[RG-75] La “emancipazione” del lavoro”
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Sappiamo da tempo che all’interno del mondo capitalistico circolano le teorie più diverse a proposito della oggettiva anarchia che lo domina e minaccia. Protezionista e liberista, fautore delle più strane regolazioni come della più sbracata libertà, la borghesia non è riuscita storicamente a dotarsi di una sua teoria unitaria e di un Partito unico: secondo alcuni affermando con ciò la sua intrinseca natura liberatoria e democratica, secondo altri la sua impossibilità di proporsi delle prospettive credibili, e dunque condannandola ad un pragmatismo sempre più asfittico ed inconcludente.
In questi ultimissimi tempi, dopo che tutti si sono dati le arie di aver finalmente approdato ad un modo moderno e liberale di pensare, non solo nell’ambito specifico della politica, stanno riproponendosi pubblicazioni e libelli che sottolineano l’incertezza, le turbolenze, quando non i pericoli non tanto lontani di “catastrofe” e di sventura globale. «L’ingigantirsi dell’economia finanziaria virtuale ha un terribile potenziale demolitore della sottostante economia reale. L’economia globalizzata di oggi è assai più anarchica dell’ordine economico internazionale e liberale crollato nel 1914. Essa sta sgretolando il potere e l’autorità degli Stati sovrani e ha reso impossibili ormai le pratiche riformistico/socialdemocratiche di spesa keynesiana» (John Gray, Alba bugiarda, Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento). Il mondo diventa sempre più incerto, i pericoli di guerra generalizzata non più remoti.
Noi non abbiamo bisogno di essere confermati da una scritto più o meno “simile” alle nostre previsioni; ma il fatto è che anche nel campo borghese l’ottimismo di maniera sta cedendo sempre più a gravi preoccupazioni e non può che riconoscere quanto andiamo sostenendo a livello storico da sempre.
Per questo abbiamo ribadito, con questo rapporto, tutte le nostre tesi sulla natura del lavoro in regime capitalistico e la necessità della sua “emancipazione“, anche dopo aver precisato che la teoria materialistico/dialettica, pur non negando l’afflato sentimentale dei pionieri del socialismo, per “emancipazione” non intende la negazione di un indefinito e moralistico “sfruttamento”, ma l’indicazione di un programma storico, valido fino al suo esito finale, che prevede la ricomposizione del lavoro, la fine della sua alienazione mercantile.
Ci troviamo a mettere ancora una volta a fuoco la nostra capacità di tenere sotto controllo, e se possibile dominio concettuale, una realtà sociale sicuramente “complessa” (è la parola più abusata di questi tempi!), nel senso letterale che le co/implicazioni sono numerose e difficili a districare, ma con la convinzione che il nostro metodo, pur messo a dura prova, non solo ha retto ma si è dimostrato l’unico capace di non perdere il filo dei fenomeni e di saper fare previsioni e progetti, fino alla liberazione del lavoro umano dalle miopie e dalle ristrettezze del modo di produzione capitalistico.
Il sospetto, che è stato diffuso a piene mani, sulla impossibilità di comprendere la “realtà”, sia sociale sia naturale, ha prodotto il culto del negativo, della passività e la convinzione che non ci sia ormai che da rassegnarsi al peggio.
Il nostro impianto di pensiero è visto da certi come la contraddizione stessa delle basi materialistico dialettiche da cui partiamo, per il fatto che sembra che ci affidiamo ad un sistema di pensiero, ad una teoria scaturita e praticata lontano mille miglia dai centri dove si pretende che pulsi la vita, dai “gangli decisionali”, dalla “stanza dei bottoni” tanto reclamizzata… e poi trovata senza bottoni!
Si dà con grande sussiego la parola ai teorici, scienziati che si compiacciono di seminare sconforto, e che forse non rappresentano che la soggettiva rassegnazione e senso di sconfitta della piccola borghesia. Jean Michel Truong, grande informatico deluso, è arrivato a dire «sono molto pessimista… due grandi tentativi sono falliti: il cristianesimo prima, e il comunismo poi. Oggi possiamo cercare dei palliativi, fare in modo che per le vittime ci sia meno male possibile… Le kapò del neoliberismo ne traggono vantaggi e in cambio assicurano la disciplina. Ma le immense masse umane restano ai margini. E noi per loro possiamo solo avere compassione. Non ci sono soluzioni positive, non resta che il suicidio o una rassegnazione confortevole».
Stile da fine impero, non c’è che dire. Solo che ci si dimentica di dire che da ogni fine impero (oggi quello del capitalismo decrepito) sono nate le forze che hanno messo in atto momenti storici nuovi e rivoluzionari. A questi noi ci atteniamo. Altro che suicidio!