La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.4)
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2) Il secondo gruppo di avvenimenti che hanno dato origine alla “distensione”, comprende i cambiamenti verificatisi negli ultimi anni all’interno della Russia krusceviana e degli Stati che politicamente la affiancano.
All’inizio di questo articolo si è smantellata la ridicola teoria secondo cui l’accostamento della Russia all’Occidente si spiega col timor panico che i progressi della industrializzazione cinese susciterebbero nei dirigenti di Mosca. È l’inguaribile mentalità finalistica che produce siffatte idiozie. Bisogna essere ciechi per non capire che la politica delle potenze, piccole o grandi ed anche grandissime, obbedisce ad un ferreo determinismo che si beffa della “volontà” e delle intenzioni degli “uomini di Stato”. Certo, per effetto della industrializzazione a tappe forzate che il regime “comunista” cinese va conducendo, la Cina, tra qualche decennio, diventerà la prima potenza asiatica. Esistono tutte le condizioni affinché tale previsione si tramuti in realtà: l’immenso territorio, la sterminata popolazione, i giacimenti minerari e, quel che soprattutto conta, la ventata di spirito rivoluzionario che anima le moltitudini popolari. Un’altra condizione obbiettiva merita un cenno: le radicate tradizioni collettivistiche di un popolo antichissimo che la millenaria lotta contro i giganteschi rivolgimenti della natura (soprattutto, le inondazioni dei fiumi) ha abituato al lavoro di massa. Del resto, la Cina è sempre stata, nei secoli, la maggiore potenza asiatica. Se, dopo cent’anni di eclisse, essa giungerà sotto il regime “comunista” a riprendere il posto che il Celeste Impero occupava tra le potenze asiatiche e mondiali, di ciò potranno stupirsi soltanto gli sprovveduti.
Certo i dirigenti russi si figurano benissimo che in un avvenire non remoto avranno da fare i conti con la rinata potenza cinese. Ciò rientra nella dialettica politica degli Stati a base nazionale. Di che meravigliarsi? Forse che il blocco occidentale atlantico non e minato dalle insanabili contraddizioni nazionalistiche che oppongono gli Stati membri gli uni agli altri?
Previsione più realistica è che la “distensione” russo-americana potrà tradursi, per quanto riguarda l’estremo oriente, in una normalizzazione dei rapporti cino-americani. Non si dimentichi che la tendenza alla espansione in Cina è una “costante” della politica imperialistica americana. Anzi, la “questione cinese” condiziona tutta la politica americana nel Pacifico, e quindi rappresenta per gli Stati Uniti una questione di primaria importanza. C’è di più. L’intervento americano nella “questione cinese” segna, più che la guerra di Cuba e la conquista delle Filippine (1898), il vero atto di nascita della politica mondiale degli Stati Uniti. Tale significato racchiude, a parer nostro, la mediazione del presidente Teodoro Roosevelt nelle trattative di pace dell’autunno 1905 tra i governi giapponese e russo, a conclusione della fulminea guerra che vide l’Impero zarista soccombere sotto i colpi delle armate del Mikado. Il trattato di pace fu difatti sottoscritto a Portmouth (USA) il 5 settembre 1905 e ratificato a Washington il 25 novembre.
Ciò significa non tanto che gli Stati Uniti intervenivano nelle rivalità fra la Russia zarista e l’Inghilterra di allora, senza l’aiuto della quale la fortuna militare dei nipponici certamente avrebbe subito un grave colpo, quanto che il nascente imperialismo americano stava chiarendo a sé stesso gli obbiettivi posti dal suo stesso sviluppo storico e che sarebbero stati raggiunti più tardi: l’egemonia nel Pacifico, la neutralizzazione della potenza nipponica, la colonizzazione della Cina. Tale tendenza prese corpo a seguito degli avvenimenti succeduti alla rivoluzione antimonarchica cinese e soprattutto all’epoca dell’annessione della Manciuria da parte dei giapponesi, che nel 1931 proclamarono la fondazione dello Stato-fantoccio del Man-ciu-kuo, di fatto possedimento giapponese. Certo che il conflitto cino-nipponico, scoppiato nel 1937, vide il pieno appoggio americano alle armi cinesi: gli Stati Uniti, benché formalmente in pace con Tokyo, rifornirono il governo di Ciang-kai-sceh di ogni sorta di aiuto, non escluse formazioni aeree guidate da “volontari”.
La vittoria militare sul Giappone nell’estate atomica del 1945 sembrò realizzare integralmente i piani egemonici americani nel Pacifico, ma subito dopo la fine del conflitto mondiale, la guerra civile cinese, che durava dal 1927, rimise tutta la posta in gioco. Il regime di Ciang-kai-sceh, che nelle intenzioni degli imperialisti USA doveva funzionare da veicolo della espansione americana, cominciò a vacillare. Il resto è storia di ieri. Quando, nel febbraio 1950, cadde Si-chang, ultima base del Kuomintang sul continente, e Ciang fu costretto a rifugiarsi a Formosa, già da almeno due anni il sogno americano della conquista della Cina poteva dirsi svanito.
Ciò non significa che l’imperialismo americano abbia rinunciato alla Cina. L’immenso spazio cinese resta pur sempre una preda agognata per l’imperialismo del dollaro, il rifornimento del mercato cinese un sogno dorato per i finanzieri “yankee”. Mostra di non avere capito le ragioni della guerra nippo-americana chi non riesce a comprendere che lo smantellamento della potenza militare nipponica e l’occupazione delle isole metropolitane dell’Impero del Sol Levante tendevano soprattutto alla conquista della Cina. Per il capitalismo americano la produzione nipponica rappresenta, date le sue capacità concorrenziali, un pericolo o almeno un grave disturbo. Tutt’altra cosa rappresenta per l’esportazione americana il mercato cinese, affamato di articoli industriali.
Orbene, se fino ad oggi gli Stati Uniti hanno dovuto rassegnarsi alla cessazione di ogni rapporto commerciale e finanziario con la Cina – il blocco commerciale americano contro la Cina ricorda la favola della la volpe e dell’uva, altro che storie sulla “moralità internazionale”! – ciò è accaduto proprio per effetto della “guerra fredda”. Adesso tutte le grandi firme del giornalismo occidentale mostrano di dimenticare che la più grave tensione verificatasi nella storia dei rapporti tra Stati Uniti e Cina venne a situarsi nel pieno della “guerra fredda”. Forse che la guerra di Corea, che vide i “volontari” cinesi ricacciare le armate americane fino alla testa di ponte di Fusan, non scoppiò nell’estate del 1950 e si trascinò fino all’estate del 1953? E non fu nell’agosto del 1953 che ebbe inizio l’attacco cinese alla isola di Quemoy tenuta, insieme con Formosa e le Pescadores, dai mercenari di Ciang-kai-scek? E non fu nel gennaio del 1955 che il governo americano proclamò la decisione di difendere con la forza queste isole?
È evidente allora che, seguendo alla “guerra fredda”, la “distensione” inevitabilmente avrà per effetto il riaccostamento – se prima diplomatico e poi commerciale o viceversa poco importa – tra Stati Uniti e Cina. E che significherà tutto ciò? Chiaro: la Cina finalmente uscirà dal parziale isolamento in cui oggi si trova. E allora non è difficile prevedere che tale cambiamento gioverà allo sviluppo in tutti i sensi della potenza cinese. Accadrà infatti che non più soltanto la Russia, ma anche gli Stati Uniti, siatene certi, saranno felici di… aiutare la Cina.
In altre parole, è proprio la “competizione economica” tra gli Stati Uniti e la Russia, sotto il cui segno si sta varando la “distensione”, che gioverà alla potenza cinese. Bisogna allora essere dei deficienti inguaribili per sostenere la tesi secondo la quale (vedi tutta la stampa occidentale atlantica) la Russia tende ad accostarsi all’Occidente per paura della Cina.
Ma se la paura dei russi verso la Cina è una favola, l’accostamento della Russia all’Occidente capitalistico è un innegabile dato di fatto. Bisogna spiegarlo. E per riuscirvi bisogna prendere in esame i rivolgimenti sociali che la politica riformistica di Krusciov ha provocato all’interno della Russia sovietica. Allora si comprenderà che, tra le cause del riaccostamento russo-americano, figura in primo piano il fenomeno della galoppante “occidentalizzazione” della società russa dell’era di Nikita Krusciov.
Noi non abbiamo bisogno di fornire le prove del nostro anti-stalinismo. Fin da quando la tirannia di Stalin era un fatto, e non ancora un ricordo come oggi, la sinistra comunista italiana combatté, incurante delle scomuniche laiche del Cremlino, le mostruose degenerazioni causate dallo stalinismo nella dottrina e nella politica dei partiti comunisti. Non possiamo certo riassumere in questa sede le nostre fondamentali stroncature critiche delle false teorie economiche e politiche messe in giro dallo stalinismo a copertura del tradimento perpetrato a danno della rivoluzione comunista e del proletariato mondiale. I lettori conoscono il “Dialogato con Stalin” e il “Dialogato coi morti” che rivestono nella lotta contro la degenerazione stalinista la stessa importanza dei testi di Lenin e di Trotski nella lotta contro il tradimento opportunista di marca socialdemocratica. Per avere avuto il coraggio di sfidare apertamente lo stalinismo in tempi in cui avvenimenti come il XIX Congresso del P.C. russo, il congresso della “destalinizzazione”, erano ancora nel regno delle utopie, il nostro partito può oggi tranquillamente affermare che la degenerazione stalinista era una fase non ancora conclusiva della più che trentennale degenerazione russa, cui doveva succedere la fase kruscioviana, e ancora non si vede il fondo che sarà raggiunto quando apertamente i capi di Mosca romperanno con il marxismo. Ciò non significa che giudichiamo lo stalinismo preferibile al krusciovismo, ma solo che riteniamo il krusciovismo un fenomeno degenerante peggiore dello stalinismo.
La Russia, nascente potenza finanziaria
Alcuni scienziati sostengono la teoria della espansione dell’universo, secondo la quale i corpi celesti si allontanerebbero reciprocamente a velocità fantastiche. Tale teoria andrebbe meglio applicata allo studio della società russa. Sì, la società russa si espande! In tutti i sensi: industriale, militare, commerciale, tecnico, ecc. Ma si espande allontanandosi a velocità sempre crescente dal nucleo di comunismo, politico e sociale, fondato dalla Rivoluzione socialista dell’ottobre 1917. Si tratta innegabilmente di una espansione, ma che si effettua in senso retrogrado rispetto al comunismo dei gloriosi soviet di Pietroburgo e Kronstadt. La Russia di Krusciov è tutta tesa nello sforzo, non di distruggere il lurido mondo borghese che sopravvive alla sua putrefazione in Occidente, ma di imitarlo. E come potrebbe essere diversamente? Gareggiare possono solo coloro che tendono ad una medesima mèta, non coloro che perseguono scopi diversi. Come potrebbero “competere” il capitalismo che tende a conservare il mondo borghese e il comunismo che tende a distruggerlo? Se fatti come l’introduzione della vendita a rate, che sotto il capitalismo non è che schiavizzazione del consumatore e ribadimento del monopolio capitalista dei mezzi di produzione, vengono salutati nella Russia di Krusciov come “passi innanzi”, è chiaro che la Russia si espande tuttora entro il capitalismo.
Ma l’accostamento della Russia all’Occidente, l’“occidentalizzazione” massiccia della società russa, è denunciata non tanto dalle riforme apportate dal krusciovismo nella gestione dei mezzi di produzione (decentralizzazione della direzione delle aziende, abolizione delle stazioni statali di macchine e trattori e trasferimento del macchinario ai colcos, allargamento della sfera del commercio interno ed estero, ecc.), quanto dall’atteggiamento politico dei capi del Cremlino, dagli orientamenti della classe intellettuale, dalla evoluzione del costume. Da tutti i fatti della vita quotidiana della società russa che da qualche tempo la stampa “comunista” si compiace di riportare, si ricava la desolante certezza che la società sovietica, lungi dall’essere giunta alla fase di trapasso dal socialismo al comunismo – come pretende, senza convincere ormai più nessuno, la bolsa propaganda kruscioviana – si va largamente infettando di occidentalismo, anzi di americanismo. Se i piani quinquennali staliniani introdussero nell’arretrato corpo sociale russo l’inferno del lavoro salariale e della produzione di massa, lo spurio liberalismo economico dei kruscioviani ha completato il quadro inconfondibile della società capitalistica, traducendo sul piano sociale le conseguenze dell’industrialismo capitalistico instaurato e condotto avanti, con metodi tipicamente borghesi, dallo stalinismo.
La Russia è oggi socialmente più vicina al modello capitalistico-borghese che al momento della morte di Stalin. Ormai è diventata impresa vana il ricercare nella struttura sociale russa dei tratti originali non rintracciabili nel corpo delle vecchie società borghesi di Occidente. La liquidazione dell’opposizione molotoviana, che ereditava le residue tradizioni antioccidentali dello stalinismo, tolse di mezzo, nel 1957, ogni ostacolo alla politica krusciovista. Da allora il krusciovismo rappresenta nella storia contemporanea della Russia ciò che rappresenta nella vita familiare il rampollo che eredita le fortune accumulate ferocemente dal genitore. Lo stalinismo distrusse il bolscevismo che aveva compiuto la Rivoluzione d’Ottobre, e imborghesì la Russia coprendosi dietro le realizzazioni industriali dei piani quinquennali, i quali ebbero l’effetto sicuro di trasformare in operai salariati una gran parte della popolazione russa. Adoperava però ancora un fraseologia para-rivoluzionaria che ne mascherava la degenerazione teorica e politica. Né esitò a misurarsi, sia pure indirettamente, con gli Stati Uniti sul terreno militare.
Con la “destalinizzazione” il krusciovismo rigettò la parte meno degenere dello stalinismo – l’ostilità verso l’Occidente, che resta pur sempre il baluardo della conservazione e della controrivoluzione borghese. Ma occorre riconoscere che al krusciovismo non restava da seguire altra via, pena la dilapidazione della sostanza dell’eredità dello stalinismo. Conseguenza inevitabile dell’alto industrialismo, a base salariale e quindi capitalistica, alimentato dai piani quinquennali, collaudato dalla guerra mondiale e definitivamente trionfante nella vittoria militare ottenuta dalla Russia, era la conquista di un posto adeguato nel mercato mondiale. Non diversamente vive l’altro industrialismo capitalista. Anzi, caratteristica essenziale di ogni economia capitalistica è la tendenza a liberare il traffico commerciale dalle pastoie del localismo.
Ciò che rende la Russia kruscioviana socialmente più vicina al modello capitalistico-borghese, se confrontata alla Russia staliniana, è appunto la “coscienza mondiale” dei dirigenti russi. Se si studia la formazione delle potenze capitalistiche di occidente, si trova che la borghesia nazionale, ad un certo punto della sua evoluzione, scopre in se stessa una tale coscienza. Contemporaneamente, la classe borghese dominante mitiga i metodi drastici di sfruttamento della manodopera fin allora spietatamente impiegati (vedi l’Inghilterra dell’epoca del movimento cartista) e concede regimi liberal-democratici. Tale trapasso si situa nel periodo in cui la costruzione della macchina industriale è ormai compiuta, uno strato di “aristocrazia operaia” si è enucleato dalle masse lavoratrici, il ceto medio si è pecorescamente lasciato inquadrare dal grande capitale, la burocrazia statale ha avuto tutto il tempo di trasformarsi in una casta inamovibile. Orbene tutto ciò si è sostanzialmente ripetuto in Russia, sotto i nostri occhi. Non altra differenza è possibile cogliere storicamente tra lo stalinismo e il krusciovismo.
La politica della “distensione”, della “competizione pacifica”, rappresenta per il krusciovismo l’unica maniera possibile di mettere a frutto l’eredita stalinista. Perciò sbagliano profondamente coloro che tendono a scorgere una contraddizione fra krusciovismo e stalinismo. Per accorgersene, basta dare un’occhiata alle statistiche e constatare quali e quanti progressi ha compiuto, sotto Krusciov, la politica di investimenti esteri etichettati eufemisticamente come “aiuti”; come si è infittita la rete del commercio estero dell’URSS; come, in una parola, si è ingrandita la sfera di influenza economica di Mosca.
L’accostamento della Russia all’Occidente non è appalesata dal contatto fisico delle bandiere nazionali, che a festoni e ghirlande incorniciano i teatrali incontri tra i “vertici” russo e occidentali. Tutto ciò è coreografia. La vera sostanza dell’accostamento all’Occidente sta nell’inarrestabile maturare, all’interno della società russa, dei fenomeni tipici della dominazione del capitale finanziario, che è la base dell’imperialismo. Ciò che rende il krusciovismo più ripugnante che lo stalinismo è proprio il fatto che la politica internazionale dello Stato russo non si affida più soltanto alla forza bruta delle armi, ma al potere del Danaro. La Russia sta diventando sotto Krusciov un centro della finanza mondiale: ecco il fatto decisivo che accomuna il preteso “paese del socialismo” alle potenze borghesi. Bisogna avere uno stomaco assolutamente refrattario alla nausea, per digerire le pseudo-teorie che fanno di uno Stato, che tratto con altri Stati da creditore a debitore, nientemeno che il centro motore della rivoluzione anticapitalistica!
Ma è proprio tale attitudine affaristica dello Stato russo che induce i grandi pirati del capitalismo internazionale a trattare con esso, ad onta dell’orripilante etichetta di “comunismo”. A Washington, Krusciov non si è incontrato con avversari, ma con colleghi; nel caso peggiore, con concorrenti. Lo stesso toccherà a Eisenhower, allorché visiterà la Russia.
Facciamo il punto. Se fosse dipeso dalla volontà dei russi, la “guerra fredda” non sarebbe mai scoppiata. Non fu Mosca, ma la rivoluzione anticoloniale, che sconvolse il mondo subito dopo la seconda guerra mondiale. La “distensione” coincide oggi con la fase di assestamento dei paesi sorti dalla decomposizione del colonialismo, e di ristabilimento dell’equilibrio mondiale. Essa d’altra parte risponde alle esigenze di espansione dell’influenza russa nel mondo e al bisogno di normalità internazionale dei nuovi Stati afro-asiatici, per i quali la tensione internazionale comporta gravi rischi (come già si vide all’epoca della fallita spedizione franco-anglo-israeliana contro l’Egitto), mentre ostacola la realizzazione dei piani di industrializzazione. Bisogna adesso illustrare gli altri potenti fattori obbiettivi che sono all’origine della “distensione”: la crisi generale dell’imperialismo americano, le lacerazioni in seno all’alleanza atlantica, la rivoluzione tecnica apportata dalla introduzione delle tele-armi.