole seppure ben inferiore al 45% di quello del IX Congresso; stesso rinculo si aveva per i militari che cumulavano la carica di responsabili dei Comitati di Partito nelle 29 Provincie, Regioni e Municipalità speciali: dal 1971 all’agosto 1973 scesero da 21 a 13, riflusso che continuò anche per tutto il 1974.
Il 2 gennaio 1974, per rinsaldare il potere centrale di Pechino e rafforzare il ruolo del Partito nella struttura statale a discapito di quello dei militari, fu reso pubblico un vasto rimpasto che coinvolse i Comandanti Regionali di importanti guarnigioni stanati dalle loro potenti roccaforti. Il Generale Li Desheng, commissario politico dell’EPL, sostituiva a capo della Regione Militare del Shenyang il Generale Chen Xilian che passava, a sua volta, al comando della guarnigione di Pechino (vacante dal dicembre 1970); il Generale Xu Shiyou (comandante della Regione Militare di Nanchino) si scambiava con il Generale Ting Shen, comandante della guarnigione di Canton; il Generale Yang Dezhi, comandante della guarnigione di Wuhan, vicendevolmente si scambiavano le cariche; stessa sorte per i Generali Pi Ting-tschung e Han Hsien-tschu, il primo comandante della guarnigione di Lanzhou, il secondo comandante del Fronte del Fujian; tutti allontanati dai loro “regni” che con la loro potenza intralciavano il richiamo centralista della capitale.