International Communist Party

2 – Dal trifoglio all’erba medica

Categories: Opportunism, Party History, PCInt, Quadrifoglio

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Instancabili, le ormai annose sirene, lanciano il loro canto ispirato all’unità a nocchieri che, smarrito il nord rivoluzionario, si accostano ignari (?) ai loro scogli. A differenza di quelle del mitico mondo greco non possiedono un corpo affascinante (sono piuttosto grinzose), ma affascinante è il loro canto.

Queste anfibie donzelle avrebbero scoperto, a loro dire, la formula per contrastare il passo al partitaccio staliniano. Per far ciò basterebbe che il «turbinio di atomi della sinistra comunista» si agglomerasse (è un po’ la teoria della formazione planetaria) «su una linea comune fondamentale» ed ecco che, meraviglia delle meraviglie, si avrebbe bell’e scodellato «la ricostituzione del partito comunista senz’altro in grado di fronteggiare il PCI e di strappargli l’egemonia sul proletariato italiano tanto ignominiosamente esercitata». Come trama per un romanzo giallo-rosa (con qualche ritocco) potrebbe anche andare, ma come «apporto teorico» per la ricostituzione del partito rivoluzionario fa semplicemente ridere. Questi signori si sono dimenticati che la lotta (teorica e pratica) per la rivoluzione è lotta delle forze sociali e non frutto delle capacità rammendizie di un qualche individuo più o meno carismatico.

Secondo noi «uscita illusoria dalle difficoltà dell’ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli (quello di una linea comune fondamentale ad esempio) finché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga. Aberrante è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisorii e, peggio, risolto con la libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine» (Riunione di Milano, 1-9-52).

E ancora: «Il Partito esclude assolutamente che una accelerazione del processo, maggiore di quella che deriva, oltre che dalle cause sociali profonde, dalla opera non clamorosa di proselitismo e propaganda coi ridotti mezzi possibili, si possa trarre da risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri e gerarchie che usurpando il nome di proletari, socialisti e comunisti, dominano oggi le masse» (Base per l’organizzazione – punto n. 10 – 1952).

«I denegatori frontali del marxismo come teoria della storia vanno preferiti ai puntellatori e rattoppatori di essa, tanto peggio se a fraseologia non collaborazionista ma estremista, secondo i quali varianti e complementi critici dovrebbero correggere i suoi insuccessi ed impotenze» (Riunione di Napoli – 1-9-1951).

«Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione: … Terzo gruppo i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l’attuale abbandono di esso da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata. Negatori – falsificatori – aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori» (Riunione di Milano 7-9-52).

«Il Partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’ordine contingenti comuni a più partiti».

Non dovrebbero, quindi, esservi più dubbi sulla estraneità del partito (e non da ora) a quella prassi del «discutiamo» e dell’«incontriamoci» (magari segretamente – per poi essere, come negli amori segreti, fatalmente scoperti). Noi, a tale andazzo, opponiamo ancora, come nel 1919, il ferreo motto – che è una linea politica -: «Chi non è con noi è contro di noi». «Ciò significa che, per noi, il mondo è spaccato in due: da un lato il nostro partito, dall’altro TUTTO IL RESTO. Non ci interessano minimamente le critiche che da qualunque parte possono venire al nostro movimento, perché sappiamo che esse sono solo il vomito del nostro avversario, il quale, scorgendo in noi lo storico suo becchino, avvampa d’ira e di impotenza teorica… Le nostre non sono discussioni accademiche con il nemico ma tanti colpi di fucile che gli tiriamo contro». Questo scrivevamo nel 1969 nel n. 2 del nostro Programma Comunista, e nel numero seguente in un articolo dal significativo titolo «Noi e gli altri» rincaravamo la dose. L’articolo prendeva lo spunto dal fatto che in una nostra riunione pubblica avemmo «la SORPRESA di veder giungere un rappresentante ufficiale dei cosiddetti gruppi leninisti, il quale PROPOSE un DIBATTITO».

La sorpresa non fu per la presenza di detto «leninista», ma come è chiaro, per il fatto che ci abbia proposto un dibattito. L’articolo continua dicendo che «il nostro partito non fa dibattiti con nessuna altra organizzazione politica e, se invita il pubblico alle sue riunioni, non è per un ‘confronto democratico’ tra idee diverse, ma esclusivamente per presentare ed illustrare le posizioni del partito, sempre disposto a rispondere a domande e richieste di chiarimento, mai ad accettare TORNEI ORATORI». (Programma Comunista n. 3 1969).

Da questo fatto traemmo delle conclusioni, ovvero quale deve essere l’atteggiamento del nostro partito rispetto alle organizzazioni dei «cugini».

Alla voce Cugino – culicinus – nel vocabolario si legge: insetto simile alla zanzara per forma e per le molestie … ). Tale atteggiamento, inutile dirlo, era valido allora come lo è oggi.

  1. Il partito nega nel modo più assoluto l’esistenza di una fantomatica sinistra comunista spezzettata in molteplici raggruppamenti che differiscono su questioni tattiche, ma sempre uniti da un comune intento strategico. Esiste invece, da un lato, il nostro partito, unico erede (ed unico a dichiararsi tale) della integrale tradizione della Sinistra Comunista (come si legge nella manchette sotto il titolo del nostro giornale), e dall’altro lato una serie di gruppi e partiti la cui classificazione lasciamo volentieri all’Espresso o al suo concorrente Panorama e che brillano soltanto per la loro confusione ideologica.
  2. Il termine leninismo (come, del resto, bordighismo) è frutto di un errore ideologico della III internazionale e dell’opera nefanda della controrivoluzione.
  3. Lo stesso termine «comunismo di sinistra» non ha alcun significato. Il comunismo è comunismo e basta. Il termine «sinistra comunista» non è nato per identificare un fantomatico comunismo di sinistra, ma per la necessità dei marxisti rivoluzionari di distinguersi dai sedicenti tali.
  4. Non è da ora che questi gruppi confusionisti tentano di riunirsi tra loro (cosa che non ci riguarda) e a più riprese hanno strizzato l’occhio e tesa l’amichevole mano anche al nostro partito. Allora chiamammo questa loro fissazione col nome di «quadrifoglio», il lento ma inesorabile decorrere del tempo li indusse ad un più oculato «realismo» e poco tempo fa tentarono in qualche modo di varare un «trifoglio». Ora, possiamo senz’altro affermare che si è ripiegato alla più prosaica «erba medica», ma in compenso ottimo foraggio (l’agricoltura va incoraggiata!). Già, belle parole, ci possono rispondere, ma oggi siamo nel 1975, la crisi economica avanza e manca un partito comunista rivoluzionario capace di prendere la direzione del movimento operaio, altrimenti ci troveremmo impreparati, perderemmo l’autobus della rivoluzione, apriamoci, conquistiamo la maggioranza…

Per far ciò basta solo «esortare ad una scelta decisiva per le sorti del movimento operaio quanti hanno questa vocazione e sentono che il tempo urge» (chi lo avrebbe mai detto che la rivoluzione è così facile da farsi?). Certo, non è una cosa fattibile dall’oggi al domani, ma l’importante è «sensibilizzare» i compagni sul problema. Altri si prenderanno la briga di ricamare su questo linguaggio incolto delle bellissime teorie tutte piene di «dialettica». Il merletto è in cantiere, non ci interessa se in concorrenza o in rapporto con i cugini; come in ogni buon ricamo si parte dal centro, si comincia col meglio «mettere a punto» e si finisce che le posizioni divengono sempre più sfumate, sempre più … elastiche, tali da abbandonare, come ci cantano le grinzose arpie, «i limiti improduttivi, le intransigenze preconcette, le artificiose distinzioni, le sottigliezze culturali…» tutti presi, prosegue la mesta litania, «da ansia a dedicarsi a positiva azione organizzativa e politica nel senso di un comune denominatore, già attuale, già esistente, già reale» (Ah sì?, senti senti!). Da parte loro, i ricamatori, nel loro merletto (non importa se a scopo fusionista o di filtraggio) ci mettono un po’ di lotta contro la degenerazione dell’IC (quando cominciò?, fu, come alcuni «studiosi» affermano, Lenin stesso l’iniziatore varando la NEP?); un po’ di lotta alla teoria del socialismo in un solo paese (ma quando la teoria fu codificata già l’economia nazionale russa si era impadronita dello Stato e lo Stato del partito e dell’Internazionale). Con gli ultimi avanzi del gomitolo ci ricamano tutto attorno un rifiuto ai fronti popolari, partigiani e nazionali il tutto tatticamente molto sfumato sì da lasciare le finestre del pian terreno ben spalancate (facilmente raggiungibili da sì provati acrobati), anche se la porta rimane … socchiusa.

Quando l’IC passò la parola d’ordine «dittatura del proletariato» a quella di «governo operaio» dicendo che significava la stessa cosa, la Sinistra replicò che se era davvero un semplice sinonimo era stato un errore averlo coniato perché avrebbe generato confusione, e, se significava un’altra cosa (e si è visto) era anche peggio! I nostri ricamatori disdegnano il dare spiegazioni al basso pubblico (tra capi sì che ci si intende!), solo hanno pensato bene, e nei lunghi e assolati giorni di agosto ne hanno avuto il tempo, che, finite le ferie dovesse finire anche, in onore alle aperture e alla serena considerazione, ogni riferimento alla Sinistra, alle lotte da ESSA condotte contro le degenerazioni e i tradimenti. Zitti zitti (è forse bene ricordare ai nostri super-compagni quel passo del Manifesto che dice: «i comunisti ricusano di celare le loro opinioni e le loro intenzioni»), dunque, zitti zitti, quatti quatti, sono usciti dalla rigorosa tradizione della Sinistra per mettersi al rimorchio, o alla testa – fa lo stesso -, di quella generica ed eterogenea corrente antistalinista che noi, in un bellissimo articolo del 1934 così definimmo: «gruppi e gruppetti … che non rappresentarono che formazioni parassitarie della produzione letteraria della opposizione russa in genere e del sopra citato compagno (Trotski) in particolare, con per tratto comune la diatriba, il contrasto personale, la scissione, clima che permise ad opportunisti incarogniti nell’intrigo e nella speculazione di continuare nelle fila dell’opposizione internazionale le stesse manovre che li avevano resi tristemente noti nell’IC» (Prometeo 14-10-1934) – non ci si dica che non è attuale -. E lo stesso articolo, dopo aver ribadito che la riconquista della direzione delle masse proletarie da parte del marxismo rivoluzionario non sarà frutto di espedienti più o meno arguti, più o meno fortunati, ma del «lavoro penoso e difficile ma indispensabile della preparazione ideologica», così conclude: «Non resta ormai che solamente la nostra frazione – lo affermiamo non per vanità, ma neppure lo tacciamo per falsa modestia -, forte della continuità della sua posizione classista che radica nell’esperienza vissuta del proletariato italiano che potrà costituire il fulcro per un sano raggruppamento delle forze di sinistra e del proletariato internazionale che il tradimento in atto dell’IC e l’autoliquidazione del trotskismo lascia ancora più disorientato e senza guida». Quindi il nostro partito non è una delle tante scuole anti-staliniste, è la SOLA organizzazione marxista rivoluzionaria e il suo anti-stalinismo non è che una conseguenza e nemmeno la principale. A chi ci racconta che anche la Sinistra ha sbagliato, che «non è da rivendicarsi tutta la sua tradizione», rispondiamo semplicemente che «nel colmo della battaglia non si abbandona per ‘ripararlo’ né lo strumento, né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone».

«Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».

«Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del corpus marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di chi lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto» (Riunione di Milano 7.9.’52, punti 13-14-15).

Tra i brut(t)i barbarossa che partono sbattendo la porta perché «della Sinistra non gliene frega un bel niente» (rimembrate?), e altri che vogliono mescolare «il vino del partito di classe con bibite da pochi soldi» (P.C. n. 3 1969), sono da preferirsi certamente i primi. A noi del vago «bisogno di riscoprire il filo rosso del marxismo rivoluzionario» al di fuori del partito non ce ne frega assolutamente niente, lo lasciamo volentieri agli assistenti universitari. Il partito rivoluzionario di classe, il partito della sinistra si distingue per: «la linea da Marx, a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi partigiani, la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco»

Alla bussola! alla non impazzita bussola, guagliù!