Partito Comunista Internazionale

Frughiamo nella sentina parlamentare

Categorie: Democrazia Cristiana, Italy, NATO, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Vatican

Questo articolo è stato pubblicato in:

DC a Congresso

Le elezioni del 7 giugno hanno imposto al mondo del policromo politicantismo ufficiale un complesso gioco che è in pieno svolgimento. Se il vecchio equilibrio parlamentare raggiunto il 18 aprile 1948 risulta oggi superato, ciò non avviene perché il massimo partito di governo, la Democrazia Cristiana, perdeva la maggioranza assoluta in Parlamento, ma per la ragione molto più determinante che la perdita della maggioranza assoluta coincideva con l’apertura, nel campo della politica internazionale, dell’odierna fase distensiva.

Durasse tuttora il clima di allarmismo alimentato dalla guerra di Corea, si imponesse la rigida contrapposizione degli schieramenti politici facenti capo ai massimi potenziali politici e militari dell’imperialismo, la Democrazia Cristiana non esiterebbe un istante ad imboccare la strada che la sua ala destra propone. L’alleanza con il P.N.M. ed il M.S.I. non sarebbe neppure discussa, e la corrente di destra di Pella, Andreotti e Togni non dovrebbe assumere atteggiamenti frondisti nei riguardi della Direzione ruotante intorno al binomio De Gasperi-Scelba. Ma il pendolo della politica internazionale tende alla collusione e alla pastetta, non al conflitto. La classe dominante deve, di conseguenza, escogitare un nuovo equilibrio politico adatto alla svolta che lentamente si sta effettuando nei rapporti Occidente-Oriente.

Contrariamente a quanto pretende la stampa di estrema destra che dal 7 giugno lavora a diffondere il panico, gridando all’imminente «pericolo comunista», e accusa la borghesia di opporre una passiva resistenza, o addirittura nessuna resistenza, all’inesorabile allargarsi della «macchia d’olio del comunismo avanzante», la scaltrissima borghesia che ci governa né si disinteressa della manovra politica, né partecipa inabilmente al gioco. Si assiste oggi al fatto apparentemente paradossale che la parte più oltranzista dello schieramento antirusso sia impegnata, essa che incarna gli interessi permanenti del capitalismo, in una furiosa campagna di denunce delle «complicità borghesi con il comunismo». Che considerevoli interessi di importanti settori del capitalismo trovino favorevoli accoglienze nei gruppi parlamentari e nelle direzioni dei partiti socialista e comunista, è fatto che non abbisogna di essere provato. Tutta quanta la politica, palese e occulta, del socialcomunismo, imperniata sulla rivendicazione massima della difesa dell’industria nazionale dalla influenza delle economie occidentali, sta a provarlo. Ma non certamente dal 7 giugno data la collusione tra gli strati anti-americani dell’alta borghesia e il socialcomunismo.

Le elezioni del 18 aprile 1948, che diedero una schiacciante vittoria alla D.C., segnarono la massima avanzata della influenza americana. Ma la dura sconfitta politica inferta al fronte socialcomunista non poteva cancellare, semplicemente e puramente, le esigenze di recalcitranti strati della classe dominante, legati a particolari rami di produzione, che tendono inarrestabilmente a ruotare in senso contrario alla direzione imposta dall’imperialismo americano. Le industrie che tradizionalmente vendono i loro prodotti sui mercati dell’Europa orientale, le industrie del cinema in concorrenza con le grandi case di Hollywood, certi settori dell’agricoltura danneggiati dall’importazione di derrate accettate dal governo a pagamento delle esportazioni industriali nell’area del dollaro e della sterlina, l’armamento navale che nulla ha da temere dalla inesistente concorrenza dell’Est ma è continuamente minacciato dai noli marittimi praticati dalle grandi marinerie dell’Occidente, questo formidabile nodo di interessi, che costituisce la punta avanzata del neutralismo italiano, non poteva venire reciso, con una spicciativa legislazione maccartista, dal governo De Gasperi. Benché consacrato dalle elezioni del 18 aprile, il governo De Gasperi rimaneva pur sempre «il comitato di interessi della borghesia», di tutta la borghesia in quanto classe, anche di quella parte di essa che conduce i suoi affari in concorrenza con gli interessi degli alleati atlantici.

Di qui la «politica di compromesso» che la stampa monarco-missina, le alte gerarchie ecclesiastiche, la burocrazia che amministra le aziende statali e parastatali, rimproverano al defunto governo De Gasperi. Altro che «passiva acquiescenza al comunismo»! Altro che «suicidio della borghesia» a favore della rivoluzione e della dittatura del proletariato! Se il socialcomunismo ha tratto enormi vantaggi politici e materiali, conseguiti per la mai deposta politica di tolleranza del governo De Gasperi, che l’ambasciatrice degli Stati Uniti ha recentemente definita una «lotta a parole contro il comunismo», altrettanto vero è che i massimi profittatori dell’«alleanza borghese stalinista» rimangono i grossi industriali del nord, che, facendo urlare i deputati socialcomunisti, hanno ottenuto nel quinquennio 1948-1953, tutte le sovvenzioni, tutti i permessi di esportazione, tutte le misure protezionistiche che chiedevano. Allora vediamo a che si riduce la esecrata collusione tra borghesi e stalinisti: all’ingaggio, pagato con vantaggi materiali e politici, dei partiti pseudo-proletari. È la classe dominante che ha ingoiato il P.C.I. prendendolo al suo diretto servizio.

Ma la constatata capacità del P.C.I. di interpretare e difendere efficacemente gli interessi generali, oltre che particolari e sezionali, della classe dominante, non può ricevere sanzione ufficiale in sede politica. Perché? Per quali potenti motivi, il P.C.I., che ha abbondantemente provato, fin dalla cosiddetta Liberazione e la formazione del governo di Salerno, di non avere nulla di comune con la rivoluzione del proletariato, e, al contrario, di conoscere a perfezione l’arte infame di ingannare gli operai facendo passare per avvio al socialismo una sporca politica demagogica (riforme di struttura), perché mai un tale partito, sostenuto e finanziato indirettamente dal capitalismo, non può sperare di conquistare il potere, il governo di Roma? Essendo un partito borghese, per il quale la borghesia vota, il P.C.I. può conquistare legalmente il potere. Ma tra di esso e le poltrone ministeriali esiste un formidabile ostacolo che all’epoca dell’Esarchia e del Tripartito, era ancora nelle menti dei padreterni di Washington: il Patto Atlantico.

La stampa di destra, specialmente organi oltranzisti come ad esempio Il Borghese, dichiarano apertamente che una eventuale assunzione al potere del P.C.I. provocherebbe l’intervento militare degli Stati Uniti e la conseguente apertura di un violento periodo di guerra civile, tipo Spagna o Corea. Non occorre leggere quanto scrivono codesti messeri per prevedere che gli Stati Uniti non acconsentirebbero mai a che la penisola italiana, «portaerei ancorata» e porta di accesso all’Africa, cadesse nella sfera di influenza russa. Non acconsentirebbero neppure nel caso che non solo i partiti borghesi filorussi, ma tutto il politicantismo italiano manovrasse a sganciarsi dal controllo americano. Recentemente, il presidente Eisenhower non ha dichiarato, nel messaggio ai sei paesi della C.E.D., che gli Stati Uniti reagiranno militarmente contro tentativi di ritirare l’adesione al Patto Atlantico?

Non è affatto insolito che proprio da parte della destra tradizionale, che quotidianamente bolla a fuoco l’asservimento del P.C.I. a Mosca, si lavori sui probabili effetti di alleanze internazionali nella lotta politica interna. Non da oggi, i nostri accesi nazionalisti mangiastranieri fondano i loro piani politici sull’appoggio di Stati d’oltre frontiera. L’ostacolo che si para davanti al P.C.I., lanciato alla conquista di poltrone ministeriali, è rappresentato da un potere enormemente più saldo che le resistenze interne di gангhе di parlamentari, i quali, nonostante le chiacchiere, non chiedono di meglio che smettere le beghe con i comunisti, e mettersi tutti insieme a mangiare. Il P.C.I. condannato ad un supplizio mille volte peggiore di quello decretato per volere divino a Tantalo, deve accontentarsi, anche per volere di Mosca tutta intenta a rabbonire l’America e ritornare al tempo degli «affitti e prestiti», di guardare, senza poter stendervi sopra le bramose mani, il banchetto del potere.

Escluso il P.C.I. dai candidati al governo, per imposizione degli altissimi iddii dell’imperialismo, il verminoso mondo del politicantismo parlamentare non poteva fare altro che gettarsi sul P.S.I., su Nenni, sulla idiota formula della «apertura a sinistra». Gli attori che tengono la scena politica ufficiale sono la sinistra della Democrazia Cristiana e il P.S.I. Soterrando il governo Pella, fautore della «apertura a destra» (altra idiozia) cioè dell’intesa con i monarchici; ripudiando la formula governativa di Fanfani, ostile nei riguardi della destra monarco-missina, ma altrettanto nemico di «orientamenti di sinistra» non reperibili nel senso stesso della D.C.; dando vita ad una nuova edizione del quadripartito, ottenuto con l’adesione dei socialdemocratici al governo Scelba; le correnti dominanti della D.C., cioè il centro degasperiano e la sinistra di «Iniziativa democratica» capitanata da Fanfani, risultano oggi padrone del partito. Ma tale punto di arrivo non ha stabilizzato la baraonda parlamentare. La tendenza a sinistra, inestirpabile in un paese dove la demagogia è la più sottile delle arti, rimane. Nenni resta la ragazza da marito che conta il più gran numero di pretendenti. Si arriverà al matrimonio tra D.C. e P.S.I.? L’incertezza rende oltremodo nervose le ale estreme dello schieramento politico.

Doveva iniziare l’offensiva la destra democristiana capeggiata da Pella, Andreotti (transfuga dal campo degasperiano) e Togni, con le note interviste rese ad Epoca. Senza mezzi termini da costoro veniva proposta un’alleanza parlamentare cattolico-monarchico-liberale. Più tardi, mentre ancora durava il clamore suscitato dai pelliani, l’Azione Cattolica subiva un drastico ripulisti, di cui facevano le spese il presidente centrale della G.I.A.C. Mario Rossi e certi suoi collaboratori diretti e periferici. Gli epurati erano accusati dal Presidente generale Gedda, notoriamente sostenitore della destra democristiana, di cedere a quel sinistrismo misticheggiante che raggiunge la massima espressione nelle filippiche del sindaco democristiano di Firenze La Pira. Ovviamente, il comunicato dell’Osservatore Romano che commentava il siluramento dei gruppi dirigenti sinistreggianti della G.I.A.C. si guardava bene dal chiamare le cose col loro nome, limitandosi a muovere al Rossi l’accusa di aver falsato i compiti apolitici dell’associazione (come se il Gedda politica non ne facesse!), ma il contrasto delle posizioni rimane quello che abbiamo sinteticamente (senza inutili giri di frasi) definito.

La sinistra democristiana gode del privilegio di essere calorosamente accarezzata dalla stampa socialcomunista, ma viene guardata con sospetto dai partiti minori, specie dai socialdemocratici, che temono di venire soppiantati dai nenniani nel cuore della Direzione della D.C. Al colpo basso, vibrato dalla destra pelliana, la sinistra capeggiata da Gronchi, da non confondere con la predominante corrente anch’essa di sinistra di Fanfani (Non è colpa nostra, se quello che leggete può apparirvi un pasticcio; la democrazia parlamentare è il più confusionario, perché il più ingannatore dei regimi politici che siano esistiti sulla terra), la sinistra gronchiana, dunque, reagiva con un’intervista del suo rappresentante concessa alla solita Epoca. Che sosteneva in essa Giovanni Gronchi? Ridotta all’essenziale, la sua presa di posizione si risolveva in un invito a sperimentare la partecipazione di Nenni al Governo. Secondo Gronchi è «un costante errore sottoporre in via pregiudiziale il P.S.I. a una specie di esame di promozione, chiedendo chiarimenti e dichiarazioni sulla natura effettiva dei rapporti tra socialisti e comunisti, sul lealismo democratico di Nenni e dei suoi amici, e via dicendo, perché sono i fatti che contano e saranno i fatti che determineranno la differenziazione necessaria». Gronchi è convinto che Nenni, imbarcato al governo, si dimostrerà un ottimo democratico, pronto a rompere con i comunisti se le esigenze di cadreghino lo imporranno. E chi ne dubita? Ma è altrettanto vero che socialisti e comunisti, anche stando all’opposizione, svolgono lo stesso identico compito di conservazione sociale.

L’intervista di Gronchi, apparsa il 25 aprile, seguiva di poco più di una settimana il «pronunciamento» della destra dell’A.C. e la rivincita di Gedda. Lotta serrata dunque tra le correnti politiche del cattolicesimo. Ma come la santa alleanza Pella-Gedda non se ne sta alle parole, ma passa all’azione, così la sinistra gronchiana non perde il tempo. Il numero di Europeo uscito il 2 maggio u.s. recava, a proposito, una sintomatica notizia. Si tratta della fondazione di una rivista politica, dal titolo non definitivo di La svolta che conterà nel comitato direttivo Gronchi, Nenni e il socialdemocratico Gaetano Russo. È noto che la destra democristiana nutre profondo scetticismo (condiviso da larga parte della stampa indipendente ad orientamento di centro-destra e naturalmente, dal P.N.M.) circa la possibilità di sganciare il P.S.I. dal P.C.I. e guadagnare Nenni alla causa del governo. L’iniziativa editoriale presa da costui, in società politica con Gronchi e Russo, mira, è chiaro, a provare il contrario, a dimostrare cioè che un governo costituito dalla D.C., dal P.S.I. e dal P.S.D.I. è sempre possibile, purché il Vaticano e l’Ambasciata americana diano il necessario assenso. Sicuramente lo scopo è questo.

La destra democristiana reagiva con mossa immediata, facendo circolare la notizia che il misterioso «Movimento di unione nazionale», che dovrebbe realizzare il fronte unico delle destre parlamentari, starebbe progettando il lancio di un nuovo organo giornalistico a direzione tripartita: gli altri condirettori rappresenterebbero rispettivamente il P.N.M. e il M.S.I. Siffatti precedenti lasciano prevedere agevolmente che il Congresso nazionale della D.C., che si terrà a Napoli alla fine di giugno, sarà delizioso pane per i politicanti. Il «totovoto» ufficiale dà per perdente la destra di Pella, Andreotti e Togni; addirittura si congettura che costoro, a sconfitta subita, si staccherebbero dal partito dando vita palese al «Movimento di unione nazionale». Se tale previsione si verificherà, l’attuale governo quadripartito di Scelba certamente cadrà per i voti contrari dei transfughi dal gruppo parlamentare D.C. I voti contrari dei destri democristiani, che per poco non provocarono la caduta di Scelba nello scorso marzo, acquistano, nelle presenti circostanze, valore di monito e di minaccia. Quale occasione migliore per Nenni di offrire la «svolta» a sinistra?! Mentre i pelliani minacciano di abbandonare la D.C., ponendo la condizione ricattatoria dell’alleanza ministeriale con i monarchici, Nenni, abilissimo come non mai, ecco che viene a offrire la tavola di salvezza del governo D.C.-P.S.D.I. Sarà dunque Nenni a salvare dallo sfacelo la D.C.?

L’interrogativo non suscita preoccupazioni solo nel campo della corrente democristiana di Fanfani, che rimprovera a Gronchi di fare il gioco di Nenni. Oltremodo atterriti dalla prospettiva di venire tagliati fuori dal gioco politico, sono i dirigenti del P.C.I., che di Nenni e dei suoi seguaci si fidano solo fino ad un certo punto. Il P.C.I. sta facendo salti mortali per ammansire le gerarchie cattoliche, Togliatti sarebbe felicissimo di inviare Nenni nel governo democristiano ma solo con compiti di avanscoperta, il cui felice svolgimento dovrebbe sgombrare il terreno alle fameliche falangi ministerialiste del P.C.I. Ma se l’ostacolo formidabile di politica estera per il P.C.I. si chiama «Patto Atlantico», in politica interna si chiama scomunica papale. Come potrebbe la Direzione della D.C. giustificare agli occhi dei suoi elettori un’eventuale riconciliazione con esponenti politici solennemente condannati dal papato? Quale bazza per le destre monarco-missine poter accusare la Direzione della D.C. di trasgredire una sentenza papale! Ma quale enorme stupidità è il ritenere la Direzione del P.C.I. legata all’osservanza di altri principii che non siano quelli del politicantismo arrivista che non si prefigge altro scopo che farsi posto alla mangiatoia governativa! Il C.C. del P.C.I. non si è peritato di lanciare una campagna «per trovare un accordo tra il mondo cattolico e il mondo comunista». Mentre scriviamo milioni di cattolici avranno letto il discorso di Togliatti pubblicato in opuscolo, oppure ne avranno preso visione sui giornali di informazione. Gli scomunicati ricorrono in appello, invocano la clemenza del Papa. La paterna misericordia di Pio XII si commuoverà alle dimostrazioni di cristiana umiltà del diletto figlio Palmiro? Attento a te, Pietro Nenni, attento a non farti fregare alla volata finale dai cari alleati di via Botteghe Oscure!

Questa la fotografia del sordido mondo del politicantismo ufficiale alla vigilia del Congresso nazionale della D.C. Destra e sinistra, monarchici e fascisti, partiti del cosiddetto centro-sinistra laico (socialdemocratici, repubblicani e liberali), socialisti e comunisti, per non contare la legione straniera dei pullulanti comitati elettorali in cerca di noleggiatori, quali i gruppi di Parri, Cucchi e Magnani, Corbino e via dicendo, attendono con malcelata ansia – pur bombardandosi rabbiosamente tra loro e assediando tutti insieme la cittadella governativa – attendono i risultati del Congresso della D.C. A costei ormai non è possibile attribuire più altre colpe, altri misfatti: la polemica degli oppositori non le ha risparmiato alcuna accusa. Ma tuttavia possiede l’unica virtù che in regime parlamentare conti: il potere.

Sarebbe davvero stupido attendersi sbocchi non sordidi, non repugnanti, da una situazione caratterizzata dalla generale irresistibile tendenza al compromesso, al classico pateracchio.