International Communist Party

Rassegna Comunista 26

Fascismo e riscossa proletaria

L’offensiva che la classe capitalista italiana conduce ormai da due anni contro il proletariato industriale ed agricolo si svolge seguendo un duplice metodo, assumendo due forme distinte: l’offensiva economica tendente ad abbassare il tenore di vita della classe operaia ed a scompaginare le sue organizzazioni; e la reazione fascista che, fiancheggiando l’azione sopraddetta, si propone di spezzare ogni velleità di riscossa proletaria e di costituire una più sicura e fidata difesa della proprietà privata di quanto non sia quella esercitata dall’apparato di forza legale dello Stato.

A questa duplice offensiva il proletariato non ha saputo opporre nessuna resistenza efficace, ed esso nel corso della lotta ha sgombrato una dopo l’altra le sue più forti posizioni, che un tempo sembravano addirittura inespugnabili.

La schiacciante superiorità della classe padronale in questa fase della lotta di classe del dopoguerra trova la sua spiegazione in un fatto ormai risaputo: che, mentre l’offensiva padronale si svolgeva e si svolge secondo un piano unico ed organico, la cui esecuzione, soprattutto per quanto riguarda la reazione armata, è affidata ad un organismo rigidamente centralizzato a tipo militare, la difensiva proletaria difettava sia d’un piano preparato, sia d’un organismo dirigente unitario.

L’aver riconosciuto che in questa deficienza sta la ragione principale della disfatta proletaria, l’averne diffuso la coscienza fra la classe operaia, e l’aver lanciato la parola d’ordine dell’azione generale ed organica e della direzione unitaria del movimento proletario, costituisce il grande merito del Partito comunista.

Grazie all’opera instancabile e tenace del nostro Partito si stanno creando le premesse indispensabili per un felice esito della controffensiva, che il proletariato italiano si accinge ad intraprendere: nell’Alleanza del lavoro esso si forgia il suo organo direttivo unitario, e nel programma d’azione del Partito comunista trova indicate le vie ed i mezzi, che lo condurranno alla vittoria.

Nel campo sindacale e politico adunque la tattica disastrosa del caso per caso sta per cedere il posto all’azione generale, mentre lo sgretolamento organizzativo e la disorganicità direttiva stanno per essere sostituite dall’affasciamento di tutte le forze proletarie sotto un’unica direzione.

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Abbiamo detto: nel campo sindacale e politico, poiché l’inizio di quest’opera di unificazione, di coordinamento e di centralizzazione delle forze proletarie urge anche in un terzo campo della difesa proletaria: quello dell’inquadramento a tipo militare.

Anche qui bisogna abbandonare senza remora il disgraziato metodo del caso per caso; anche qui bisogna creare un organismo che garantisca un minimum di coordinamento, di sistematicità e di accentramento direttivo per quanto riguarda l’impiego della forza armata, le operazioni militari (in senso largo) del proletariato.

La tattica della resistenza locale ha fatto dappertutto fallimento; ed anche là dove il proletariato ha saputo battersi con eroismo ed abnegazione, ma isolatamente, esso ha dovuto cedere dinanzi alla preponderanza avversaria, che trae la sua superiorità da circostanze troppo notorie, perché io debba dilungarmi nell’enumerarle.

D’altra parte, anche l’azione generale (sciopero generale nazionale) non può contare di debellare il fascismo, se ad essa non s’accompagna l’azione di resistenza armata delle masse proletarie e contadine, azione che, del resto, sarà imposta a queste dalla reazione fascista, che uno sciopero generale non potrebbe non provocare.

A proposito di quest’azione a carattere generale si è diffuso, nelle nostre file, un certo ottimismo che, se da una parte contribuisce a rafforzare la fiducia nelle proprie forze ed a tener vivo lo spirito combattivo, dall’altra induce facilmente a prendere un po’ alla leggera il problema della preparazione militare. Si fa questo ragionamento: i grandi successi dell’azione fascista sono dovuti in prima linea al fatto che la mancanza d’una difesa sistematica, coordinata e generale da parte del proletariato consente ai fascisti di attaccare e sconfiggere successivamente ed isolatamente i singoli gruppi e reparti delle forze proletarie, riuscendo per tal modo a dominare con forze relativamente deboli vasti territori ed a tener soggette immense masse popolari. Il giorno, però, in cui queste insorgeranno simultaneamente per la loro riscossa, le bande fasciste si troveranno ovunque di fronte ad una schiacciante preponderanza avversaria, e saranno messe nell’impossibilità di seguire la loro consueta tattica.

In questo ragionamento c’è indubbiamente molto di giusto e di vero. Ma non è altresì molto probabile che anche i fascisti abbiano preso in considerazione tale eventualità, e preparato un piano di difesa e di controffesa il quale tenga conto delle mutate condizioni tattiche, che verrebbero a determinarsi? Permetteranno essi che l’ondata insurrezionale del proletariato trovi le loro forze sparse ed isolate, e le sorprenda impreparate e sbigottite? O non è piuttosto da prevedersi che essi concentreranno le loro forze nei centri più importanti dal punto di vista politico e strategico-militare, sgombrando provvisoriamente estese plaghe da loro normalmente presidiate con piccoli gruppi, ma ottenendo in pari tempo questo duplice vantaggio: da una parte, di mettere in salvo e conservare intatte, anzi di portare ad un alto grado di efficienza offensiva e difensiva le loro forze di combattimento; e dall’altra di tenere in iscacco le forze proletarie nei punti più importanti per il coordinamento e la direzione della lotta, e di occupare posizioni che si presentano come opportune basi d’operazione, dalle quali essi muoverebbero alla controffensiva non appena l’ondata rivoluzionaria si fosse ritirata.

Il compagno Togliatti, in un suo articolo sul “Comunista”, ha messo in rilievo come i fascisti svolgano la loro azione con criteri in larga parte strategico-militari, tendendo ad occupare località che dal punto di vista politico sono spesso di scarsa importanza, ma costituiscono dei punti d’appoggio importantissimi dal lato militare. Ma noi vediamo che l’attività fascista negli ultimi mesi ha la sua nota caratteristica appunto in quei concentramenti di forze nei centri più importanti, in quelle mobilitazioni generali nelle singole province, le quali, se perseguono scopi pratici di carattere politico-economico, possono nello stesso tempo costituire una specie di allenamento e di esercitazione a quella che sarà la tattica fascista di fronte ad un movimento generale della classe proletaria e contadina.

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Da queste brevi considerazioni possiamo concludere che l’azione generale, anche se condotta con slancio e consapevolezza di obbiettivi, s’espone al grave rischio di mancare a quello principale, al debellamento delle guardie bianche, se le operazioni del proletariato non corrisponderanno a queste due premesse indispensabili: unità di comando e sistematicità di svolgimento. Non ci nascondiamo le difficoltà, anzi l’impossibilità per il proletariato di raggiungere quella centralizzazione direttiva a tipo militare, che caratterizza l’organizzazione fascista, e costituisce uno dei principali elementi della sua forza. E neppure c’illudiamo che un movimento di masse, per la sua natura stessa elementare e più o meno caotico, possa svilupparsi entro gli schemi d’un piano preordinato. Ma non per ciò dobbiamo rinunciare a creare fin d’ora una rete d’organi direttivi con struttura gerarchica, od a raccogliere ed ordinare quegli elementi e dati d’ordine tattico e strategico, che consentano di fronteggiare con spirito d’iniziativa ed abilità metodica le azioni e mosse dell’avversario. In caso diverso, l’azione proletaria in un primo momento colpirà nel vuoto, ed in un secondo sarà risospinta in una posizione difensiva, insostenibile per il fatto di mancare di quei caratteri che solo ne garantiscono l’efficienza: continuità, organicità, libertà d’iniziativa.

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Ripetiamo dunque; condizioni indispensabili del successo sono: esistenza di una gerarchia “militare” quanto più è possibile centralizzata, e d’un piano d’operazioni elastico, ma concreto.

In quanto alla prima, non riteniamo sia qui il caso di esporne in dettaglio la struttura e precisarne il funzionamento. Ci limiteremo in merito a fare qualche considerazione e ad avanzare qualche suggerimento.

Certo non sarà mai possibile, nel periodo preparatorio, di creare quei rapporti di disciplina, di subordinazione e di affiatamento fra gli organi direttivi e la massa, quali noi li riscontriamo nelle organizzazioni a tipo militare, come quella dei fascisti. I fascisti sono paragonabili ad un esercito permanente, le masse proletarie ad una milizia. I capi attivi del proletariato assumono la loro funzione direttiva soltanto nei momenti di azione, mentre normalmente essi costituiscono i quadri dell’esercito proletario. E ciò per due ragioni molto ovvie: 1) perché la massa, tranne che nel momento dell’azione, è restia ad un inquadramento a tipo militare; 2) perché in tempi di reazione, ed anche in quelli dell’impero della “legalità”, l’organizzazione militare delle masse è inattuabile. Questi “capi militari”, formatisi nel seno dell’avanguardia proletaria, assumono nel momento dell’azione la direzione delle masse, che li riconosceranno per loro dirigenti, in quanto essi si mostreranno dotati, oltre che di superiori qualità morali, anche di maggiore chiarezza di vedute e consapevolezza dei mezzi e dei fini. Il comandante proletario avrà sempre il carattere dell’agitatore piuttosto che del “capo militare”, e dovrà fare assegnamento più sull’entusiasmo e sulla fiducia che la massa nutre verso di lui, che non sulla disciplina di essa. Ma ciò non toglie che fra i gradi gerarchici dell’organismo dirigente debba imperare assoluta disciplina.

Quanto ai rapporti fra organi politici ed organi d’azione, che in molti casi, specie nei gradi inferiori, s’identificheranno in una persona, i secondi saranno sempre subordinati ai primi per ciò che riguarda le direttive generali della lotta, la determinazione degli obbiettivi da raggiungere, ecc.

Per ciò che riguarda i rapporti con altre correnti rivoluzionarie del proletariato, si dovranno seguire i criteri del fronte unico, mediante la costituzione di organismi direttivi misti, specialmente là dove i comunisti sono in minoranza.

Chiudendo queste sommarie considerazioni circa il carattere del nostro inquadramento di azione, vogliamo ancora una volta rilevare che tale organizzazione non va concepita come nettamente distinta da quella politica ed economica, così come il lato militare del problema dell’azione di massa è indispensabilmente collegato a quello politico ed economico.

Questa fusione dei vari fattori della lotta non deve però essere spinta al punto da far perdere la coscienza della loro distinzione nei riguardi della tattica. Arresto delle riduzioni dei salari e lotta contro la reazione fascista sono i capisaldi d’un unico programma, sono gli obbiettivi di un’unica azione, ma non per questo si potrà affermare che i mezzi tattici adeguati al raggiungimento del primo obbiettivo siano bastevoli per il raggiungimento anche del secondo. Nel primo caso sarà sufficiente lo sciopero, nel secondo si dovrà ricorrere a forme cruente di lotta. Noi vediamo dunque che in seno al problema generale della lotta contro l’offensiva capitalista si nasconde un problema specifico: quello della lotta antifascista. Ed eccoci di fronte a quello che, per comodità di distinzione, chiameremo piano d’azione antifascista.

Non si tratta, certo, d’un piano nel senso comune della parola, cioè di un insieme sistematico di azioni preordinate, elaborato sulla carta ed attuabile volontaristicamente a data fissa. Un simile piano può essere concepito e svolto da chi dispone di forze rigidamente disciplinate e trovantisi in ogni momento in piena efficienza di combattimento, come i fascisti; ma non da chi, come noi, vede il grosso del suo esercito composto da una massa, che accoglie le parole d’ordine della sua avanguardia solo se queste corrispondono ad una esigenza immediata, ad un impulso elementare.

Un piano d’azione che si adegui alle esigenze del nostro movimento deve scaturire dall’insieme delle lotte quotidiane, deve trarre gli elementi d’esperienza, su cui esso si fonda, dalle singole azioni concrete, come la realtà della guerriglia di classe le viene mano mano presentando.

Qualche compagno potrebbe lasciarsi indurre a ritenere che nell’attesa dell’azione generale non si debba rimanere inerti neppure nel campo della lotta armata, ma si debba anzi intensificare “azioni di rappresaglia”, “colpi di mano”, “imboscate”, tutte quelle azioni insomma, che sono atte ad arrecare all’avversario il maggiore danno e le maggiori perdite possibili. Ma questa non sarebbe altro, in fondo, che la vecchia tattica che è stata fin qui praticata con esito così poco soddisfacente: la tattica che porta al logoramento, alla dispersione ed al sacrificio delle avanguardie più audaci ed animose, mentre lascia le larghe masse nell’inerzia ed in preda ad un demoralizzante senso d’impotenza. Bisogna che questa tattica venga sostituita da un’altra più efficace e più conforme allo spirito, cui va informandosi il movimento proletario in generale. La tendenza a coinvolgere sempre più larghe masse nella lotta contro l’offensiva capitalistica va applicata anche nella specifica lotta antifascista. L’avanguardia non deve rimanere sola a sostenere tutto l’urto delle forze avversarie, ma deve avere dietro di sé schierata e pronta alla battaglia l’intiera massa. I piccoli “colpi di mano”, le “scaramucce di pattuglie”, sono buone nella guerra di posizione; ma è assurdo volerli impiegare come metodo di difesa contro un formidabile attacco sferrato su tutto il fronte, o per lo meno su un largo settore di esso.

Si potrà obbiettare che, non potendo noi fare occupazioni di città, concentramenti di forze armate ecc., come i fascisti, dobbiamo limitarci ai “colpi di mano” alle “imboscate” ecc.

Ora io non mi nascondo le difficoltà che il proletariato incontrerebbe se esso si mettesse a seguire l’esempio dei fascisti; ma d’altra parte penso che noi verremmo meno al nostro vero compito ed alla nostra specifica funzione di partito di massa, se ci limitassimo a predicare ed attuare la tattica delle azioni individuali (e null’altro, infatti, sono tutti i “colpi di mano”, ecc., anche se svolti da gruppi e squadre), e rinunciassimo a chiamare a raccolta le larghe masse. Anch’io sono convinto che non si arriverà di colpo all’azione generale e si dovrà passare attraverso una serie di azioni parziali. Orbene, queste azioni parziali devono servirci da tirocinio; in esse si elaborerà la nuova tattica, si svilupperanno gli elementi d’un piano d’insieme. E per “azioni parziali” non s’intendono mica la sterile resistenza locale e le non più feconde azioni individuali, bensì la lotta svolta nell’ambito d’una provincia, d’una regione. All’occupazione fascista d’una città, d’un paese, bisogna rispondere con la sollevazione dell’intiera provincia o regione, cercando di operare concentramenti di masse armate ed occupazioni d’altre località, dove si procederà a rappresaglie con gli stessi metodi dei fascisti. Dove l’attrezzamento tecnico lo permette, si potrà tentare la liberazione delle località dominate dalle bande fasciste, e cercare scontri diretti con le forze avversarie. Azioni di questo genere richiedono indubbiamente un vasto lavoro di preparazione interna: bisogna creare tutta una rete di collegamenti, raccogliere sistematicamente un ricco materiale d’informazioni, sia sulle proprie forze che su quelle avversarie, dotare i nostri militanti d’un minimum di cognizioni militari, apprestare il necessario attrezzamento tecnico, ecc. Ma è questo appunto uno dei compiti principali del nostro Partito.

La nuova tattica si può riassumere in poche parole: spezzare l’isolamento in cui si trovano chiusi il singolo lavoratore, il singolo villaggio, la singola città; rispondere all’avversario non solo con gli stessi mezzi, ma anche con gli stessi metodi effettuando spedizioni, concentramenti, occupazioni, invasioni. Alla minore preparazione ed alla deficienza di mezzi tecnici si ripari con la forza del numero e col maggiore entusiasmo e spirito di sacrificio. Il contadino non deve più sentirsi isolato, alla mercé dei sicarii che gli invadono la casa ed il campo, ma deve poter contare sull’aiuto dei vicini; il villaggio, la cittadina non deve sentirsi abbandonata in balia delle bande schiaviste che la terrorizzano, ma deve poter fare assegnamento sulle forze di tutto il contado ed anche dell’intiera regione. Solo diffondendo questo stato d’animo e di coscienza, solo riabituando le masse alla solidarietà ed alla lotta in comune, si potranno creare le premesse di un’azione generale, che non sia un mero fuoco di paglia, ma l’inizio dell’emancipazione definitiva del proletariato; solo per questa via si giungerà alla riscossa e alla liberazione dal terrorismo fascista.