Partito Comunista Internazionale

La resistenza non è stata tradita

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I comunisti considerano ogni moto “a destra” della borghesia come una vittoria teorica perché è la dimostrazione aperta della natura repressiva della classe dominante che si vede costretta a gettare la maschera democratica.

Ogni volta che ciò accade, i comunisti lottano perché la fase borghese totalitaria soccomba sotto il moto rivoluzionario della classe operaia, e si guardano bene dal versare lacrime di rimpianto per le false libertà democratiche considerando antistorico questo atteggiamento.

È bene ricordare come tutti gli strati della borghesia, sotto l’incubo del bolscevismo, dal socialista Bonomi al liberale Giolitti, dalla chiesa cattolica alla massoneria, dai repubblicani al reuccio, plaudirono al fascismo come al salvatore della patria e, di buon grado, gli consegnarono il potere su un piatto d’argento, riservandosi però il diritto di belare contro le libertà violate.

Nel ’23 Mussolini stesso ridicolizzò gli antifascisti e la loro politica vigliacca: “Si può fare l’opposizione in due modi. Primo al modo dei comunisti… Il loro obiettivo è quello di abbatterci con la violenza rivoluzionaria e instaurare la dittatura del proletariato… Agli altri gruppi oppositori diciamo: voi non preparate un’insurrezione contro di noi; cosa cercate dunque?”

Dov’erano gli antifascisti al tempo della guerra d’Etiopia? Inghilterra, Belgio e Russia fornivano, a prezzi concorrenziali, grano, carbone e petrolio; la Francia (durante le sanzioni) motori per aerei e lanciabombe, gli Stati Uniti migliaia di autocarri; e il PCI (l’integerrimo), nella bisogna, lanciava il suo appello di unità nazionale: “Diamoci la mano, figli della Nazione italiana, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, diamoci la mano e marciamo (e sono marciti) fianco a fianco”. (Stato Operaio – 8/1936) Impara, imberbe Berlinguer! Altro che il tuo “innocente” compromesso storico!

Quando poi, nel ’43 l’esercito dell’Asse era in rotta, il Gran Consiglio fascista votava (democraticamente) la propria sfiducia al duce, il re fannullone, preso a calci in culo dalla situazione disastrosa, trovava il coraggio di farlo arrestare e la milizia fascista, in difesa del suo capo, seppe solo rispondere mussolinianamente: “me ne frego!” allora l’italica democrazia belante si accorse che era giunto il gran momento, si ebbe la “gloriosa resistenza”, il II risorgimento.

Gettati alle ortiche gli oramai logori nastrini della “rivoluzione” fascista ogni persona onesta corse ad adornarsi di quelli più luccicanti della resistenza senza aver fatto un cavolo in nessuna delle due.

Al proletariato “la lotta di liberazione” fu presentata come lo scontro tra due mondi, ma tutto rientrò, garante lo stalinismo internazionale, nella legalità sancita dalle potenze democratiche e dal Cremlino: “i militanti rivoluzionari si tramutarono in avventurieri di tipo standard di poco diverso da quello fascista dei primi tempi: anziché uomini di partito custodi dell’indirizzo marxista e della salda autonomia organizzativa dei partiti e dell’internazionale, divennero caporali, colonnelli e generali da operetta. Rovinarono l’orientamento di classe del proletariato facendolo paurosamente rinculare di almeno un secolo, e chiamarono tutto ciò progressismo. Convinsero gli operai di Francia, d’Italia e di tutti gli altri paesi che la lotta di classe, per sua natura offensiva, a carattere di iniziativa deliberata e dichiarata, si concretava in un difesismo, in una ‘resistenza’, in una inutile e sanguinosa emorragia contro forze organizzate capitalistiche che non vennero superate ed espulse che da altre forze non meno regolari e non meno capitalistiche” (Battaglia Comunista n. 14/1949).

Ben intese questa politica, ancora una volta, Mussolini, che ormai prossimo alla fine poté a ragione dichiarare: “L’uomo politico che prenda sul serio l’antifascismo di oggi cadrebbe in un grave errore. Quando muta il vento della fortuna, la massa (dei partiti) cambia direzione alle vele”. Morì quindi consapevole che il proprio “sacrificio” sarebbe servito alla “causa” ben meglio delle pose da pagliaccio in precedenza assunte dal balcone di Palazzo Venezia.

Infatti, da entrambi i lati della linea gotica si “lavorava” per raggiungere lo stesso fine immediato: l’indipendenza, la sovranità nazionale, la repubblica. Sia nei territori occupati dagli “alleati” anglo-americani che in quelli occupati (ancora una volta) dagli “alleati” germanici, si mirava a realizzare il medesimo obiettivo: L’Europa unita; “La salvezza dell’Europa(sta) soltanto in un’unione socialista di tutti gli Stati europei… tra poco non avrà più interesse la questione germanica, francese, spagnola, italiana eccetera; interesserà soltanto l’Europa. Tutti se ne accorgeranno”. Così parlò… Mussolini. Il primo articolo della costituzione democratica non è forse la brutta copia fedele dell’articolo 9 di quella della RSI?

Fra tanto fetore, tra ancor più “martiri della libertà” alla ricerca di una poltrona ministeriale su cui poter riposare i tanto provati glutei, una sola organizzazione si salvò, un solo partito: quello dei comunisti internazionalisti. Mentre i partiti comunisti ufficiali compivano l’ultima infamia passando dichiaratamente al riformismo, al legalitarismo, al socialnazionalismo – insomma alla controrivoluzione – questa minuscola organizzazione, decimata e dispersa più ad opera dei salvatori della patria piccisti che dalla stessa dittatura fascista, compiva un’opera primaria, tra mille difficoltà, per la ricostituzione della dottrina e dell’organo rivoluzionario. Il suo merito di fronte alla Storia è quello di aver saputo, nella tremenda situazione, resistere (in questo caso sì che il vocabolo è appropriato) alle chimere della libertà, di non aver speso una parola che non fosse di condanna al modo di produzione capitalista. Mentre Togliatti nel ’43 malediva le “orde teutoniche” con le stesse parole con cui le maledisse il rinnegato Mussolini nel ’14, la nostra voce fu quella di sempre, quella della Sinistra Italiana, quella di Marx e Lenin: “contro tutte le guerre, contro tutte le patrie, per la rivoluzione” (Prometeo 1 maggio 1944) e “Operai, nessuno, né la Germania, né l’Inghilterra, né l’America e neppure la stessa Russia staliniana, vi porterà la rivoluzione. Solo voi (…) sarete in grado di conquistare la vostra libertà” (volantino distribuito nell’aprile del ’44).

Tra il proliferare di pubblicazioni clandestine antifasciste (lo stesso Benito faceva pubblicare giornali antifascisti illegali) il nostro organo di stampa, Prometeo, fu l’unico a bollare apertamente “entrambi i belligeranti come facce diverse di una stessa realtà borghese, da combattere entrambi perché intimamente legati, ad onta delle apparenze, alla stessa ferrea legge della conservazione del privilegio capitalistico e quindi di lotta a fondo, mortale, contro il vero comune nemico: il proletariato” (Prometeo 1-11-’43). È interessante vedere come gli stessi nostri avversari, a volte, si lascino scappare delle affermazioni che, mentre confermano quello che noi dicevamo, a loro non fanno proprio onore. In un numero recente de Il Mondo, Luigi Cavallo (ex “stella rossa”, ex redattore dell’Unità ed ora alla ricerca di una nuova scuderia), impiegato in un duello oratorio col senatore Mamucari, offeso nel suo onore (?) perché tacciato da quest’ultimo di doppiogiochista al servizio della Gestapo, rende pan per focaccia al partitaccio e dichiara che “i capi del PCI avevano usato l’Ovra (perché allora tanto scandalo se Scelba attinse alla stessa fonte?) per togliere dalla circolazione gli oppositori interni”, che “Luigi Longo (…) aveva denunciato quei capi partigiani che ‘rifiutavano il congedo’ dagli alleati ed aveva ordinato all’apparato militare clandestino del PCI di dare il ‘congedo definitivo’ (leggi assassinare) a quegli uomini” e che furono i sicari stalinisti ad assassinare il compagno Mario Acquaviva gridando “è una spia fascista”. “Acquaviva non ebbe neppure l’onore dei partigiani comunisti fatti assassinare (dal PCI) a Milano, i cui nomi sono incisi su targhe di marmo che li definiscono ‘martiri della libertà trucidati dai nazi-fascisti'” (Il Mondo 11-12-’75). Noi compagni di fede e di lotta del militante rivoluzionario Mario Acquaviva ci teniamo a che il suo nome non sia confuso con quello dell’indefinito partigiano (sia che quest’ultimo lo abbia fatto “per fede per dovere o per soldo”), sarebbe per lui un’offesa peggiore del suo stesso assassinio. Ci teniamo anche, e molto di più, a che il suo sacrificio non sia reclamizzato per i loro sconci intrighi di bottega da loschi figuri. A riabilitare la memoria dei nostri martiri non saranno i carnefici “pentiti”, sarà il proletariato rivoluzionario a tributar loro il dovuto onore, come l’anonimo operaio che, accorso verso Acquaviva morente e sentite le calunnie sulla “spia fascista”, gridò indignato: “È un comunista, ma un comunista vero!”.

“Mario Acquaviva non chiede il saldo delle sue sofferenze. Egli continua a guardare in faccia il nemico, e l’avanguardia controrivoluzionaria colpisce in lui l’avversario della guerra e della nuova edizione del dominio capitalistico… Mario Acquaviva non si tocca; egli (e tutti gli altri) sarà vendicato nella misura in cui le masse irromperanno sul terreno della lotta diretta e inizieranno l’attacco frontale contro tutti i rappresentanti del governo e del parlamento borghese… L’assassinio politico rientra nella tradizione della socialdemocrazia così come del fascismo… Il proletariato rivoluzionario non avrà nessuna pietà per i suoi traditori” (Battaglia Comunista 3-23 agosto 1947). Il simbolo dell’antifascismo è, a ragion veduta, la collaborazione di classe, la mistificazione democratica, la soppressione violenta di ogni tentativo di attacco autonomo delle forze operaie. Se in Italia si trucidava il rivoluzionario Acquaviva al grido “è una spia fascista”, l’anno avanti, nonostante lo stato di guerra, Stalin aveva fatto arrestare l’esercito russo a pochi chilometri da Varsavia per dare il tempo ai nazisti di sterminare i proletari insorti ripetendo così i nefasti della politica dei prussiani e dei francesi federati contro la Comune di Parigi del 1871.

“La fine gloriosa della comune di Varsavia è una prova sanguinosa del gesuitismo politico del governo di Mosca, un’accusa provata del compito contro-rivoluzionario dello stalinismo internazionale. Essa sta a dimostrare che dovunque il proletariato dichiarerà e combatterà nell’avvenire la guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo, si troverà alle spalle, come a Varsavia nel 1944, o di fronte, come a Berlino nell’estate del 1953, i gendarmi stalinisti della controrivoluzione” (Programma Comunista 24-1953). Questa è la resistenza al fascismo, e MAI è stata tradita; la rivendichi pure chi ci si riconosce.

Da parte nostra “concepiamo la lotta contro il fascismo come lotta che deve essere condotta innanzitutto e soprattutto contro il capitalismo, che al fascismo ha dato anima e corpo, e gli ha armato la mano per farne l’esecutore cieco, bestiale della sua vendetta di classe…

CONTRO IL FASCISMO MUSSOLINIANO DI OGGI E IL FASCISMO DEMOCRATICO DI DOMANI”.

(Prometeo – 1 maggio 1944).