Partito Comunista Internazionale

Gli incorreggibili nipoti di baffone

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La nostra analisi della natura opportunistica del partitaccio, che abbiamo definito «ala sinistra della borghesia», non data da oggi né tantomeno è il frutto, come avviene ai gruppuscoli, di una recente scoperta. È ormai un cinquantennio che denunciamo la nefasta funzione in seno al movimento operaio di una forza politica che, una volta abbandonati i cardini del comunismo rivoluzionario, non poteva non candidarsi alla gestione diretta e più «razionale» dell’economia e della politica borghese.

Vogliamo mettere però in risalto la «continuità» della chiave di volta che corona congressuali «summulae berlinguerianae», consistenti nella riproposizione, anche se aggiornata con un frasario mellifluo ed ecumenico, di tutta la dogmatica staliniana, dalla teoria «del socialismo in un solo paese» da cui sono figliate le «vie nazionali al socialismo», alla tesi antimarxista del doppio campo o doppio mercato, quello capitalistico e quello socialista, a tutta una serie di deduzioni che vanno dal giudizio sulla questione coloniale alla funzione del proletariato metropolitano nella fase imperialistica del capitalismo. Come si vede una «problematica» che noi comunisti rivoluzionari, ricchi di un’esperienza più che secolare, ci guarderemmo bene dal consegnare demagogicamente alla logomachia di congressi, indetti dal P.C., per acquisire «punti» nella considerazione della «democrazia».

Nonostante che nessuno lo abbia nominato; il fantasma di Stalin ha costantemente aleggiato sulla assise del P.C.I.

La relazione del segretario infatti parte dalla premessa, assurta ormai a dogma, che, nonostante le riverniciature tipo testamento di Yalta, il trafugamento della bara di Baffone, le rimozioni più o meno psicoanalitiche dell’ingombrante Padre, consiste nella tesi niente affatto marxista che il mondo è diviso in due grandi campi, quello capitalistico occidentale, soggetto a crisi e costretto alla ritirata, e quello socialista, in graduale, irresistibile «progresso», e tendente a conquistare, per via «pacifica», il mondo borghese. L’unica differenza che passa tra la brutalità staliniana ed il «comunismo dal volto umano», consiste nella più sottile ed ipocrita abilità degli epigoni (come sempre peggiori) nel presentare la stessa pappa col linguaggio allusivo valido per tutti gli usi, ma soprattutto capace di confondere le idee dei frastornatissimi proletari.

Secondo il più piatto stile sociologico e soggettivistico (alla Mikhailovsky, come direbbe Lenin) il conto parte dai dati, dai fatti «merdosi», come è costume degli empiristi di moda. Si vuol dimostrare «il rapido aggravarsi della crisi del mondo capitalistico» in contrapposizione ai «progressi dei paesi socialisti». L’economia capitalistica è soggetta a crisi cicliche sempre più frequenti e ravvicinate, mentre il campo socialista grazie alla pianificazione ed al controllo statale dei mezzi di produzione produce sempre maggior sviluppo (capitalistico!), immune da crisi e da traumi.

Berlinguer snocciola dati, ma la questione non sta lì: il problema è nella lettura. La nostra è completamente opposta, e porta a conclusioni opposte. Non ci interessa confutare i dati, che «i grandi mezzi di ricerca del grande partito» sono in grado di fornire. Ma l’obiettività dei dati non è sufficiente a fornire una «obiettiva» interpretazione.

La lunga elencazione parte, come era inevitabile, da un «fatto»: «il fatto saliente, a partire dall’autunno scorso è costituito da una caduta o ristagno delle attività produttive che si è ormai estesa in tutta l’area dei paesi capitalistici sviluppati, mentre persistono forti spinte inflazionistiche e si accresce il disordine nel campo monetario e nei mercati finanziari, caratterizzati da cronica instabilità e da sfrenate e incontrollate attività speculative. Particolarmente grave è la recessione in atto negli Stati Uniti. La produzione industriale, che nel 1973 era aumentata del 9% rispetto al 1972, nel 1974 è diminuita dell’1% rispetto al 1973, ma gli ultimi dati, relativi al gennaio 1975, indicano che la caduta, rispetto al gennaio 1974 è già del 3,6%. Le conseguenze di questa recessione si fanno duramente sentire nell’occupazione: nel 1973 i disoccupati erano il 4,9% delle forze di lavoro; ora la percentuale è salita all’8,29%, e cioè a circa sette milioni e mezzo di disoccupati». Continua l’analisi della crisi in Giappone, nella Germania federale dei paesi membri dell’OCSE, il tutto per giungere al termine di paragone, puntualmente senza dati, perché per quanto scarsi sarebbero in grado di dimostrare che i tanto decantati paesi «socialisti», tipo l’autogestita Jugoslavia, l’Ungheria, la Polonia sono rose da tassi d’inflazione da fare invidia ai più scalcagnati fascismi e regimi militari dell’America latina.

«Ben diverso – dunque, al dire di Berlinguer – e anzi del tutto opposto è il quadro che presentano oggi i paesi dell’area socialista. È evidente che anche in questi paesi, e particolarmente in quelli che dispongono di minori risorse o le cui economie sono maggiormente legate al commercio estero, si ha un certo riflesso dell’aumento dei prezzi mondiali delle materie prime» – (dunque il doppio mercato è una balla, che non rende immuni tali economie dal gioco del mercato unico mondiale. Ma non si era detto che la coesistenza pacifica a base di commerci e competizione avrebbe permesso il sorpasso del capitalismo concorrenziale e monopolistico?) Ed eccoci alla prova che «il socialismo paga», come amano da tempo esprimersi i teorici del marxismo emulativo: «ma il dato fondamentale è che in tutti i paesi socialisti si è registrato anche nel 1974 e si prevede anche per il futuro un forte sviluppo produttivo. Dal rapporto annuale da poco reso noto sull’andamento economico nei paesi del COMECON risulta che nel complesso di questi paesi la produzione industriale nel 1974 è aumentata dell’8,5% rispetto al 1973. Inoltre, mentre i lavoratori dei paesi capitalistici sono duramente colpiti dall’aumento della disoccupazione e del caro vita, nei paesi socialisti si registrano ulteriori miglioramenti nel tenore di vita dei popoli e nel loro sviluppo civile e culturale». Il «socialismo» per gli staliniani incalliti, gradualisti ed emulativisti, si identifica con l’«aumento delle forze produttive, con il miglioramento del tenore di vita dei popoli».

Non una parola sui rapporti di produzione, sulla legge del valore capitalistico che continua a misurare il lavoro. Tutto questo succede una volta che si è identificato il socialismo con il controllo statale dei mezzi di produzione e si è deciso di rimandare a tempi migliori l’abolizione del lavoro salariato e dunque del Capitale come regime e modo di produzione.

Ha mai sentito parlare Berlinguer delle decine di migliaia di lavoratori iugoslavi emigrati in Germania e minacciati di essere rimpatriati come tanti altri paria di paesi occidentali?

Ha sentito parlare del raddoppio del prezzo del petrolio che l’URSS ha imposto ai vari Kadar, Gierek e compagnia, e che ha fatto parlare di nuove possibili Cecoslovacchie?

Niente di tutto questo nel rapporto, improntato ad un tipo di «internazionalismo» che altro non è se non «reciproco rispetto e non ingerenza negli Stati degli altri», per l’appunto l’aurea e mai rispettata regola degli stati borghesi. Vige l’«internazionalismo» proprio in quanto non esiste l’Internazionale, sepolta da Stalin e accuratamente esorcizzata dai suoi nipoti, la profonda passione dei quali è «l’indipendenza dei popoli» che è come dire «ognuno si faccia i fattacci propri».

Prima importante deduzione del ragionamento del segretario P.C.I. Naturalmente «un fatto»: «è un fatto dunque: nel mondo capitalistico c’è la crisi, nel mondo socialista no». Più perentori di così non si potrebbe essere. Ma c’è di più, dal momento che ciò che incanta i moralisti del grande opportunismo sono i «valori», la «cultura», la «virtù»: … «È ormai quasi universalmente riconosciuto che in quei paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione».

Ma attenzione, niente trionfalismi, perché il PCI ha intenzione di fare tutto ciò che si può per impedire il tanto peggio tanto meglio. Il riconoscimento della conferma delle previsioni marxiste non è certamente stimolo ad aiutare la storia a partorire i suoi legittimi frutti. Al contrario, e sennò che razza di opportunisti sarebbero. La verifica della inevitabile caduta tendenziale del saggio di profitto, salutata dai rivoluzionari come la dannazione che manda in bestia il Capitale ed i suoi gestori, è un campanello d’allarme per Berlinguer e compagni, è il segnale per proporre la rianimazione della democrazia, tentata di gettare la maschera e passare a misure drastiche, per opporsi alla deprecata tendenza delle forze produttive operando le tradizionali manovre recessive, deflazione e rafforzamento della macchina di repressione statale onde impedire eventuali sommosse dei nullatenenti ridotti alla fame. Ed il PCI, al contrario, cosa propone? Lo sbocco democratico, la ripresa produttiva, non senza i necessari sacrifici anche per la classe operaia. In una parola il «compromesso storico», apertamente offerto senza i pudori d’un tempo. La preoccupazione del PCI sta nel dover essere usato a situazione economica e politica deteriorata, quando più difficile potrà risultare tenere a bada la classe in ripresa, quando potrebbe essere necessario ricorrere alla repressione e alla triste bisogna di svolgere il ruolo storico che l’opportunismo ha giocato prima nella veste socialdemocratica classica alla Noske e Scheidemann, poi in quella staliniana ancor più bieca e feroce. Ma la borghesia, di fronte a queste smaniose profferte di matrimonio, fatta astuta da secoli di esperienza storica, sa bene di non poter giocare a cuor leggero una carta così preziosa. Ha potuto fino ad ora combinare con abilità democrazia formale e reazione violenta, ha saputo utilizzare nel miglior modo la «frusta» parlamentare (si fa per dire) degli stalipiani, e non può azzardare di consumare l’asso nella manica del PCI al governo, correndo il rischio di trovarsi muro contro muro con un proletariato minacciosamente deluso.

Non siamo alla fine d’un conflitto mondiale, come nel 1945, quando l’associazione del PCI e soci al governo, nonostante qualche rischio, poteva contare sul salasso subito dal proletariato dissanguatosi nella guerra per la «difesa della democrazia». La borghesia nei suoi dirigenti più abili e smaliziati sa che per quanto ingabbiato nelle organizzazioni economiche e sindacali opportunistiche e controllato abbastanza agevolmente da un PCI che lo stesso Agnelli non ha esitato a definire «responsabile», il proletariato del 1975, che il gruppuscolame ha definito integrato e imborghesito, rimane la gran brutta bestia, e potenzialmente in grado di dar l’avvio ad una oggettiva ripresa della lotta di classe. Come dice il proverbio popolare «è più facile passare dal male al bene che dal bene al male», e la classe operaia ottenendo una parte delle briciole cadute dal banchetto imperialistico, come si sente ripetere dai moralisti di tutte le tinte, si è fatta «esigente». È questa la molla della rivoluzione proletaria. Marx non ha mai parlato di classe stracciona, ma di proletari organizzati, resi capaci di lotta dal regime della fabbrica, di senza riserve che proprio in quanto abituati a vivere con il lavoro, e non d’espedienti, si fanno rabbiosi quando il Capitale pretende di metterli fuori dal circuito del consumo. Altro che balordaggini sul ruolo del sottoproletariato sul quale si stanno buttando i gruppuscoli, relegati al margine della classe operaia organizzata, per quanto in formazioni dirette dall’opportunismo o direttamente dallo Stato.

Il marxismo rivoluzionario non intende negare che il sottoproletariato possa affiancarsi al grande esercito proletario, ma ha sempre escluso che il fulcro della lotta di classe si incentri in questi strati «sans feu et sans aveu».

Da qui la nefasta opera del gruppettame variopinto che vive all’ombra del grande Padre PCI, sempre pronto a rimproverare l’infantilismo dei figliocci agitati, ma anche pronto ad accogliere nelle proprie braccia tutti i figli prodighi possibili ed immaginabili. Ma la grande borghesia sa che nessun pericolo ancora la minaccia non esistendo il partito per inquadrare il proletariato contro borghesia ed opportunismo; meglio «lasciare le cose in sospeso» e, per bocca della «malafemmina di turno», la D.C. respinge le profferte dello spasimante sostenendo che non «ha ancora l’età», ma che tempo verrà. Siamo alle più stomachevoli forme di corteggiamento, perfino esilaranti se non si svolgessero sulla pelle di proletari abbandonati al loro destino e infarciti di promesse. Per quanto ci riguarda sappiamo per esperienza che anche quando il proletariato non accenna a seguire il partito di classe, è necessario insistere nel cercare il contatto con esso nel vivo della lotta, per importarvi la corretta teoria comunista, contro la degenerazione socialdemocratica e staliniana, contro gli isterismi dei gruppetti, espressione ormai più che del classico «infantilismo di sinistra», da correggere al tempo di Lenin, da bollare nel 1975, una volta degenerato in forme di «senilismo», parallelo questa volta all’opportunismo ufficiale che in Italia fa capo al PCI, e negli altri paesi europei alla nefasta scuola di Stalin.