Partito Comunista Internazionale

« Coesistenza pacifica »

Categorie: France, Gaullisme, Gramsci, Opportunism, Party Doctrine, Workers self-management

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Capitant, ministro gollista della giustizia del passato e dell’attuale governo francese, ha varato la pretesa nuova formula reazionaria, presa in prestito dal fascismo italiano e tedesco, e codificata, nel linguaggio, veramente pregnante, dell’opportunismo internazionale, di origine staliniana: « coesistenza pacifica tra capitale e lavoro » che gli attuali apologeti chiamano anche, in modo molto significativo, « il socialismo nazionale francese » fatto dalla « democrazia repubblicana », come si definisce il partito fascista di De Gaulle. La tecnica di realizzazione della « coesistenza » di per sé non ha molta importanza, perché è un miscuglio di parole sintetizzato nella « cogestione ». Cogestione significa gestire l’economia dell’azienda e, per estensione, della nazione da parte delle due forze sociali il capitale e il lavoro salariato ai quali il fascismo gollista aggiunge una terza, la direzione dell’impresa: una cogestione a tre, dove il segreto della trappola sta proprio nella terza che dovrebbe essere l’ideale sintesi delle due forze reali, quella del capitale e quella del lavoro.

La Sinistra Comunista ha già affrontato questa bestia coesistenziale sin dalle sue lontane origini, sulla base della dottrina di Marx che riconduce la « cooperazione » tra capitalisti e proletari alle basse speculazioni piccolo-borghesi e anarchiche nelle note polemiche con Proudhon. Quando il piccolo movimento dell’Ordine Nuovo torinese esordì con i Consigli di fabbrica, affidando loro compiti di graduale appropriazione della gestione delle imprese, la Sinistra Comunista, che costituiva la sinistra del vecchio P.S.I., e che poi dirigerà il Partito Comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale, mise subito il dito sulla piaga dell’operaismo immediatista e indicò i pericoli che celava la formula tanto cara a Gramsci.

Per il marxismo rivoluzionario e per la sua organizzazione politica, il partito comunista, la questione del potere non si riduce alla gestione aziendale dell’economia e quindi non è affidabile a consigli di fabbrica, né tanto più prima ancora che l’insurrezione vittoriosa abbia distrutto il potere politico del capitalismo; ma riguarda lo Stato e quindi è di pertinenza del Partito e degli organi nemmeno di categoria degli operai ma politici su base territoriale e non produttiva, quindi implicitamente anticorporativi.

Erano i Soviet, allora espressi dall’Ottobre in Russia, gli organi del potere proletario, diretti esclusivamente dal Partito Comunista. I Consigli di fabbrica rappresentavano solo degli strumenti tecnici, periferici, buoni ultimi nella gerarchia del nuovo potere rivoluzionario.

Gramsci pretendeva, invece, in netto contrasto con gli insegnamenti della dottrina marxista e della Rivoluzione d’Ottobre, che fossero i pilastri del potere e che inoltre il potere di classe emanasse dalla periferia verso il centro. Hanno ragione le nuove leve dell’opportunismo, i « cinesi », i sinistroidi, ecc., a richiamarsi a Gramsci, come al loro maestro, e ad invocare quella « democrazia operaia » che nei fatti significa esattamente la morte del centralismo marxista e quindi la resurrezione, almeno letteraria, del federalismo anarchico. Nell’imbastardimento generale, poi, i consigli di fabbrica sono divenuti, sebbene solo sulla carta, i consigli di gestione fiancheggiatori della direzione aziendale, organi di collaborazione effettiva tra maestranze e aziende, cioè tra lavoro e capitale; e la collaborazione periferica, aziendale, attuata realmente durante la seconda guerra imperialistica, ha dato vita, prendendo le mosse dai rapporti interstatali, alla famigerata « coesistenza pacifica » tra opposti sistemi, secondo l’espressione di russi e di staliniani, che tradotta in politica sociale ha significato e significa convivenza tra proletari e padroni, tra classi sociali opposte, su un piede di parità, ovvero di democrazia, la cui camera di compensazione sarebbe il governo dello Stato centrale poggiante sul parlamento, inteso come libero organo di espressione e di emanazione degli interessi dei diversi strati sociali, tramite le loro formazioni politiche; dove – è ormai chiaro anche ai ciechi – lo Stato non è considerato quella macchina di repressione della classe che detiene la ricchezza sociale, ma falsamente, una macchina al di sopra delle classi, che chiunque può afferrare e mettere al proprio servizio.

De Gaulle, ovvero il fascismo internazionale, com’è facile notare, non ha avuto bisogno di dettare nuove dottrine e nuove teorie sociali; gli è bastato soltanto riprendere le ormai classiche armi della controrivoluzione, che i partiti traditori hanno da decenni, offerto al potere capitalistico, e ripresentarle alle classi sociali, sottolineando l’urgenza che la collaborazione di classe, la pace sociale è ora che escano dal vago e dall’instabile e siano veramente affermate attraverso l’altrettanto classico metodo dell’instaurazione di un « potere forte ». Ecco la chiave di tutti gli enigmi: quella del potere, quella dello Stato. È inutile elucubrare su formule, su dosaggi di maggioranze precostituite o meno, su accordi preventivi tra partiti e bande rivali. Senza un « potere forte », cioè apertamente dittatoriale, libero di manifestare e di « usare e abusare » della propria forza, non esiste né « cogestione », né « autogestione ». (Quel fanfarone di Tito, dopo oltre venti anni di « autogestione » delle imprese ha finto di accorgersi solo ora che le cose non vanno per il verso giusto, per quello capitalistico, ed invoca « ordine », « disciplina », con tutti gli annessi e connessi di una maggiore produzione, ecc.); senza la mano di ferro che obblighi gli operai a restare inchiodati nelle fabbriche alle condizioni dettate dalle esigenze di esistenza del capitalismo, non ci sono che frasi vuote. De Gaulle, come il fascismo in generale, ha questo merito, se di merito si può parlare, quello cioè di chiamare le cose col loro vero nome.

Repubblica e la democrazia – ha commentato il nuovo duce – dovete realizzare nei fatti il contenuto della democrazia repubblicana, cioè la pacifica e civile convivenza di tutte le classi sociali, di conseguenza dovete assicurarne i mezzi: uno Stato forte, inflessibile. Il gioco è fatto, come tutti i proletari sanno. Lo Stato si è rafforzato nel solo modo possibile, con carri armati, poliziotti e la vigliaccheria dei partiti traditori e delle classi piccolo-borghesi, sempre pronte a prostituirsi al più forte per poi pugnalarlo alla schiena quando la fortuna gli volta le spalle.

Quando De Gaulle, per mezzo del suo ministro Capitant, ha lanciato il « nuovo » verbo sociale, la verità delle verità, i suoi avversari politici sono rimasti attoniti, non hanno avuto nulla da obiettare. La Confindustria francese, per bocca del suo segretario generale, ha addirittura esaltato la « cogestione » e il segretario generale, manager di un complesso industriale di 4000 operai ha esplicitamente dichiarato che nella sua azienda si pratica la « cogestione » da oltre un decennio con risultati strabilianti nel campo produttivo, dove la produzione è aumentata mediamente del 12%, non ci sono stati mai conflitti di lavoro, niente scioperi (è a questo, ovviamente, che si mira, come per Mussolini e Hitler), ecc. I Sindacati cosiddetti cristiani hanno plaudito, quelli gollisti pure, ed anche quelli cosiddetti socialisti di Force ouvrière. Al solito le obiezioni sono venute dalla CGT e dal PCF, in modo tale che il fascismo gollista non ha che da ringraziare questi fedeli servitori dello Stato del capitale. Le obiezioni mosse dalla CGT non sono rivolte alla « cogestione » in quanto tale, ma al fatto che alla « coesistenza pacifica » in fabbrica deve corrispondere la « coesistenza pacifica » nella società, che alla « cogestione » aziendale, deve corrispondere la « cogestione » statale. CGT e PCF, cioè, continuano ad ingannare i proletari facendo loro credere che sia possibile la convivenza tra padroni e operai, tra capitale e lavoro, alla condizione che anche loro siano chiamati al governo dello Stato.

Loro, la CGT e il PCF, sono già stati alla guida dello Stato nel 1936 con il solo e preciso compito di salvare l’economia nazionale dissestata per poi affidarla a nuovi governi di preparazione alla seconda carneficina capitalistica. Vorrebbero ripetere il giuoco, ma i tempi sono mutati e il capitalismo non intende correre rischi con finte manovre, preferendo, invece, instaurare, quando il pericolo incalza, – ed in Francia il maggio-giugno 1968 è stato un ammonimento storico – un regime apertamente dittatoriale fascista, senza copertine democratiche. Perché la storia della lotta di classe, dal 1919 fino al suo scioglimento rivoluzionario, presenta questa caratteristica: essa si svolge nell’era della rivoluzione proletaria e della parallela controrivoluzione capitalistica; o si afferma la dittatura fascista del capitale, o vince la dittatura comunista del proletariato. Ogni via di mezzo è ormai tramontata. La democrazia non può che trasformarsi in fascismo, ed il fascismo non può che essere definitivamente battuto dal proletariato armato sotto la guida del partito comunista internazionale.

Il Sindacato di classe e il partito politico di classe, il partito comunista, non gestiranno l’economia insieme ad altre forze sociali, ma solo come rappresentanti della classe operaia e nell’interesse esclusivo del proletariato, contro gli interessi di tutte le altre classi, comprese le vili mezze classi, i cosiddetti strati intermedi. Per esplicare questa funzione nella economia non potranno, quindi, gestire, manovrare la nuova macchina statale della dittatura proletaria in cooperazione con altre forze politiche, con altri partiti. La macchina dello Stato proletario sarà diretta dal solo ed unico partito comunista. Queste sono verità assolute, l’abaco del comunista, nozioni che si apprendono nella prima classe della milizia rivoluzionaria, che cinquant’anni fa sapeva a menadito il più analfabeta degli operai il quale risolveva, con il suo sindacato, i contrasti di classe in fabbrica non patteggiando con il padrone sulle lire e sui minuti, ma a suon di potenti legnate, a tal punto che lo Stato era costretto a stare sempre all’erta anche per il più piccolo degli scioperi. Se oggi la polizia non è sempre presente ovvero non è costretta a sparare e manganellare che saltuariamente, lo si deve al monopolio opportunista sui sindacati operai e alla loro politica debosciata, servile, da bottegai della forza-lavoro.

La « coesistenza pacifica » è una truffa … alla russa, imparata dal fascismo, instaurata dal capitalismo con la violenza diretta; è la realizzazione pratica del « socialismo in un solo paese », del « socialismo nazionale », di cui hanno ragione i gollisti di dichiararsi fieri. Gli opportunisti non hanno potuto attuarlo in Occidente perché lo Stato non era nelle loro mani. Nei paesi di « democrazia popolare » la « coesistenza » l’hanno imposta altri De Gaulle, i Tito, i Gomulka, i Dubcek, e chi più ne ha più ne metta. Solo chi manovra lo Stato può imporre la sua volontà. Ed anche in questo ad Est come ad Ovest se non è zuppa è pan molle. Quando il proletariato mondiale instaurerà la sua dittatura di classe, allora la « convivenza » sarà affare delle altre classi per organizzare la difesa dei loro interessi dall’assalto comunista. Il proletariato non solo non può pacificamente coesistere con le altre classi né prima né dopo la presa del potere, ma la sua funzione storica è quella di sopprimere tutte le classi, anche se stesso, perché gli uomini non siano più divisi.

Chi vuol « coesistere », « cogestire », « autogestire », e di riflesso chi vuol « dialogare », « integrare », in realtà vuol subordinare la classe operaia alle altre classi, è un nemico della rivoluzione proletaria. E questo è abbastanza per accomunare i fascisti ai democratici, gli opportunisti ai rinnovatori, i traditori agli « arricchitori ».