Genealogia gangsteristica del capitalismo USA
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Nessuno può accusarci di avere, sia pure per un breve corso della nostra esistenza di partito, trascurato la denuncia documentata delle origini banditesche, cioè appunto capitalistiche, della società americana. Tanto meno possono farlo coloro che, durante la luna di miele e la convivenza (e connivenza) dell’America e della Russia, non solo relegarono in soffitta lo smascheramento spietato del capitalismo statunitense, mai assente nella lotta ideologica del marxismo, ma ne tesserono addirittura le lodi additando la democrazia americana come segnacolo di progresso sociale. E forse che oggi, rotta la complicità bellica russo-americana, la sperticata apologia delle origini della democrazia americana è cessata sulle colonne di giornali, come l’Unità e l’Avanti, che pretendono di continuare le tradizioni marxiste?
Non potendo dire bene dei governi di Truman, e, oggi, di Eisenhower per ovvie ragioni di contraddizioni inter-imperialistiche, gli scrittorelli (che sono tali per mancanza di carattere politico e ciarlataneria ideologica, nonostante la prosopopea dello stile) della putrida stampa social-stalinista si rifugiano nella ignobile mansione della esaltazione delle origini politiche dello Stato di Washington, e risalgono a Lincoln e Jefferson, se non addirittura a Beniamino Franklin e Giorgio Washington. Sarebbero questi i pionieri onesti e coraggiosi della potenza statunitense, gli artefici della indipendenza e unità nazionale degli Stati Uniti, i padri generosi della democrazia elettiva, così spietatamente traditi e disonorati dai discendenti che ora seggono alla Casa Bianca e al Pentagono, e lavorano attorno a piani di assoggettamento del mondo intero!
La differenza tra un marxista e un opportunista sta, per rimanere all’argomento trattato, in questo: che la rivolta delle colonie nordamericane contro l’Inghilterra e la guerra di Indipendenza, avvenute alla fine del 1700, come pure la Guerra di Secessione del 1861, che dovevano costituire gli attuali Stati Uniti e gettare le fondamenta dell’odierno potenziale industriale americano, sono viste dal marxista come necessari e favorevoli svolti storici, ma nello stesso tempo denunziati per quello che realmente furono, e cioè passi obbligati dello sviluppo della dominazione capitalista. Perciò, il rivoluzionario proletario fedele al marxismo respinge e sbeffeggia le ideologie sbandierate da Washington, Jefferson, Lincoln che, sotto il manto umanitario e progressivo, servirono (servono ancora nella bocca degli Eisenhower e dei Foster Dulles) a coprire il reale contenuto capitalista della rivoluzione americana.
Conseguentemente, il movimento marxista confronta polemicamente le luminose affermazioni di fratellanza e di solidarietà civile degli ideologi borghesi dell’americanismo con le crudeltà sanguinose della pratica sociale e di governo americana: il massacro delle popolazioni pellerossa, lo sfruttamento feroce della mano d’opera, il razzismo, le bestiali superstizioni pseudo-scientifiche che rendono il cittadino americano schiavo di un macchinismo che non riesce più a controllare. Oggi siamo arrivati al punto che per leggere una pagina digeribile sul capitalismo americano (non le ipocrite lamentazioni sulle vittime della sedia elettrica che ci ammannisce la stampa cosiddetta comunista) dobbiamo cercare nella stampa filo-americana!
Recentemente è apparso sul Corriere della Sera (8-9-1953), notoriamente filo-americano e filo-atlantico, un articolo di Indro Montanelli sulle origini del capitalismo americano.
Veramente, l’assunto dell’articolo tocca un argomento diverso, e cioè il gangsterismo statunitense. Ma l’autore giunge alla conclusione che i gangsters americani debbano considerarsi null’altro che dei “pionieri in ritardo”, e propriamente dei capitani di industria capitati fuori tempo, sfortunati emuli di Morgan, Carnegie, Ford, Rockefeller e soci, arrivati troppo tardi nella jungla dell’affarismo.
Dopo averci informato che “il gangsterismo si è sviluppato su quattro principali commerci: l’alcool, il gioco, la prostituzione e le droghe”, che “il primo è finito col proibizionismo” e “gli altri tre sono ancora in fiore”, Montanelli mette in guardia il lettore dall'”indurre che la malavita sia, in America, un costume”. Con deprecabile offesa ai dogmi idealistici, il nostro autore deve negare che la malavita statunitense sia, come dire?, una incarnazione dello Spirito del Male, e, facendo tanto di cappello all’odiato materialismo, deve ammettere che essa è soltanto un'”industria, con i suoi bravi tecnici specializzati, come avviene (udite! udite!) in tutte le società fondamentalmente sane!”. Dunque una società è sana se alleva nel suo seno ubriaconi, cocainomani, meretrici e biscazzieri, serviti e inquadrati in potenti organizzazioni? Allora, quanto dovevano essere depravate e marce le popolazioni primitive, le genti e le fratrie barbare le quali, ignorando l’uso del denaro, non praticavano l’arte del gioco e l’industria della prostituzione, né conoscevano cocaina, morfina ed eroina, come i civili sudditi del Capitale! Non c’è da stupire: il borghese, specie l’intellettuale, non può dire mezza verità senza avvilupparla in un involucro di cinismo spavaldo.
Dunque, l’America non si scandalizza del proprio gangsterismo. Vi stupite? Montanelli scrive: “Come certe madri virtuose che, pure inorridendo ufficialmente sono in fondo grate alle donne perdute che svezzano i loro figlioli, così la società americana serba con i suoi gangsters rapporti in fondo affettuosi, come del resto si vede da molto cinematografo… Ma questa fondamentale simpatia per il gangsters ha anche un altro motivo: ed è che il gangsterismo è, sì, un frutto fuor di stagione, ma è maturato sul proprio albero. Le origini della società americana sono tutte gangsteristiche: non c’è un solo potentato (leggi: capitalista) in questo Paese che abbia conquistato la sua baronia, senza ricorso a metodi violenti e fraudolenti”. Evviva la faccia della sincerità. Avremmo voluto leggere di squarci simili sulla stampa social-comunista nell’epoca dorata della alleanza tra Russia e America. Non è per la conservazione della società americana che i Nenni e i Togliatti chiamarono i proletari a versare il sangue?
Montanelli e il giornale che ospita la sua prosa pirotecnica, debbono ostentare una certa indipendenza di giudizio nei confronti dell’America, che però non ne pregiudica l’impostazione politica filo-americana, ma non possono farlo senza sputare almeno mezze verità. Completiamo allora le citazioni: “La ragione – scrive Montanelli – per cui Zukor e il nonno Rockefeller si chiamano pionieri e come tali vengono rispettati, mentre i gangsters si chiamano gangsters, e come tali vengono condannati, è molto semplice: i primi hanno operato su terreno vergine e in una società ancora in formazione senza altra legge che quella che le davano, con la violenza, i suoi fondatori. Al Capone arrivò a cose già fatte, a sistemazione avvenuta; quando per fare della propria volontà una legge, bisognava mettersi contro quelle che la società già si era date”.
Ecco, senza incomodare i santoni indigeni della democrazia, illustrate le origini della società americana, del capitalismo del dollaro. Ecco la classe borghese statunitense e i padreterni del Capitale, genealogicamente sistemati. Dovremmo proprio ringraziare il Corriere della Sera, se non sapessimo che le sue in apparenza spregiudicate ammissioni servono a neutralizzare le accuse di prono servilismo alla America mosse dalla stampa filo-russa, ieri celebratrice del “mondo libero” e delle imprese del dollaro, sempre pronta a ricantare gli stessi inni qualora Washington offrisse buone condizioni a Mosca. Forse che i “pionieri” del capitalismo russo non hanno impiegato contro il bolscevismo metodi da far arrossire di imbarazzo i gangsters americani?