Partito Comunista Internazionale

La “prosperità” tedesca

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Germany

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Tempo addietro, commentando la stupefacente ripresa dell’economia tedesca, osservavamo come essa fosse tuttavia arrivata al punto di saturazione, e come diventasse preoccupante il problema di «continuare». L’osservazione trova conferma in un articolo su La Stampa, dove si legge che cinquantamila minatori sono «stati messi a riposo forzato durante la “seconda domenica” introdotta per far diminuire del dieci per cento la produzione che, secondo i progetti dell’anno scorso, doveva invece aumentare di un sesto», e si parla delle «colline formate dai cinque milioni di tonnellate di carbone invenduto e invendibile»…

A leggere la corrispondenza, che peraltro si sforza di attenuare la gravità del problema e di prospettare l’eventualità di una crisi di raggiustamento, di una «costipazione che potrebbe essere invidiata da molti altri paesi», si ha di fatto il quadro della classica crisi di sovraproduzione. L’espansione si è fondata sullo sfruttamento di un potenziale interno di domanda insoddisfatta che la guerra e il dopoguerra immediato avevano enormemente gonfiato. C’era fame di merci, e si è prodotto vendendo largamente a credito: operai, contadini, piccoli borghesi che dovevano ricostituire tutto ciò che avevano perduto hanno acquistato a rate per cifre vertiginose che «misurate sul volume complessivo degli affari, raggiungono esattamente la stessa proporzione delle vendite a rate negli Stati Uniti durante l’autunno 1929, prima del tragico venerdì nero» di Wall Street. E il risultato sembra analogo; gli indebitati non riescono più a pagare, cominciano i pignoramenti, e un «esperto» scrive: «La fase eroica della ripresa economica, compiuta a marce forzate, è indubitabilmente conclusa in quasi tutti i settori (eccezione sicura: l’edilizia) e la posizione della Germania è meno forte di quanto possa apparire». Che interessano infatti i due miliardi di dollari in oro e divise che le banche tedesche hanno accumulato nelle loro riserve? Che importa che il marco sia divenuto una valuta forte la quale fa aggio perfino sul franco svizzero, se dietro questa ricchezza accumulata c’è la situazione artificiale di un mercato interno ormai saturo e di un mercato internazionale che vede una minore domanda di merci e una crescente offerta? I giganteschi accumuli d’oro dell’America 1929 non hanno significato nulla di fronte all’ondata della crisi.

Con questo non vogliamo profetizzare cataclismi a breve scadenza: il processo di logoramento interno del regime capitalista è, in assenza di una vigorosa spinta proletaria, necessariamente lento. Quello che è confermato in luce meridiana è la falsità delle profezie di stabilizzazione interna, di gestione e di controllo del ciclo economico, di attenuazione o addirittura di superamento delle contraddizioni del regime. Una pezza è stata appena applicata che un altro buco si apre; l’inno alla prosperità è stato appena lanciato che si converte in marcia funebre. Sta capitando qualcosa di analogo – anzi, in forza dell’anticipo nella ripresa, di ancor più grave – in Giappone, avvantaggiatosi anch’esso di situazioni particolari negli anni scorsi, oggi attanagliato dal morso della crisi e ventilante il ritorno al dumping. Il terremoto continua!