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Evoluzione politica dell’Africa nera Pt.4

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La lotta d’Indipendenza del Camerun

Il Camerun, circa un secolo fa, fu occupato dai portoghesi che introdussero tale nome nella geografia politica, battezzando il fiume Wuri “rios dos camaroes”, cioè Fiume dei Gamberi. Sfortunatamente per loro e per i loro successori, è il caso di dire che il Camerun si è palesato… un gambero che ha fretta di marciare. Successivamente, il territorio passò nelle mani degli olandesi. Infine, nel luglio 1884, l’esploratore tedesco Gustav Nachtigal, che già abbiamo visto trattare l’acquisto del Togo, piantò la bandiera germanica alla foce del Camerun. L’espansione verso l’interno avvenne soprattutto in seguito alla sottomissione del potente sultanato di Adamaoua e poté spingersi fino alle rive del lago Ciad. Lo Stato di Adamaoua fu fondato da conquistatori Fulbe, provenienti dal Fouta Djallon, che invasero il Paese nel terzo decennio del secolo scorso. Capitale dello Stato era Yola, che ora appartiene alla Nigeria. Una serie di convenzioni tra Germania, Francia e Gran Bretagna, stipulate tra il 1893 e il 1898, mise fine al regno indigeno. La Germania si prese la parte centrale, la Gran Bretagna l’orlo occidentale e la Francia il lembo nord-orientale che inglobò nel territorio del Ciad. La spartizione fu motivata con la scusa che lo Stato di Adamaoua praticava la tratta, cioè un’industria inventata dall’Europa cristiana e richiesta a gran voce dall’America post-colombiana.

I “liberatori” tedeschi non persero tempo a mettere a profitto la conquista: coprirono il Paese di fortilizi e l’assoggettarono a una dominazione militare simile a quella che dovettero assaggiare nello stesso torno di tempo i cinesi dello Shan-tung. Lo sfruttamento economico si limitò in principio alla sfera commerciale, in seguito vennero introdotte le piantagioni a lavoro coatto. Da quest’epoca data la nascita del capitalismo nel Camerun.

La dominazione germanica ebbe fino nell’anno 1916, allorché truppe anglo-francesi, non senza incontrare resistenza, occuparono il Paese. Al termine del conflitto, nuova spartizione del Camerun. L’antica colonia del Kaiser venne spezzata in due e divisa da buoni ladroni tra francesi e inglesi.

È da annotare un fatto che rivela la mentalità usurpatoria dei colonialisti. Nel novembre del 1895, la Francia e la Germania avevano concordato un’altra spartizione della preda africana. Poiché il governo di Parigi aveva interesse in quel momento a stornare le mire annessionistiche tedesche del Marocco, credette utile di cedere alla Germania un territorio contiguo al possedimento tedesco che arrivava fino al Congo, in corrispondenza della foce del Sanaga. La Germania, che era in piena euforia colonizzatrice, abboccò. Era l’epoca in cui la diplomazia tedesca sognava di congiungere i territori affacciantisi sul Golfo di Guinea a quella che allora si chiamava Africa Orientale tedesca, fondando in tal modo un impero coloniale continuo, dall’Atlantico all’Oceano Indiano. A guerra finita, la Francia si accorse solo allora di aver sbagliato i conti: incorporò i territori ceduti nel 1895 alla Germania, e si fece attribuire i 4/5 del territorio sotto veste di potenza “mandataria”. A seguito di questa operazione di aritmetica coloniale, il territorio del Camerun, che all’epoca della occupazione tedesca era di 795.000 kmq., si riduceva a 520.000 kmq. Il quinto sfuggito alle grinfie francesi, cioè la fascia di confine con la Nigeria, colonia britannica, passava sempre come mandato alla Gran Bretagna e veniva praticamente incorporato alla Nigeria. Non con diversi metodi si sono formati i grandi imperi coloniali, glorie delle negriere borghesie europee.

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Il movimento indipendentista del Camerun inizia, nelle sue forme moderne all’indomani della seconda guerra mondiale. Infatti tranne il Senegal, i Paesi dell’Africa nera sono usciti dallo stadio più basso, e più atroce, del colonialismo soltanto da pochi anni. La Francia, la “grande democrazia” cara ai Blum e agli Herriot, come ai Duclos e ai Thorez, ha tenuto in vita fino a qualche anno dopo la fine della guerra non solo la discriminazione razziale, ma lo stesso lavoro forzato. Cioè, l’indigeno africano differiva di poco – di fronte al padrone capitalista – dal criminale comune che la giustizia francese inviava un tempo alla Cayenna. L’abolizione di tali infamie, che speriamo vedere presto documentare da storici africani, fu conquistata mediante lotta grandiose, quali il memorabile sciopero del 1952 esteso a tutta l’Africa Occidentale, e gli scioperi non meno importanti del 1953.

Il Camerun, che ha dato vita a combattivi movimenti politici e sindacali, ha partecipato attivamente al processo rinnovatore. È dal 1948 la fondazione della “Unione dei popoli del Camerun” (UPC): il maggior partito indipendentista camerunese, un partito nazional-democratico di sinistra, cui partecipano elementi comunisti, schierato contro il campo moderato e collaborazionista, che è divenuto strumento della politica francese. Il suo programma si fonda sui principii della indipendenza immediata, dell’unificazione del Paese, della fondazione di uno Stato nazionale camerunese a forma repubblicana. Secondo “l’Unità” del 20 febbraio 1958, per i suoi orientamenti l’Unione dei popoli del Camerun, più che ai partiti indipendentisti del tipo del Fronte di Liberazione algerino, è vicina all’orientamento politico del Viet Minh di Ho Chi Minh. Non abbiamo modo di controllare questa caratterizzazione, ma, tenendoci ai principi generali seguiti dal marxismo nella questione nazionale, al rivoluzionario comunista interessa soprattutto che i partiti indipendentisti nelle colonie costituiscano veramente una forza rivoluzionaria di fronte al colonialismo imperialista e alle arcaiche brutture sociali locali che il colonialismo mantiene in vita.

Nel 1950, Um Nyobé, segretario generale dell’UPC, presentava all’ONU, “potenza tutrice” la prima richiesta ufficiale di indipendenza, cioè appunto la fine dell’amministrazione fiduciaria. Al gesto del dirigente africano, il governatore francese Roland ripose con una frase che riassume egregiamente la mentalità dei colonialisti: “Se volete l’indipendenza, si farà a fucilate”. In seguito Um Nyobé doveva, a varie riprese, esporre all’ONU le richieste dell’Unione, chiedendo soprattutto la revisione della clausola del regime di tutela che fa del Paese un territorio praticamente annesso alla Francia.

L’ondata di scioperi che percorse negli anni 1952-53 tutta l’Africa Occidentale fu preso a pretesto dagli sgherri colonialisti per sferrare nel Camerun una furiosa repressione. I francesi effettuarono grandi rastrellamenti, bruciarono interi villaggi, deportarono migliaia di persone. All’inizio dell’anno dopo l’azione terroristica era ancora in corso. Nel maggio si ebbe l’ “operazione arrostimento”. Nel cannibalesco linguaggio dei colonialisti, così venne chiamato l’assalto sferrato dalla polizia alle sedi dell’UPC a Douala. I “civilizzatori” trovarono edificante cospargere di petrolio le sedi e appiccarvi il fuoco, non senza avere provveduto a chiudervi dentro tutte le persone che vi si trovavano. Il massacro si estese a tutto il Paese. Analoghe gesta vennero compiute a Yaoundé, Mbanga, Nkongsamba, Loum, Penja e altre località. Oltre 100.000 persone, una cifra enorme in rapporto alla popolazione del territorio, trovò scampo nel Camerun britannico.

Finalmente, nel 1955, le autorità governative, appoggiate dai collaborazionisti, fecero il colpo da lungo premeditato: dichiararono illegale l’UPC e ne ordinarono la scioglimento. La decisione seguiva ai moti popolari, scoppiati a Douala in seguito ad una provocazione del governo francese, e nel corso dei quali vennero uccisi alcuni francesi. Il governatore che non aspettava altro, sferrava una feroce repressione contro il movimento nazionalista, facendo uccidere decine di militanti dell’UPC e bruciare interi villaggi fedeli a Um Nyobé. Centinaia di uomini furono costretti a riparare di nuovo nel Camerun britannico o a darsi alla macchia. Furono giorni tremendi per i rivoluzionari indipendentisti. Da allora data l’attività clandestina dell’UPC, forte specialmente nel Camerun meridionale, dove per conseguenza più spietati sono i metodi repressivi dei colonialisti e dei loro servitori indigeni.

Quando il governo Mollet, su proposta del ministro dei Territori di oltremare, emanò la famigerata “legge-quadro” (giugno 1956) l’UPC si fece promotore di una campagna nazionale contro detta legge. Non a caso tale “riforma” era varata dal governo socialdemocratico e da uomini del tipo dei sunnominati. Essa perseguiva i soliti obiettivi del canagliesco riformismo socialdemocratico: ritoccare gli istituti giuridici della dominazione capitalistica e indebolire il campo rivoluzionario. Infatti, creando presunti organi di governo locale, i quali non intaccavano affatto i poteri assolutistici del governatore e della polizia, la riforma mirava a dare sfogo alle ambizioni dei politicanti indigeni inclini al compromesso con i dominatori colonialisti. Sarebbe interessante vedere fino a che punto l’applicazione della “legge quadro” di Mollet-Defferre ha preparato da lontano il trionfo elettorale africano di De Gaulle, ma ciò esula dal nostro argomento.

Per combattere la “legge quadro” venne creata l’Unione Nazionale, una specie di “fronte popolare”. Ma la mossa dell’UPC si rivelò erronea. Unire tutte le forze politiche del Paese contro il potere coloniale era una illusione, visto che esistono nel Paese tenaci correnti collaborazioniste la cui esistenza si spiega soprattutto con la convergenza di interessi tra lo sfruttamento coloniale e le attività economiche degli strati sociali indigeni legati ai piantatori capitalistici. La dissoluzione del “fronte” si verificò a breve scadenza. Nell’agosto, il governo francese, in applicazione della legge-quadro, sciolse la vecchia Assemblea territoriale e indisse le elezioni per un’Assemblea chiamata a discutere il nuovo Statuto da dare al Paese. Il colonialismo ricalcava i metodi politici già sperimentati nel Togo e tendenti a creare un organismo elettivo di comodo, formato da elementi asserviti, da cui fare approvare nuove forme costituzionali miranti a porre fine formalmente al regime di mandato, ma ad assicurare la continuazione della dominazione francese, della “présence française”.

L’Unione nazionale chiese, come condizione per partecipare alle elezioni, che venissero amnistiati tutti i dirigenti dell’UPC, tenuti in carcere, e fosse loro concesso di presentarsi come candidati. Richiesta, a dir poco, ingenua. Permettere che la futura Assemblea fosse dominata, o contasse quanto meno una forte opposizione nazionalista, significava per la Francia perdere in partenza la partita. Infatti, il governo di Parigi lasciò insabbiare il progetto di amnistia. Nel novembre, si ebbe lo sfasciamento dell’Unione Nazionale. Il presidente Paul Soppo Priso, segretario dell’Assemblea territoriale e deputato apparentato ai socialisti, compì un clamoroso voltafaccia dichiarandosi disposto a partecipare alla consultazione, e tradendo così il patto con l’UPC.

Le elezioni-truffa si svolsero, nel dicembre, in un clima di stato di assedio. Una settimana prima della consultazione, l’UPC, dalla clandestinità, invitava i cittadini a boicottare le elezioni con tutti i mezzi ma a non cadere nelle provocazioni poliziesche francesi. La decisione che veniva a correggere l’errore commesso con la costituzione della Unione nazionale, riscuoteva l’approvazione della maggioranza dell’elettorato. Infatti, circa due terzi della popolazione si astenevano dal voto. Nella Regione di Douala, la più popolosa e avanzata del Camerun, su 90.000 elettori se ne presentavano alle urne 15.000. La lotta per il boicottaggio otteneva così una vittoria tanto più significativa in quanto le autorità e gli elementi collaborazionisti cercavano con tutti i mezzi di immobilizzare gli oppositori. Scontri armati si ebbero tra militanti dell’UPC e le forze di polizia, aiutate dai collaborazionisti. Ancora una volta il sangue scorreva. Le rappresaglie ufficiali organizzate contro gli astensionisti sfociarono nel solito abbruciamento di villaggi causando centinaia di morti.

I risultati delle elezioni, annunciati dopo alcune settimane, davano la palma della vittoria ai due arnesi del collaborazionismo camerunese, il detto Soppo Priso e André Marie Mbida. Che valore avessero tali risultati si vede considerando che a rappresentare 13.000 francesi venivano eletti 18 deputati, mentre a tre milioni e mezzo di africani toccavano 32 seggi. Cioè, un francese valeva 120 negri. Dati tali precedenti, può scandalizzare solo gli ipocriti o i traditori il fatto che migliaia di camerunesi si rifugiassero nelle foreste iniziando la guerriglia contro l’occupante. I rivoluzionari comunisti sono decisamente dalla parte dei ribelli al giogo coloniale.

L’oscena manovra ideata dagli sfruttatori colonialisti e attuata mediante la strage e il raggiro, si concludeva nel maggio 1957 quando la Assemblea-fantoccio, dominata dai Mbida e dai Priso, approvò lo statuto di “Stato sotto tutela”. Con tale buffonata, la Francia si presentava al mondo non più come potenza mandataria, ma come materna protettrice di un popolo di minore età, che “liberamente” chiede a Parigi di continuare nell’amministrazione del Paese. Che valore avesse tale “innovazione”, si legge in “Relazioni internazionali”, che, per essere legata al mondo politico ufficiale, non può certo essere sospetta di “sovversivismo”: «Il Camerun che giuridicamente è un territorio in amministrazione fiduciaria francese, ha ricevuto il 10 maggio dell’anno scorso lo statuto di “Stato sotto tutela”, che avrebbe dovuto segnare per esso la prima fase di avvio verso un’autonomia di tipo togolese e che oggi sembra invece servire a determinati esponenti francesi per smascherare un intervento di tipo coloniale nella vita politica ed economica del Paese e per frenare l’auspicata evoluzione verso l’indipendenza» (1958, n.9).

Il gioco dei colonialisti – governare con mano di ferro la colonia nascondendosi dietro le spalle di uomini di paglia del politicantismo collaborazionista – si svelava appieno con l’instaurazione del regime di André Marie Mbida, primo presidente del “Consiglio” del Camerun emerso dalle elezioni 1957. Costui faceva scopertamente la politica del governatore francese, riprendendo la repressione contro i militanti dell’UPC. Gli arresti, i rastrellamenti, le deportazioni, prima effettuati dalle autorità coloniali, adesso si giovavano anche della sanzione legale di un organismo di governo indigeno, nominalmente autonomo e tenuto in piedi dalle baionette francesi. Mbida si buttava contro il movimento indipendentista ricevendo il plauso della burocrazia coloniale locale e dei vecchi arnesi del parlamentarismo parigino.

Non a caso, bersaglio principale della feroce repressione da lui condotta con truppe francesi era ancora la Sanaga marittima, dove più animosa è la resistenza della clandestina Unione dei Popoli del Camerun. Ma nel febbraio di questo anno, Mbida, che invano si era recato a perorare la sua causa presso Coty e i capi della destra colonialista Pinay e Duchet, doveva mollare la carica essendo stato messo in minoranza dagli stessi partiti della sua coalizione.

Tuttavia non mutava sostanzialmente la situazione del territorio. Recentemente, il rappresentante del Camerun al Segretariato Permanente della Solidarietà tra i popoli afro-asiatici al Cairo, Osendé Afana, ha descritto a un inviato di “Vie Nuove” la situazione del suo Paese. La Sanaga marittima vive sotto il regime dello “stato di emergenza”. Dal dicembre del 1957, in questa Regione divampa la rivolta anticoloniale. Il governo franco-camerunese ha risposto alla rivolta con drastiche misure: coprifuoco, soppressione dei mercati e dei trasporti pubblici, nonché azione militare contro gli aderenti all’UPC. Gli abitanti della Sanaga vivono ora, in condizioni spaventose. Essi sono stati forzatamente raggruppati in “villaggi-fungo” circondati da palizzate alte 7-8 metri sulle quali vigilano giorno e notte le sentinelle, che tirano senza pietà sui contadini che osano di nascosto recarsi nei campi. I campi di concentramento rinchiudono 50.000 persone su 3 milioni e mezzo di abitanti. Ciononostante, la guerriglia dell’UPC si estende a tutta la parte Sud e Ovest del Paese.

Con simili metodi, che sono quelli mai smessi dal colonialismo, il capitalismo francese riesce a tener soggette le indomabili popolazioni del Camerun. Ma l’epoca obbrobriosa del colonialismo che è finita altrove non durerà a lungo in Africa. Noi ci auguriamo di veder presto la vittoria della rivolta camerunese. Gente che lotta con tanto coraggio contro un nemico ultrapotente, quale l’imperialismo francese, merita la ammirazione e l’appoggio dei rivoluzionari comunisti.