International Communist Party

Spartaco 1963/I/13

La sezione sindacale d’azienda è una tappa della degenerazione opportunista

La grande operazione, detta “disindacalizzazione”, ha avuto il crisma ufficiale nella “Conferenza sulle grandi fabbriche”, tenuta a metà novembre a Modena per iniziativa della CGIL. La questione, vecchia di oltre un secolo, se pur presentata come “nuova politica sindacale”, è già stata da noi affrontata di recente sotto l’aspetto degli interessi storici e contingenti del proletariato. Allora, quando chiarimmo che “conquistare posizioni di potere economico ai monopoli”, secondo lo slogan della CGIL, senza la preventiva e superiore conquista del potere politico significava non solo non proporre del “nuovo”, ma ritornare al vecchio e vituperato sindacalismo d’origine anarchica per un verso o per l’altro al romantico ordinovismo di fabbrica, anche non avendo colto esplicite confessioni eravamo consapevoli che il Sindacato si avviava decisamente a divenire un “partito sindacale” candidato non alla velleitaria “conquista del potere economico”, ma ad offrire al sistema capitalistico, in cambio della rinuncia a considerarsi strumento di classe, la forma di organizzazione in cui esso tiene meglio avvinto il proletariato. Questa consapevolezza ha avuto a Modena totale conferma. La CGIL dichiara apertamente che è possibile, anzi doveroso obbedire… a un processo di sindacalizzazione, cioè di trasferimento da un piano e da un livello già eminentemente politici al piano al livello di quell’azione specificatamente sindacale di quelle lotte e di quelle iniziative che competono al Sindacato e che solo esso può portare avanti con dei risultati e con dei successi positivi, anche immediati». Il Sindacato, in altri termini, si sarebbe accorto solo alla fine del 1963 che il «caro-vita», per esempio, è non solo una questione politica ma anche economica che interessa il proletariato quando è all’«esterno» della fabbrica e quando è all’interno della fabbrica; e che questa pressione viene esercitata dalla fabbrica e dal «sistema», per cui il Sindacato è abilitato, in quanto Sindacato, ad intervenire nella questione del caro-vita «sindacalizzando» il problema, riducendolo da problema politico a problema di politica sindacale».

Siccome la sede «naturale» dei fatti economici e di conseguenza dei fatti sindacali è la azienda, il Sindacato, al fine di operare a tutti i «livelli», tradizionali e «nuovi», deve avere la sua sezione all’interno dell’azienda, della fabbrica, della officina. Il Sindacato così proclama ancora una volta solennemente di essere svincolato da qualsiasi partito e da qualsiasi governo, perché anche lui propugna la «sua» politica, una visione «sua» di «tutte le questioni» e di «tutti i problemi» della classe operaia, dei lavoratori.
Questa aspirazione politica ma apartitica del Sindacato non contrasta con la politica opportunista, basata appunto sulla corruzione di tutti gli organi tradizionali e di lotta del proletariato. Il Sindacato, quindi, ha varato lo strumento idoneo alla «nuova dimensione» (e poi condannano l’astrattismo!), cioè la Sezione sindacale di azienda. Secondo la «nuova politica sindacale», la sezione sindacale serve a condurre «l’azione articolata», la quale, «mentre ha il suo epicentro nell’azienda, si irradia poi e si continua nelle diverse sedi e ai differenti livelli verticali e orizzontali». I novatori sono invecchiati assai più degli ordinovisti e degli anarco-sindacalisti di 40 anni fa.

Secondo questa «nuova» strategia sindacale, che ha la presunzione di apparire come una «nuova» politica sindacale, di fronte a un «sistema» sociale, quello capitalistico, il proletariato dovrebbe muoversi non come classe e procedere non come un’armata i cui reparti vengono impegnati a seconda delle esigenze strategiche in vista dell’assalto finale al campo nemico, ma come «autonomi» reparti aziendali, ciascuno dei quali, per proprio conto e indipendentemente dall’altro, effettua scaramucce all’interno dell’azienda e «si irradia poi e si continua nelle diverse sedi». Il «poi» e le «diverse sedi», tutti i proletari li hanno imparati a caro prezzo: «poi» è sinonimo di soffocamento delle lotte operaie nei limiti corporativi, di fabbrica, di scioperi-beffa, a singhiozzo, a scacchiera, ecc.; «diverse sedi» significa Ministero del Lavoro, Confindustria, Associazioni padronali in genere, Centrali sindacali d’origine borghese, dove la lotta «continua» a suon di chiacchiere e compromessi vergognosi, promesse e spese di rappresentanza per bonzi e deputati sindacalisti.

Questa «articolazione» si rende necessaria secondo la giustificazione confederale perché «la controparte del Sindacato non è soltanto la direzione aziendale o i leaders di questo o quel gruppo monopolistico: altre controparti vi sono, e altre via via se ne scoprono e se ne formano…». Non il capitalismo, quindi, scoperto innanzi come «sistema», cioè come regola generale, come forma storica, è il nemico; ma la «controparte», che sta di fronte al proletariato come un avversario sta nell’aula di un ordinato, civile e democratico tribunale. Cosicché la classe proletaria dovrà opporsi non ad una classe capitalistica, ma ad un’innumerevole schiera non ancora tutta «scoperta» e quasi eterna per il processo in base al quale questa nuova «strategia» si genera di personaggi che nulla in comune hanno tra loro.

Ma il marxismo ha già scoperto la storica «controparte» del proletariato, la quale, pur presentandosi sotto le specie più dissimili nelle apparenze, è tuttavia socialmente uniforme, economicamente già definita, politicamente unitaria nel suo Stato di classe: è il capitalismo. E questo carattere indifferenziato, totalitario della classe capitalistica esce dalle supposizioni e dagli equivoci in maniera netta e inconfondibile, tutte le volte che dietro una corporazione padronale schiera i suoi gendarmi, con le armi in pugno, pronti a vibrare colpi tremendi sulle schiene operaie, anche se non provocati. Con il suo Stato il capitalismo è sempre fuori dalle aziende, perché fuori mantiene le sue questure e i suoi battaglioni di polizia mobile.
Opporre quindi alla presenza universale dello Stato capitalista organi frammentari, aziendali, periferici del proletariato, significa soffocare la lotta operaia, significa rinunciare per sempre a che il proletariato, vinto il nemico capitalista, fondi il suo Stato di classe.

La sezione sindacale d’azienda, come pure le Commissioni Interne e qualsiasi altro organo di fabbrica, costituiscono, in particolar modo sotto la direzione opportunista e traditrice del sindacalismo democratico, organi di collaborazione di classe con le direzioni aziendali, organi tipici di trasmissione dell’infezione opportunista al proletariato rinchiuso nelle galere aziendali. Il sindacato di classe deve avere i suoi organi di comando fuori dalla fabbrica, fuori dalla cellula economica del capitalismo, per non essere catturato dal possibilismo e dall’immediatismo che in essa hanno la loro origine.

Le grandi battaglie operaie per la tutela e la protezione del pezzo di pane si sono avute nelle piazze, nelle strade, nei grandi centri di naturale confluenza della classe operaia, dove le professioni e i mestieri si sono spersonalizzati, hanno perduto il loro specifico carattere corporativista, per fondersi in una sola massa omogenea, la sola che faccia tremare il potere del Capitale.

A questo si deve tornare.