Partito Comunista Internazionale

A proposito di un inciso di Marx sulla violenza

Categorie: Democratism, First Congress, Karl Marx, Party Doctrine, Social Democracy

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È noto che, nella sua rabbiosa polemica antibolscevica sulla dittatura del proletariato e, in genere, sulla violenza nella lotta fra le classi, Kautsky credette di potersi appellare all’inciso di un discorso tenuto da Marx ad Amsterdam nel 1872 ai margini del congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori tenutosi all’Aja. Diceva l’inciso: «Ma noi non affermiamo che la via per raggiungere questo scopo [la conquista del potere politico] sia la stessa dovunque. Sappiamo di dover tenere conto delle istituzioni, dei modi e dei costumi dei diversi Paesi, e non neghiamo che vi siano Paesi come l’Inghilterra e l’America e, se ho capito bene il modo come siete organizzati, aggiungerei anche l’Olanda, in cui gli operai raggiungeranno questa meta con mezzi pacifici. Ma non in tutti i Paesi è questo il caso».

Fu facile allora a Lenin e Trotzky ribattere come l’ipotesi di una conquista pacifica del potere in Inghilterra e America non volesse significare in Marx un avallo delle illusioni democratiche, pacifiste e parlamentari, e tanto meno il rinnegamento della dittatura esercitata dalla classe proletaria vincitrice sulla classe vinta, ma si riportasse ad una valutazione di rapporti specifici di forza, e precisamente alla assenza per allora di un apparato militare e burocratico organizzato nella classe dominante di quei Paesi di fronte al rapido e travolgente incremento dell’armata dei proletari. Era questa, per i marxisti, l’interpretazione che tutta l’opera di costruzione e di critica di Marx e di Engels imponeva come naturale corollario. Ciò non ha impedito e non impedisce ai revisori e ai rinnegati del marxismo non soltanto di appellarsi a Marx contro Marx, ma di dare di quel rapido inciso la versione che meglio si adatti alla sua distorsione (Il colmo dell’improntitudine raggiunto in questo campo, come sempre, da Pietro Nenni, il quale, in un discorso al congresso del P.S.I. del 1946, ha così… parafrasato il brano marxista: «Nel suo celebre discorso dell’Aja nel 1872, fermamente difendendo la sua tesi della dittatura del proletariato, [Marx] ha però ammesso che vi sono [dal passato al presente!] Paesi dove, per il loro grado di civiltà [sentite che linguaggio da Marx!], per le radici profonde che in essi ha messo la democrazia, politica [udite udite!], si può sperare che l’avvenire del socialismo si «faccia per vie che non siano quelle della violenza…» ).

‘Ma una recente pubblicazione (1) ha rivelato, sul puro piano storico e diciamo così bibliografico, qualcos’altro: che cioè Kautsky, l’onnisciente in fatto di storia del marxismo e di fonti marxiste, citava dalla versione del discorso data dal Volksstaat del 2 ottobre 1872, il quale aveva le sue buone ragioni, se non di adulterare il testo, certo di attenuarlo e di stemperarne l’intonazione generale. Si era in piena campagna antisocialista, in Germania; Bebel e Liebknecht erano stati da poco processati e condannati per alto tradimento; e ragioni di tattica contingente consigliavano di togliere le punte alle formulazioni generali dei temuti dirigenti dell’Internazionale dei Lavoratori. Infatti, il resoconto del Volksstaat, che -particolare curioso e illuminante cita la fonte mettendo tuttavia in guardia il lettore dal ritenerla in tutto attendibile, è ricalcato su quello della Liberté di Bruxelles; ma quest’ultima dà dell’ultimo inciso («Ma non in tutti i Paesi è questo il caso») una versione assai più completa, tale a sua volta da spostare di almeno un tono tutto il resto: «Ma, se ciò può esser vero, dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei Paesi del continente la forza motrice della nostra rivoluzione deve essere la violenza, e alla violenza, nel momento giusto, noi ricorreremo per stabilire il dominio del lavoro».

Che il resoconto della Liberté (confermato anche da quello di un foglio locale di Amsterdam) colga molto più esattamente l’intonazione generale e il timbro della formulazione marxista, risulta dal fatto che, mentre il Volksstaat prosegue con un altro inciso evidentemente edulcorato: «Il rivolgimento deve essere solidale, e ce lo insegna la Comune di Parigi che è caduta solo perché è mancata nei lavoratori questa solidarietà» (si noti come blando e socialdemocratico avanti lettera sia questo appello alla solidarietà internazionale), la prima riporta: «La rivoluzione deve essere solidale, e ne troviamo un esempio nella Comune di Parigi, la quale è caduta perché non è scoppiato contemporaneamente in tutte le capitali, a Berlino, a Madrid ecc. un grande movimento rivoluzionario collegato col poderoso moto del proletariato parigino», dove la solidarietà non è l’appoggio a tipo morale e l’adesione soggettiva, ma il concatenamento obiettivo e storico di una crisi capitalista e di un’offensiva generale proletaria. Ancora: il Volksstaat passa completamente sotto silenzio la tagliente frase del discorso sulla «grande centralizzazione di potere» di cui Marx esige che gli organi direttivi dell’Internazionale siano investiti, e che, come faceva e fa andare in bestia gli anarchici, così spaventava le censure e le polizie di tutti gli Stati europei.

Battuto sul terreno della critica ideologica, Kautsky è stato colto in flagrante anche su quello della filologia marxista a lui tanto cara. Il marxismo rivoluzionario non aveva bisogno di questo per strappare Marx ai suoi deformatori interessati; ma non sarà male ricordarlo, in tempi in cui le più sconce adulterazioni e i più spudorati tradimenti del marxismo si mascherano dietro traduzioni compiacenti, o dietro citazioni di incisi isolati dal loro insieme organico.

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Ma il richiamo al vero testo del passo di Marx sorpassa di molto la portata critica o bibliografica, e permette di sottolineare il senso della speculazione socialpacifista, sia fatta da Kautsky o da Turati o da Nenni, sia fatta su Marx o su Engels delle famose prefazioni e lettere.

Per annientare il revisionismo socialdemocratico sarebbe sufficiente come solo elemento di prova un caso unico in cui Marx ed Engels abbiano apertamente detto – come qui – «alla violenza nel momento giusto ricorreremo per stabilire il dominio del lavoro»; e diciamo caso unico non per alludere ad una citazione unica ve ne sono a centinaia ma per concedere, per un sol momento, che ciò sia stato ammesso per un unico paese del mondo.

La tesi dei socialtraditori non è infatti che, esaminando lo sviluppo sociale paese per paese, debba scegliersi se la conquista del potere politico vada fatta con mezzi pacifici o con mezzi sanguinosi.

La tesi dei traditori è invece che i mezzi insurrezionali vanno scartati sempre e dovunque, anche quando non sia possibile la conquista pacifica del potere, con elezioni o agitazioni non armate. E questo in forza di limiti che essi pongono alla azione operaia, limiti che si devono rispettare anche a costo di rinunziare agli scopi di classe.

Limite morale: l’uomo civile come singolo e come classe non si deve macchiare le mani di sangue e la coscienza di atti violenti.

Limite legale: il cittadino moderno deve esercitare la sua azione politica coi mezzi costituzionali, e porre solo problemi istituzionali che incontrino il consenso formale della maggioranza.

Limite storico: quando un paese è ad economia capitalistica sviluppata ed ha istituzioni parlamentari libere, il proletariato non deve impiegare mezzi illegali ma attendere che aumentando di numero arrivi ad aver consegnato il potere.

La conclusione di queste tesi è unica: vi sono state cruente rivoluzioni borghesi e vi possono essere lotte armate per scopi misti (comuni alle classi borghesi ed operaie) ma il socialismo scarta la ipotesi di una iniziativa illegale e rivoluzionaria che parta dagli operai contro il regime borghese sviluppato.

Ora la ignobile falsificazione è già distrutta quando si ha un solo esempio di dichiarata aperta conquista violenta del potere, posta dai fondatori del marxismo come programma della classe lavoratrice di una nazione.

Concesso quindi che (nel senso unitario marxista ribadito dalla altra citazione basilare sulla indispensabile simultaneità internazionale della grande lotta) vada in ogni tempo studiata la condizione di ogni singolo paese, ne emerge questo: ove appaia chiaro che il potere borghese non cadrà per le legali ed incruente, si ricorrerà alle armi.

Quindi: battuta la tesi del limite morale. Battuta la tesi del limite legale. Stabilito che siamo, e non lo nascondiamo, il movimento che ha in programma il rovesciamento violento delle istituzioni.

E se vi fosse un paese ove cadono senza violenza, ad esempio per uno speciale «squagliarsi» dello stato borghese? Ebbene, si prenderebbe il potere senza celebrare sacrifizi cruenti come quelli al dio Baal.

Appunto perché non abbiamo criterio né limite etico, non crediamo che lo spargimento di sangue sia un sacra- mento inevitabile al battesimo del comunismo.

Appunto perché non partiamo da concetti di giustizia equità o cavalleria, instaureremmo lo stesso la dittatura togliendo ai non lavoratori funzioni politiche e giuridiche: meglio se «se la piegano a libretto» senza sanzioni brutali.

Allora il problema ridiviene freddamente storico. Esiste o no questa possibilità di passaggio incruento del potere da borghesia a proletariato. Quando? Dove?

Il filisteo la faceva corta: per Marx esisteva in Inghilterra ed America, ancora nel 1872, e nel discorso di Amsterdam aggiungeva l’Olanda. I Kautsky nel 1919, freschi freschi dall’aver plaudito alla sanguinosissima guerra, se ne vengono a dire che nel mondo sono tutte Olande: la Russia va bene, la causa dello Zar pur ieri eliminato. I Nenni nel 1947, dopo un’altra orgia di sangue cui hanno inneggiato, vedono di nuovo tutte Olandine.

Ora nel 1872 Carlo Marx non limitava l’impiego della forza alla feudale Russia e alla poco borghese Germania od Austria: lo proclamava per tutta l’Europa continentale e in prima linea per la Francia, più che borghesemente avanzata, ove la repubblica parlamentare aveva avuto ragione dell’impero «fascista».

Nei suoi ultimi anni Engels per la Germania mostra di ritenere che non si sia al momento giusto, svolgendosi l’esperienza politica del suffragio universale succeduto alle leggi eccezionali, quella sociale di una industrializzazione accelerata, ma insiste sulla rigorosa fedeltà alla teoria della forza.

Proprio la industrializzazione frenetica di paesi rivali conduce all’imperialismo, che consente a Lenin di stabilire come a loro volta Inghilterra ed America malgrado la speciale posizione geografica hanno oramai stato di polizia e militarismo, e quindi rientrano nel girone rivoluzionario.

È la questione delle grandi aree storiche rivoluzionarie: continentali fino al 1871, interoceaniche con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Ma la quistione di programma è stabilita in modo ininterrotto fin dal 1848 e non esiste nessun trapasso in cui si scriva la rinunzia anche per un solo paese alla caratteristica distintiva della politica proletaria: forte o debole, virulento o fatiscente che sia il nemico, seguendo fin che si vuole la via del minor mezzo e ridendo di ogni stupido sadismo di violentazioni fine a se stesse, la politica marxista è quella che non si basa sull’opinione e l’educazione e la coscienza, ma sulla forza che interviene ad aprire la via al parto della società nuova, erompendo dalla pressione di quella classe che porta il peso dell’antica.

Nel 1872 questo era inevitabile in tutta Europa, oggi dopo due guerre, e soprattutto dopo tante controrivoluzioni, è divenuto inevitabile ovunque.

Se vi resta un’Olanda, signori capitalisti, chiedetene il passaporto, e farete la cura non chirurgica per andare all’inferno.

(1) Fr.d.J., Amsterdam Meetings of the First international in 1872, in: Bulletin of the Internal Institute of Social History, 1951, nr.1.