Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale Pt.1
Categorie: Capitalist Crisis, Circulation of capital, Concentration and centralization, Economic Works, France, Germany, Italy, Japan, UK, USA, USSR
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In questo numero del giornale, con il resoconto sul corso del capitalismo, continuiamo a pubblicare i rapporti esposti nella intensa riunione di lavoro che si è tenuta nei giorni di sabato 11 e di domenica 12 dello scorso ottobre. Seguirà il testo per esteso degli altri rapporti sulla «Storia della Sinistra» e su «Fascismo ed Antifascismo».
Nel n° 22 del 1957 del «Programma Comunista» figurava una tabella in parte calcolata dall’ufficio statistico della Società delle Nazioni, in parte da noi aggiornata così intitolata: «Distribuzione percentuale della produzione industriale nel mondo».
Il quadro aveva il merito di rifarsi più indietro nel tempo delle normali serie presentate dalla scienza economica ufficiale, empirica ed immediatista come la fame di plusvalore di chi finanzia studi e ricerche. Al contrario all’utile conoscenza di partito del divenire dell’economia capitalistica torna necessaria un’indagine che abbracci lunghi periodi nei quali si evidenzino quelle leggi economiche che segnano una tendenza storica, non priva di perturbazioni e riflessi nel breve periodo. Per un movimento che si prefigge fini generali, di trasformazione radicale dell’ordine umano di vita associata, solo una volta conosciuto il necessario andamento secolare del capitalismo è possibile indagarne i fenomeni più immediati; è l’opportunista per contro che, tutto preso a tappare l’ultima recentissima falla, non vuole e non può vedere «oltre il buco».
Il quadro, già esposto alla riunione in forma di grafico, è qui tradotto in cifre.
In alto riporta le quote relative alle sette maggiori potenze borghesi per quanto riguarda il concorso al totale mondiale della produzione industriale; in basso la quota di partecipazione degli stessi paesi al commercio mondiale. Il quadro delle produzioni, fino al 1936-38, riproduce quello di allora della Società delle Nazioni, per gli anni seguenti, una volta ricavata da fonti diverse che qui non stiamo a descrivere comunque tutte sufficientemente coerenti tra loro, la colonna ultima a destra dell’indice della produzione industriale mondiale, tratti dal tradizionale lavoro di partito gli indici della produzione industriale dei singoli paesi e comparati questi e l’indice mondiale, con semplice calcoletto si sono aggiornate tutte le quote percentuali. Questi indici rappresentano il peso relativo di una determinata concentrazione di capitale nell’arena mondiale. Quindi, benché il volume prodotto in ogni paese tenda sempre ad aumentare a dismisura, le cifre qui presentate possono invece, nel tempo crescere oppure diminuire: se lo sviluppo industriale di quel capitale è più veloce di quello del capitale mondiale preso come un tutto, l’indice cresce; se il suo sviluppo, pur positivo, è meno veloce della media mondiale quel capitale sarà superato dagli altri e la sua quota destinata a contrarsi.
Prima ancora di scorrere le sette colonne di cifre possiamo quindi prevedere che, in fede alla nostra ormai secolare dimostrazione del rallentamento storico del saggio di espansione di ogni impianto estorcente plusvalore da lavoro salariato, per ciascun paese, ad un periodo capitalisticamente giovanile, con velocità superiori alla media e perciò quote mondiali crescenti fino ad un massimo, seguirà un declino nel quale, aumentando il peso relativo delle altre economie nelle quali via via si afferma l’industrialismo moderno, pur crescendo il volume prodotto dalla vecchia potenza, la sua quota è destinata a calare.
Possiamo inoltre prevedere che l’evento di questo massimo valore nella partecipazione alla produzione mondiale si verificherà tanto più indietro nel tempo quanto più antico è l’impiantarsi del modo di produzione capitalistico in quel paese.
Questa semplice verifica del ribollire continuo nella distribuzione mondiale del capitale, che di conseguenza fluisce incessantemente da un paese all’altro e poi ancora ad un altro, ci preme particolarmente in quanto, essendone questo fenomeno soltanto una conseguenza rafforza la dimostrazione della nostra storica legge sul saggio del profitto, sotterraneo, seppur meschino motore di un ordine sociale senza pace.
Per il 1913 sono previsti due righi: il secondo si riferisce ai territori che i diversi paesi avranno alla fine della guerra.
I paesi si susseguono qui in ordine di anzianità della data alla quale raggiunsero il massimo peso mondiale; li elenchiamo: Gran Bretagna e Francia, prima del 1870; Germania, al 1900; Italia e Stati Uniti, nel 1929; Russia e Giappone, non ancora negli anni ’70. L’ordine della graduatoria non fa una grinza con ciò che poteva essere ragionevolmente previsto in accordo con la storia economica dei sette paesi.
Cominciamo a leggere la Gran Bretagna: nel 1870 pesa 1/3 del tutto. Non disponiamo di dati più antichi ma pensiamo che il massimo relativo (stiamo parlando della produzione industriale inglese in un mondo ancora al più manifatturiero) sarebbe da cercare bene innanzi. Da allora crollo inesorabile fino al misero 3,2% nel 1974: da prima potenza, presa da Marx a campione infame del capitalismo mondiale di allora e di oggi, alla 5ª posizione odierna (ripetiamo, benché il volume prodotto in Gran Bretagna sia oggi 7 volte quello di allora!).
Segue la Francia. Anch’essa nel nostro quadro ha il massimo nel 1870 ma forse, disponendo dei dati, questo si spingerebbe indietro, ma meno addentro nel secolo che per la rivale di sempre: la sua caduta infatti, benché continua, appare meno veloce che per l’Inghilterra tanto che sembra, in questo 1974 di crisi, averla quasi raggiunta. La Francia passa in un secolo dal quarto al sesto posto nel mondo.
La colonna della Germania, poi Repubblica Federale, è una limpida dimostrazione del nostro materialistico teorema essere la necessità economica che ditta sui governanti e non magicamente il contrario: la continuità della curva del coefficiente tedesco scorre insensibile attraverso regimi assoluti, socialdemocratici, poi nazisti, poi democratici: lo Stato del capitale, una volta impiantato e liberate le forze produttive, è al loro servizio, chiunque lo diriga; le cosiddette «scelte» di politica economica, quando non rispondono a necessità contingenti dell’accumulazione, non sono che illusioni spacciate da riformatori in mala fede, tanto hanno esclusivamente a cuore la conservazione ad ogni costo del regime del capitale. Solo quando non si venderà più forza lavoro e quando i beni non si produrranno come merci, solo allora l’umanità non assisterà impotente a questa ripartizione assurda della produzione sulla terra secondo l’andamento stravagante del profitto che limita ad un territorio forse di un decimo delle terre emerse il 50% delle industrie e delle tecniche moderne: da un lato mostruose concentrazioni ove è critica la stessa sopravvivenza, dall’altro se non completo abbandono, aree di rapina condannate a forme sociali e produttive forzatamente ibride con un passato storicamente superato.
L’economia fa il suo corso, come in Germania ciò che non è riuscito alla grinta segaligna hitleriana, ringiovanire il capitale che come vediamo è dal 1900 in relativo rinculo, non riuscirà al sorriso paffuto dei democratici filo atlantici. Nel 1974, in terza posizione nel mondo, la Repubblica Federale copre il 7,3%.
Nella tabella seguono gli Stati Uniti, al primo posto indiscusso fin dal 1880. Ma è facile riconoscere che, seppure gigante, la parabola americana trovasi già nel ramo discendente: il massimo si ebbe nel 1929, alla vigilia della grande crisi, col 42% del mondo; brusca caduta negli anni successivi; lieve ripresa nel 1956, facile con mezzo mondo distrutto, fino a calare oggi ad 1/4 del tutto.
Notiamo che dal 1929 al 1936 a seguito della crisi i paesi industrializzati qui presi in considerazione diminuirono tutti i loro pesi mondiali (tranne URSS e Giappone adolescenti) a vantaggio della voce «altri», ottenuta per differenza, che passa dal 19,3% al 30,2%, dimostrando così che le «grandi potenze» sono – è vecchia tesi di partito – molto più vulnerabili nelle crisi economiche dei paesi meno industrializzati.
L’Italietta, ultima in grandezza, come anzianità va inserita qui; suo massimo, come gli USA, al 1929, poi declino nonostante la piccola ripresa del «miracolo». Oggi in coda al 7° posto col 2,8%.
Ed eccoci alla Russia. Lo scrivemmo già nel 1957 che i dati del 1929 e del 1938, dai quali derivava quello del 1956, ci «conservavano qualche dubbio». Qui le tre cifre sono state ricalcolate con i nuovi indici oggi disponibili e la variazione è nel senso allora previsto per tutti e tre. L’URSS, paese dal capitalismo giovane, sembra aver raggiunto il suo massimo relativo solo negli ultimissimi anni, o per lo meno di esserne vicina. Si osservi, nel 1974: 24,7% per gli USA, 20,9% per la Russia; l’uno in declino, l’altro per ora in espansione. Nel 1975 – attendiamo le cifre – le due quote si dovrebbero sfiorare.
Ultimissimo arrivato il Giappone, insignificante, fino al 1885 è contagiato negli «altri», in una ascesa che non conosce per ora massimo, salvo la batosta bellica ben rimarginata assurge oggi a quarta potenza industriale.
Scorrendo il quadro nel suo insieme si nota come da un equilibrio mondiale che nell’ultima parte dell’ottocento vedeva il dominare delle due potenze anglosassoni, l’America allora in giovanile ascesa, sia oggi passato ad una supremazia di Russia e Stati Uniti, che si contendono il primato. Mentre al terzo posto permane il tedesco e il Giappone ha tolto alla Francia la quarta posizione. L’insieme delle quattro potenze europee nei cento anni passa dal 57,7% al 16,4% ben significando il declino del vecchio continente.
Niente possiamo dedurre dalla colonna intestata agli «altri paesi» comprendendo questa sia paesi altamente industrializzati ma oltre il 7° posto per dimensioni e tutti quelli ai quali l’avvento della moderna ripartizione imperialistica del mondo ha riservato il ruolo di «polo della miseria».
La parte centrale, corsivo, della tabella riporta, come l’analoga del 1957, una serie di coefficienti ottenuti come rapporto fra le quote della produzione industriale e la percentuale mondiale della popolazione dello stesso paese nello stesso anno (anche le percentuali della popolazione appaiono nel quadro). Si ottengono così degli indici che hanno il merito di essere confrontabili fra loro anche orizzontalmente, e che sono proporzionali alla produttività relativa pro capite di una economia.
Per esempio il 4,6 degli USA nel 1974 significa che mediamente ogni americano contribuì al totale del prodotto mondiale proporzionalmente a 4,6 mentre il russo soltanto a 3,1, il tedesco a 4,6, l’inglese a 2,1, ecc. (senza scordarci che in america e ovunque quel «mediamente» in realtà non esiste perché c’è l’americano proletario che contribuisce a quel 4,6 ed il borghese americano che contribuisce soltanto al numero di chi sta a guardare).
La cifra più alta di tutto il quadro, che qui parte dal 1929, è il 6,81 degli Stati Uniti alla vigilia della crisi dell’interguerra e ciò significa quanto il sistema americano fosse più efficace dei contemporanei; gli è valso ad evitare la crisi? al contrario ciò ne è stato la causa: più produttività, più espansione, tanto più profondo il baratro della sovraproduzione.
Nel 1929 seguivano in «produttività» Gran Bretagna al 4,1, Germania al 3,5, Francia al 3,1; gli altri molto lontani: Italia all’1,6, Giappone ancora 0,8 e Russia popolosa allo 0,6; dal primo all’ultimo 10 volte tanto. Molto più stretto il ventaglio alla vigilia della seconda guerra per il rinculo USA nella crisi ed il progresso di Russia e Giappone. Nel 1956 gli Stati Uniti vincitori si distanziavano di nuovo con la loro efficienza industriale. Il quadro è invece più uniforme in questi ultimi anni: la Repubblica Federale ha raggiunto in produttività l’america al 4,6, segue in rapida ascesa la Russia al 3,1, quindi il Giappone, Gran Bretagna e Italia fra il 2,0 e il 2,5. Ad un umile 0,4 gli «altri» fra i quali – lo deduciamo – i più non sono all’altezza dell’olimpo borghese.
L’ultima colonna è composta di indici proporzionali alla produzione industriale mondiale, totale in alto, pro capite in basso.
L’ultima partitura in basso del nostro quadro riguarda invece la partecipazione al commercio mondiale fatto uguale a 100. È noto che le possibilità di esportazione di un dato paese sono tanto maggiori quanto più bassi relativamente ai concorrenti si tengono i costi di produzione cioè quanto maggiore ivi è la produttività del lavoro. Questa del resto aumenta storicamente nel corso del capitalismo con la trasformazione di sempre maggiore plusvalore in mezzi di produzione, macchine ed impianti, presupposto per una produzione a scala più grande e per un abbassamento dei valori delle merci. Un capitale nazionale quindi capace di aumentare anche relativamente sul tutto la sua produzione industriale diventerà via via più concorrenziale della media e si presenterà sul mercato con scarti maggiori fra costi e valori. Processo inverso dell’evolversi dei costi nel periodo invece nel quale la produzione di quel paese cresce più lentamente della media: i costi progressivamente si innalzano, presto raggiungendo il valore medio di mercato (in realtà, in assoluto, è questo che diminuisce), fino a superarlo; il mercato, sensibilissimo a tali variazioni, si adegua rivolgendosi altrove. Possiamo quindi prevedere che la curva della quota mondiale dell’interscambio commerciale assomigli a quella già vista della partecipazione percentuale alla produzione. Esemplare la curva degli Stati Uniti: aumento fino al 1956 col 16,4% del mercato mondiale, poi declino fino al 13,3% odierno. Si nota come l’anno di massimo dominio sul mercato internazionale si verifica più tardi del massimo produttivo del 1929.
Da allora sia USA sia Inghilterra stanno perdendo terreno. La Francia è stazionaria e tutti gli altri sono oggi in espansione commerciale, in particolare la Repubblica Federale che già contende agli USA il predominio mondiale; anche il Giappone aumenta le sue esportazioni velocemente superando negli ultimi venti anni Francia, Gran Bretagna e la stessa grande Russia. Quest’ultima infatti, come già vedemmo, è all’ultimo posto nel quadro, e subisce una ulteriore non lieve contrazione negli ultimissimi anni: il verdetto dell’inappellabile tribunale internazionale dei mercanti per la Russia è segnato; capitalismo mercantile e nemmeno «del migliore», con la sua bassa produttività non si guadagna che un trentesimo del mercato.
Risulta quindi che i diversi paesi dopo essere assunti a potenze industriali e indirizzato il loro commercio sui mercati esteri, conservano tale posizione anche quando l’importanza relativa delle loro macchine produttive tende a contrarsi (anche se per una migliore conferma occorrerebbero informazioni sugli anni precedenti che qui mancano): tipico l’esempio dell’Inghilterra che da lungo tempo continua ad occupare larga parte del mercato mondiale vivendo per così dire di rendita sulla passata supremazia.
Confrontando il 1974 e con gli anni dell’interguerra notiamo che, a differenza del riparto della produzione, quello del commercio non subisce forti variazioni negli anni, specialmente per l’indolenza dello sviluppo dell’interscambio russo: stessa fetta agli USA e stessa alla oggi Repubblica Federale, allora Germania, stessa alla Francia. Solo si scambiano le quote la decadente Gran Bretagna ed il nascente Giappone.
Possiamo oggi, similmente a quanto facemmo nel 1957, sulla base dei dati del passato, fare delle previsioni sul futuro del corso capitalistico? Certo dall’andamento delle diverse curve possiamo trarre delle leggi, il prolungamento delle quali oltre l’oggi descriva il futuro capitalistico e già notammo una certa nostra conoscenza della forma di tali curve: per esempio, qui, la concavità verso il basso, la tendenza a non salire oltre un massimo e poi declinare. Ma non possiamo certo prolungare queste curve all’infinito: osservammo che il novello capitale giapponese avrebbe stoffa per tagliare plusvalore ancora per decenni, se troverà materie prime da importare, se potrà disporre di un mercato sufficiente ad assorbire le sue merci, se, prima di tutto, la crisi internazionale del sistema economico non lo trascinerà in una precipitazione peggiore delle passate, per poi riprendere, dopo immani distruzioni, la sua espansione. Questa è una delle possibilità della storia. Altra possibilità è la nostra rivoluzione internazionale e proletaria, anticapitalistica e antimercantile. Possiamo chiedere al quadro qui sotto o ad altro più completo una risposta, un indice delle probabilità del futuro sul quale conteggiare i premi della assicurazione sul successo del comunismo? Sarebbe veramente pretendere troppo da una tabella atta solo a descrivere leggi del capitalismo. Se vincerà il proletariato, nella nostra società comunistica non sarà possibile ulteriormente nemmeno aggiornare queste tabelle, ne occorreranno delle nuove, con altre leggi ed altre curve alle passate nemmeno raccordabili: come misurare il commercio estero del Regno Unito in dollari quando non esisteranno più né Regno Unito, né commercio, né tantomeno dollari? Nell’evolversi del capitalismo non leggiamo un impossibile approssimarsi graduale verso la nuova società, ma solo il correre della vecchia alla sua rovina.
