Partito Comunista Internazionale

Sulle basi economiche del conflitto in Ucraina

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C’è, in tanti resoconti e studi dei pennivendoli delle borghesie occidentali, il timore che la pur auspicata vittoria della Ucraina sull’invasore possa preludere al collasso dell’Impero Russo, con la sua disgregazione in tante piccole unità statali prive di un controllo forte, come quello che gli Stati Uniti d’America esercitano tracotanti sul resto del mondo, in specie sugli Stati Europei. Collasso che, in questa temperie di guerra e crisi ricorrente del capitalismo mondiale, potrebbe indurre una situazione di caos sociale, con esiti imprevedibili. Gioia per la “vittoria”, ma nel contempo timore per le conseguenze. Fra l’altro l’immane arsenale atomico in mano allo Stato russo potrebbe disperdersi, in quella ipotesi, tra vari attori, con i terribili rischi del caso.

Ma siamo convinti che si temano anche i sussulti sociali che da tale smembramento possono derivare; e il potenziale contagio sulle popolazioni occidentali, fiaccate a loro volta dagli effetti della crisi del capitalismo, dal macello delle classi medie, dalla disoccupazione generalizzata.

Quindi, almeno per ora, da parte americana e dei reggicoda europei, la guerra non può essere estesa oltre un certo limite.

Di questa guerra se ne può dare una spiegazione su tre livelli, tutti validi e interconnessi.

Può essere letta come aggressione di uno Stato ad un altro, per motivi diversi e diversamente giustificati.

Uno è la difesa di una presunta componente nazionale che langue sotto il tallone dello Stato ucraino, che ha portato a una guerra mai apertamente denunciata, ma non più strisciante, combattuta da anni dalla componente russofona dell’est contro lo Stato centrale. Considerazione che è rovesciata attribuendo alla Russia il suo innesco e sviluppo, configurata come guerra civile, ma che è arrivata all’annessione della parte più sviluppata e ricca di materie prime.

Con altrettanta ragionevolezza storica si può considerare uno scontro inter-imperialistico tra NATO e Russia per interposta persona, col mandare al massacro i proletari ucraini in luogo dei cittadini degli Stati occidentali.

Infine come la rottura tra la Russia, con il suo straordinario patrimonio di materie prime, e la Germania, che avrebbe portato in dote a questo matrimonio il suo grande potenziale industriale. Con l’aggravante che la Germania è, o era, la capofila dell’Europa unita, quindi un potenziale competitore imperialista degli Usa, con Russia, e Cina.

Questi ultimi due motivi sono il punto cruciale del percorso dello scontro imperialistico che si presenta all’orizzonte di questo millennio.

Studi, previsioni ed indicazioni politico-militari di parte americana presentano senza vincoli di riservatezza indicazioni chiare su come il primo imperialismo del mondo si prepari allo scontro prossimo venturo e raccolga a questo scopo gli alleati.

La guerra ai confini europei ha una cifra globale ben più alta delle tante altre in atto nel mondo, anche più sanguinose di questa. È un evento cruciale nel processo della crisi mondiale. I suoi effetti sul capitalismo, in termini di produzione, commerci, consumi e dinamiche finanziare segnano un percorso irreversibile.

Dalla grande crisi del 2008, che le borghesie hanno saputo controllare e smorzare, a quella attuale aggravata da tre anni di pandemia, sono succedute fasi di ripresa e successiva ricaduta, sempre ad intervalli più ridotti, che si sono riflessi in una propensione bellica, quasi in preparazione dell’evento ultimo negli anni a venire. Dal 2014 la guerra si stava preparando in Europa, per dar sfogo alle tensioni imperialistiche che camminavano di pari passo con le crisi ricorrenti.

Parlare di “ragionevolezza”, di trovare accordi pacificatori tra i predoni imperiali, figurarsi che già dal 2008 la guerra avrebbe potuto essere evitata con i giusti trattati, come ad esempio quelli stilati a Minsk, significa non avere idea della forza mostruosa dei contrasti tra i capitalismi, che supera ogni volontà di uomo.

Solo il proletariato internazionale, con il suo partito, avrebbe potuto, e in futuro certamente ne avrà la forza, opporsi a questa follia della fase finale del capitalismo.

Alle condizioni presenti, parlare di “vittoria” per l’una o per l’altra parte è un puro non senso, uno slogan per confondere e ingannare il proletariato.

I dati economici e finanziari danno un’idea della strada che Russia ed Ucraina hanno percorso per giungere a questo punto, ed indicano lo sviluppo della situazione.

In Russia, con una popolazione di 143 milioni, in lento calo costante dagli anni ‘90, tra il 2019 e il 2020 il tasso di crescita del PIL ha avuto una brusca caduta, essenzialmente per gli effetti della pandemia, mentre nello stesso intervallo di tempo l’inflazione ha provocato un notevole aumento dei prezzi al consumo e un aumento del tasso di disoccupazione.

Gli anni dal ’21 al ’22 hanno visto un’apparente inversione, dove però l’inflazione ha mascherato la reale dinamica del PIL. Nel 2022 il PIL ha raggiunto il suo massimo con 1.930 miliardi di dollari: non certo un valore da grande potenza.

Per raffronto, il PIL della Germania nel 2021, espresso in dollari, quota circa 4.000 miliardi, gli USA sono al vertice con 18.000 e la Cina segue con 11.000. Questi numeri descrivono la dimensione economica della Russia rispetto agli altri predoni capitalistici.

Considerando che il PIL della UE nel 2021 ammontava complessivamente a 14.500 miliardi di dollari, si vede chiaramente come il potenziale legame Russia-EU, tramite il pivot Germania, era un pericolo da evitare assolutamente per gli USA.

In Russia il debito pubblico in percentuale sul PIL ha continuato a crescere: dal 2018 al 2022 è passato dal 10,3% al 19,9%; ma questo in perfetta linea con tutti gli altri Stati a capitalismo maturo.

Però malgrado la sua crescita, è sempre stato contenuto e, negli ultimi 20 anni, non ha mai superato il 40% del PIL. Inoltre il totale del debito sovrano russo si dovrebbe attestare, secondo le stime del FMI, sui 300 miliardi di dollari, con un costante surplus nel bilancio statale.

Altro dato positivo è la crescita dell’export totale, che dal 2018 è passato da oltre 380 miliardi di dollari a 467 nel 2022, mentre il volume di import totale ha avuto il suo massimo nel 2021 con 248 miliardi per poi crollare a 157 nel 2022, chiaro effetto delle sanzioni.

Al netto di queste rassicuranti considerazioni, va però considerato che le quote complessive di mercato sull’export mondiale, in percentuale, hanno sempre oscillato intorno al 2-2,5%, valori medio bassi, ove oltretutto si consideri che gran parte di quei volumi è prodotta dall’export di componenti energetiche.

Il saldo di conto corrente, di modesta entità ma sempre positivo, dà la chiara indicazione dello scarsissimo peso della Russia in termini di esportazione di capitali; è il suo un imperialismo “vecchio stile”, più legato ai territori che non al “moderno” imperialismo, che si basa principalmente sull’esportazione di capitale e “debito”.

Ma, almeno prima del deflagrare della cosiddetta “Operazione Speciale”, la Russia era considerata affidabile e il suo debito statale ben accettato dal mercato finanziario. In effetti il totale del debito russo è relativamente modesto. Al primo semestre del 2021 ammontava a meno di 500 miliardi di dollari, di cui circa 360 in valuta estera, di questo la maggior parte era stato acquistato dagli Stati Uniti.

La criticità è appunto che il debito privato e statale è denominato in divisa estera.

Sugli stessi livelli il saldo della bilancia commerciale che è cresciuto dai 165 miliardi di euro del 2018 ai 305 del 2022, con la flessione grave del biennio 2019-20, periodo di pandemia. Il dato interessante è che si è sempre mantenuto positivo: cioè la Russia è essenzialmente, rispetto al commercio, un paese esportatore. E, almeno prima dell’invasione e della sequenza di sanzioni, anche di buona affidabilità. Una situazione finanziaria che ha consentito in aprile, quando sono andati in scadenza gli interessi sul debito detenuto all’estero, di non far scattare il default apparecchiato dall’Occidente.

La prima reazione alle sanzioni sull’esportazione energetica è stata la richiesta di pagare il gas in rubli, una decisione che avrebbe obbligato gli importatori occidentali a vendere dollari, o euro, contro rubli, con l’effetto di sostenere il corso del rublo, che si era in effetti apprezzato dopo l’annuncio. Poi la progressiva stretta sulle importazioni dirette ha ridotto questo effetto.

Anche se i paesi europei hanno ridotto fortemente la dipendenza dal gas russo via gasdotto, hanno per ora aumentato quella da GNL, che quota il 16% delle importazioni europee via mare, pagate in euro per circa 20 miliardi. Inoltre la UE importa ancora dalla Russia il 45% del gasolio. Almeno fino al prossimo “pacchetto” di sanzioni occidentali.

Questa, in termini stringatissimi, la posizione economica dell’invasore.

Poi si sono aggiunte le sanzioni, che un Occidente a guida USA ha imposto come arma di guerra alla Russia, e alle quali si sono piegati gli Stati che gravitano attorno. Sanzioni che però ancora non hanno dato i risultati sperati; il PIL non è crollato come i sanzionatori si aspettavano, benché si sia contratto. Però molti settori industriali hanno notevoli difficoltà a produrre senza la componentistica occidentale. Ma questo è un problema che la Russia avrà certamente nei prossimi mesi, se la guerra continuerà a consumare risorse come sta facendo.

Sanzioni talmente dure che, almeno in questa prima fase, hanno provocato più problemi ai sanzionatori di quanti non ne abbiano causato al sanzionato. Mentre l’imperialismo che le ha comminate ne ha tratto solo benefici: attualmente il 42% del gas per l’Europa proviene da forniture di GNL statunitense a costi 4 volte superiori di quello che veniva esportato con le condutture dalla Russia, con guadagni tanto notevoli che da parte di qualche governo europeo si è sentito il bisogno di protestare, con le dovute maniere, verso questo modo di punire l’aggressione che avvantaggia un sanzionatore a danno degli altri, prima ancora che il sanzionato.

Ma gli effetti di questa pratica potranno essere visti con precisione, tanto per la Russia quanto per l’Europa, con i dati dell’anno prossimo. Per ora la Russia è riuscita a compensare i danni finanziari sia col rialzo dei prezzi energetici sia con l‘apertura di altri mercati. E non sono mancati i modi di eludere i blocchi. E con una posizione finanziariamente buona.

Un dato significativo della gravità e profondità dello scontro in atto è invece il blocco dei beni mobili, fondiari e finanziari di proprietà della Russia e dei capitalisti russi collocati fuori dal territorio nazionale. Per quanto attiene i valori finanziari, si tratta di 300 miliardi di dollari congelati per ordine degli Stati Uniti, come avevano già fatto per Afghanistan, Iran, Siria, Venezuela. Oltre al blocco di beni personali per 20 miliardi. Il meccanismo di strangolamento finanziario si è poi completato con il blocco del canale SWIFT per i pagamenti internazionali, gestito totalmente dagli USA.

Ben più drammatici i valori economici e finanziari per l’Ucraina.

Secondo stime occidentali, l’Ucraina ha bisogno di 5-6 miliardi di dollari al mese per sostenere la guerra.

L’Ucraina aveva ereditato, in peggio, la stessa forma corrotta dell’economia russa. Un paese povero, malgrado le ingenti risorse naturali, con una struttura produttiva arretrata e una disoccupazione endemica che genera una forte emigrazione.

I dati economico finanziari vedevano una situazione abbastanza critica. Il debito estero ammonta a quasi 60 miliardi di dollari, circa la metà del PIL.

Su questa situazione si è abbattuto il colpo dell’invasione russa.

Il valore più alto del PIL è stato raggiunto nel 2021, alla vigilia dell’invasione, con 182 miliardi di euro, decisamente basso per un’economia capitalistica sviluppata. C’era stata una lieve recessione, da 135 a 132 miliardi nel biennio 2019-20.

L’inflazione al consumo è stata sempre presente, con punte più o meno alte, dal 14% del 2017 al 10% del 2021, il periodo forse migliore per l’Ucraina – pure durante una guerra civile che l’Occidente faceva finta di non vedere, anche se già operava attivamente per sostenerla – fino all’impennata del 2022, con aumenti del 30%.

Parimenti la disoccupazione, che si era mantenuta su un livello del 9-10%, dopo l’invasione ha raggiunto il 20%, oltretutto nel regime di mobilitazione generale che è in atto nel paese.

Il saldo della bilancia commerciale ha avuto sempre, dal 2017 ad oggi, valori negativi, con un massimo negativo nel 2019 del 12,5%; oggi è del 5,5%, ma è poco significativo per gli scarsi volumi in gioco.

Il debito pubblico quota quest’anno il 90% del PIL. Praticamente un fallimento. Certe percentuali se le possono permettere i grandi Stati imperialisti, non la derelitta Ucraina: Stati Uniti, anno 2021, debito pubblico/PIL 127%, ma tracotante disinteresse verso i traumi che questo provoca sulle economie nel resto del mondo; i problemi del dollaro sono i problemi degli altri, non degli USA.

In questa situazione ha poco senso parlare di prospettive e previsioni. Il volume degli aiuti, in termini di armamenti e sostegni finanziari, che consentono di prolungare la guerra, rendono inaffidabile qualunque proiezione.

Ma, come ha scritto “Il Sole 24 Ore”, le cose non vanno poi tanto male per l’Ucraina. La sua moneta, la grivna, non è diventata carta straccia, l’inflazione è al livello dei paesi baltici, che non sono in guerra – ma tutta l’Europa, in senso lato, è in guerra – le riserve valutarie tengono e il PIL non è collassato.

L’Ucraina ha ricevuto alla data di ottobre, ma altri versamenti sono in attesa di essere approvati dai governi occidentali, ben 23 miliardi di dollari, il 12% del suo PIL prebellico, oltre alle forniture di armi, e nel 2023 gli Stati Uniti si sono impegnati a versare mensilmente 1,5 miliardi. È evidente che non si possono ben valutare i dati in condizioni simili, artificialmente tenute in piedi.

Quanto poi sia possibile stimare una tenuta della componente industriale con il bombardamento delle infrastrutture elettriche non è dato sapere. Continua ad essere aperto il “corridoio del grano”, che ne permette l’esportazione, grazie ad accordi mediati con la Turchia. Questo fornisce per ora, almeno finché questo accordo regge, una buona sponda all’Ucraina.

La carità pelosa della finanza occidentale ha accettato il congelamento degli interessi sul suo debito con i paesi europei fino alla fine del 2023, per un importo di 3 miliardi di dollari, mentre con i fondi d’investimento americani, verso i quali Kiev deve il 75% del suo debito, la cifra è decisamente più alta, poco meno di 20 miliardi.

Cifre in sé non stratosferiche, ma quando sommate ai debiti per il mantenimento delle spese correnti, alle forniture continue e massicce di armi ed infrastrutture belliche, addestramento delle truppe, ricambi e così via, il carico fiscale diventa enorme.

Già nel 2015, durante il conflitto domestico nelle aree russofone, il ministro delle finanze era riuscito a posticipare il pagamento di 19 miliardi di dollari previsti negli anni 2015-22 al 2019-27. Anche questi sarebbero ora da pagare, in aggiunta a tutto il resto.

L’Ucraina è già fallita come Stato borghese, ed è in mano totalmente alla finanza occidentale, americana in particolare, che ne può disporre a piacimento. Per ora tutti gli aiuti si configurano come un Piano Marshall anticipato. Ciò che discrimina l’adesso dall’allora è la tragica differenza di fase storica: nel 1947 la ricostruzione dell’Europa distrutta dalla guerra fu un investimento americano in un ciclo impetuoso di ripresa capitalistica, oggi è una crisi generalizzata che più o meno velocemente si sviluppa verso un esito esiziale per il capitalismo.

Alla luce di questi sommari dati economici circa le condizioni dei due belligeranti diretti (quelli indiretti qui non li abbiamo considerati, anche se entrano in modo fondamentale in questa dinamica) è chiaro che per l’Ucraina il disastro è apparecchiato. Questo anche nel caso prevalga militarmente in qualche settore, che riesca a “liberare” i territori invasi e magari la Crimea.

Anche lo Stato russo si svena nell’approntare e nel mantenere la guerra.

Ma per i due Stati, dei quali uno finirà nelle braccia dell’Occidente americano, l’esistenza sarà comunque garantita.

Al contrario i veri sacrificati dalla guerra sono e saranno i proletari, fratelli di classe costretti su fronti contrapposti, su cui peserà, dopo l’improbabile pace, tutto il peso del dopoguerra. Per loro il mondo della pace borghese porta solo altre sofferenze e lutti, dopo quelli della guerra guerreggiata.