L'aziendismo infezione comune a tutti i Sindacati
Il 4 novembre scorso si è conclusa la riunione del Comitato Centrale della FIOM, durante il quale è stato approvato il «rilancio immediato della iniziativa sindacale in tutte le fabbriche metallurgiche», articolato in cinque punti ruotanti attorno alla rinnovata scoperta della «realtà aziendale».
Il CC. ha tratto queste conclusioni dopo «il campanello d’allarme», suonato alla Fiat, in seguito ai risultati poco confortanti per la FIOM e per la CISL delle elezioni alle C.I. nel poderoso complesso industriale torinese.
Un primo commento della CGIL, dopo la débacle alla FIAT, imputava all’«AZIENDALISMO», attribuito ai sindacati locali di aperta ispirazione padronale, la sconfitta del sindacato «unitario». L’accusa è quanto mai grottesca perché si ritorce proprio sulla CGIL che del «sindacato nella fabbrica» fa il leit motiv della sua propaganda opportunista. La amara constatazione che CGIL e CISL (ma di questa, agli operai, che cosa importa?) sono stati battuti dai sindacati locali per la loro azione essenzialmente vincolata e limitata all’azienda, ha stupefatto le due centrali sindacali le quali hanno dovuto constatare di essere state battute SUL LORO STESSO TERRENO: L’AZIENDALISMO.
Tuttavia, com’è ormai invalso nella pratica opportunista e confederale, la tattica preferita è quella di scendere sempre sul terreno degli avversari baciati dal successo. Quindi, non stupiscono né il contenuto forcaiolo delle conclusioni del C.C. della FIOM, né le considerazioni contenute nei rapporti di quella riunione, i quali, ad onor del vero, ribadiscono l’urgente necessità della costituzione di organi sindacali aziendali e il riconoscimento delle «concrete e reali necessità dell’azienda» indispensabili al successo del sindacato «unitario».
Con questa chiara ed esplicita «accusa» e constatazione non si è fatto altro che dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, come tutte le centrali sindacali, tutti i sindacati, si muovano sul limitato ed angusto spazio aziendale, e, pur essendo organizzazioni di tipo nazionale, degradino la loro azione sindacale e politica al livello dell’azienda, anziché elevare il tono della loro attività al più ampio limite nazionale, anzi internazionale.
Ciò vale a dire che non esiste alcuna delimitazione sostanziale tra i vari sindacati, quali che sia la loro matrice politica.
Ed allora, in che cosa consiste mai la «iniziativa sindacale in tutte le fabbriche metallurgiche» rilanciata dalla FIOM? In questo: costituzione di «un grande numero di sezioni sindacali di azienda», per «portare avanti una azione rivendicativa capace di spostare i rapporti di forza nella fabbrica», senza la quale «non c’è in realtà neppure politica di piano», politica a cui i sindacati hanno dichiarato di subordinare l’effettiva e concreta realizzazione delle rivendicazioni economiche.
Che cos’è mai questo «aziendalismo» se non quella pratica sindacale e politica che considera gli operai non come una classe ma come una massa divisa e dispersa all’interno delle singole aziende, operante solo ed essenzialmente in vista del conseguimento di limitatissimi obiettivi di fabbrica? Questa caratteristica si è andata sempre più affermando proprio in quel sindacato, la CGIL, che vantava tradizioni di classe e in virtù di esse ha potuto mobilitare, organizzare e muovere la stragrande maggioranza dei proletari; ma era fin dall’inizio la specifica funzione di quei sindacati costituitisi nei giganteschi complessi industriali italiani, come FIAT ed OLIVETTI, sorti appunto per spezzare la visione unitaria delle masse salariate. È la «unitaria CGIL», (per non parlare della millantata centrale della CISL, che almeno agisce per quel che è) che è venuta meno alle sue stesse aspirazioni teoriche ed ha assunto a modello operativo quei sindacati di azienda.
L’aziendalismo, patrimonio controrivoluzionario, non può che unire tutti i sindacati ispirati da una politica controrivoluzionaria. Il loro carattere unitario non potrà che tingersi di giallo, il giallo della lotta contro il comunismo rivoluzionario, contro le storiche aspirazioni dei proletari.
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Come si vede, sono in atto tutti i mezzi per imbrigliare le attuali e le future lotte operaie, convogliandole e castigandole nel ristretto perimetro della azienda dopo di averle limitate alla conservazione obiettiva degli interessi del capitalismo.
Il riconoscimento dell’«azienda come realtà sociale» non poteva che implicare il riconoscimento della predisposizione antioperaia dell’attuale politica sindacale, in quanto questa realtà è la realtà del giganteggiare del modo di produzione capitalista, di cui l’azienda è la cellula di sfruttamento bestiale dell’operaio, cellula prodotta e riprodotta dal capitalismo stesso.
Ogni utopia velleitaria appiccicata all’anarco-sindacalismo, ogni demagogia riformista, ogni presunzione corporativista, sono contenuto in questa spudorata «presa di coscienza della nuova realtà». «Spostare i rapporti di forza nella fabbrica» è anarchismo, e della peggior specie, quando si affida non alla lotta delle masse organizzate ma al «peso democratico dei sindacati»; è riformismo di lega deteriore quando prevede mutamenti del rapporto di forza al vertice statale capitalista partendo da impossibili e disfattisti spostamenti di forza in quella cellula dell’economia del capitale che è l’impresa; è corporativismo più bieco di quello fascista, quando immedesima le sorti del sindacato con quelle dello Stato democratico, che rimane sempre e meglio lo Stato del Capitale.
È da queste crude e nude constatazioni, non nuove ma vecchie di oltre un secolo, che il nostro partito ha definito la terza ondata opportunista – quella attuale come la sintesi più spregiudicata delle nefaste ondate precedenti, quella che più si addice storicamente alla fase imperialistica del capitalismo, il quale, per difendere il suo sistema di sfruttamento del lavoro salariato, non ha trovato di meglio che stringere una permanente e concreta alleanza politica e sindacale con gli attuali sedicenti partiti operai, falsi comunisti e socialisti. È su questa alleanza, dietro cui si cela l’alleanza tra il grande capitale e la mezza classe, sostenuta dagli strati degli operai meglio pagati (l’«aristocrazia operaia», secondo Lenin e noi), che deve picchiare la santa violenza proletaria, è contro di essa che deve indirizzarsi e ingigantirsi l’odio della classe operaia.
Il nodo opportunismo-capitalismo deve essere sciolto dalla ripresa della lotta di classe dei salariati, il cui primo compito è di lottare senza quartiere contro le dirigenze sindacali emanazione degli attuali partiti operai democratici, contro la politica sindacale dell’opportunismo. Lottare contro questi mostri del tradimento significa compiere ogni sforzo per superare i limiti aziendali all’azione sindacale, impiegare il tradizionale e classico strumento dello sciopero, trasformare le lotte articolate, di settore, di categoria, di azienda, in lotte generali; rifiutarsi di subordinare gli interessi dei lavoratori a quelli del «piano», della «programmazione economica», della «economia nazionale», delle sorti della «democrazia» e dello Stato.
È questo il fronte di combattimento, la linea di battaglia per procedere sicuramente e decisamente verso le superiori posizioni politiche da cui trasformare la lotta economica in lotta per il potere, dove l’obiettivo immediato non è più la briciola arcisudata di pane, ma la distruzione finalmente di ogni forma di schiavizzazione del lavoro umano.
All’«aziendalismo», cui si sono piegate le centrali sindacali tutte e i sindacati in genere, la classe operaia deve opporre tutta se stessa, vale a dire deve rifiutarsi di essere manovrata come una massa informe, divisa, imprigionata nelle mille galere aziendali. La classe deve ritornare a respirare la pura aria della lotta frontale e diretta contro lo Stato capitalista.