Lo sciopero dei minatori inglesi scuote la pace sociale
A otto mesi di distanza dall’inizio dello sciopero, la determinazione dei minatori a continuare non è diminuita. La speranza di una facile vittoria sui minatori, che hanno resistito nel corso ei dei mesi estivi (va ricordato che nel i 1926 la fame costrinse i minatori a tornare al lavoro dopo sei mesi), comincia ormai a svanire per il governo.
Una significativa vittoria sui minatori nel far loro accettare le chiusure di miniere (e la conseguente perdita di 20.000 posti di lavoro) potrebbe derivare dalla recessione: anni fa il governo aveva messo a punto, di concerto con la National Union of Mineworkers (NUM), un piano per l’aumento dell’estrazione di si carbone, ma un calo del 20% nell’uso del carbone da parte dell’industria ha reso necessario un drastico taglio della produzione. La precedente strategia di chiudere le miniere senza far rumore una per una aveva funzionato egregiamente, ma l’annuncio dato in marzo dal nuovo boss del National Coal Board, che 20 miniere avrebbero dovuto essere chiuse entro breve tempo, è suonato come una deliberata provocazione, per far scoppiare uno sciopero la cui successiva sconfitta sarebbe stata un esempio anche per coloro che lavoravano in altre industrie, e per tutta la classe operaia. Ne sarebbe rapidamente scaturita un’offensiva padronale, con lo scopo di ridurre drasticamente i salari reali.
Il tasso di disoccupazione in Inghilterra è ben oltre il 13% ufficiale (i disoccupati sono più di quattro milioni e mezzo) e si prevede che aumenti ulteriormente nei prossimi due anni, se si dà retta alla OECD di Parigi. I ministri governativi danno la colpa agli operai per la loro disoccupazione e per la recessione, in quanto questi si « autovaluterebbero troppo >>, chiedendo ed ottenendo aumenti salariali che l’industria, si afferma, non può permettersi.
Il Lord Cancelliere, Nigel Lawson, ha dichiarato alla fine di settembre che « il nocciolo del problema è stata la costante crescita dei salari reali », ed ha aggiunto: << Vedo scarse possibilità di invertire la tendenzadella disoccupazione finché non sarà possibile moderare in modo deciso la crescita dei salari reali ». Il consiglio che ne consegue, soprattutto verso i giovani proletari, è che se vogliono lavorare devono darsi il << giusto prezzo » nel lavoro, cioè accettare salari sempre più bassi (se riescono a trovarne).
La violenza su una scala senza precedenti è stata la caratteristica più peculiare dell’attuale sciopero delle miniere. Per la prima volta da più di mezzo secolo, almeno per quanto riguarda il Regno Unito, vi è stata un’esplosione di quel tipo di lotte che ha caratterizzato le vere azioni di classe. Ma lo Stato non è stato colto di sorpresa poiché negli ultimi anni si era preparato a tali eventualità. Misure speciali, tra cui un centro operativo a Londra per il coordinamento degli spostamenti delle forze di polizia da una zona all’altra, sono state messe in opera per un efficace isolamento delle diverse contee, per prevenire i movimenti dei picchetti da una miniera all’altra, per evitarne concentrazioni. Le statistiche della polizia mostrano che in tre mesi a più di 150.000 persone è stato impedito di uscire dallo Yorkshire (il principale centro dello sciopero) verso il Nottinghamshire, anche la polizia stessa ammette che un numero perlomeno uguale è riuscito a filtrare attraverso le maglie dei suoi controlli. Una misura un po’ meno legale è stata quella di mettere negli elaboratori della polizia i numeri di targa delle auto di scioperanti come se fossero auto rubate, in modo da fermare ogni tanto, e magari mettere dentro, i capi più attivi della lotta. Frequenti sono state anche le irruzioni in abitazioni di operai nelle zone minerarie nel mezzo della notte, alla ricerca di minatori ospitati dalle famiglie di loro compagni. 7.300 minatori sono pigiati nelle galere della democraticissima Inghilterra. Picchetti e popolazioni operaie di queste zone hanno spesso reagito assalendo le piccole stazioni di polizia locali, affidando a sassaiole, l’espressione della loro rabbia. Anziani poliziotti, abituati al rispetto della popolazione, hanno espresso «orrore alla notizia di una imboscata ai danni di un convoglio di una ventina di poliziotti, alcuni in veicoli corazzati, che è stato bloccato in una strada di campagna da un tronco d’albero messo di traverso sulla strada. I veicoli ne sono usciti malridotti, come pure i poliziotti, che dopo un feroce corpo a corpo hanno dovuto ritirarsi.
La lotta è ormai divenuta una guerra di astuzie, oltre che di violenza: in fine ottobre, a Sheffield, nel cuore della notte un migliaio di scioperanti parte per picchettare una miniera a poca distanza; davanti alla miniera trovano tremila poliziotti, in tenuta da battaglia, con cani e cavalli, per proteggere l’arrivo, in pullman, di sei crumiri: niente da fare, tranne qualche grido, qualche sassata (due arresti). Ma a 60 chilometri di distanza ben quattromila minatori avevano in quel momento formato intorno ad un’altra miniera un muro impenetrabile, ed era stata la polizia stavolta a dover ritirarsi. Questi fatti, non molto significativi in sé, lo sono invece se rapportati alla tradizionale attitudine del comune proletario inglese verso le forze di polizia e l’autorità centrale dello Stato, profondamente modificata da questi lunghi mesi di lotte e di repressioni. Quale che sia l’esito di questo sciopero, il poliziotto sarà considerato d’ora in poi solo unesecutore spietato della volontà del padrone, e non più il «bobby», il bonario tutore dell’ordine che aiuta le vecchiette ad attraversare la strada. Ormai non c’è che « l’Unità” a dire che ci sono anche i poliziotti “buoni” dalla parte degli operai!
In settembre Leon Brittan, il ministro degli Interni, ha manifestato l’intenzione del governo di perseguire con tutto il peso della legge gli scioperanti e simpatizzanti che commettono tali atti di violenza: Alcuni di coloro che sono in attesa di processo sono accusati di gravi crimini, che comportano pene massime molto severe, Coloro che intendano commettere nel prossimo futuro violenze e crimini farebbero bene a riflettere sul fatto che incendio doloso, aggressione con conseguenti lesioni e danneggiamento che metta in pericolo la vita umana, sono crimini per i quali la pena massima è l’ergastolo».
Quello che naturalmente non viene detto è che le forze dello Stato sono immuni da tali restrizioni, cosa della quale hanno avuto modo di rendersi conto molti scioperanti mentre venivano selvaggiamente bastonati sulla linea dei picchetti, sequestrati solo per ché partecipavano alle manifestazioni o addirittura portati via dalle loro case solo per sospetti o isterismo del capataz di turno della polizia. Inoltre molti degli arrestati si sono accorti con sorpresa di essere fuorilegge in virtù di una legge del 1875, per la quale è illegale convincere qualcuno a non recarsi al lavoro, in barba al diritto >> che sembrava universalmente accettato al picchettaggio pacifico.
Tutti si sono affrettati a condannare la violenza in genere » per paura di ciò che essa sta facendo al tessuto sociale. Alla conferenza del Partito Laburista tenutasi ai primi di ottobre il leader, Neil Kinnock, ha dichiarato: «Io condanno la violenza. Io odio la violenza. Io maledico la violenza. Qualsiasi violenza, a tutti i costi ».
Chissà come mai non ha anche dichiarato di condannare, odiare e maledire la lotta di classe! Un mese prima, alla Conferenza del Trades Union Congress, aveva dichiarato che il caso dei minatori «va posto senza violenza». Aveva anche aggiunto che solo le elezioni politiche possono cambiare un governo. Un ulteriore segno di disagio da parte di un settore della classe dominante è stato espresso dal Primate della Chiesa Anglicana, il dr. Runcie. Egli ha avvertito il Primo Ministro che la violenza di una disputa che dura da otto mesi, insieme ad un’alta disoccupazione, minaccia di trasformare la vita politica britannica, dal consenso al confronto (che la recessione sia opera del demonio?). «Nella nostra vita nazionale noi abbiamo bisogno di una guida che unisca la nazione, non che la divida», ha aggiunto l’Arcivescovo.
Storicamente il il Sindacato Minatori è
sempre stato decentrato, organizzato contea per contea, in ognuna delle quali il potere di organizzarsi autonomamente era notevole. I fatti recenti hanno piano piano concentrato sempre più potere nelle mani dell’Esecutivo, che da Londra si è recentemente trasferito nello York-shire. E’ stato proprio grazie a questa struttura, risultata assai meno energica della precedente, che solo i due terzi delle miniere sono bloccate dallo sciopero mentre altre, soprattutto nel Notting-hamshire, sono ancora funzionanti. L’esecutivo ha il potere di indire uno sciopero dopo che sia stato approvato a maggioranza da una votazione tra gli iscritti; questo non è stato fatto, e lo sciopero è stato indetto solo da un consiglio di delegati dei minatori. Appellandosi a questa formalità sezioni regionali e locali del sindacato sostengono che hanno il diritto di continuare a lavorare finché una votazione sulla questione non sarà tenuta. Ciò ha causato la spaccatura tra i minatori in tutta l’Inghilterra, e considerevoli quantità di carbone continuano ad essere estratte.
Alcuni singoli minatori hanno iniziato un’azione legale contro i dirigenti del NUM, affinché lo sciopero sia dichiarato illegale, ed hanno naturalmente trovato piena comprensione presso il tribunale, che ha dichiarato illegali gli scioperi in Yorkshire e Derbyshire, diffidando il sindacato dal prendere misure di rappresaglia nei confronti dei minatori che vanno a lavorare. A Scargill, “sindacalista di sinistra », che non si è presentato in tribunale, è stata comminata una multa di mille sterline, e di duecentomila per il sindacato, per oltraggio alla corte. Se il sindacato non pagherà i suoi beni finiranno sotto sequestro, ma per ora la cosa è tecnicamente un po’ difficile, in quanto migliaia di minatori si sono asserragliati nei locali del NUM a Shef-field.
La situazione in Inghilterra non è ancora definita, ed entrambe le parti sembrano irriducibili. Di fronte ad un’offensiva padronale condotta con tutti i mezzi, leciti ed illeciti, i minatori resistono eroicamente in una trincea che non è solo della loro categoria, ma di tutti i proletari britannici; e ciò nonostante i colpi che ricevono di continuo, come la delusione del ripensamento >>> del sindacato dei tecnici e supervisori delle miniere, il cui sostegno avrebbe dato una forza assai maggiore alla lotta, dopo che questi avevano votato per lo sciopero con una maggioranza del-1’82.5%.
Ai proletari inglesi non manca la combattività e la generosità nella lotta e nella solidarietà con i fratelli sfruttati, stretti dalla fame, dall’intimidazione e dalla dura repressione dello Stato borghese. Di nuovo i minatori inglesi dimostrano al mondo che i proletari non hanno nulla da perdere e che né la galera né le bastonate possono fermarli. Quello che manca all’imponente sciopero inglese è una direzione di classe che tenda a trasportare la lotta dal terreno della categoria e della regione, sul quale nella crisi i rapporti di forza sono particolarmente sfavorevoli al proletariato, a quello dello scontro generale di tutta la classe operaia contro gli effetti della crisi economica generale, contro tutta la borghesia.
Le organizzazioni sindacali inglesi in tutti questi mesi non hanno fatto altro che subire ed accodarsi alla iniziativa dei minatori; peggio, li hanno mantenuti divisi dalle altre categorie e li hanno continuamente ingabbiati nelle maglie dei formalismi assurdi dell’elezionismo e della burocrazia poliziesca che ha scopo puramente anti-sciopero, contrapponendo i settori più timorosi ai più decisi.
Hanno impostato tutta la strategia di lotta nel braccio di ferro fra mezzi finanziari di resistenza della categoria e quelli dell’industria (statale) del carbone restando così facile vittima di una semplice sentenza giudiziaria.
Non hanno recepito le rivendicazioni più generali che potevano interessare tutta la classe operaia inglese che versa tutta in condizioni miserevoli chiudendosi nella richiesta della difesa delle miniere> e hanno limitato il movimento alle azioni di picchettaggio dei singoli pozzi, certo necessarie ma non atte all’estensione dello sciopero.
Nonostante si tratti della maggiore offensiva condotta contro la classe operaia inglese negli ultimi 50 anni questa non gli ha ancora aperto gli occhi nei riguardi delle sue dirigenze politiche e sindacali. Ma non è escluso che proprio questo sciopero sfondi il muro di falsità democratiche che costituisce una cappa di piombo per la ripresa di moti veramente di classe.
L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.40
Ultimi dati agricoli ed industriali
Trattando dello sviluppo della produzione agricola nel periodo 1969-73, rilevammo come il regime di Pechino, di fronte allo sterminato mondo rurale, detentore dei cereali e quindi della chiave fondamentale dell’alimentazione, fosse stato costretto alla più completa inazione e, riposte le iniziative ed il volontarismo degli anni 50, avesse infine accettato ciò che si era determinato nelle campagne. Ricordiamolo velocemente: la Squadra di produzione (il villaggio, in genere) era pienamente responsabile dei propri profitti e delle proprie perdite; le Brigate e le Comuni, pur con funzioni diverse, erano divenute semplici organi amministrativi che poco, pochissimo, potevano riguardo i “piani produttivi” delle Squadre; le Squadre vedevano diminuite le imposte ed anche gli acquisti obbligati di cereali e cotone da parte dello Stato; lo Stato ammetteva e proteggeva gli appezzamenti privati (inseriti anche nella Costituzione del gennaio 1975), le attività private delle famiglie contadine e i mercati liberi rurali dove si vendevano gli importantissimi prodotti agricoli sussidiari (polli, uova, maiali, prodotti ortofrutticoli). Sintetizzando: “collettivismo” al minimo livello e continuazione ed estensione delle misure liberali di inizio anni Sessanta, affermatesi dopo il fallimento del Grande Balzo in Avanti.
Il periodo 1974-77, fu anch’esso di uno zero assoluto riguardo la politica agraria del regime, zero che era nettamente risaltato con le due Conferenze Nazionali “Imparare da Dazhai” che, seppure a distanza di un anno l’una dall’altra (15 settembre – 19 ottobre 1975 e 10-27 dicembre 1976), si erano dovute limitare a descrivere e denunciare i tanti episodi di “polarizzazione sociale” e di corruzione nelle campagne ed a riaffermare il ruolo di unica guida del Comitato di Partito nella direzione delle Comuni e delle Brigate. Un po’ poco per due Conferenze dalle tante pretese bloccate dal liturgico e simultaneo richiamo al “produttivismo” e alla “lotta di classe” che le portò a dare nessunissima direttiva.
Lasciato a sé stesso ed ai suoi modesti ma incessanti traffici, purtroppo totalmente ignorati da ogni rilevamento statistico, il mondo contadino, che imperterrito aveva assorbito, senza nulla mutare, prima le Guardie Rosse poi le continue immigrazioni di giovani dalle città, ebbe però la forza di aumentare ancora la produzione e di assicurare alla crescente popolazione quote pro-capite annue di cereali praticamente immutate, con una relativamente modesta importazione di cereali (7 milioni di tonnellate nel 1974; 3,3 nel 1975; 2 nel 1976; 4 nel 1977). Lo vediamo benissimo dalla nostra tabella con i 299 chili pro-capite del 1977, due in più rispetto al 1973 e tre in meno rispetto al lontano 1957, dati statistici confermati dalle colonne degli aumenti medi annui, per tutti e due i periodi (ultime due colonne).
Neanche per la produzione, altrettanto importante, del cotone i risultati furono particolarmente brillanti. Il periodo 1974-77 vede anzi la quota scendere da 2,6 milioni di tonnellate del 1973 a 2,07 del 1977, con una diminuzione media annua del 5,7%, regresso che vanificava il miglioramento avutosi nel periodo precedente e che riportava la produzione del cotone al livello di quella del 1969, persino un po’ maggiore. Considerando il lungo periodo 1958-77, la produzione di cotone cresce alla media annua dell’1,3%, inferiore alla crescita della popolazione.
In generale, quindi, la produzione del mondo rurale era ben lontana dai relativi successi di quella industriale; cotone e cereali, produzioni il cui commercio era assicurato legalmente totalmente dallo Stato, erano produzioni che battevano la fiacca, schiacciate dalla mancanza di capitali da impiegare da parte dello Stato nel mondo rurale e dal peso della popolazione delle campagne accresciutasi anche per la politica del regime di spegnere le tensioni sociali nelle città inviando i giovani nelle campagne.
Produzioni agricole che forse prosperavano, ma i cui dati ci sono a noi preclusi, erano quelle attività sussidiarie private dei contadini (animali da cortile e prodotti ortofrutticoli), produzioni che, se aumentavano di qualcosa il bassissimo livello di vita dei contadini, contribuendo anche ad un illegale rifornimento delle città, erano, d’altronde, una ragione della stabilità sociale delle campagne e della loro staticità.
| |
Massimo |
Aumento medio % annuo |
| max ante 1949 | 1949 | 1952 | 1957 | 1969 | 1973 | 1974 | 1975 | 1976 | 1977 |
1949-52 | 1952-57 | 1957-69 | 1970-73 | 1973-77 | 1957-77 |
| Acciaio (mil. t.) | 0,923 | 0,158 | 1,349 | 5,35 | 13,3 | 25,2 | 21,1 | 23,9 | 20,5 | 23,74 | 104,4 | 31,7 | 7,9 | 17,3 | -1,5 | 7,7 |
| Ghisa (mil. t.) | 1,801 | 0,252 | 1,929 | 5,936 | 13,5 | 26,0 | 24,0 | 25,5 | 22,5 | 25,05 | 97,0 | 25,2 | 7,1 | 17,8 | -0,9 | 7,5 |
| Carbone (mil. t.) | 61,88 | 32,4 | 66,4 | 130,0 | 285,0 | 410,0 | 430,0 | 465,0 | 480,0 | 550,0 | 27,0 | 14,4 | 6,7 | 9,5 | 7,6 | 7,5 |
| Energia elettrica (mld kWh) | 5,96 | 4,31 | 7,26 | 19,34 | 65,0 | 115,0 | 130,0 | 150,0 | 170,0 | 223,4 | 19,0 | 21,6 | 10,6 | 15,3 | 18,1 | 13,0 |
| Petrolio (mil. t.) | 0,321 | 0,121 | 0,436 | 1,458 | 20,3 | 54,5 | 65,3 | 74,5 | 83,8 | 93,64 | 53,3 | 27,3 | 24,5 | 28,0 | 14,5 | 23,1 |
| Cemento (mil. t.) | 2,29 | 0,66 | 2,86 | 6,86 | 18,3 | 37,3 | 37,1 | 46,3 | 46,7 | 55,65 | 63,0 | 19,1 | 11,1 | 19,5 | 14,5 | 11,0 |
| Acido solforico (mil. t.) | 0,18 | 0,04 | 0,19 | 0,632 | — | — | — | — | 4,508 | 5,375 | 68,1 | 27,2 | — | — | — | 11,3 |
| Macchine utensili (migliaia) | 5,39 | 1,58 | 13,73 | 28,0 | 55,0 | 85,0 | 95,0 | 115,0 | 140,0 | 199,0 | 105,5 | 15,3 | 5,8 | 11,5 | 23,7 | 10,3 |
| Tessuti di cotone (mld. mt.) | 2,79 | 1,89 | 3,83 | 5,05 | 5,6 | 7,6 | 7,9 | 8,2 | 8,7 | 10,151 | 26,5 | 5,6 | 0,8 | 7,9 | 7,5 | 3,5 |
| Cereali (mil. t.) | 150,0 | 113,2 | 163,9 | 195,0 | 211,0 | 264,9 | 275,3 | 284,5 | 286,3 | 282,75 | 13,1 | 3,6 | 0,66 | 5,8 | 1,6 | 1,9 |
| Cotone (mil. t.) | 0,8 | 0,445 | 1,304 | 1,604 | 2,1 | 2,6 | 2,461 | 2,381 | 2,055 | 2,069 | 43,1 | 4,2 | 2,2 | 5,5 | -5,7 | 1,3 |
| Popolazione (mil.) | — | 541,7 | 574,8 | 646,5 | 806,7 | 892,1 | 908,6 | 924,2 | 937,2 | 946,7 | 2,0 | 2,4 | 1,86 | 2,5 | 1,5 | 1,9 |
| Dispon. pro capite cereali (kg) | — | 209 | 285 | 302 | 261 | 297 | 303 | 308 | 305 | 299 | 10,9 | 1,2 | -1,2 | 3,3 | 0,1 | — |
Rimaneva il fatto, tuttavia, che seppure a bassi livelli erano mantenute le quote di cereali disponibili pro-capite, vero successo perché di fronte alla sempre crescente popolazione (646 milioni nel 1957, più 300 milioni nel 1977) la estensione di terre coltivate era rimasta praticamente uguale ai 110 mil. di ettari del 1957, terre difficili e per buona parte sfruttate da millenni, terre bisognose di attentissime e pazienti cure.
Certo, dal 1957 al 1977, il regime era riuscito, attraverso il duro lavoro dei contadini, ad aumentare da 35 a 55 milioni di ettari le superfici irrigate, ma, evidentemente, questo non poteva bastare per dotare la Cina di un’agricoltura moderna, obiettivo che abbisognava di una massiccia ed estesa meccanizzazione, oltre che ad un maggior utilizzo di fertilizzanti a cui miravano gli acquisti di intere fabbriche di urea.
Sarà dopo l’XI Congresso, che segna però la fine della nostra attuale trattazione, che il regime di Pechino, dopo anni ed anni di sostanziale laissez faire nel campo della politica agricola, inizierà a reinteressarsi del destino rurale dell’immenso paese, cercando di favorire la completa adozione di schietti criteri mercantili e produttivistici nella conduzione delle Squadre, delle Brigate e delle Comuni, processo che sarebbe andato di pari passo con la “meccanizzazione agricola”, una delle quattro modernizzazioni lanciate da Zhou Enlai.
Nei capitoli precedenti riguardanti gli avvenimenti politici ed il commercio estero, abbiamo dato significativi accenni alle direttive del regime di Pechino in campo economico e al generale andamento dell’economia cinese nel periodo compreso dal X all’XI Congresso del PCC (agosto 1973 e agosto 1977), anni a cavallo del 4° piano (1971-75) e del 5° piano quinquennale (1976-80) ambedue rimasti segreti nella loro stesura.
Incominciamo dalle produzioni industriali con la nostra semplice e consueta tabella. Riappaiono dei segni negativi di regresso: l’acciaio e la ghisa retrocedono nel quadriennio in media dell’1,5% e dello 0,9% l’anno, un periodo che vede ben due anni neri, il 1974 (-16,3% per l’acciaio, -7,7% per la ghisa rispetto al 1973) ed il 1976 (-14,2% per l’acciaio, -11,8% per la ghisa rispetto al 1975), anni di notevoli indietreggiamenti. Più fortunate le altre produzioni che presentano un andamento positivo che però solo per le macchine utensili (+23,7% medio anno) e l’energia elettrica (+18,1% medio l’anno) presentano un tasso d’incremento superiore a quello del periodo precedente, di continua e superba ascesa, e rispetto anche al lungo periodo 1958-69, anni di continui sobbalzi positivi e negativi.
L’ultima colonna degli incrementi medi annui riporta i dati riferiti all’intero periodo 1958-77 ed hanno come base di partenza l’ultimo anno di attendibili statistiche ufficiali (1957), prima del silenzio di Pechino, e come quella di arrivo il primo anno (1977) in cui riapparvero completi dati economici. Il periodo è lungo, giusto vent’anni, ed è il periodo di giganteschi e contraddittori sommovimenti economici, sociali e politici come mai la Repubblica Popolare aveva conosciuto. Nonostante questo, le singole produzioni sfoggiano buone medie di avanzamento, dal 3,5% medio l’anno per i tessuti di cotone (vecchia, importante e sviluppata produzione cinese) al 23,1% del petrolio, produzione simbolo della crescita industriale della Repubblica.
A parte queste brute ma importanti cifre che saranno indispensabili per la compilazione del quadro sui “raffronti internazionali”, bisogna spendere qualche parola su altre questioni collegate al riaggiustamento economico a cui si era votato il regime per raggiungere l’obiettivo indicato da Zhou Enlai nel gennaio 1975, quello cioè di una Cina potente e borghese.
Pianificazione e centralizzazione: nei quattro anni era stata ristabilita l’autorità della “Commissione di Piano dello Stato” che aveva cominciato la sua opera di formulazione del “piano nazionale”. Come abbiamo già detto, non si trattava di una vera e propria pianificazione centralizzata perché il Governo centrale di Pechino poteva direttamente controllare, nonostante la totale nazionalizzazione dell’industria, solo determinati settori chiave e produzioni strategiche; per buona parte dei settori e delle produzioni industriali e per buona parte dell’intera economia nazionale, il piano era, più che altro, un piano di riferimento o, secondo un’altra definizione, un “piano unificato” in quanto il piano nazionale unificava, sommandoli, i vari piani delle varie unità produttive, delle Provincie e delle Regioni. Pertanto, pure nell’industria nazionalizzata vigevano criteri schiettamente aziendali, altro che socialismo !
La Conferenza Nazionale dell’Industria: “Imparare da Daqing”, restaurò invece la dizione di pianificazione centralizzata e ridette importanti compiti al Dipartimento Centrale della Commissione di Piano dello Stato che, direttamente o indirettamente attraverso i Governi locali, estendeva la sua autorità su tutte le singole unità produttive.
Si trattò di un vero giro di vite. Yu Qiuli, che non a caso stese il rapporto principale alla Conferenza Nazionale dell’Industria, il 4 maggio 1977, disse che andavano denunciate le imprese che si permettevano di violare il piano statale, che non tenevano conto dei contratti di approvvigionamento e di vendita o che producevano a loro piacimento per quantità e qualità.
Questo ritorno ad una pianificazione centrale, che nel 1977 era ancora ai suoi primi passi,fu naturalmente accompagnata da tutta una serie di misure per estendere la capacità di controllo di Pechino. Hua Guofeng, nella stessa Conferenza, pretese che fosse stabilito un “sistema rigoroso di responsabilità” in modo che il potere centrale potesse vegliare sull’esecuzione e il rispetto del piano nazionale in ogni Provincia, Regione, settore e unità produttiva. Dirà ancora Hua: “Rafforzare la direzione centralizzata: le autorità centrali devono controllare interamente i settori economici, le autorità locali possono regolare i problemi nel dettaglio”.
Yu Qiuli ebbe il compito di tradurre in direttive operative l’appello di Hua Guofeng. Prima di tutto fu stabilita la divisione amministrativa dell’immensa nazione in 6 grandi Regioni economiche (Nord-Est, Nord, Est, Centro-Sud, Sud- Ovest e Nord-Est), divisione che, al contrario degli imperativi economici del passato basati sul principio dell’autosufficienza locale, dovevano esaltare la “specializzazione” di ogni singola Regione; queste, a loro volta, soprattutto per l’importante industria pesante e per le materie prime, erano coordinate centralmente secondo il superiore piano nazionale. Yu Qiuli, nella solita maniera contorta dei cinesi, così descrisse la “riforma”: «Bisogna stabilire nelle sei grandi Regioni amministrative dei sistemi economici di diverso livello, ciascuno con le proprie caratteristiche, regioni strettamente coordinate con una agricoltura, un’industria leggera e un’industria pesante armoniosamente sviluppate».
La necessità d’integrare nel piano nazionale i piani di sviluppo di ogni unità produttiva, integrazione che voleva dire anche una totale dipendenza della singola unità produttiva agli ordini del centro, diminuì grandemente il potere di iniziative delle singole unità, e in agricoltura, fece di nuovo ritornare a galla una passata posizione di Liu Shaoqi. Le Squadre di contadini persero infatti buona parte della loro iniziativa perché, pur rimanendo proprietarie di gran parte delle macchine agricole che usavano per i lavori nei campi, vedevano queste “raggruppate” in Stazioni Macchine di Brigata per poi essere utilizzate secondo un piano unico in cui i “quadri” distrettuali avevano un’importante voce in capitolo. Ora Liu, nel 1962, aveva sì detto arricchitevi ai contadini, di capitali soprattutto, ma nello stesso tempo (centralista !) si era opposto alla libera decisione delle Squadre, equivalente di villaggio, a gestire le proprie macchine, comprate con i propri guadagni, secondo una libera volontà !
Altra questione strettamente collegata alla precedente era quella della direzione e gestione delle unità produttive. Come per ognuna delle sei Regioni amministrative, le singole unità dovevano essere strettamente legate fra sé secondo il piano unico nazionale, legame che voleva dire scambio di prodotti.
Come doveva avvenire questo scambio ? Nei nostri studi sull’economia russa abbiamo già scritto che anche il socialismo conoscerà piani ma che questi, non mirando alla realizzazione di profitti, non saranno mercantili-contabili e che nel libro mastro delle imprese e dei settori economici non si avrà una contabilità in denaro ma in quantità fisiche: la miniera A darà all’acciaieria B tante tonnellate di carbone e di pirite; l’acciaieria B girerà il suo acciaio alla fabbrica di biciclette C (siamo in Cina !) che sfornerà centinaia di velocipedi indistruttibili e silenziosi !
La contabilità fisica vorrà dire che la legge del valore, che è la sottomissione del lavoro salariato al capitale, che è l’estorsione di plusvalore ai fini dell’accumulazione capitalistica, è riposta in soffitta insieme ai falsi miti del mercantilismo e dell’aziendalismo (bestia mai doma), assolto il suo compito storico di sviluppo delle forze produttive.
In Cina, e come poteva non essere, la legge del valore pienamente vigeva ed anzi era talvolta passo in avanti rispetto alla mancanza di contabilità tipica del romanticismo maoista e delle sue richieste di lavoro gratuito tipiche del Grande Balzo in Avanti !
E una contabilità mercantile ha senso se la determinazione dei “prezzi di produzione”, alla cui formazione concorre il costo della forza lavoro e la sua produttività, è esatta, calcolata con i criteri del bottegaio, mai fesso e metafisico quando si tratta di prezzi.
Yu Qiuli non si limitò a richiedere l’ «applicazione di regolamenti finanziari ed economici per regolare il problema della pianificazione e del funzionamento del circuito produzione-approvvigionamento-vendita», ma avanzò precise direttive che il regime si impegnò prontamente a realizzare.
Primo: la scelta dei principali responsabili di un’impresa, qualunque fossero le sue dimensioni e importanza, doveva essere decisa dal Comitato di Partito della Provincia, Regione o Municipalità dalla quale dipendeva territorialmente la impresa. Il Comitato di Partito del distretto o della Comune Popolare era confinato nella gestione del funzionamento quotidiano delle imprese che, per quanto riguardava il rispetto del piano produttivo e dei contratti di approvvigionamento e di vendita, dipendevano oramai direttamente dal potere centrale attraverso suoi organi predisposti.
Tutte queste misure di più accentuato controllo ebbero come conseguenza la totale e definitiva scomparsa dei Comitati Rivoluzionari, da anni confinati ad una stentatissima esistenza. Nell’anno 1977, continuamente accusati di sindacalismo, anarchismo e individualismo, sparirono del tutto e nelle imprese fu ristabilito il ruolo di direttore, figura vittima della Rivoluzione Culturale. Altra diretta conseguenza: le imprese, che negli ultimi anni avevano subìto improvvisi scioperi e agitazioni e un rallentamento nei ritmi di lavoro, vedevano ristabiliti precisi e duri regolamenti, bastone che era accompagnato con la carota di campagne di emulazione e la consegna ai meritevoli, di insegne dell’operaio modello.
Come esplicitamente dirà Radio Pechino, il 14 luglio 1977: «Le norme e i regolamenti non dovranno mai essere eliminati. Anzi, con lo sviluppo della produzione e delle tecniche, norme e regolamenti diverranno più rigidi, e bisognerà seguirli alla lettera».
Tutte queste importanti rettifiche sfociavano nel punto finale che riguardava il “profitto”. Scrisse il numero di luglio della rivista “Bandiera Rossa”, commentando la Conferenza dell’Industria svoltasi settimane prima: «Ogni impresa deve avere a cuore di migliorare la qualità dei suoi prodotti, di ridurre il suo consumo di materie prime e i suoi costi, di accrescere la sua accumulazione (…) la crescita della produzione e dei profitti è il criterio più importante per giudicare il successo o lo scacco di una rivoluzione», e perché non ci fosse dubbio alcuno, l’editoriale del 27 agosto successivo del “Jenmin Jihpao” scrisse, rincarando la dose: «È una gloriosa responsabilità delle aziende socialiste lavorare duro in modo di accrescere l’accumulazione per lo Stato e realizzare maggiori profitti. Nelle condizioni del socialismo, quello che un’azienda guadagna è, per essenza, diverso dal profitto capitalistico. I guadagni di un’azienda socialista sono una manifestazione dello sforzo cosciente compiuto dagli operai per creare ricchezze materiali, fornire fondi per il consumo, accumulare capitali per l’edificazione del socialismo. È una cosa del tutto diversa dallo sfruttamento capitalistico del plusvalore».
Le tesi sostenute, se lette, farebbero stropicciare le mani di soddisfazione ad un dichiarato capitalista europeo che certo non si lascerebbe fregare dall’attributo socialista e riconoscerebbe nelle categorie economiche del profitto, dei guadagni, dell’accumulazione, la natura fenomenica del regime del capitale, tout court, giallo o bianco che sia poco importa !
Ma tant’è ! La traditrice mistificazione serviva benissimo al regime di Pechino per invitare la classe operaia a “lavorare duro”, a essere disciplinata, a “obbedire agli ordini e ai regolamenti”, da una parte, e dall’altra, per mettere in riga le industrie locali molte volte facenti gli stessi prodotti a costi elevati che il regime non intendeva più accollarsi. Ogni impresa doveva somigliare al campo petrolifero di Daqing, miniera di oro nero e di profitti ed infatti, in questo senso, Yu Qiuli lanciò la sua sfida nella già citata Conferenza dell’Industria: «Dal 1977 al 1980, bisogna trasformare ogni anno in media più di 400 imprese di grandi e medie dimensioni in imprese di tipo Daqing», sfida che più propriamente era la sfida del capitalismo cinese al suo enorme ed arretrato retroterra agricolo, al suo poco efficiente settore industriale e, per finire, all’esigente ed esoso mercato mondiale; era la sfida formulata due anni prima dall’ineffabile Zhou Enlai, quella di una Cina potente e moderna nonostante il deficitario livello produttivo di partenza, lo spropositato peso della popolazione e le pretese imperialiste di Russia e Usa di domare il gigante giallo.
Una sfida che per concludersi avrà bisogno come scenario della palude del mercato mondiale dove eruttano i vulcani produttivi, a meno che la crescita capitalistica della Repubblica Popolare di Pechino non risvegli il giovane e radicale proletariato cinese che. ritrovando la via del suo Partito e della Rivoluzione, si ricongiunga all’intero proletariato mondiale, come Lenin sperò nei fiammeggianti anni del Comintern.