A cento anni dalla Marcia su Roma: “Solo un cambio di governo un po’ movimentato”
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La vicenda storica dell’affermarsi del regime fascista in Italia è stata oggetto di costante travisamento da parte delle diverse correnti politiche e storiografiche borghesi. La buffonesca parata conosciuta come “Marcia su Roma” si volle far credere segnasse una frattura politica e sociale, la fine della fase liberale della storia d’Italia.
La nostra corrente non ha mai condiviso questa visione. Il cambiamento si manifestò solo nelle forme esteriori della vita nazionale, mentre le premesse del nascituro regime erano già tutte presenti nelle caratteristiche dello Stato unitario italiano sin dalla sua fondazione, accentratore, antiproletario, protezionista in economia.
L’Italia fu il paese in cui per primo il fascismo si manifestò come regime organico assolvendo quella funzione di “laboratorio politico” che più di una volta la storia le ha assegnato. Lo Stato nazionale unitario, nato in ritardo rispetto ad altri europei, assunse precocemente quei caratteri propri della fase dell’imperialismo che del fascismo sono la necessaria premessa.
La classe dominante italica, come quella degli altri paesi europei, aveva vissuto con terrore la disposizione alla lotta di un proletariato uscito dalla carneficina di una guerra mondiale che non aveva voluto e di cui non era disposto a pagare ulteriormente i costi, il carovita e la disoccupazione, per assecondare la ricostruzione e la crescita industriale. In Italia, come altrove in Europa, si sviluppò un’ondata rivoluzionaria in cui l’ordine borghese, già decrepito, si salvò a stento.
All’ordinamento borghese non bastavano i metodi legali per contrastare l’avanzata di una combattiva classe operaia. La borghesia dovette dotarsi di un partito come quello fascista che, con finalità opposte, ricalcava il modello organizzativo dei partiti operai, e di corporazioni di mestiere che si sostituissero ai sindacati dei lavoratori, al fine di impedire e soffocare sul nascere ogni manifestazione di indipendenza di classe.
Col fascismo la borghesia si dette un alternativo apparato di controllo sociale, incentrato sul Partito Nazionale Fascista che, apertamente armato contro la classe operaia, rimpiazzò quei partiti “flessibili” di orientamento liberale, i quali dall’inizio della storia unitaria del paese ne avevano segnato la vita politica, intonandola alla musica del trasformismo. Incapace di fare fronte all’ondata rivoluzionaria postbellica, la borghesia realizzò un capolavoro di inganno affidando le sorti del proprio Stato di classe a Mussolini, garantendo gattopardescamente la continuità del trasformismo senza darlo a vedere: tutto cambiava, facendo gettito dei riti della democrazia liberale, affinché nulla cambiasse e il regime sempre dittatoriale della classe dominante ne uscisse indenne e rafforzato. Per compiere questo passaggio, la borghesia dovette sacrificare qualche suo elemento e una parte del suo personale politico, un’altra componente la mise invece nel congelatore, conservata per il momento opportuno.
La sopravvivenza del regime borghese fu però possibile perché il proletariato non fu in grado di accentrare le proprie lotte, negli anni del dopoguerra assai estese e generose, e porsi l’obiettivo concreto del rovesciamento violento del potere della classe borghese. Nel “biennio rosso” 1919-1920 il proletariato fu frenato nell’affermazione dei propri interessi economici immediati e di quelli storici più generali dalla direzione politica traditrice delle correnti del riformismo e dal centrismo presenti nel Partito Socialista e nella Confederazione Generale del Lavoro, le quali collaborarono nell’opera di preparare le future sconfitte della classe operaia per opera delle forze congiunte di Stato e fascismo.
Infatti nella tarda estate del 1920 il vastissimo movimento di massa sfociato nell’occupazione delle fabbriche metallurgiche del Nord Italia, vide da un lato una compatta volontà di lotta del proletariato, dall’altro l’incapacità di porre la questione del rovesciamento della borghesia e della presa del potere. Lo denunciava la nostra corrente: “Prendere le fabbriche o prendere il potere?”. In maniera speculare rispondeva Giovanni Giolitti, il politico liberale allora a capo del governo, che ai capitalisti, i quali protestavano perché non aveva saputo reprimere la violazione della loro proprietà, rispondeva: «Ma ammettendo anche che io fossi riuscito ad occupare le fabbriche prima degli operai, ciò che sarebbe stato per lo meno assai difficile, considerata l’ampiezza e l’universalità del movimento; mi sarei poi trovato nella assai poco comoda condizione di avere pressoché la totalità della forza pubblica di polizia, Guardie regie e Carabinieri, chiusi nelle fabbriche; senza quindi i mezzi di mantenere l’ordine fuori delle fabbriche, cioè nelle strade e nelle piazze nelle quali gli operai si sarebbero rovesciati, ed avrei in tal modo fatto precisamente il gioco dei rivoluzionari, che non avrebbero domandato niente di meglio».
L’inevitabile rifluire di quel tipo di lotta operaia favorì l’affermazione dello squadrismo fascista, sovvenzionato da una borghesia impaurita e sempre più convinta dell’impossibilità di arginare l’ascesa del proletariato coi mezzi ordinari di una repressione affidata alle sole forze di polizia, peraltro già rafforzate a partire dal 1919 con l’affiancamento, all’ordinario apparato repressivo dello Stato, della Guardia Regia istituita da Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio di orientamento liberale. Era necessaria la violenza illegale dello squadrismo fascista a coadiuvare e integrare la violenza legale degli apparati repressivi dello Stato.
Nei due anni che precedettero la Marcia su Roma il proletariato non era ancora vinto e dette prova di vitalità e di determinazione nella guerra civile. Vi sarà sconfitto, più che dalla violenza della classe nemica, legale e illegale, dalle titubanze e dai tradimenti della sua direzione politica socialista.
Quando nel gennaio del 1921 nacque a Livorno il Partito Comunista d’Italia l’ondata rivoluzionaria già rifluiva.
Fu in un clima segnato dal terrore fascista, con i suoi assassinii e linciaggi di operai e di comunisti, che i capi del Partito Socialista nell’agosto del 1921 consumarono il tradimento del “Patto di pacificazione” col fascismo. I parlamentari socialisti firmarono coi deputati fascisti una “pace”, destinata a rimanere soltanto sulla carta. La stipula dell’accordo avvenne nell’ufficio del presidente della Camera a Montecitorio, a ulteriore conferma della disponibilità dei capi opportunisti ad accettare una pace cartaginese sulla testa del proletariato consegnandolo alla pretesa neutralità dell’autorità statale.
Opposta era allora la via intrapresa dai comunisti. Mentre i fascisti continuavano imperterriti i loro interventi armati, incuranti di patti scritti su carta straccia, la corrente sindacale del PCd’I promuoveva la convergenza di tutti i sindacati operai in un’azione di lotta unitaria. Con un’azione sia interna sia esterna ai sindacati assecondò la nascita e lo sviluppo della “Alleanza del Lavoro”, che rappresentò l’unico tentativo di una certa efficacia di fronteggiare la dilagante reazione borghese. Nell’arco di un anno dalla sua creazione l’Alleanza del Lavoro riuscì a gettare un ponte fra le organizzazioni sindacali: la Confederazione Generale del Lavoro, l’Unione Sindacale Italiana e il Sindacato Ferrovieri Italiani.
Tale coordinamento fra le organizzazioni sindacali – il terreno ideale ove affermarsi l’influenza del Partito Comunista fra i lavoratori – permise al proletariato d’Italia di impegnarsi nelle lotte, dando prova di inusitata compattezza, in quello che fu uno dei momenti più gloriosi della sua storia e che più terrorizzò la classe borghese, la quale vide vacillare il proprio dominio come mai in precedenza, e come, purtroppo, non è ancora accaduto di nuovo. Fu lo sciopero generale dell’agosto del 1922 che paralizzò gran parte del paese. Scontri armati si verificarono in molte città, i proletari combatterono le squadre fasciste e le forze legali della repressione borghese a Milano, Torino, Genova, Roma, Parma, Ancona, Bari e in tanti centri minori.
Ma lo sciopero, iniziato la sera del 31 luglio, fu dichiarato sospeso dai capi opportunisti il 3 agosto. Tuttavia si protrasse in molte città, senza che venissero a cessare gli scontri armati. Il 6 agosto il governo guidato da Luigi Facta diramò un appello affinché si scongiurasse la guerra civile: «In quest’ora di così grave turbamento della pace interna, il Governo si rivolge al Paese, a tutto il Paese, senza distinzione di parte, per un diretto appello ai cittadini, perché cessino i contrasti sanguinosi, e gli spiriti si elevino in un sentimento di solidarietà patriottica ed umana. L’Italia chiede ai suoi figli di desistere dalle lotte che li dilaniano. La sua voce penetrerà certamente nell’animo generoso degli italiani: non è possibile che i cuori, già uniti nella magnifica vittoriosa difesa della Patria, non sentano lo strazio che ad essa viene dalle condizioni così turbate della vita pubblica e vi rimangano indifferenti».
Fra il 6 e il 7 agosto si spegnevano gli ultimi fuochi della generosa lotta operaia. Solo allora per il proletariato arrivò la consapevolezza della sconfitta, per la borghesia l’ora di preparare la sua vendetta di classe. Meno di tre mesi dopo le porte del Quirinale si spalancavano all’ “Uomo della Provvidenza”, a colui al quale la classe dominante italiana affidava il nuovo tipo di imbonimento e il controllo della pace sociale.
Le avvisaglie del cambio di governo si ebbero già in quell’agosto del 1922, quando si fecero circolare voci di un colpo di Stato. Nelle settimane seguenti le violenze squadriste si intensificarono contro le sedi dei partiti operai e le camere del lavoro. Il 24 ottobre a Napoli si svolse un congresso fascista preparatorio della pagliacciata della settimana successiva.
Circa 15.000 fascisti da tutta Italia accorsero a Roma per partecipare alla parata.
Non incontrarono alcuna resistenza dall’apparato militare dello Stato liberale, che lasciò le porte aperte a quelle bande vistose e rumorose ma militarmente impotenti. Re Vittorio Emanuele III non volle firmare lo stato d’assedio, sottopostogli dal presidente del Consiglio Facta, perché tutti i ceti delle capitaliste classi dominanti italiane ritennero di esonerare le esangui e sfilacciate camarille del ceto politico liberale dal compito e dalla responsabilità di celebrare e sanzionare la loro vittoria e vendetta sulla classe operaia e sul comunismo.
I fascisti trovarono resistenza solo nel quartiere proletario di San Lorenzo, dove il 30 ottobre la colonna fascista guidata da Giuseppe Bottai fu aggredita con colpi d’arma da fuoco. La battaglia si prolungò con scontri che lasciarono sul terreno sette morti. Lo stesso giorno Benito Mussolini era arrivato a Roma in treno da Milano, da dove era partito appena ricevuta la notizia della decisione del re di conferirgli l’incarico di formare un nuovo governo. Nacque così il governo più lungo della storia d’Italia, destinato a durare senza soluzione di continuità per oltre vent’anni.
A convalida della sua formazione arrivò poco più di due settimane dopo il voto di fiducia della Camera dei deputati. Il dibattito parlamentare incominciò il 16 novembre, quando Mussolini pronunciò il celebre discorso in cui si vantò che avrebbe potuto trasformare l’aula di Montecitorio in un “bivacco di manipoli”.
L’obiettivo del futuro duce era fare pressione sul centro liberale affinché votasse la fiducia al suo governo, il quale sulla carta contava soltanto su un piccolo drappello di deputati fascisti, 37 su 535. Ma, come questo striminzito gruppo era entrato alla Camera nelle elezioni del 1921 grazie all’alleanza con i liberali di Giolitti nei cosiddetti “Blocchi nazionali”, il partito fascista faceva assegnamento sul voto dei liberali. Così, quando i sacerdoti officianti della democrazia borghese giunsero alla conta, il nuovo governo ottenne una maggioranza schiacciante: 306 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. Lunghissima fu la lista dei liberali e dei popolari che appoggiarono il nuovo governo. Come non ricordare, fra i primi, i nomi altisonanti di ex presidenti del consiglio Giovanni Giolitti e Antonio Salandra, fra i secondi, il futuro presidente del consiglio e grande arbitro della politica italiana postfascista Alcide De Gasperi e un presidente della repubblica democratica come Giovanni Gronchi.
A questi personaggi assai in vista della politica prefascista che composero la fitta schiera dei sostenitori del governo di Mussolini, si aggiunse l’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi, espulso dal PSI insieme a Leonida Bissolati e Angiolo Cabrini nel 1912 per essersi recato al Quirinale per congratularsi con Sua Maestà Vittorio Emanuele III per lo scampato pericolo in occasione dell’attentato del 14 marzo di quell’anno. Ironia dei percorsi individuali: a pronunciare la requisitoria a favore dell’espulsione dei tre dal PSI fu proprio quel Benito Mussolini, ancora rivoluzionario.
Votando il governo fascista i politicanti di orientamento liberale, popolare e socialriformista, scelsero di “congelare” la propria carriera per il bene del capitalismo e certi del loro resistenziale e democratico “scongelamento” futuro.
La classe dominante italiana decise di presto trasformare il fascismo da movimento violento extralegale a partito legale e istituzionale. Questo non significò la rinuncia immediata alla violenza contro i proletari, e anche contro alcuni esponenti liberali recalcitranti. Il nuovo governo, un mese dopo la sua nascita, a dicembre, coprì gli autori della strage di Torino in cui gli squadristi uccisero platealmente a scopo intimidatorio undici lavoratori fra comunisti, socialisti e anarchici, dopo averli prelevati dalle loro case.
Questa minima rievocazione degli eventi di un secolo fa ci permette di ribadire il nostro punto di vista sull’avvento della dittatura guidata da Mussolini. Non risponde al vero l’affermazione che il fascismo “conquistò il potere”: in realtà il fascismo al potere fu chiamato da tutto il regime democratico borghese, a porte spalancate.
Ma, a ben studiare la cosa, al fascismo non fu concesso “il potere”, bensì gli venne affidata la gestione della macchina statale, insieme alla regia della sua rappresentazione spettacolare. In seguito quella regia, in una sola notte, 20 anni dopo, gli venne tolta, peraltro in modo indolore. Dei “dieci milioni di baionette” della propaganda fascista nemmeno una si levò a difesa del Duce. Quel trapasso pacifico che del fascismo segna l’epilogo dimostra che non si trattò affatto di una violenta discontinuità, così come non lo era stata la formazione del suo governo. Si trattò in entrambi i casi di commedie in seno alla classe dominante.
Nel luglio del 1943, caduto e incarcerato Mussolini, le premesse della futura repubblica democratica borghese furono gettate da coloro che del regime fascista erano stati i gerarchi lautamente beneficiati. Alla guida dell’esecutivo che manovrò il rovesciamento di fronte bellico venne posto un militare inetto e fascistissimo come Pietro Badoglio, il quale vantava una sequela interminabile di crimini infami nelle guerre e nelle avventure coloniali dello Stato capitalista italiano.
L’armistizio dell’8 settembre fu una transizione cruciale nella storia della lurida borghesia italiana: il tradimento dell’Asse nel conflitto mondiale e la belligeranza al fianco del fronte “antifascista”, con effetti significativi e duraturi nella Repubblica democratica. Una storia fin dall’inizio tutta all’insegna della continuità dello Stato borghese.