Per una storia del movimento sindacale coreano 1945-1998
Questo articolo è stato pubblicato in:
Dopo la sconfitta militare del Giappone la parte meridionale della penisola coreana fu posta sotto amministrazione statunitense.
Nel novembre 1945 venne fondato dai partiti che avevano partecipato alla resistenza antigiapponese il ‘Consiglio Nazionale dei Sindacati di Corea’ (Chumpyong, KNCTU) di influenza stalinista, che continuava l’opera del movimento sindacale clandestino esistito nel periodo della colonizzazione giapponese. Esso portava avanti rivendicazioni sia di natura economica sia politica; rivendicava il controllo da parte dei comitati operai di fabbrica delle aziende già di proprietà dei giapponesi, dei traditori nazionali e dei coreani pro-nipponici, trasformando così lo scontro di classe in una questione nazionale, come nello stile stalinista. Esso organizzò anche degli scioperi generali, uno nel settembre 1946 e poi nel marzo 1947 e nel febbraio e maggio 1948.
Per spezzare l’azione di questo sindacato che, pur non seguendo una politica di classe, contrastava i loro piani, gli USA crearono, nel marzo 1946, la ‘Federazione Coreana del lavoro per la promozione dell’indipendenza’ (Daehan Nochong, KLFIP). Questo sindacato propugnava la collaborazione tra lavoratori e padronato e si organizzò su base di fabbrica anziché di categoria, per contrastare sul nascere ogni possibilità di generalizzazione del malcontento operaio. Con l’insediamento del governo del partito liberale nel 1948 il KLFIP diventò un formidabile strumento del governo per spezzare le organizzazioni operaie.
La guerra che scoppiò nel 1950 fu naturalmente un serio ostacolo per lo sviluppo di un movimento sindacale di classe. Ma anche durante la guerra si verificarono delle lotte: lo sciopero dei tessili di Chosun nel 1951, la lotta dei minatori per aumenti salariali e lo sciopero dei portuali di Pusan che boicottarono il trasporto di rifornimenti militari, nel 1952. Nonostante la difficile situazione politica queste lotte portarono, per la prima volta in Corea, all’approvazione di alcune leggi sul lavoro, il Trade Union Act del 1953.
In questi anni il regime procedette ad una capillare campagna di indottrinamento anticomunista; chiunque fosse sospettato di essere un ‘rosso’ veniva immediatamente sequestrato, interrogato, spesso torturato, schedato e condannato ad anni di ‘rieducazione’ in campo di concentramento. I sindacati di regime, sotto il controllo della polizia politica, funzionavano come ottimi strumenti di spionaggio nelle fabbriche.
Al crollo della dittatura del partito liberale, avvenuta nell’aprile del 1960 a seguito di una serie di sanguinose rivolte, si verificò anche una spinta dal basso per ‘democratizzare’ il KLFIP rimuovendo i funzionari più legati al regime e sostituirli con altri eletti dalla base operaia; i lavoratori richiedevano anche la fondazione di sindacati per le categorie che ancora non erano organizzate: gli insegnanti, i bancari, i giornalisti e anche la formazione di un comitato di aiuto per i disoccupati. In questa fase il KLFIP si trasformò in ‘Federazione dei Sindacati Coreani’. Il numero degli scioperi passò da 59 nel 1959 a 277 nel 1960.
Nel maggio 1961 il regime rispose col colpo di Stato militare del Generale Park che portò allo scioglimento di tutti i partiti e dei sindacati. Ma nell’agosto successivo un nuovo sindacato venne ricostituito per iniziativa dello Stato, la ‘Federazione dei Sindacati Coreani’ (FKTU): essa contava all’inizio circa 100.000 operai organizzati, ma nel 1970 diventavano 470.000 e nel 1979 un milione. In effetti gli anni *60 e ’70 vedranno il movimento sindacale entrare in una nuova fase poiché il paese stava rapidamente industrializzandosi su larga scala con un aumento conseguente del numero dei lavoratori e dunque della loro forza contrattuale.
All’inizio degli anni ’70 il regime si dotò anche di una legislazione più adatta a contrastare l’organizzazione sindacale di classe varando nel 1970 la ‘Legge straordinaria sui Sindacati e sulla composizione dei conflitti di lavoro per le Compagnie a capitale estero’ e nel 1971 la ‘Legge speciale sulla sicurezza nazionale’. Queste leggi limitavano fortemente il diritto alla contrattazione e all’azione collettiva.
A metà degli anni ’70, col crescere della forza del movimento operaio e per l’inazione del sindacato di regime, cominciò a formarsi un cosiddetto ‘Movimento sindacale democratico’, cioè un sindacato di base. Le lotte della classe operaia divennero sempre più intense e versatili. Dato il clima di feroce repressione per cui indire uno sciopero poteva portare come minimo al licenziamento, ma anche alla prigione e alla morte, la forma di lotta prescelta fu spesso quello degli scioperi ‘a gatto selvaggio’, improvvisi, organizzati da comitati clandestini, che davano spesso origine a scontri violenti con la polizia.
Riportiamo uno di questi episodi di lotta violenta in difesa delle condizioni di lavoro e di vita: nell’aprile 1979 a Sabuk (130 Km a sudest di Seul) 35.000 minatori assunsero il controllo della città (50.000 abitanti) impadronendosi del comando di polizia e della milizia. Reagivano contro un accordo salariale firmato dai sindacati di regime, sul quale evidentemente non erano molto d’accordo: una sindacalista venne tenuta in ostaggio per due giorni. La lotta cessò solo quando i padroni ebbero concesso un aumento del 20% retroattivo dal gennaio, un aumento del 400% della gratifica annuale, l’assicurazione di un altro aumento salariale nel caso di aumenti del prezzo del carbone. Le truppe che avevano circondato la città, dopo la conclusione dell’accordo rientrarono alle loro basi senza sparare un colpo. I minatori infatti si erano impadroniti delle armerie facendo chiaramente intendere che non si sarebbero lasciati reprimere tanto facilmente.
Il 29 ottobre 1979 venne assassinato il Generale Park.
Nel maggio 1980 la borghesia organizzava un nuovo colpo di Stato militare. Il ‘nuovo’ regime iniziò una spietata repressione contro il movimento sindacale a cui non sfuggì neppure il sindacato di Stato; il suo presidente e i più alti funzionari furono sbattuti fuori; 106 sindacati locali furono sciolti e 191 funzionari costretti a dimettersi; naturalmente la repressione fu ancora più dura contro il sindacato di base: molti dei suoi attivisti furono licenziati e arrestati.
A metà maggio del 1980, a Kuangiu, un centro industriale di circa 800.000 abitanti nella provincia del Cholla, nell’estremo sud, alcune manifestazioni di studenti duramente represse dalla polizia innescarono la rivolta degli operai che scesero in una vera e propria insurrezione. Dal 21 al 23 maggio la rivolta si sviluppò incontrollata, estendendosi spontaneamente ai centri vicini fino ad un raggio di oltre 100 chilometri. I giovani proletari si erano impadroniti degli arsenali e dei mezzi di trasporto.
I giornali riferivano di un continuo movimento di camion carichi di ragazzi armati che andavano e venivano verso le altre città. Il 22 maggio ne arrivarono a Mokpo 300 in camion e subito scoppiò la sommossa: fu incendiata la sede della polizia segreta e della stazione radio. Questo fatto è indicativo: sia a Kwangiu sia a Mokpo le stazioni radio vennero incendiate mentre, se ci fosse stata una direzione politica, le avrebbe utilizzate per fomentare la rivolta nel resto del paese.
Il 23 maggio l’ondata era già in fase di riflusso. Venne annunciata la formazione di comitati cittadini composti da studenti, professori, ecclesiastici, tutta gente che non aveva nulla a che vedere con le masse insorte; questi comitati gradualmente presero il controllo della situazione essendo l’unica forza organizzata. Una delegazione, capeggiata dal vescovo, iniziò trattative con le autorità militari. Venne formata una specie di polizia civica a Kuangiu che iniziò la requisizione delle armi. Contemporaneamente l’esercito attuò in tutta tranquillità l’accerchiamento della città. Come in tutte le insurrezioni quando i ribelli si mettono sulla difensiva sono già battuti. Mentre il vescovo proseguiva le trattative, mentre i comitati civici disarmavano gli insorti, il cerchio si stringeva e l’esercito avanzava fino a ridosso delle barricate.
Il 25 maggio la maggior parte delle armi erano state raccolte e la delegazione guidata dal vescovo propose un accordo in 7 punti che prevedeva due cose in netto contrasto tra loro: da una parte la riconsegna delle armi, dall’altra la ridicola promessa che non venissero attuate repressioni e, veramente esilarante, che il governo avrebbe fatto pubbliche scuse.
Il 26 reparti di paracadutisti si attestarono sulle colline che dominano la città. Il 27 tutto era pronto per l’atto finale; la passeggiata dell’esercito poté concludersi con la rioccupazione della città e lo scatenarsi delle violenze contro la popolazione inerme. I morti, il cui numero non è mai stato accertato, furono molte centinaia.
Questo il commento sul nostro giornale: «È stata una rivolta proletaria che ha le sue radici nelle terribili condizioni di vita delle masse sfruttate e che ha preso le mosse dal fatto occasionale dell’instaurazione della legge marziale. Su questa rivolta spontanea e incontrollata si sono innestate le rivendicazioni di una numerosa e agguerrita piccola borghesia urbana e intellettuale il cui nerbo organizzato è costituito dagli studenti, e che da lungo tempo lotta per l’instaurazione di un regime democratico ad essa più congeniale. Le masse proletarie sono disorganizzate e senza guida, non hanno né un proprio partito né un proprio sindacato. In queste condizioni la direzione della lotta poteva essere presa in mano soltanto dalla piccola borghesia intellettuale cioè dagli studenti che hanno una propria organizzazione ed anche un proprio programma politico generale che si riassume appunto nella instaurazione della libertà di parola, di associazione, di stampa, libere elezioni ecc.».
Alla fine del 1980 una speciale ‘Conferenza Nazionale per la Legislazione sulla Sicurezza’ si incaricò di rivedere la legislazione sul lavoro, riducendo drasticamente anche i diritti più elementari degli operai: in particolare il sindacato doveva basarsi su una struttura aziendale; fu anche rafforzato ulteriormente il controllo sul sindacato di Stato.
Nel 1984 iniziò una nuova fase di ripresa delle lotte sindacali per aumenti salariali, miglioramento delle condizioni di lavoro, ‘democratizzazione’ dei sindacati gialli, diritti degli operai, formazione di organizzazioni operaie indipendenti.
Un articolo di ‘Le Monde Diplomatique’ del 1986 descriveva in questi termini le condizioni dei lavoratori in Corea del Sud: «A termini di legge la durata del lavoro è di 48 ore settimanali, ma può essere estesa fino a 60 ore a seguito di accordo tra sindacati e padronato. Ma le organizzazioni sindacali ufficiali sono sotto controllo della polizia politica, l’Anguil-Bu. Nel marzo 1984 sono scoppiati degli incidenti nella miniera di Sabuk, a sud est di Seul, (quella dell’insurrezione armata del 1980, probabilmente) a seguito del rifiuto degli operai di riconoscere come loro rappresentanti sindacali dei ceffi imposti dalla polizia politica. Senza dubbio la situazione dei lavoratori delle grandi compagnie è sensibilmente migliore dei quella dei lavoratori delle piccole imprese. La durata settimanale del lavoro si è accresciuta di 4 ore e mezzo tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80 secondo le statistiche del BIT. Esse mostrano inoltre che con una. durata media di 54 ore di lavoro settimanali, la Corea è il paese dove si lavora di più. I lavoratori, soprattutto della piccola industria non hanno ferie, non hanno assistenza malattie. I salari sono molto variabili e vanno dai 300-350 mila won al mese di un operaio specializzato, ai 50.000 won di un operaio generico dei settore tessile. Lo stesso governo riconosce la gravità della situazione e intende varare una legge per introdurre un salario minimo di 100.000 won nelle imprese che impiegano più di 10 lavoratori».
Il periodo dal luglio al settembre del 1987 è contraddistinto da grandi lotte; dal giugno 1987 al 1989 il numero dei sindacati aumentò da 2.742 a 7.147 e gli iscritti passarono da un 1.050.000 a 1.932.000; vennero sindacalizzati molti settori nuovi: stampa, ospedali, edilizia, istituti di ricerca, scuole, ecc. Negli anni successivi il numero degli iscritti a causa della ristrutturazione industriale si ridusse un po’, per stabilizzarsi a circa 1.667.000, il 14,3% della popolazione attiva.
I nuovi sindacati d’azienda condannarono il FKTU come sindacato legato al regime e rifiutarono di affiliarvisi, formando dei loro consigli regionali.
Nel gennaio 1988 l’Assemblea Nazionale, per porre un argine alla protesta operaia, approvava una legge sui minimi salariali e una legge sull’eguaglianza dei dipendenti maschi e femmine.
Gli operai in questi anni riescono a strappare aumenti salariali senza precedenti: 1987 + 10,1%; 1988 +15,5%; 1989 + 18,8%.
I miglioramenti salariali e l’esercizio di alcune libertà, come l’entrata nell’OCDE, portano molti attivisti operai a cadere in illusioni di tipo socialdemocratico.
Nel gennaio 1990 venne fondato il ‘Congresso Sindacale di Corea’ (KTUC, Chomnno- hyup), ad opera dei Consigli regionali. Esso costituì il punto di riferimento dei nuovi sindacati di base. I sindacati dei lavoratori della stampa, degli ospedali, degli specialisti e tecnici, dei bancari, degli impiegati in genere, dei lavoratori della scuola crearono le loro federazioni indipendenti; consigli di mestiere separati furono formati anche da tipografi, dipendenti da compagnie straniere, docenti universitari e addetti alla manutenzione degli edifici. Questi consigli e federazioni di ‘colletti bianchi’ si federarono nel ‘Congresso Coreano delle federazioni dei Sindacati Indipendenti di Mestiere’ (KCIIF, Upjonghoewi). Sembra che questi due organismi, dopo la nascita nel 1992 del ‘Comitato congiunto per le questioni ILO (International Labour Office) e per la riforma delle legge sul lavoro’, si siano infine unificati verso la fine del 1993 nel ‘Consiglio Coreano dei Rappresentanti sindacali’ (KCTU, Chonnodae) per arrivare nel novembre 1994 alla fondazione del ‘Consiglio Coreano dei Sindacati’ (KCTU, Minnochong) che comprende 1.405 sindacati e 526.000 iscritti.
Il KCTU rivendica il principio di indipendenza e di democrazia per il movimento sindacale; è contrario all’organizzazione su base aziendale e accoglie sindacati per settore di lavoro uniti in un centro nazionale.
Nella seconda metà degli anni ’80 e nei primi anni ’90 il movimento di sciopero ha conosciuto una grande espansione, toccando il suo massimo nel 1987. Il numero degli scioperi nell’anno sono stati, nell’ordine dal 1986 al 1993: 278; 3.749; 1.878; 1.616; 322; 234; 235; 144. Le lotte sono state organizzate meglio degli anni precedenti e sono state pianificate e di versificate a seconda che si trattasse del livello di intera categoria, regionale o aziendale.
Nel 1994 è stato celebrato per la prima volta il Primo Maggio.
Delle lotte della fine del 1997 e dei primi mesi di quest’anno abbiamo riferito sul nostro giornale a più riprese e degli ultimi avvenimenti nel numero scorso.