Partito Comunista Internazionale

Rivoluzione e contro‑rivoluzione in Cina Pt.2

Categorie: China, CPC, Mao Zedong, Stalinism, USSR

Articolo genitore: Rivoluzione e contro‑rivoluzione in Cina

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Nel nostro ultimo numero, abbiamo dimostrato che l’Internazionale comunista passata sotto l’influenza centrista, detta staliniana, aveva sostituito alla dottrina e alla pratica marxista della doppia rivoluzione una pretesa dottrina della “rivoluzione per tappe” che consisteva nell’appoggiare puramente e semplicemente la democrazia borghese, per finalmente sostituirsi ad essa, adottando il suo programma e liquidando quello del comunismo. La giustificazione di questo ritorno fatale ad una politica menscevica nella rivoluzione cinese è stata oltre le “necessità della lotta anti-imperialista”, la pretesa esistenza d’un feudalesimo cinese, di fronte al quale la borghesia avrebbe avuto un compito rivoluzionario da riempire. Infatti. questo feudalesimo non esisteva, essendo la terra nelle mani d’una borghesia mercantile e usuraia.

Negli anni fatali 1925‑30 dove la questione cinese ritornava a tutte le riunioni del Comintern, la corrente centrista rappresentata allora da Stalin e Bucharin si sforzava di dimostrare le pretese differenze esistenti tra la rivoluzione russa e la rivoluzione cinese al fine di giustificare una politica sedicente originale e adattata a quest’ultima, quando non era altro che la trasposizione, alla Cina della linea menscevica battuta in Russia. Anche se non possiamo accettare tutti i suoi giudizi, si deve riconoscere a Leone Trotski il grande merito d’avere rivendicato in tutti i suoi dibattiti l’applicazione dei principi e della politica che, in Russia, avevano permesso la vittoria proletaria, e quindi cercato di mantenere la continuità della linea bolscevica contro gli “innovatori”.

Per Stalin e Bucharin, si trattava di spingere il Partito Comunista cinese a collaborare con il Kuomintang borghese per la costituzione d’un “fronte anti-imperialista comune”. Perché l’alleanza permanente con la democrazia borghese che Lenin non aveva giudicata lecita nella rivoluzione borghese democratica lo sarebbe divenuta nei movimenti di liberazione nazionale d’un paese semicoloniale come la Cina? A Stalin‑Bucharin che fondavano tutta la tattica liquidatrice dell’ I.C. in Cina su una distinzione tra paesi oppressori e paesi oppressi ripresa malamente a proposito di Lenin, Trotski rispondeva risoluto giustamente: “…Lenin elevava i movimenti di liberazione nazionale, le insurrezioni coloniali e le guerre delle nazioni oppresse fino al livello delle rivoluzioni democratico-borghese, in particolare come il 1905 russo. Ma Lenin non poneva come lo fa attualmente Bucharin… le guerre di liberazione nazionale al di sopra delle rivoluzioni borghesi-democratiche!”.

«Elevare le guerre di liberazione nazionale al di sopra delle rivoluzioni borghesi-democratiche» da una parte; attribuire alla borghesia cinese, in ragione di un giogo coloniale reale o di un feudalesimo inesistente, una natura rivoluzionaria (dichiarando cioè è ormai “esaurita” quando nel 1927 i suoi generali schiacceranno nel sangue la comune operaia di Canton, poi una dozzina d’anni più tardi, durante la guerra anti‑giapponese, che è resuscitata!), tale fu l’apporto “teorico” che permise a Mosca di liquidare il P.C.C. in quanto partito proletario e comunista. Questa è l’origine ideologica del falso estremismo cinese d’oggi, di cui i discepoli degenerati di Trotski dai quali si aspettava la difesa e l’illustrazione del marxismo, totalmente ignari dei grandi dibattici teorici del passato e delle posizioni stesse del maestro a cui si dichiarano abusivamente.

Eppure, nel 1912, in un articolo intitolato “Democrazia e populismo in Cina” dedicato a Sun Yat Sen, presidente provvisorio della Repubblica cinese dopo la rivoluzione del 1911 e futuro fondatore del Kuomintang, Lenin dichiarava che ben lungi dal sostenere la borghesia rivoluzionaria, i comunisti dovevano diffidare non soltanto perché presto o tardi si sarebbe collocata dall’altra parte della barricata, ma perché più metteva del “socialismo” nella sua ideologia, più aveva la possibilità di tenerli per molto tempo sotto il suo controllo.

Per Lenin, la similitudine delle situazioni rivoluzionarie e dei problemi che sorsero in Cina e in Russia non c’era alcun dubbio, sebbene la Cina fosse un paese semi‑coloniale mentre la Russia zarista era già un imperialismo. C’erano così pochi dubbi che nel suo articolo, paragona i due paesi al fine di dedurre dalla critica del democratismo cinese degli insegnamenti valevoli per la Russia:

“La piattaforma della grande democrazia cinese (perché è è proprio questo che rappresenta l’articolo di Sun Yat Sen) ci costringe e ci dà un buon pretesto per considerare una volta di più sotto la visuale dei recenti avvenimenti mondiali il problema della correlazione del democratismo e del populismo nelle rivoluzioni borghesi attuali in Asia. È uno dei problemi più seri che si sia posto alla Russia durante il periodo rivoluzionario aperto nel 1905. E non solamente alla Russia, ma a tutta l’Asia, come si vede dalla piattaforma del presidente provvisorio della Repubblica cinese, in particolare se la si paragona allo sviluppo rivoluzionario in Russia, Cina, Turchia, Persia”.

Dopo aver reso gli onori che sono dovuti ai rivoluzionari borghesi che respingono le riforme costituzionali, si pone arditamente il problema della situazione sociale ed economica delle masse e della loro lotta aperta, che comprende anche l’insufficienza della “rivoluzione nazionale” e inserisce nel suo programma i “tre principi del popolo: nazionalismo, democrazia e socialismo”, Lenin sottolinea che questo radicalismo borghese non ha niente di sorprendente, se non per la borghesia reazionaria dei paesi “civilizzati”– se non, aggiungiamo noi, per uno Stalin.

Quel che attira soprattutto l’attenzione di Lenin durante il periodo dove il proletariato deve lottare dappertutto per la conquista del potere, anche nelle condizioni di una rivoluzione democratica-borghese, è che la borghesia nazionale dei paesi coloniali o arretrati dipinge le sue insegne con il colore del socialismo. Quel che aveva già fatto la borghesia russa, il suo lontano precursore, l’aristocratico Hertzen, fino ai suoi rappresentanti di massa nelle Duma, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari. Lenin riscontra gli stessi elementi nell’ideologia di Sun Yat Sen:

«Questa ideologia dell’ideologia combattiva è legata al populismo cinese in primo luogo a dei sogni socialisti – nella speranza di evitare la via del capitalismo – secondariamente, al piano e alla propaganda d’una riforma agraria radicale. Queste due correnti ideologiche e politiche rappresentano precisamente l’elemento che fa il populismo nel senso specifico del termine, ovvero la sua differenza dal democratismo, ciò che ha di più del democratismo».

Fu anche l’elemento che, più’ tardi, incita Stalin e Bucharin ad affermare che il partito comunista cinese non poteva avere rispetto alla “rivoluzionaria” borghesia cinese la stessa attitudine che il partito bolscevico russo aveva rispetto alla borghesia anti‑zarista. Ma a quale conclusione arrivava Lenin, lui, del fatto che la corrente rivoluzionaria borghese non era solamente democratica in Cina, ma anche populista? Tutt’altra cosa rispetto ai liquidatori del P.C.C. denunciati da Trotski:

«È la teoria del “socialismo” reazionario piccolo borghese. Perché è assolutamente reazionario sognare che sia possibile in Cina “evitare” il capitalismo; che in seguito al ritardo della Cina, la “rivoluzione sociale” sia più facile, ecc, ecc. E Sun Yat Sen con, si può dire, una inimitabile ingenuità verginale riduce lui stesso a nulla la sua teoria populista reazionaria quand’egli riconosce quello che la vita lo costringe a riconoscere, a sapere che “la Cina è alla vigilia d’un gigantesco sviluppo industriale” (ovvero il capitalismo), che in Cina, il “commercio” (ovvero il capitalismo) “si svilupperà in proporzioni enormi”, che “in 50 anni ci saranno molte Shanghai”, ovvero di molti centri della ricchezza capitalista, e della miseria dei proletari» (NdR: da noi sottolineato)

A questo proletariato che, una dozzina d’anni dopo l’articolo citato, doveva già manifestarsi come una forza di classe, quale compito gli incombeva secondo Lenin? Di prosternarsi davanti alla “natura rivoluzionaria”della borghesia cinese, ovvero d’abbracciarne il democratismo particolare, il populismo? È proprio questo che Stalin e Bucharin proposero più tardi come “tattica del Partito Comunista cinese”, ma per dare una tale risposta, Lenin avrebbe dovuto rinnegare tutta la sua lotta per lo sviluppo del partito proletario e marxista che fu in Russia il bolscevismo: questa incoerenza apparteneva di diritto a Stalin, che Lenin aveva già dovuto combattere nelle sue famose tesi d’aprile,e che ritorna sfortunatamente anche nelle posizioni di Bucharin. «Per quanto aumenterà in Cina il numero delle Shanghai, risponde Lenin, il proletariato cinese aumenterà. Formerà presumibilmente un partito operaio social-democratico (NdR: siamo nel 1912, il partito operaio marxista non ha ancora preso il nome di “comunista” e conserva ancora il vecchio nome criticato da Marx ed Engels) che criticando le utopie piccolo-borghesi e le idee reazionarie di Sun Yat Sen (NdR: sottolineato da noi) avrà certamente l’accortezza di separare, conservare e sviluppare il nucleo democratico rivoluzionario del suo programma politico e agrario».

Ciò che Lenin definiva in quel frangente non era nient’altro che un bolscevismo cinese. In Russia, la lotta del bolscevismo è culminata con l’instaurazione della dittatura del proletariato appoggiata sui contadini rivoluzionari, ovvero nell’instaurazione del potere sovietico che realizzò una riforma agraria radicale, ma non uscendo dai cardini del capitalismo, da una parte; e che nell’attesa della rivoluzione socialista mondiale della quale non ha mai smesso di avvalersi, assume, gioco forza, la gestione d’una industria capitalista che gli interessi divergenti dei contadini e del proletariato gli imponeva di sviluppare rapidamente da una parte, per rispondere ai bisogni delle masse rurali, e di controllare in maniera dispotica dall’altra per evitare che il proletariato urbano si trovasse troppo svantaggiato rispetto alle altri classi. Adesso poco importa che il partito di Lenin ha finito per soccombere a queste esigenze contraddittorie al punto di diventare, senza rivoluzione apparente, il partito di Stalin, affossatore del socialismo proletario, internazionalista e rivoluzionario, e restauratore dell’opportunismo riformista al quale, in Russia, si agganciava il menscevismo. Quello che ci interessa adesso, è di sapere a quale delle due linee che s’affrontano, nell’articolo di cui sopra, citato da Lenin, si aggancia “l’estremismo” cinese attuale, il P.C.C. di Mao Tse Tung: il democratismo populista di Sun Yat Sen? Oppure il bolscevismo di cui Lenin prevedeva, si augurava e definiva lo sviluppo nella Cina del 1912?

Formulare la domanda in questi termini è come averla già risolta. È che “l’estremismo”cinese d’oggi, ovvero il preteso partito comunista di Mao Tse Tung, continua, non è il bolscevismo, è quel che Lenin chiamava il “socialismo” reazionario piccolo-borghese, il populismo di Sun Yat Sen, meno l’ingenuità verginale che trovava presso di lui, e che Stalin… ha fatto perdere al populismo “comunista” di Mao. Una prova schiacciante basterebbe: il bolscevismo non ha fatto solamente la rivoluzione in Russia; si è assunto di fronte al proletariato mondiale, il compito di una gigantesca missione: la ricostruzione d’una Terza Internazionale sulle rovine della Seconda, portata alla rovina dall’opportunismo social-democratico. L”estremismo” cinese dice che ha fatto la rivoluzione in Cina; adesso che non c’è più nemmeno formalmente la Terza Internazionale; si pone come avversario dell’opportunismo kruscioviano, che cosa fa per questo proletariato privato della sua dottrina e della sua organizzazione di classe, senza volontà e neanche speranze rivoluzionarie? Urla “Viva l’Albania!”. L’appoggio al partito nepotista, corrotto, rumoroso ma senza dottrina, che governa il più piccolo ma anche il più sciovinista e il più miserabile paese d’Europa, questi sono tutti i rapporti dell”estremismo” cinese con il “movimento operaio” (si fa per dire!) del mondo. Tutti i paragoni con il leninismo, ricostruttore dell’Internazionale rivoluzionaria, è dunque non solamente un insulto ma anche stupido.

Le miserabili “opposizioni” d’oggi alle direzioni dei partiti comunisti ufficiali sono cieche a questa differenza non solamente perché non sapendo definire una politica proletaria, non sono in grado di valutare la portata del disastro subito dal movimento proletario, ma anche perché per la stessa ragione, sono assolutamente incapaci di distinguere tra la Repubblica socialista russa del 1917 e la democrazia popolare cinese del 1949.

Sebbene di una tutt’altra portata storica rispetto ai suoi omonimi dell’Europa centrale e orientale, questa Repubblica è nella tradizione del populismo cinese sopra definito da Lenin, e non del socialismo proletario europeo e mondiale.
Non è una dittatura del proletariato (e neanche una “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”), bensì lo Stato delle quattro classi sognato da Sun Yat Sen e rivendicato da Mao nella dottrina ufficiale del P.C.C.: “Il movimento rivoluzionario cinese diretto dal P.C.C. è nel suo insieme un movimento rivoluzionario completo che comprende le due tappe della rivoluzione: la rivoluzione democratica e la rivoluzione socialista. Sono due processi rivoluzionari di carattere differente ed è soltanto dopo aver completato il primo che si può intraprendere il secondo” (Cf. La Rivoluzione cinese e il P.C.C.). Che cosa distingue il “comunismo”maoista dal populismo di Sun Yat Sen? Che cos’ha “di più”? Unicamente la promessa che lo Stato democratico non è che una semplice tappa sulla via della rivoluzione socialista, ovvero unicamente l’ipocrisia di pretendere che le stesse forze politiche che sono state ieri le fautrici dell’aborto democratico della rivoluzione, saranno domani i gloriosi strumenti della sua vittoria socialista! Nella Russia del 1917, Kerensky non formulava diversamente la sua teoria della “rivoluzione nazionale generale”, ma invece d’aspettare che “completasse la sua tappa prima d’intraprendere la sua”, il partito di Lenin la rovesciò. Sapeva bene che non c’erano due “tappe” successive della Rivoluzione, ma due concezioni di classe opposte rispetto agli obiettivi, o meglio, due uscite storiche per il proletariato: la disfatta… o la vittoria!

La democrazia popolare di Mao, non è dunque niente di più che lo Stato populista più la menzogna stalinista. I principi ai quali obbedisce non sono quelli dell’internazionalismo proletario, ma i “tre principi del popolo: nazionalismo, democrazia e socialismo”, formulati dai populisti cinesi e fustigati da Lenin come abbiamo già visto sopra.

Che questa repubblica sia scaturita da una guerra d’indipendenza nazionale che il Kuomintang sia stato incapace di suscitare e di guidare non è assolutamente sufficiente a conferirgli un carattere socialista e proletario. L’Internazionale Comunista aveva ben inserito la lotta anti-imperialista nel programma dei partiti comunisti e proletari delle colonie e semi‑colonie, ma non ha mai preteso che solamente questi partiti potessero perseguirla, o inversamente che il fatto di conseguirla conferisse a qualsiasi partito un tale carattere! Anche se in ritardo e contaminata di “frontismo”, le “Tesi generali sulla questione d’Oriente“del IV Congresso (novembre 1922) sono ben esplicite a questo proposito: ” Il compito fondamentale, comune a tutti i movimenti nazional-rivoluzionari (NdR: siamo noi che lo sottolineiamo ed è ben evidente che per i comunisti non ancora degenerati d’allora, questa denominazione non s’applica ai partiti proletari marxisti), consiste nel realizzare l’unità nazionale e l’autonomia politica. La soluzione reale e logica di questo compito dipende dall’importanza delle masse lavoratrici che questo o quel movimento saprà trascinare nel suo percorso…” (NdR: “questo o quel movimento”, e non solamente il movimento comunista embrionale delle colonie). “Rendendoci perfettamente conto che nelle diverse condizioni storiche, gli elementi più disparati (NdR: siamo noi ancora a sottolinearlo) possono essere i porta-parola dell’autonomia politica, l’Internazionale Comunista sostiene tutti i movimenti nazional-rivoluzionari diretti contro l’Imperialismo”. Le “condizioni storiche” nelle quali la guerra anti-giapponese poi, in un senso, “anti-americana” si sono sviluppate in Cina con caratteristiche che l’Internazionale non aveva previsto, almeno non auspicato: la sua propria sparizione, e della sparizione della dittatura proletaria in Russia. L’I.C. non era dunque presente né per “appoggiare” il movimento nazional-rivoluzionario cinese – né per smentire le pretese “comuniste”del P.C.C. cinese sotto gli occhi del proletariato mondiale. L’assimilazione grossolana Kuomintang = borghesia, P.C.C. = proletariato + contadini, sarebbe già stata falsa nei primi anni del P.C.C., al quale Mosca rimproverava molte lacune marxiste e che non era stato capace di stabilire dei raccordi con le masse contadine: a maggior ragione doveva esserlo dopo più di vent’anni di “rivoluzione per tappe”ovvero di collaborazione di classe del P.C.C. con la repubblica del Kuomintang. È vero che questa falsa equazione essa stessa è stata corretta dal maoismo in funzione del ruolo determinante che ha voluto attribuire ai contadini, e quindi bisognerebbe scrivere all’incontrario: Kuomintang = borghesia; P.C.C. = contadini + proletariato (non senza aggiungere gli intellettuali progressisti e i borghesi patriottici!) ma se la città può governare la campagna, la campagna non può e non potrà mai governare la città, ma soltanto influenzarne la politica. Ora, la “città”, non è o alta borghesia o proletariato, sono, soprattutto nei paesi di debole sviluppo capitalista, che le classi medie sono dietro la borghesia o dietro il proletariato, o ancora… la borghesia radicata nell’immobilismo sociale, distaccata dal movimento popolare, e il proletariato a rimorchio della piccola borghesia! Le tesi sulla questione nazionale e coloniale del II Congresso dell’I.C. erano esaurienti a questo proposito: “L’imperialismo straniero che pesa sui popoli orientali ha impedito loro di svilupparsi socialmente ed economicamente simultaneamente con le classi dell’Europa e dell’America… Il risultato di questa politica e che dove in questi paesi si manifesta uno spirito rivoluzionario, non trova la sua espressione che nella classe media acculturata”. In Cina come dappertutto d’altronde nella storia moderna, è certamente la città che organizza il movimento contadino (vedremo successivamente come!), non sotto le vesti d’un partito nettamente proletario e socialista come il partito bolscevico, ma con le caratteristiche d’un partito piccolo-borghese asiatico, dunque nello stesso tempo democratico e populista, e inoltre passato per la scuola di… Stalin.

Se lo Stato nato da questa congiunzione storica di forze di classe era necessariamente incarnare il primo principio di Sun Yat Sen, doveva ugualmente incarnarne il secondo, ovvero la democrazia, nella misura in cui non si ammette lo Stato di classe, ma pretende di rappresentarle tutte, vantandosi in particolare dell’unione con i borghesi “progressisti” e “patrioti”. Questa pretesa di essere generato da un supposto interesse generale e di servire la “maggioranza” dei cittadini è precisamente ciò che distingue lo Stato della fase storica capitalista altrettanto bene degli Stati anteriori feudali o teocratici che di quello che lo soppianterà: lo Stato proletario, che invocherà apertamente il solo interesse della classe emancipatrice, e non un “interesse nazionale” che non esiste. Indipendentemente dal senso liberale che i filistei attribuiscono immancabilmente alla parola democrazia precisamente perché credono alla coesistenza pacifica delle classi e all”interesse generale”, ma che la storia tutt’intera smentisce, lo Stato maoista è dunque una democrazia – nonostante sia mono-partitica – ovvero il contrario d’uno Stato sovietico, d’uno Stato proletario e comunista – in sostanza della Repubblica rossa del 1917 in Russia. Nella linea della doppia rivoluzione, il partito bolscevico aveva fatto disperdere dai marinai rivoluzionari, l’assemblea Costituente in piena riunione, convinto che la democrazia borghese non aveva più davanti a se tutta una “tappa” storicamente utile e necessaria, perché era già contro-rivoluzionaria, che il termine della rivoluzione “puramente democratica” era già superato ancora prima di essere raggiunto. Nella linea della rivoluzione per tappe, il partito di Mao non si è solamente accodato alla parola d’ordine dell’Assemblea Costituente, è stato il solo ad eseguirlo, fedele in questo ai voti testamentari di Sun Yat Sen. Ma quel che ha anche trionfato, non è una “versione” cinese della rivoluzione nei paesi arretrati: è la forma storica dello Stato capitalista, che la rivoluzione socialista dovrà rompere e distruggere!

Il terzo “principio del popolo” al quale obbedisce questo Stato, è il socialismo come lo concepiva il populismo criticato da Lenin: ovvero che a differenza degli altri due, non corrisponde a una realtà storica e di classe, ma rileva unicamente dell’ideologia specifica della corrente nazionalista e democratica – e dunque borghese – in Cina. A cosa si riduceva in realtà questo “socialismo” rivendicato da Sun Yat Sen, è Lenin che l’ha detto nell’articolo più in alto citato1.

«Infatti, a che cosa si riduce la “rivoluzione economica” di cui Sun Yat Sen parla così pomposamente e così confusamente all’inizio del suo articolo? Al trasferimento della rendita fondiaria allo Stato, ovvero alla nazionalizzazione della terra da un’imposta unica nello spirito di Henry George. Non c’è assolutamente nient’altro di reale nella “rivoluzione economica” proposta e preconizzata da Sun Yat Sen.

«La differenza tra il valore della terra in un angolo sperduto della provincia e a Shanghai è la differenza della grandezza della rendita. Il valore della terra è la rendita capitalizzata. Assicurare che “l’accrescimento del valore” della terra sia “proprietà del popolo”, significa trasferire la rendita, ovvero la proprietà della terra allo Stato, o in altri termini, nazionalizzare la terra.
     «Questa riforma è possibile nell’ambito del capitalismo? Non solamente è possibile ma rappresenta il capitalismo il più puro, conseguente fino in fondo, idealmente perfetto. Ciò è stato indicato da Marx nella “Miseria della Filosofia”, dimostrato in dettaglio nel Terzo Tomo del Capitale e sviluppato in modo particolarmente concreto nella polemica contro Rodbertus nelle “Teorie del plus‑valore“… L’ironia della storia vuole che il populismo, in nome della “lotta contro il capitalismo” nell’agricoltura anticipa un programma agrario la cui realizzazione completa significherebbe lo sviluppo il più rapido possibile del capitalismo nell’agricoltura!».

Si considerano e si fanno passare per dei socialisti, ma sono i migliori agenti del Capitale: è così che Lenin denunciava in anticipo (nel 1912!) gli stalinisti russi e cinesi nella sua lotta contro i populisti. Ma aggiungeva solamente al condizionale che la “realizzazione completa del loro programma significherebbe lo sviluppo il più rapido possibile”, perché sono incapaci di realizzare completamente il loro stesso programma. In Russia, non sono i socialisti-rivoluzionari, ma i bolscevichi che hanno nazionalizzato la terra, senza peraltro pretendere che si trattasse d’una misura socialista; in seguito, è il folclore che ha trionfato, e se era già dubbioso sotto Stalin che in questa forma, la rendita fondiaria tornasse realmente allo Stato, sotto Kruscev è assolutamente certo che resta agli sfruttamenti contadini; ma chi dirà, dopo tutte le denunce del Grande Segretario, che i kolkos assicurano “uno sviluppo più rapido del capitalismo” nell’agricoltura? chi non vede che lo mantiene al contrario a dei rendimenti pre e sotto-borghesi?

In Cina, come vedremo nel seguito di questo studio, il programma “radicalema borghese di Sun Yat Sen: la nazionalizzazione della terra, non ha mai conosciuto l’ombra d’una realizzazione non foss’altro che giuridica dopo che Mao Tsé Tung ha “trasformato” il partito comunista cinese in “partito contadino” e l’ha fatto proprio. Una “riforma agraria” infinitamente meno radicale e ancora più lontana dal socialismo nella successione dei modi storici di produzione, dunque Sun Yat Sen sognava, senza vedere che era lo “sviluppo della ricchezza capitalista e dell’indigenza proletaria” l’intensificazione del commercio: “non c’è nient’altro di reale” nel “socialismo” ufficiale della Repubblica di Mao, cinquant’anni dopo la critica spietata di Lenin ai pregiudizi piccolo-borghesi del populismo di cui prevedeva che il proletariato se ne sbarazzasse costituendo “probabilmente” il suo partito di classe.

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Il seguito di questo studio dimostrerà attraverso quali lotte politiche e sociali il partito che aveva aderito nel 1921 all’Internazionale Comunista e che portava in sé stesso le speranze rivoluzionarie del proletariato mondiale in Cina ha deluso e tradito queste speranze e si è involuto sotto l’influenza stalinista fino a diventare una reincarnazione di Sun Yat Sen.

Di tali reincarnazioni dei vecchi partiti nazional-rivoluzionari delle colonie e semi-colonie in partiti nuovi non solamente non sono rare, ma la regola nella storia tormentata delle rivoluzioni anti-imperialiste. Esse si spiegano dal corso che nelle condizioni storiche d’arretramento e dispersione del movimento socialista e proletario dei paesi avanzati la lotta di classe non poteva mancare d’intraprendere, e che, sotto delle forme politiche differenti, è stato fondamentalmente lo stesso dappertutto.

Nella misura in cui questi paesi arretrati hanno conosciuto un certo sviluppo capitalista dopo la prima guerra mondiale, ciò non ha rafforzato, ma molto indebolito le velleità rivoluzionarie della borghesia indigena; in effetti, da una parte, moltiplicava i legami che fin dalla partenza l’aveva resa più o meno solidale con il capitale finanziario internazionale: dall’altra, spingeva nella lotta un numero crescente di strati sociali da cui si sentiva minacciata. È ciò che spiega l’esaurimento rapido dei partiti nazional-rivoluzionari borghesi, la loro fossilizzazione reazionaria, il loro immobilismo crescente di fronte al nemico che erano nati per combattere. Che questi siano stati rimpiazzati non da partiti proletari (di partiti della “doppia rivoluzione”) ma da partiti piccolo-borghesi si spiega facilmente: la dove hanno tentato di manifestarsi come in Cina, il proletariato indigeno è stato schiacciato; altrove dove è stato impotente ad assumere un carattere rivoluzionario che solo più di un secolo di progresso borghese in Europa avrebbe potuto produrre, poiché questo “progresso“ aveva lasciato ai margini le razze di colore; fu più facile al proletariato avanzato di perderlo lasciando l’opportunismo distruggere l’Internazionale al quale si era assimilato nei brevi anni rivoluzionari del primo dopo‑guerra, quando avrebbe avuto l’occasione di farlo.

Per prendere degli esempi più recenti e soprattutto meno “enigmatici” agli occhi di tutti l’esempio cinese, c’è anche che il Vecchio Destour tunisino ha avuto il suo Neo‑Destour, e il P.P.A. algerino il suo… F.L.N. Allo stesso modo, il Kuomintang cinese doveva anche lui avere il suo Neo‑Kuomintang. Il fatto che quest’ultimo si chiami “partito comunista cinese” e che governi una delle grandi potenze del mondo mentre i partiti comunisti di Tunisia e d’Algeria sono relegati in una oscurità senza gloria non riflette alcuna differenza nella natura di classe di questi partiti “anti-imperialisti”. Riflette solamente una differenza secondaria nell’allineamento immediato delle classi di un paese semi-coloniale come la Cina dove la borghesia deteneva tutto il potere condividendolo con l’imperialismo mondiale, e di paesi coloniali come quelli del Magreb francese dove non deteneva praticamente niente. Riflette anche una semplice differenza d’età tra i due movimenti nazional-rivoluzionari, il primo avendo coinciso con i primi passi dell’I.C. sulla via della decadenza e della morte, mentre quando il secondo s’è prodotto, lo stalinismo lui stesso, era diventato “troppo rivoluzionario” agli occhi dei suoi eredi.

È a causa di queste differenze che la storia sembra ai non marxisti (e anche ai falsi e cattivi marxisti) sempre nuova, inattesa e indecifrabile. È a causa della riproduzione dello stesso rapporto non momentaneo ma fondamentale delle classi in tutti i movimenti anti-imperialisti di questi paesi, eppure così differenti per il loro potenziale economico, l’area geo‑sociale alla quale appartengono, il periodo in cui sono entrati nel turbinio della storia moderna, che la loro rispettiva storia ci appare al contrario analoga, previste e ben chiare. Questo rapporto, è, con mille sfumature secondarie, tutte le classi popolari contro l’alta borghesia pro‑imperialista. Dalla Cina all’…Algeria indipendente, ci vengono a dire che la “rivoluzione” che lo caratterizza è anti-capitalista. Questi amanti delle novità non vedono che era già (mutatis mutandis e il pro imperialismo messo da parte) l’allineamento delle classi… nella Francia rivoluzionaria del 1793, quando la Gironda moltiplicava le insurrezioni “federaliste” contro la dittatura democratica di Parigi.

“Anti-capitalista”, Robespierre? Come se Robespierre non avesse aperto la via alla dittatura del Capitale – che dura ancora. Al contrario, pure Lenin giacobino? Come se non avesse avuto un’ambizione più alta che di aprire la via a dei sotto-Robespierre coloniali! Come se la via che la Rivoluzione russa ha voluto aprire, quella che ha aperto e che solo l’opportunismo stalinista ha imprigionato per molto tempo, non fosse quella della dittatura mondiale del proletariato, della vittoria mondiale del socialismo!

I “giacobini” cinesi ebbero rispetto ai vecchi giacobini francesi lo svantaggio di dover contare con un proletariato relativamente sviluppato che li ha obbligati a fare essi stessi quello che i loro gloriosi predecessori avevano potuto lasciare ad altri per la ragione del minor sviluppo degli antagonismi sociali della loro epoca, ovvero l’annientamento come classe indipendente. È vero che avevano avuto su questi stessi giacobini francesi il vantaggio storico d’essere i contemporanei d’una rivoluzione socialista, ma è precisamente il loro giacobinismo che lo fece loro perdere, confondendo questa rivoluzione con una “come un impresa di bonifica dei paesi sotto-sviluppati”, secondo la forte espressione d’un marxista contemporaneo. Sebbene che tutto il partito – membro dell’I.C. quali erano, si ritrovarono giacobini niente di più, o piuttosto giacobini e in più assassini d’operai! Come il loro errore comune con lo stalinismo russo, non si vede come avrebbero potuto senza prevalere, per contestargli, al tempo della sua gloria, la direzione del “comunismo mondiale”, le loro mani non essendo meno macchiate di sangue proletario delle proprie! La “bonificazione capitalista” della Russia sotto-sviluppata essendo giunta ad un grado avanzato, sotto i regni successivi di Stalin e di Krusciov, il krusciovismo ha cessato di parlare anche il linguaggio anodino del “bonificatore”, ovvero il linguaggio anti-imperialista piccolo-borghese di Stalin. Ma il ”giacobinismo” cinese, lui, non può abbandonarlo, non in funzione d’un “estremismo” qualunque, ma perché a casa propria, la “bonificazione” resta ancora quasi tutta da fare!

L’ironia della storia ha anche voluto che fosse precisamente il partito che incarna meglio l’opportunismo stalinista nella questione coloniale, il fautore della disfatta proletaria nelle rivoluzioni anti-imperialiste che pretende oggi di togliere a Mosca la direzione se non del proletariato, almeno dei movimenti anti-colonialisti! Ma la rivoluzione democratica-borghese delle colonie e semi-colonie d’Asia, d’Africa e dell’America latina ha già dato tutto quel che poteva dare nelle condizioni della contro-rivoluzione mondiale, tutto il ”ruolo” dell’estremismo cinese si limiterà finalmente a testimoniare della lentezza che il mantenimento del Capitalismo nelle zone sviluppate del mondo impone allo sviluppo economico dei paesi arretrati; delle sofferenze infinite di cui tutto ciò accompagna il loro proletariato, anche (e può darsi più ancora) sotto lo Stato nazional-populista alla cinese, che sotto gli Stati “neo-colonialisti” alla magrebina. Ecco quello che all’inizio di questo articolo definiamo “la confessione della contro-rivoluzione trionfante alla rivoluzione strangolata”. Che diceva in effetti l’Internazionale proletaria, la Rivoluzione sovietica, il vero leninismo ai popoli coloniali, mentre il populismo pretendeva di liberarli con una rivoluzione puramente nazionale ed unendo tutte le classi popolari?

«Operai e contadini dell’Oriente… noi (NdR: ovvero la Repubblica rossa di Russia) siamo a voi legati dal destino: o ci uniremo ai popoli dell’Oriente accelerando la vittoria del proletariato occidentale (NdR: da noi sottolineato) o periremo, e voi sarete schiavi (idem)». La Repubblica rossa del 1917 è morta, e i popoli dei paesi sotto-sviluppati restano direttamente o indirettamente schiavi della dominazione imperialista, come le urla dell’ ”estremismo” cinese testimoniano. Da questa dominazione, nessun Stato nazional-populista né verrà mai a capo; solo l’armata sociale incomparabilmente ingrandita di tutti gli operai del mondo, la forza ricostituita dell’Internazionale proletaria l’abbatterà.

Note

  1. Lenin: Democrazia e Populismo in Cina. ↩︎