Spagna: Fronti democratici ed antifascisti in funzione antiproletaria
Categorie: Antifascism, CPE, ETA, Fascism, Francoist Spain, FRAP, Opportunism, Popular Front, PSOE, Spain
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Gli ultimi avvenimenti spagnoli, la stretta poliziesca imposta dal regime franchista, per ora culminata nell’assassinio di tre militanti del FRAP e di due dell’ETA, hanno risvegliato l’interesse del democratume piccolo-borghese. Lugubri lamenti di morte si sono levati da ogni parte per compiangere le vittime dell’efferato e crudele regime franchista e fascista. Così come una volta per il Viet-Nam, poi per il Cile, adesso per la Spagna pullulano i Comitati di Solidarietà, le mozioni firmate da illustri intellettuali, i convegni, le prediche dai pulpiti delle chiese nere e rosse. La giustizia è stata lesa, la libertà calpestata, la carta dei diritti dell’uomo ignorata! La codarda piccola borghesia ha paura di chi stralcia i principi metafisici dai quali essa vorrebbe, idealisticamente, fosse governato il mondo e… protesta.
Naturalmente il suo appoggio più valido viene dall’opportunismo, dai vari partiti «comunisti» nazionali, dai vari partiti socialisti, dai sindacati ufficiali, tutti degnamente spalleggiati dal codazzo dei gruppuscoli. È stato persino proclamato uno sciopero europeo di ben quindici minuti, naturalmente per la libertà e la democrazia in Spagna. La cosa, come si poteva ben prevedere, è finita in burla, ma lo scopo che si prefiggeva l’internazionale bonzesca è stato raggiunto lo stesso: gli operai sono stati mobilitati, si fa per dire, in modo pacifico, disciplinato, responsabile, così da non nuocere a nessuno ed in particolare alle varie economie nazionali, per difendere la democrazia e contro il fascismo.
Alla classe operaia spagnola è venuto davvero un bell’aiuto!
Sarebbe lo stesso se si pretendesse di far del bene ad una folla affamata distribuendo biglietti gratis per partecipare ad uno spettacolo teatrale. Il proletariato spagnolo, schiacciato dalla crisi economica, costretto a salari da fame, non ha bisogno di spettacoli teatrali a base di recite sulla democrazia parlamentare, ma di ritrovare la dura strada della lotta rivoluzionaria di classe che non è tappezzata di rose ma è l’unica che potrà emanciparlo dalla schiavitù del salario.
Ma l’opportunismo combatte proprio perché questo alimento non giunga ai cuori del proletariato, perché la sua volontà di lotta non trovi lo sbocco rivoluzionario e si esaurisca in mille rivoli, in battaglie isolate, perché il capitalismo non venga distrutto, ma possa camaleonescamente mutarsi da fascista in democratico.
Via la falange, al suo posto la Costituente, così come in Italia nel 1946, per mantenere in una continuità di sostanza, anche se non di forma, il regime del profitto, lo sfruttamento del lavoro salariato.
Anche per la Spagna si pone il problema che si è posto poco più di un anno fa per il Portogallo. Il regime dittatoriale di Franco non è in grado di resistere agli attacchi che il proletariato potrebbe sferrare nei prossimi mesi, spinto dal continuo peggioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro; il governo fascista nonostante il dispiegamento aperto di tutto il suo apparato poliziesco non riesce a reprimere le lotte operaie (vedi i possenti scioperi che hanno scosso violentemente negli ultimi anni la penisola iberica e il conseguente provvedimento del regime che è stato costretto a riconoscere come legali gli scioperi economici) né i movimenti indipendentisti; tutta la struttura amministrativa dello Stato è in crisi, se non viene proposta una «valida alternativa»; il proletariato potrebbe porsi in antitesi violenta al regime che lo sfrutta e, liberandosi del burattino Franco, imboccare l’unica strada per la sua definitiva liberazione, distruggere il suo nemico vero cioè lo Stato borghese ed instaurare la dittatura rossa contro tutte le altre classi. Questo è ciò che tutti temono come la peste (e che, come quella, tornerà presto ad aggirarsi tra i miasmi di questa società putrescente). Bisogna illudere quindi la classe operaia dell’esistenza di una seconda via, più buona, più facile, più vicina. Il fascismo viene presentato come qualcosa completamente a sé stante, la democrazia come la panacea di tutti i mali, la classe operaia come una delle tante componenti del popolo spagnolo insieme ai bottegai, ai contadini, agli studenti, agli artigiani, ai capitalisti onesti etc., i cui interessi vengono sottoposti a quelli generali della Nazione e dello Stato. Le classi, secondo la canaglia stalinista, non esistono più, esiste il popolo, schiacciato dalla dittatura, ed i cattivi dittatori, che tra l’altro sono ben pochi, Franco ed alcuni crudeli e retrivi ambienti dell’Esercito (anche il principe Juan Carlos non si sa bene cosa vuol fare, un po’ sta qua, un po’ sta là). Si tratterebbe così di sviluppare un vasto «movimento d’opinione» contro la dittatura che pacificamente si imponga al dittatore in forza delle sue idee e dei soldi della CEE che vedrebbe di buon occhio un cambiamento di regime. Esorcizzato così lo spettro della rivoluzione tutti riprenderebbero i loro posti, i capitalisti continuerebbero ad accumulare profitti, i bottegai a derubare i loro clienti, gli operai a sgobbare, la guardia civil, magari col nuovo nome di «celerinos», a sparare sugli operai. Tutti vivrebbero felici e contenti.
Ma sentiamo queste cose dalla viva voce dei protagonisti e cioè da alcune interviste a dirigenti del P.C.E. apparse nei giorni scorsi su l’Unità e su Rinascita:
1ª Questione: VIOLENZA.
Da l’Unità del 1-10-75 (parla un dirigente del P.C.E.):
«Il governo vorrebbe che l’opposizione si lasciasse andare ad una risposta violenta (all’assassinio dei 5 patrioti), ma l’opposizione non è disposta a fare il gioco dei fascisti.(…). Di fronte alla politica terroristica del governo che tenta di far rivivere in Spagna lo spirito della guerra civile e che minaccia di precipitare il paese nel caos, l’opposizione si presenta davanti alla reazione e davanti ai governi del mondo come la rappresentante del popolo di Spagna che vuole vivere nella pace e nella democrazia».
Da Rinascita del 3-10-75 (parla M. AZCARATE membro del C.E. del P.C.E.):
«Il tentativo che si opera è quello di riportare il problema della fine del franchismo sul terreno della violenza e della guerra civile. È insomma il tentativo di sbarrare la strada alla possibilità di una trasformazione democratica e quindi di una rottura col passato col minimo di violenza possibile».
Perché improvvisamente tanto buon cuore, tanta umanità in questo partito che nel 1936/37 non si peritò a massacrare con le armi di Mosca staliniana migliaia di operai rivoluzionari, ad imprigionare, torturare ed assassinare i capi più sinceri del proletariato spagnolo? Improvvisamente i nostri stalinisti sono diventati pacifisti? Niente di tutto questo, essi saranno pronti a riprendere le armi per la difesa della loro amata democrazia contro i rivoluzionari comunisti, temono più di ogni altra cosa però che le armi le impugni il proletariato sfuggendo al loro controllo di servi della borghesia. Ecco quindi che essi prospettano un cambiamento di regime che venga «dall’alto» cioè attraverso le alte gerarchie dell’esercito, gli strati più avanzati della borghesia spagnola, la chiesa etc. e temono un cambiamento imposto «dal basso» cioè dall’intervento nella lotta del proletariato in armi sotto la direzione del suo partito.
A proposito dell’intervento dell’esercito si legge su l’Unità del 1-10-75 (parla un dirigente del P.C.E.): «All’interno dell’Esercito esistono correnti democratiche molto forti. Specialmente tra gli Ufficiali subalterni (tenenti e capitani) e tra i comandanti (Maggiori e Colonnelli) che aspirano ad una democratizzazione della società spagnola. (…) Si tratta di un fattore che consideriamo molto importante, che può avere una funzione di grande rilievo nel dare finalmente alla Spagna un assetto democratico». E su Rinascita del 3-10-75 (parla il corrispondente da Madrid): «È un fatto che negli ultimi mesi si è consolidato tra i militari un movimento democratico e progressista che con sempre maggiore insistenza si pone il problema di un possibile intervento delle forze armate che faccia precipitare la crisi del franchismo. In sostanza non si esclude la possibilità di un golpe antifranchista da parte dell’esercito. Due sono al riguardo le possibili ipotesi: la prima, che potrebbe essere tentata dall’alta gerarchia dell’esercito e sostenuta dagli americani è quella di un golpe che liquidi Franco e imponga la successione di Juan Carlos. Si tratterebbe in definitiva di un salvataggio in extremis con il sostegno delle armi dell’ipotesi aperturista. La seconda è quella di un vero e proprio colpo di stato che liquidi radicalmente il potere franchista ed imponga le piene libertà democratiche».
Il proletariato, secondo queste carogne dovrebbe attendere la propria liberazione dall’apparato militare dello Stato borghese, si badi bene, non dalla ribellione dei proletari-soldati uniti al proletariato delle città e delle campagne sotto la guida del partito comunista rivoluzionario, ma dalle alte gerarchie dell’esercito, quelle stesse che hanno partecipato alla guerra civile del 1936 e che non hanno mai rinnegato le loro glorie passate di massacratrici di operai.
Anche noi non escludiamo un intervento diretto dell’esercito, così, come è accaduto in Portogallo (e in Cile) ma sappiamo che comunque questo intervento verrà consumato e quale che sia la bandiera dietro la quale si nasconderà, sia pure quella rossa ormai così tante volte usurpata, significherà una cosa soltanto: cambiamento di cosche a capo del Governo, fumo negli occhi per meglio fottere i proletari, mantenimento ed anzi perfezionamento dell’apparato di violenza dello stato capitalista spagnolo.
Quanto affermiamo si può constatare proprio in questi giorni in Portogallo dove la pretesa «rivoluzione» dei garofani rossi va sempre più prendendo l’aspetto della reazione. Anche là si è illuso il proletariato che sarebbe bastato stare ad aspettare immobili (anche senza scioperare per non creare confusione e non danneggiare l’economia) che l’esercito donasse al paese il socialismo. Sono venute le leggi antisciopero, il completo monopolio dei mezzi d’informazione da parte del governo, operai combattivi incarcerati, le sedi staliniste devastate da folle di contadiname aizzato dal clero. E la borghesia attende il momento propizio per tirare la legnata decisiva. È questo che si vuole anche in Spagna?
Da parte nostra, di fronte agli inviti all’azione legale, pacifica, democratica con i quali gli opportunisti rintronano la testa agli operai, in Spagna come qui, non abbiamo che da riproporre al movimento operaio internazionale il suo riarmo, ideologico, politico ed organizzativo.
Senza partito rivoluzionario non può esistere movimento rivoluzionario.
Lo Stato borghese non può essere conquistato dalla classe operaia, ma deve essere distrutto e sostituito con un altro tipo di Stato, quello della dittatura proletaria. Distruggere lo Stato borghese significa distruggerne l’apparato poliziesco, militare, giuridico, amministrativo, significa condurre una guerra rivoluzionaria contro le classi dominanti. Rinunziando all’uso della violenza proletaria gli opportunisti condannano il proletariato a subire la violenza borghese.
2ª Questione: IL FRONTE UNICO.
La cosiddetta «opposizione ufficiale» al franchismo è rappresentata da due principali organizzazioni: la «junta democratica» composta dal P.C.E., da vari partiti socialisti e dalla destra liberale (monarchici) – L’Unità, quando parla della composizione della junta, si dimentica sempre quest’ultimo partito, forse si vergogna a dire che i comunisti spagnoli sono alleati con i monarchici? Eppure è stato Togliatti a dare a tutti lezione in questo campo! – La seconda organizzazione è la «Plataforma di convergencia democratica» composta da D.C., P.S.O.E., carlisti (monarchici) etc.
La Spagna non è nuova purtroppo all’esperienza del Fronte Popolare. La guerra civile antifranchista del ’36 fu condotta proprio dal Fronte Popolare con effetti disastrosi. Il proletariato, mancando il suo partito, fu incapace di comprendere la questione della presa del potere politico, che restò sempre ben saldo nelle mani della borghesia; i suoi pretesi capi anarchici e trotzkisti ne tradirono le spinte più genuine consegnandolo inerme nelle mani degli stalinisti prima e dei franchisti poi. La rivoluzione mancata finì in un bagno di sangue.
Trotzkij in un suo scritto del 1937, la «Lezione della Spagna», trae alcune acute osservazioni sulla questione del fronte unico: «Secondo la concezione dei socialisti e degli staliniani, cioè secondo i menscevichi della prima e della seconda leva, la rivoluzione spagnola doveva assolvere solo compiti democratici e per questo era necessario il fronte unico con la borghesia “democratica”. Partendo da questo punto di vista, qualsiasi tentativo del proletariato di uscire dal quadro della democrazia borghese è giudicato non solo prematuro, ma addirittura funesto. D’altronde all’ordine del giorno non è la rivoluzione ma la lotta contro Franco. Che il fascismo sia la reazione borghese e non la reazione feudale, che contro questa reazione borghese si possa lottare con successo solo con le forze ed i metodi propri della rivoluzione proletaria; ecco una nozione che il menscevismo, derivazione del pensiero borghese, non vuole e non può fare propria». E continua: «In fondo i teorici del Fronte Popolare non vanno oltre la prima operazione dell’aritmetica, cioè l’addizione: la somma dei comunisti, dei socialisti, degli anarchici, dei liberali è maggiore di ciascuno dei termini che la compongono. Ma l’aritmetica non basta in questa storia. Ci vuole almeno la meccanica: la legge del parallelogramma delle forze vale anche in politica. La risultante, come è noto, è tanto minore quanto più divergono le forze componenti. Quando degli alleati politici tirano in direzioni opposte la risultante è zero.(…) L’alleanza tra proletariato e borghesia i cui interessi, nelle questioni fondamentali, divergono attualmente di 180°, non può, come regola generale, che paralizzare la forza rivoluzionaria del proletariato».
Queste osservazioni di Trotzkij scritte 40 anni fa, confermando la nostra tesi dell’invarianza storica del marxismo e dell’opportunismo, possono benissimo adattarsi alla odierna situazione spagnola. Per il P.C.E., per il P.S.O.E., per il FRAP etc., insomma per tutti i partiti cosiddetti di sinistra, la rivoluzione spagnola dovrebbe assolvere solo compiti democratici; il P.C.E. filo-cinese, componente del FRAP, ripropone addirittura apertamente la odiosa teoria antimarxista della rivoluzione per tappe e dichiara nel suo programma: «La Democrazia Popolare è una “dittatura” congiunta antioligarchica, antimperialista, del proletariato e di altre classi popolari.(…) Una volta abbattuta l’oligarchia e cacciati dalla Spagna gli imperialisti americani e instaurato il nuovo potere, continua la lotta di classe in seno alla società. Per questo è necessario che il partito proletario mantenga fermamente la direzione della classe operaia ed assicuri così il processo ininterrotto verso la fase nettamente socialista della rivoluzione».
Povero Marx! Dopo la sconfitta della Comune di Parigi nel 1871 ad opera delle riappacificate, per l’occasione, borghesie di Francia e Germania, egli dichiarò non più riproponibile, nell’area storica europea, ogni alleanza tra proletariato e borghesia per portare a termine le rivoluzioni borghesi nazionali; questi sciagurati ripropongono una simile alleanza oggi, in Spagna, cioè in un paese non solo capitalistico ma addirittura imperialista. D’altra parte il fascismo non è espressione dell’arretratezza agraria, né tantomeno un tipo di Stato particolare che debba essere distrutto in quanto tale e sostituito con un tipo di Stato diverso cioè democratico; il fascismo è l’espressione più moderna dell’oppressione politica della borghesia sul proletariato e riflette, a livello politico, la monopolizzazione e centralizzazione del capitale e del potere economico. È un modo che la borghesia ha a disposizione per gestire il suo Stato che è sempre lo stesso, sia rivestito di apparenze democratiche o si presenti brutalmente per quello che è, cioè dittatoriale e fascista.
Non si tratta quindi per il proletariato di lottare in unione con altre classi contro il fascismo e poi (o mai?) di continuare la lotta per il socialismo, ma bensì di lottare, non solo disunito, ma in aperto contrasto con le altre classi (cioè la borghesia e la classe dei proprietari fondiari) sotto la guida del solo partito comunista rivoluzionario per la distruzione dello Stato borghese (così in Spagna come in tutta Europa, in U.S.A., etc.) e per l’instaurazione della sua dittatura, la dittatura del partito comunista. L’unità della classe operaia nella rivoluzione comunista non può realizzarsi attraverso patteggiamenti tra il partito comunista rivoluzionario ed altri raggruppamenti politici anche se questi si richiamano al proletariato, ma soltanto sul piano dell’azione sindacale di classe. SÌ quindi al fronte unico sindacale, NO al fronte unico politico. Dalle nostre tesi su «Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1945 – »: «Il partito bolscevico, realizzando il fronte unico contro Kornilov, lottava in realtà contro un effettivo ritorno reazionario feudale e, di più, non aveva da temere una maggiore saldezza delle organizzazioni mensceviche e socialiste rivoluzionarie, che rendesse possibile un suo influenzamento da parte di queste, né un grado di solidità e di consistenza del potere statale che consentisse a quest’ultimo di trarre vantaggio dalla alleanza contingente con i bolscevichi per poi rivolgersi contro di loro.
Completamente diversi erano invece la situazione ed i rapporti di forze nei paesi di avanzata civiltà borghese. In essi non si poneva più (ed a maggior ragione non si pone oggi) la prospettiva di un ritorno reazionario del feudalesimo, e veniva quindi a mancare del tutto l’obiettivo stesso di eventuali azioni comuni con altri partiti. Di più, in essi il potere statale e gli aggruppamenti borghesi erano talmente consolidati nel successo e nella tradizione del dominio, che si doveva ben prevedere che le organizzazioni autonome del proletariato, spinte a contatti frequenti e stretti per la tattica del fronte unico sarebbero state esposte ad un pressoché inevitabile influenzamento ed assorbimento progressivo da parte di quelli. (…) Con l’aperta e progressiva degenerazione della Internazionale dopo il IV congresso, la parola del Fronte Unico servì ad introdurre la tattica aberrante della formazione di blocchi elettorali, con partiti non più soltanto non comunisti, ma anche e perfino non proletari, della creazione dei Fronti Popolari, dell’appoggio a governi borghesi, ovvero – e sorge qui la questione più attuale – del proclamare, nelle situazioni in cui la controffensiva borghese fascista aveva conseguito il monopolio del potere, che il partito operaio soprassedendo alla lotta per i suoi fini specifici, dovesse costituire l’ala sinistra di una coalizione antifascista comprendente non più i soli partiti proletari, ma anche quelli borghesi democratici e liberali, con il postulato di combattere i regimi totalitari borghesi e di attuare dopo la loro caduta un governo di coalizione di tutti i partiti, borghesi e proletari avversi al fascismo. Partendo dal fronte unico della classe proletaria, si arriva così alla unità nazionale di tutte le classi, borghese e proletaria, dominante e dominata, sfruttatrice e sfruttata».