Partito Comunista Internazionale

Il P.C.I. teme la vittoria del P.C.I.

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Il capitalismo italiano – non secondo a nessuno nell’arte politica, ma strutturalmente debole per l’ambiente fisico e le particolarità storiche in cui è sorto – ha lavorato in ogni tempo a spostare i propri acuti contrasti sociali sul piano della politica internazionale, cercando appoggio da più robusti apparati politici e produttivi d’oltre frontiera. Diventando partito di governo o – il che è lo stesso – partito di opposizione costituzionale, l’opportunismo operaio ha dovuto seguire necessariamente le orme della borghesia dominante. Il fenomeno ancora inespresso all’epoca del riformismo vecchio stile, si è pienamente appalesato nel secondo dopoguerra. Oggi, apertamente, le due fondamentali partizioni dell’opportunismo – la socialdemocrazia e lo stalinismo – si muovono sotto la diretta protezione di Stati capitalisti da cui ricevono appoggio politico e materiale.

Il servilismo del P.C.I. verso il Governo imperialista di Mosca è talmente evidente che mettersi a provarlo sarebbe per lo meno ozioso. Ma quel che conta è l’individuare i riflessi politici che sulla Direzione del P.C.I. esercitano le alterne vicende della politica internazionale del Governo russo. Ecco, ad esempio, un quesito: Quali direttive Mosca ha impartito alla Direzione del P.C.I. per adeguare l’azione alla odierna campagna per la distensione e l’accordo internazionale bandita dal Governo Malenkov? Vano sarebbe, ovviamente, ricercarle in un testo pubblico. Ma, esse emergono chiaramente dal comportamento politico del P.C.I.

Per la sua intima natura borghese, il P.C.I. si sottrae alla legge storica, abbondantemente provata in sede teorica e politica, che la classe operaia non può conquistare il potere attraverso le vie legali. Nessun dubbio su questo: il P.C.I. in linea di principio può vincere le elezioni, conseguire cioè la maggioranza dei seggi nel parlamento borghese e costituire il governo. Lo può, perché è un partito borghese, un partito che propone un programma di riforme, quando lo fa, perfettamente conciliabili col regime capitalista. Non a caso, i candidati del P.C.I. e del P.S.I. mietono larghe messi di voti nei ceti borghesi. Di conseguenza, una eventuale vittoria elettorale del P.C.I. non annullerebbe ma confermerebbe la tesi rivoluzionaria della conquista del potere.

Ciò premesso, avendo cioè ribadito la natura e l’attività antiproletaria e controrivoluzionaria del P.C.I., si può comprendere come mai il P.C.I., pur operando nel campo della politica borghese e dell’imperialismo, sia escluso dal normale gioco di avvicendamento al potere cui sono ammessi gli altri partiti di centro e di destra. Non basta rifarsi genericamente alla soggezione del Governo di Roma al centro imperialista americano e alla obbedienza del P.C.I. verso il rivale governo moscovita per capire la natura degli ostacoli che sbarrano al P.C.I. la via verso il potere. La subordinazione del P.C.I. a Mosca non è argomento sufficiente per squalificarlo agli occhi della borghesia italiana. Anzi, è vero proprio il contrario. La classe dominante si serve, in generale, della minaccia all’influenza americana rappresentata dal P.C.I., per costringere gli Stati Uniti a sborsare dollari. Certi settori produttivi, poi, che funzionano in senso contrario alle direttrici dell’espansionismo americano – gli industriali che esportano nell’area del rublo, la plutocrazia del cinema, certe categorie dell’agricoltura danneggiata dalla concorrenza americana – sono i sostenitori e i finanziatori, occulti o palesi, del P.C.I. e dei parlamentari del P.C.I. I capitalisti italiani nulla hanno da rimproverare al capitalismo russo e ai suoi esponenti politici.

Il P.C.I. non può conquistare legalmente il potere, o, il che è lo stesso, non può sperare di detenere il potere conquistato attraverso una vittoria elettorale, o un intrigo parlamentare, per la semplice ragione che in tale eventualità gli Stati Uniti interverrebbero militarmente nella politica italiana. Né occorrerebbe che ve li chiamassero i partiti spodestati. Gli Stati Uniti invaderebbero la penisola italiana, checché ne pensassero tutti i borghesi indigeni presi nel complesso o singolarmente. Mica immaginiamo, mica facciamo congetture. L’ha detto apertamente, senza ombra di ipocrisia, Eisenhower in persona nel suo recente messaggio ai paesi della C.E.D. Se la Direzione del P.C.I. aveva ancora qualche speranza di fare il colpo elettorale in Italia, le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti ne hanno fatto piazza pulita. Se certa borghesia italiana ancora si illudeva di capovolgere il fronte delle alleanze – come avvenne ai danni del Kaiser nel 1915 e di Hitler nel 1943 – le chiare minacce degli imperialisti americani hanno spazzato via ogni illusione.

Il governo americano, mentre il neutralismo e il filorussismo borghese in Italia e in Francia combattono l’ultima battaglia contro la C.E.D., ha ribadito brutalmente, per bocca di Eisenhower, l’irrevocabile decisione di conservare a tutti i costi il predominio sull’Europa Occidentale. Di conservarlo, si badi bene, anche contro la volontà di un eventuale governo (leggi: un governo filorusso, e quindi nemico del Patto Atlantico) che riuscisse a conquistare la maggioranza parlamentare.

Ovviamente, nel messaggio di Eisenhower questo concetto era espresso nelle solite formule diplomatiche. Riferendosi alla C.E.D., il messaggio presidenziale diceva: «Quando questo trattato entrerà in vigore, gli Stati Uniti, agendo in conformità dei diritti e degli obblighi loro derivanti dal trattato nord-atlantico, uniformeranno i loro atti ai principi e agli impegni seguenti». Dei paragrafi che seguivano, il quarto è quello che interessa al nostro argomento. Dopo aver ripetuto il noto principio che «gli Stati Uniti continueranno… a cercare i mezzi per dare alla Comunità Atlantica una maggiore sicurezza» il punto 4 continuava: «Seguendo la loro linea politica di pieno e costante appoggio al mantenimento dell’unità e dell’integrità della C.E.D., gli Stati Uniti considereranno come una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti qualsiasi azione, da qualsiasi parte essa provenga, che minacci tale integrità e tale unità. In una simile eventualità, gli Stati Uniti terranno le consultazioni previste dall’art. 4 del Trattato Nord Atlantico».

Tale articolo, come è noto, contempla l’intervento armato della coalizione in appoggio di uno Stato membro minacciato o soggiaciuto ad «aggressione dall’estero o dall’interno». Il punto 6 del messaggio di Eisenhower chiariva maggiormente la sostanza del punto 4. Esso diceva: «Gli Stati Uniti attirano l’attenzione sul fatto che, ai loro occhi, cessare di far parte del trattato del nord atlantico apparirebbe assolutamente contrario alla loro stessa sicurezza nel momento in cui si istituisce sul continente europeo questo solido nucleo di unità che sarà rappresentato dalla C.E.D.».

In altre parole, il Governo degli U.S.A. non dice: «Il patto atlantico vigerà finché gli Stati che ne fanno parte lo vorranno accettare». Mostrando in che conto tiene la messinscena democratica, il governo degli Stati Uniti dice con la brutale franchezza del padrone: «Il patto atlantico garantisce la sicurezza militare degli Stati Uniti. Qualsiasi azione contraria al patto atlantico, da qualsiasi parte venga (leggi: dal nazionalismo neutralista come dall’espansionismo russo) sarà considerata un attentato alla sicurezza degli Stati Uniti». Insomma, l’imperialismo del dollaro lancia apertamente la sfida: «Mi considererò in guerra con qualsiasi governo che osi ritirare la sua adesione al patto atlantico».

Rileggete attentamente il messaggio di Eisenhower e provate a dargli un’interpretazione diversa. Persino quelli de l’Unità e dell’Avanti! l’hanno capito. L’Unità faceva sovrastare al commento della dichiarazione di Eisenhower un sottotitolo che diceva testualmente: «Il Presidente degli S. U. afferma in un messaggio ai capi dei sei governi firmatari della C.E.D. che ogni tentativo di svincolarsi dall’esercito europeo verrebbe considerato una minaccia agli Stati Uniti». Mai i redattori de l’Unità avrebbero voluto fare una simile esegesi di un testo diplomatico americano. Quante mani di borghesi rifiuteranno di votare «comunista», se la propaganda governativa e l’Ambasciata americana renderanno edotti l’elettorato che un eventuale governo Togliatti significherebbe la guerra con gli Stati Uniti?

Ecco spiegato a sufficienza perché il P.C.I., partito ultra-borghese, partito ultra-reazionario, non possa sperare di assurgere al potere. La conquista del potere da parte del P.C.I. da solo, o insieme col P.S.I., dovrebbe comportare, ammesso che i capi di Via Botteghe Oscure non decidessero di operare il non impossibile autoaffidamento al padrone americano, l’abrogazione dell’adesione dell’Italia alla C.E.D. e al Patto Atlantico. In tale caso, gli Stati Uniti considererebbero ipso facto l’Italia uno Stato nemico, come ai tempi di Benito. Non a caso l’ambasciatrice Luce nel suo discorso al «Mayflower» dello scorso gennaio, insistette soverchiamente sulla questione delle 1.300.000 schede che i comunisti riuscirono a porre in contestazione nello spoglio delle schede del 7 giugno. Secondo la signora Luce, la Democrazia Cristiana risultò privata in tal modo di ben 700.000 voti. Non occorre dire che lasciamo alla signora Luce la responsabilità dei suoi calcoli. Abbiamo voluto parlarne solo per dare un’idea dei pretesti che il Governo degli Stati Uniti potrebbe usare per dichiarare irregolari le elezioni che eventualmente dessero la vittoria alle liste di Togliatti e santificare in tal modo le divisioni di marines lanciate sulla penisola a ristabilire lo status quo atlantico.

Il Cremlino è disposto ad autorizzare Togliatti a recitare la parte toccata nella prima guerra mondiale agli assassini di Sarajevo? È disposto a provocare una guerra con gli Stati Uniti, e quindi la terza guerra mondiale, come prezzo dell’inclusione della penisola italiana nella zona d’influenza russa? Oggi come oggi la risposta è: no. Si comprende allora il tremendo dilemma in cui si dibatte lo stalinismo nostrano. Esso non può più uscire dalla morsa delle contraddizioni in cui lo pone l’asservimento all’imperialismo russo. Il P.C.I. non può, per quanti divincolamenti faccia, sfuggire alla condanna di partito che funziona da valvola di sfogo del secolare malcontento italiano: i suoi voti non accennano a diminuire, anzi segnano una tendenza all’aumento. Ma ogni passo verso il potere, accresce il formidabile pericolo di riuscire a conquistarlo. Sembra un paradosso, ma non lo è affatto. Nessuno più dello stesso P.C.I. teme di prendere il potere contro la volontà degli Stati Uniti. Forse c’è qualcuno che lo teme ancora di più: il Cremlino. Nenni, lo sa e attende la sua ora…

Ciò spiega l’apparente contraddizione di un P.C.I. che si fa più mansueto e conciliante, mentre la pioggia di voti dovrebbe renderlo baldanzoso e prepotente. Come spiegare diversamente il fatto che all’indomani del successo del 7 giugno il P.C.I. ha reagito contro gli avversari con minor energia che all’indomani della netta sconfitta del 18 aprile? Nella recente seduta del C.C. Togliatti ha avuto parole di lode per il governo Pella. Ricordate che allorché Pella fu al potere il socialcomunismo trasse fuori la politica della «benevola attesa». Non mancano altre prove che il P.C.I. aborre dal governo stalinista monocolore, del tipo di quelli vigenti in Cecoslovacchia o Polonia, e aspira a ripetere le esperienze del Tripartito proprio per non essere costretto ad assumersi la tremenda iniziativa di intaccare il Patto Atlantico. Che questo non sia ritenuto vulnerabile dallo stalinismo internazionale, è provato dalla recente richiesta del governo di Mosca di essere ammesso nel Patto Atlantico stesso.

L’ideale dei dirigenti del P.C.I., obbedienti agli ordini di Mosca, è un governo di «unità nazionale», in cui i social-comunisti non abbiano tale preponderanza da condurre la lotta contro l’atlantismo altrimenti che sul piano della propaganda. Nella impossibilità di deporre opposizione all’atlantismo entrando nel Patto atlantico stesso, il P.C.I. amerebbe poter stare al governo di Roma, senza dover procedere ad atti di governo che provocherebbero l’immediata reazione militare degli Stati Uniti. E come riuscirci, se non spartendo il potere con partiti atlantici? Perciò, nello stesso tempo che azzanna la Democrazia Cristiana, ambisce a diventare un socio al governo. Il non riuscirci provoca violenti scoppi di collera sfogantisi nelle campagne scandalistiche, come quella montata sull’affare Montesi.

Diversa politica il P.C.I. non può sperimentare, pena la sconfessione spietata di Mosca che disperatamente cerca di ottenere dagli Stati Uniti tregua e accordo. Come dicevamo in principio, le contraddizioni dell’opportunismo, diventato partito di governo anche se in forma di opposizione parlamentare, sono risolvibili solo sul piano internazionale. Nell’ambito nazionale la situazione del social-stalinismo è senza via di uscita: deve reagire alla politica del governo Scelba che Togliatti nel suo discorso al C.C. ha definito «maccartista», ma le precise, sebbene non pubbliche, direttive di Mosca, gli vietano una risoluta lotta a fondo, lasciandolo disarmato di fronte all’offensiva del governo. Assistiamo così all’edificante spettacolo di un partito che si autodefinisce comunista ma risponde alle prime avvisaglie «maccartiste» del governo con proposte di accordo tra il mondo cattolico ed il mondo comunista. Evidentemente, la proposta fatta ai cattolici italiani dal C.C. del P.C.I. collima perfettamente con la proposta del Cremlino di estendere il Patto Atlantico a Russia e satelliti. D’altra parte, il P.C.I. deve temere una vittoria alle elezioni, almeno fino a quando non si presenterà la necessità della guerra tra Stati Uniti e Russia.

Prodotto non della lotta di classe, ma della guerra imperialista, il P.C.I. attende la risoluzione dei suoi problemi non dalle lotte sorgenti sul terreno del movimento operaio, ma bensì dall’evolversi della politica internazionale. Cioè, dalla politica dell’imperialismo. Non esistendo le premesse di una guerra imminente tra Russia e America, il P.C.I. fonda le sue speranze di conservazione sul rinnovato accordo internazionale, su una riedizione della collusione oriente-occidente della seconda guerra mondiale. Per le stesse ragioni, all’addensarsi del cataclisma della guerra, svolgerà attivo lavoro di preparazione e provocazione del conflitto e del macello.

Oggi come oggi, il P.C.I. perderebbe vincendo.