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Riprendendo la Questione Cinese Pt.2

Categories: China, Chinese Revolution, CPC, History of China, Kuomintang, Stalinism

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Come abbiamo sommariamente ricordato nell’articolo apparso nel nr.5 di quest’anno, fu la degenerazione dell’Internazionale Comunista e dello Stato proletario russo ad imprimere un andamento negativo alla rivoluzione cinese nel 1925-27. Senza l’influenza della controrivoluzione mondiale, di cui lo stalinismo rappresentò uno dei pilastri più importanti, non si può né dare una spiegazione degli avvenimenti cinesi di quel periodo, né comprendere quelli successivi fino ad oggi. La rivoluzione proletaria vittoriosa in Russia nel 1917 poteva resistere alle enormi pressioni interne ed esterne derivanti dalla arretratezza economica solo a patto di essere, come diceva Lenin, il preludio della rivoluzione mondiale. Lo Stato proletario russo subordinava dunque la sua stessa possibilità di esistenza come Stato proletario all’estendersi dell’incendio rivoluzionario all’Europa occidentale. La sua forza era strettamente legata alla possibilità che la rivoluzione dilagasse sempre di più nel mondo; come già abbiamo ricordato, questo era il senso della posizione di Lenin e dell’Internazionale sulle rivoluzioni nazionali ed anticoloniali, in cui il ruolo dirigente autonomo veniva attribuito alla classe proletaria e al suo Partito Comunista e si denunciava ogni sottomissione del proletariato alla borghesia nazionale. Nell’epoca in cui il capitalismo è divenuto imperialista, cioè ha esteso il suo dominio alla scala mondiale, la borghesia è diventata controrivoluzionaria alla scala mondiale, e la borghesia delle colonie e dei paesi arretrati non è altro che una filiale della borghesia internazionale; essa dunque non può giocare nessun ruolo autonomo neanche nella lotta per l’indipendenza nazionale, e solo il proletariato alla testa delle masse contadine e semiproletarie può prendere la testa della rivoluzione “nazionale” e liberare i paesi coloniali dal giogo imperialista instaurando la propria dittatura di classe e collegandosi alla dittatura proletaria nei paesi industrializzati.

Questa tattica era stata alla base della rivoluzione proletaria in Russia, che aveva chiaramente indicato come nell’epoca dell’imperialismo solo il proletariato come classe dominante può portare a compimento gli stessi obiettivi borghesi che la borghesia rinuncia ad assolvere. Ma, sconfitta la rivoluzione proletaria in occidente nell’arco di tempo fra il 1919 e il 1923, il partito comunista in Russia si trovò alle prese con difficoltà insormontabili e la piccola borghesia, il contadiname, le forze generatrici del capitalismo riprendono coraggio e rialzano la testa ingaggiando con il partito una lotta terribile. Questa non si compie apertamente in nome della restaurazione capitalistica, ma dell’abbandono di ogni prospettiva rivoluzionaria alla scala mondiale, per procedere alla costruzione pura e semplice dello Stato nazionale e dell’economia nazionale in Russia. È sotto la pressione di queste forze sociali borghesi che, da una parte, si verifica la scissione sempre più profonda fra l’apparato statale russo e il partito comunista e, dall’altra, lo stesso partito comunista e la stessa Internazionale cominciano a deviare dalla giusta linea imponendo alle diverse sezioni tattiche contraddittorie e pericolose, come quella del fronte unico politico, nel tentativo disperato di resuscitare con espedienti formali la rivoluzione sconfitta in Europa. In un processo di decadenza che va dal 1923 al 1927 circa, nonostante l’opposizione della Sinistra comunista internazionale, la controrivoluzione impersonata in Russia da Stalin e dall’apparato statale sottomette a sé il partito bolscevico e la stessa Internazionale comunista. In nome del «socialismo in un solo paese» gli interessi della rivoluzione mondiale sono subordinati agli interessi statali dell’URSS, la lotta del proletariato mondiale è sacrificata all’esistenza dello Stato nazionale russo, la prospettiva di Lenin e dei comunisti è capovolta e sostituita con la prospettiva borghese dell’edificazione del “socialismo” nella sola Russia.

È stato importante ricordare questi fatti perché il proletariato cinese sceso in lotta aperta proprio negli anni dal 1925 al 1927 porta sulla sua pelle i segni di questo completo rovesciamento della prospettiva comunista.

Le tesi di Stalin sulla questione cinese

In diretta antitesi con quanto l’Internazionale Comunista aveva sancito al suo 2° Congresso del 1920 sulla questione nazionale e coloniale, Stalin concesse alla borghesia nazionale cinese una patente rivoluzionaria sostenendo che «il dominio dell’imperialismo mondiale faceva della borghesia cinese una classe più rivoluzionaria di quanto non lo fosse stata la borghesia russa nel 1917», e che perciò «non era possibile una rivoluzione proletaria in Cina, ma il proletariato doveva lasciare alla borghesia la direzione del movimento nazionale». La borghesia avrebbe portato a compimento la lotta di liberazione dall’imperialismo e la lotta per l’unificazione del paese contro i “signori della guerra”. Per tutto questo periodo, il proletariato e il partito comunista cinese non dovevano svolgere alcun ruolo autonomo, ma limitarsi ad appoggiare il movimento nazionale borghese. Realizzata l’indipendenza e l’unificazione del paese, la rivoluzione sarebbe passata dalla fase militare alla fase della riforma agraria ad opera della borghesia anti-imperialista; solo al termine di questa, si sarebbe aperta la fase “socialista” e il proletariato avrebbe potuto agire come classe autonoma e ingaggiare la lotta contro la borghesia per instaurare il suo dominio di classe.

Le tesi di Stalin non avevano più nulla a che vedere con la prospettiva marxista e mettevano di fatto la classe proletaria nelle mani della borghesia. Per giustificare la pretesa possibilità della borghesia cinese di mettere in movimento le masse contadine si varò la tesi falsa e bugiarda che in Cina esistesse una organizzazione feudale, come nell’Europa del XVIII secolo, nella quale cioè la terra è in possesso inalienabile della nobiltà e del clero e coloro che la lavorano sono servi della gleba. La borghesia europea del XVIII secolo aveva potuto giocare un ruolo rivoluzionario contro il feudalesimo proprio perché aveva potuto far leva sulle masse contadine che aspiravano alla proprietà del suolo. La borghesia poteva impunemente mettere in moto i contadini, che si sarebbero divise le terre appartenenti alla classe feudale, e successivamente queste sarebbero cadute nelle mani della borghesia per via puramente economica, attraverso il libero commercio del suolo e il successivo indebitamento dei contadini. Questo il processo seguito dalla rivoluzione francese, nella quale furono proprio i contadini a far piazza pulita del feudalesimo e a fornire le truppe agli eserciti napoleonici, per poi cadere nella più totale sottomissione al dominio delle banche e del capitale finanziario. La borghesia cinese, secondo Stalin, sarebbe stata rivoluzionaria sia perché subiva il dominio dell’imperialismo mondiale, sia perché avrebbe potuto procedere alla spartizione delle terre mettendo in moto il contadiname povero. In realtà le cose non stavano per nulla in questo modo: da circa due millenni il libero commercio del suolo era ammesso in Cina, e questo faceva sì che le terre in possesso dello Stato o della Chiesa si fossero sensibilmente ridotte mentre la maggior parte di esse era detenuta proprio dalla borghesia, impersonata dall’usuraio di villaggio; non il nobile feudale, ma il ricco usuraio che era allo stesso tempo il “compratore”, cioè l’intermediario e lo spacciatore delle merci europee, era colui che possedeva la terra e la cedeva in affitto in microscopici lotti ai contadini. La classe borghese che Stalin pretendeva potesse mettere in moto i contadini era quindi proprio quella che li opprimeva e li sfruttava: ogni ripartizione del suolo sarebbe andata a diretto svantaggio della borghesia, ed è evidente che se il contadiname cinese rivendicava la confisca e la ripartizione della terra, doveva farlo proprio contro i borghesi.

Se la tesi espressa da Lenin e dall’Internazionale, che la borghesia era diventata controrivoluzionaria alla scala mondiale, e perciò ogni possibilità di vittoria delle stesse rivoluzioni nazionali risiedeva nella direzione del proletariato organizzato in maniera autonoma e alleato alle masse contadine povere, proprio contro la classe borghese, aveva un valore, essa lo aveva in special modo per la Cina. E se questa posizione fu rovesciata da Stalin con le conseguenze terribili che vedremo, non fu certo a causa di un “errore”: era la controrivoluzione borghese che stava abbattendo il dominio proletario in Russia, quella che distruggeva nello stesso tempo tutto il programma comunista alla scala mondiale e, sotto il manto fasullo del “socialismo in un solo paese”, mirava oramai alla sconfitta del movimento proletario in tutto il mondo.

La situazione della Cina alla vigilia della rivoluzione

Il dominio imperialistico, indebolendo la dinastia imperiale, poi eliminandola completamente, aveva prodotto in Cina lo smembramento del territorio che, privo di un potere centrale, si trovava diviso in varie regioni sottomesse al dominio dei cosiddetti signori della guerra, capi militari assoldati dalle potenze imperialistiche che detenevano il potere fondandosi su eserciti mercenari formati da contadini senza terra, sradicati da ogni fonte di sussistenza e vaganti sull’intera estensione del paese. I signori della guerra proteggevano gli interessi della borghesia contro gli operai e contro i contadini, e se la borghesia si metteva contro di loro, almeno entro certi limiti, era solo perché aspirava all’unificazione nazionale come presupposto necessario del suo stesso sviluppo.

Nel 1911 la rivoluzione, che aveva abbattuto la dinastia imperiale ed instaurato la repubblica borghese sotto la presidenza di Sun Yat-sen, fu immediatamente fatta naufragare dall’intervento dei signori della guerra, sollecitato dalla stessa borghesia, che così dimostrava di non potere né tener testa al movimento delle masse né assolvere alcuno dei compiti neanche della rivoluzione borghese. La borghesia dunque era contro i signori della guerra solo entro certi limiti, perché nello stesso tempo era legata ad essi e se ne serviva nella repressione del movimento proletario. Nel 1911 Sun Yat-sen aveva spontaneamente abbandonato il potere nelle mani dei signori della guerra. Nel 1913 Lenin scrisse a questo proposito:      «La rivoluzione cinese ha mostrato la stessa mancanza di carattere e la stessa bassezza del liberalismo, la stessa importanza esclusiva di una indipendenza delle masse democratiche, e la stessa delimitazione tra il proletariato e tutta la borghesia» (I destini storici della dottrina di Carlo Marx).

Il Kuomintang, o “partito del popolo”, rappresentava la borghesia e la piccola borghesia nelle sue aspirazioni nazionalistiche e antimperialiste. Esso non aveva alcun seguito tra gli operai e i contadini poveri che, fin dall’inizio della loro lotta si trovarono sotto la direzione del Partito Comunista. Le sue possibilità di movimento erano dunque limitate e risiedevano esclusivamente nella possibilità di sottomettere il Partito Comunista alle proprie direttive. Per questo Sun Yat-sen rifiutò nel 1922 il fronte unico fra i due partiti propostogli dall’Internazionale. I comunisti potevano, per il Kuomintang, essere solo dei sudditi, non degli alleati, e questo chiarisce già quale fosse la posizione della borghesia cinese verso il movimento proletario e contadino: voleva servirsene, ma senza nulla concedergli e in piena sicurezza. Avrebbe, si, proceduto contro l’imperialismo, ma solo nella misura in cui avesse potuto sottomettere completamente il proletariato e i contadini, in mancanza di che avrebbe sempre preferito marciare con l’imperialismo contro gli operai e i contadini. Solo la controrivoluzione trionfante in Russia e nel mondo poteva spingere il proletariato cinese a sottomettersi completamente alla borghesia. Fu quello che fece lo stalinismo dal 1923 in poi.

1925-1927: ascesa e sconfitta della rivoluzione proletaria

L’applicazione delle tesi di Stalin significò la sottomissione del giovane partito comunista cinese alla direzione borghese rappresentata dal famoso Kuomintang, il partito nazionalista borghese, che deteneva il potere a Canton. Nel 1924 il partito comunista cinese aderì al Kuomintang annullando così anche la sua indipendenza organizzativa. Fin dal 1923 la diplomazia sovietica aveva stretto collegamenti con il capo e teorico della borghesia cinese, il dott. Sun Yat-sen, e aveva stipulato accordi commerciali con la Cina denunciando i cosiddetti «trattati ineguali». Ma quella che all’inizio non era stata che la normale prassi dello Stato proletario russo nei suoi rapporti con lo Stato cinese, divenne dal 1923 una e vera e propria alleanza con la borghesia cinese. Nell’incontro avvenuto il 23 gennaio 1923 fra Yoffe e Sun Yat-sen, fu stilata la seguente dichiarazione comune che è un vero e proprio trattato di pace:   «A causa della mancanza di condizioni favorevoli alla loro efficace applicazione in Cina, non è possibile in quel paese né il comunismo né il sistema sovietico. I problemi più importanti ed urgenti della Cina sono il completamento dell’unificazione nazionale e il conseguimento della completa indipendenza».

E questa dichiarazione comune seguiva ai deliberati dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista che il 12 gennaio 1923 aveva dichiarato:  «In considerazione del fatto che la classe operaia cinese non è ancora sufficientemente differenziata come forza completamente autonoma, l’Esecutivo ritiene necessario che il giovane partito comunista cinese coordini le sue attività con quelle del Kuomintang».

Il Terzo congresso del Partito Comunista cinese tenuto nel giugno del 1923 lancia quindi la parola d’ordine:  «Tutti al lavoro per il Kuomintang. Il Kuomintang deve essere la forza centrale della rivoluzione nazionale ed assumerne la direzione».

Come si vede da queste poche citazioni, la rotta tracciata da Lenin e dall’Internazionale per il proletariato delle colonie e semicolonie è già completamente rovesciata: alla borghesia viene riconosciuto un ruolo rivoluzionario nella rivoluzione nazionale, e si invita il proletariato a sottomettersi alla sua direzione. Il primo pretesto è che «la Cina non è matura per il sistema dei soviet», cioè per la dittatura proletaria. Se questo fosse stato valido in Russia nel 1917, non ci sarebbe dovuta essere una rivoluzione proletaria perché, dal punto di vista economico, la Russia non era certo più matura della Cina. L’altro pretesto portato avanti, in pieno contrasto con le tesi di Lenin del 1920, è lo stesso che era servito in Europa per l’adozione della tattica del “fronte unico”. Il Partito Comunista, si diceva, era poco sviluppato in Cina, e qualunque azione autonoma gli sarebbe stata impossibile. Semmai, questa sarebbe stata una ragione di più per difendere il partito e la sua autonomia programmatica ed organizzativa, come chiaramente stabilivano le tesi del 1920. Ma quanto sopra era vero solo molto relativamente: il Partito cinese, costituitosi nel 1920, aveva ben presto guadagnato una notevole influenza fra le masse proletarie, che non erano, come quelle dell’occidente europeo, infette di riformismo ed opportunismo. Benché i suoi effettivi fossero effettivamente limitati, esso teneva nelle sue mani tutto il movimento di massa, e in particolare dirigeva i sindacati che andavano prendendo uno sviluppo enorme in tutto il paese. Fin dal 1922 il movimento proletario e contadino stava in realtà assumendo proporzioni immense, e questo movimento, che ebbe il suo culmine nel 1925 e negli anni successivi, non solo era quasi completamente controllato dal Partito comunista, ma era tradizionalmente avverso al Kuomintang, in cui vedeva l’odiata borghesia e mal sopportava l’alleanza, o meglio la sottomissione, alla sua politica.

Ben più importante di tutte queste considerazioni è tuttavia il fatto concreto che il movimento delle masse proletarie e dei contadini venne abbandonato nelle mani della borghesia, e nessun sforzo fu fatto per dargli uno sbocco rivoluzionario autonomo e per imprimere a tutta la rivoluzione di cui la Cina era visibilmente gravida una direzione proletaria. La dimostrazione più palese di questa crescita del movimento proletario è offerta dai seguenti dati.

Nel maggio 1922 si riunisce il primo congresso dei sindacati cinesi, che contano 200.000 iscritti. Ma il 1° maggio 1925 il sindacato generale pancinese conta già 570.000 iscritti; gli scioperi passano da appena 25 nel 1918 a 91 nel 1922; per il 1° Maggio 1924 a Shanghai sfilano in corteo 100 mila operai, e a Canton 200 mila, mentre a Wuhan, nonostante la legge marziale, le strade sono pavesate di bandiere rosse. E il movimento contadino avanza di pari passo attraverso la costituzione delle “unioni” contadine, che specialmente nel Guangdong ebbero un grandissimo sviluppo e già nel 1923 avevano sostenuto durissimi scontri coi proprietari terrieri e con l’esercito.

Questo movimento culminò il 30 maggio del 1925 nello sciopero generale di Shanghai, causato dall’uccisione di alcuni studenti ed operai durante una dimostrazione: lo sciopero si estese anche ai domestici e servitori di famiglie straniere e coinvolse diverse altre città da Canton a Pechino, interessando all’incirca 400 mila operai. L’11 giugno ad Hankow i dimostranti furono assaliti da truppe da sbarco inglesi, che fecero diversi morti. Il 18 giugno i marittimi di Canton incrociarono le braccia. Il 23 un corteo di operai e studenti fu mitragliato a Canton dagli inglesi, che ne uccisero 52: la risposta immediata fu lo sciopero generale a Canton ed a Hong-Kong. 100 mila operai di Hong-Kong lasciarono la città e si trasferirono in massa a Canton. Qui gli operai in sciopero erano circa 250 mila, ed essi assunsero praticamente il potere, e con squadre operaie armate isolarono completamente la città. Il picchettaggio, non solo a Canton ma su tutta la fascia costiera e in tutti i porti del Guangdong, rese completo il boicottaggio delle merci straniere, soprattutto inglesi, paralizzando il commercio della Gran Bretagna in Estremo Oriente. Secondo dati ufficiali, il numero delle navi britanniche entrate nel porto di Canton, che dall’agosto al dicembre 1924 oscillava fra le 240 e le 160 al mese, nell’agosto del 1925 si era ridotto a un massimo di 27 ed un minimo di 2. Sull’onda del poderoso movimento il Kuomintang instaurò il suo potere a Canton e alla fine di giugno 1925 riunì il Guangdong sotto il suo controllo. Inutile dire che tutto questo avvenne sotto il patrocinio del Partito Comunista Cinese e dell’Internazionale.

L’azione del governo nazionalista di Canton è altamente significativa. Preso il potere sulle spalle del movimento operaio e liberato il Guangdong dai militaristi con l’appoggio determinante dei contadini, il Kuomintang rimanda all’infinito qualsiasi misura di riforma agraria col pretesto che «prima bisogna unificare tutto il paese e cacciare gli imperialisti stranieri». Nello stesso tempo mette in sordina anche le rivendicazioni immediate degli operai e si adopera con tutti i mezzi per far cessare lo sciopero, che blocca le merci inglesi. Intanto prepara una grande campagna contro i militaristi del nord, a cui il Partito Comunista aderisce con entusiasmo. Il 20 marzo 1926, mentre fervono i preparativi della spedizione, Chiang Kai-shek, che comanda i cadetti dell’accademia di Wampoa ed il comandante il capo dell’esercito nazionalista, vibra il primo colpo alle forze operaie a Canton: con un pretesto, le sedi dei sindacati sono invase e devastate, i dirigenti arrestati. La stessa sorte tocca a diversi membri del Partito Comunista e ai consiglieri russi residenti a Canton. Gli operai vengono disarmati e le loro organizzazioni disperse. In poche ore Chiang ha in mano tutta Canton senza che il Partito Comunista e gli operai abbiano potuto muovere un dito. Ma questo colpo è solo la prova generale di quanto accadrà poi, servendogli intanto a rinforzare la “destra” del Kuomintang e ad intimorire i comunisti e la cosiddetta “sinistra”. Infatti, se pure Chiang fa pubblica ammenda per l’ “equivoco”, e promette di punire i responsabili, ha di fatto il potere a Canton e gli operai sono inermi e disorganizzati. Da questa posizione di forza, Chiang convoca il comitato centrale ed esecutivo del Kuomintang per il 19 maggio e, nel frattempo, fa spargere la voce di un complotto comunista, che deve servigli ad attirare a sé la pavida borghesia cinese. Nella riunione del 15 maggio, Chiang propone una “riforma” del Kuomintang, in base alla quale si chiede al P.C.C.:
 1) di non nutrire dubbi né critiche nei confronti del dott. Sun e dei suoi principi,
 2) di depositare la lista dei propri militanti iscritti al Kuomintang; i comunisti, inoltre, sono dichiarati ineleggibili ai posti di comando del governo e dell’esercito e i loro effettivi sono limitati al 33% del totale a tutti i gradi successivi; infine i membri del Kuomintang non possono aderire a nessun’altra organizzazione.

È evidente che queste misure costituiscono il prologo della repressione aperta contro il movimento operaio, ma l’Internazionale Comunista le lascia passare sotto il più completo silenzio, mentre i dirigenti del partito si scusano addirittura con Chiang per i “malintesi” a cui la loro partecipazione al Kuomintang può avere dato luogo,e accettano tutte le disposizioni prese nei loro confronti, in nome del mantenimento dell’unità del fronte nazionale. Secondo il Partito Comunista Cinese: «Ritirarsi dal Kuomintang equivarrebbe ad abbandonare le masse lavoratrici e cedere alla borghesia la bandiera del Kuomintang rivoluzionario: in questo momento si deve seguire una politica di ritirata temporanea per poter rimanere nel Kuomintang»!

Ma la politica di sottomissione completa del P.C.C. al partito borghese era talmente spudorata che diverse critiche si levarono contro di essa in seno al partito, e nel giugno 1926 lo stesso Comitato Centrale fu costretto a proporre all’Internazionale «il ritorno del P.C.C. alla sua autonomia e l’abbandono della politica di sottomissione completa al Kuomintang, a favore di un blocco a due». Non si negava dunque l’alleanza con la borghesia e il suo partito, ma si chiedeva di poter partecipare a questa alleanza come organizzazione indipendente. L’Internazionale respinse la proposta, come anche quella di organizzare all’interno del Kuomintang delle frazioni di sinistra. Come lo stalinismo, ormai padrone dello Stato russo e dell’Internazionale, vedesse il compito dei comunisti cinesi nella rivoluzione, risulta chiaro dalla pittoresca frase di Borodin, che fungeva da consigliere di Mosca presso Chiang: «Nel momento attuale i comunisti devono fare per il Kuomintang il lavoro dei coolies».Intanto proprio a Canton, cioè in quello che secondo Stalin era il centro della rivoluzione cinese, si stavano verificando fatti che mostravano chiaramente di che tipo fosse il “fronte rivoluzionario”. Nel luglio 1925, pochi giorni dopo l’inizio della spedizione contro il Nord, sedicenti rappresentanti di una sedicente Unione Sindacale Provinciale cominciarono ad attaccare, con la piena acquiescenza delle autorità, le sedi del sindacati operai, a disperderne l’organizzazione e, in alcuni casi, ad ucciderne i dirigenti. È una tecnica ben nota, che fu pure usata dal fascismo italiano nella sua opera di repressione del movimento proletario; e Chiang la userà costantemente anche in seguito. Gli operai non potevano far altro che difendersi, e per diversi giorni si ebbero scontri violenti nelle strade di Canton. Infine intervennero le autorità nazionaliste, ma solo per disarmare gli operai, imporre l’arbitrato obbligatorio, e proibire ogni sciopero finché durava la campagna contro il Nord. I miglioramenti economici che gli operai di Canton erano riusciti a strappare in lunghe e dure lotte furono tutti annullati, e venne perfino ripristinato il sistema di lavoro “a contratto”, piaga del proletariato cinese. Nelle campagne del Guangdong il Kuomintang si abbandonò alla repressione aperta del movimento contadino. Le “unioni”, che si erano sviluppate con ritmo sorprendente, furono sciolte, i loro membri e dirigenti arrestati, le terre che i contadini avevano confiscato furono restituite ai proprietari, mentre non si adottava nemmeno la riduzione dei canoni di affitto del 25%, che pure era una rivendicazione del Kuomintang. E la stessa politica repressiva fu praticata tanto contro gli operai quanto contro i contadini, in tutte le regioni in cui giungeva l’esercito nazionalista. Nelle campagne si scioglievano le organizzazioni contadine e si devastavano le loro sedi, si impediva ai contadini di armarsi contro i proprietari fondiari, e nello stesso tempo si negava loro qualsiasi appoggio dell’esercito nazionalista. Nelle città si usavano gli stessi metodi contro gli operai, distruggendo le organizzazioni sindacali rosse e sostituendole con sedicenti sindacati di stretta osservanza borghese, mentre si proibivano per legge gli scioperi ed era vietato agli operai possedere armi. Il governo “rivoluzionario” di Canton intervenne anche nello sciopero di boicottaggio delle merci straniere e il 10 ottobre 1926 addivenne ad un accordo per il quale, dopo 15 mesi dal suo inizio, il gigantesco sciopero cessava spontaneamente senza che nessuna delle rivendicazioni poste dagli operai fosse accolta. Il sabotaggio aperto di questa magnifica battaglia operaia doveva naturalmente servire a riconciliare la borghesia cinese con il capitale imperialista mondiale.