Partito Comunista Internazionale

I sindacati devono diventare reparti dell’esercito rivoluzionario

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Sempre il partito comunista ha dato al sindacato operaio e a tutte le associazioni di difesa economica dei lavoratori la funzione di «cinghia di trasmissione del partito» – secondo la nota definizione di Lenin -. Si intende dire che le lotte difensive dei lavoratori per arginare lo sfruttamento capitalistico sono state sempre viste dai comunisti come la base materiale indispensabile per la preparazione rivoluzionaria, per far crescere l’influenza del partito – e quindi delle direttive comuniste – nella classe in vista dell’abbattimento dello Stato capitalistico. Questo deriva dall’unico scopo che anima i comunisti di tutti i tempi e in tutti i momenti: la rivoluzione comunista, che presuppone l’abbattimento del regime borghese che fin dal suo sorgere è stato definito dai comunisti un regime di sfruttamento e di oppressione. I comunisti sanno però che vi sono periodi in cui questa linea categorica e lucida del marxismo rivoluzionario viene offuscata dalla pratica opportunistica che consiste nel mistificare il concetto di emancipazione del proletariato. Infatti per i comunisti il regime borghese non dà mai niente e la loro continua propaganda verso il proletariato nei periodi floridi del capitalismo sta proprio nel non far sorgere illusioni benesseriste, nell’affermare il concetto marxista che «emancipazione del proletariato» non significa aumento dei salari e riforme bensì liberazione del proletariato dalla schiavitù del lavoro salariato, abolizione della società chiusa in classi e perciò permanente necessità della rivoluzione comunista indipendentemente dalle fasi alterne – favorevoli o sfavorevoli – nel modo di produzione capitalistico. Gli opportunisti invece approfittano di questi brevi periodi di floridezza capitalistica per far desistere il proletariato dal suo scopo di classe facendo credere che gli aumenti salariali e il generale miglioramento delle condizioni di vita degli operai rendano superfluo l’intervento rivoluzionario del proletariato contro lo Stato borghese. In questo indirizzo vi è una doppia mistificazione: nel far ritenere agli operai eterne le migliori condizioni di vita conquistate con dure lotte, e che queste conquiste possono sostituire l’obiettivo della lotta storica per il comunismo.

La crisi capitalistica crea le condizioni per spezzare questa doppia mistificazione mettendo a nudo la volontà controrivoluzionaria dei capi operai nei sindacati e dei falsi partiti comunisti. Mentre la disoccupazione dilaga e larghe masse operaie precipitano nell’indigenza gli opportunisti non mutano la loro pratica collaborazionista, la loro difesa del regime capitalistico che anzi intensificano. «A che serve chiedere se il capitalismo non può dare? Aiutiamo il regime borghese a riprendere la sua marcia in avanti e poi riprenderemo con le rivendicazioni operaie». Questo è l’indirizzo dell’opportunismo di fronte alla crisi capitalistica, che dimostra chiaramente come lo scontro fra comunisti e opportunisti sia fra rivoluzione e controrivoluzione.

Questo discorso infatti appare logico per chi non vede altra alternativa che la società capitalistica, la suddivisione in classi antagonistiche della società, per chi accetta come «naturale» la proprietà privata dei mezzi di produzione, per chi insomma riduce la lotta di classe al semplice rivendicazionismo economico e quindi alla guerriglia giorno per giorno per strappare qualche briciola in più al capitale a favore del lavoro. È altrettanto chiaro che questa visuale non può che portare alla cessazione della guerriglia una volta constatato che l’avversario non ha più niente da dare, ed è proprio per questo che nei periodi critici del capitalismo coloro che hanno creato una contrapposizione fra comunismo e difesa delle condizioni di vita degli operai dimostrano sfacciatamente di aver abbandonato l’uno e l’altro e di essere solo difensori del regime capitalistico contro qualsiasi rivendicazione operaia sia minima che massima.

I comunisti invece trovano nella crisi capitalistica il terreno favorevole per importare nella classe operaia gli scopi e la necessità della rivoluzione perché mai come nella crisi è possibile dimostrare al proletariato la coincidenza fra difesa delle proprie condizioni di vita e abbattimento dello stato capitalistico, o meglio: che la rivoluzione è l’unico mezzo per la affermazione definitiva delle loro condizioni di vita contro un regime in cui diminuzione dell’orario di lavoro significa disoccupazione e alti salari massimo sfruttamento degli operai nelle fabbriche.

In questo sta la differenza fra comunisti e opportunisti e perciò il contrastante comportamento fra comunisti e opportunisti nei sindacati e nelle lotte operaie.

A questo proposito riportiamo da Il Comunista del 1921 alcuni brani riguardanti le direttive sindacali del partito, ossia la funzione che il partito affidava ai suoi militanti operanti nelle fabbriche e nei sindacati quando la crisi anche allora dilagante propose come oggi un vero terreno di misurazione fra tutti coloro che sostenevano di stare dalla parte del proletariato, quel terreno cioè che imponeva a tutti di uscire dal circolo vizioso delle parole per scendere su quello pratico dei fatti.

Niente v’è da aggiungere alle direttive date dal partito cinquant’anni fa che noi riproponiamo al proletariato attuale quale unica via di uscita dalla crisi capitalistica e quale risposta all’attacco dello Stato borghese.


«Crisi economica e disoccupazione» e «Tattica nelle agitazioni economiche» – DIRETTIVE SINDACALI – 1-8-1921.

«Una direttiva unica deve essere data alla propaganda e all’azione dei comunisti in questo campo. La critica più aspra deve essere opposta all’indirizzo sancito in materia dagli organi confederali e deve essere denunziata la loro acquiescenza alle impostazioni dei capitalisti. La chiusura delle aziende, la insufficienza delle provvidenze governative in materia di sussidi e di concessioni di lavori pubblici, l’illusione di poter ottenere più efficaci interventi dello Stato per via parlamentare e collaborazionista, come si propongono i dirigenti confederali, l’arrendevolezza di questi dinanzi all’offensiva dei padroni contro i concordati conquistati dai lavoratori, sono tutti elementi che devono essere messi da noi nella loro vera luce, spiegando che secondo la nostra tattica rivoluzionaria una soluzione radicale di questi problemi non esiste che nella conquista del potere da parte del proletariato, che la evidente insolubilità di essi deve essere utilizzata per condurre appunto le masse a questa convinzione ed intensificando tra esse la preparazione rivoluzionaria, mentre i riformisti per evitare questo illudono i lavoratori che esista la possibilità di migliorare le difficoltà della crisi presente nell’ambito del regime attuale. È importante dimostrare che i dirigenti confederali, con tale politica, mentre nulla realizzano di concretamente utile alle masse, pongono la loro tesi collaborazionista e pacifista non solo al di sopra dell’interesse della rivoluzione ma anche contro gli interessi immediati dei lavoratori, rinunziando, per non turbare le loro manovre e intese politiche con gruppi borghesi, all’impiego della forza sindacale del proletariato per la battaglia contro l’offensiva padronale che potrebbe venire ingaggiata quando si fosse veramente deciso a spingerla a fondo, sul terreno politico. Questo sarà possibile solo sloggiando i disfattisti dalle dirigenze delle masse proletarie organizzate, e questi argomenti devono venire impiegati per attrarre i più larghi strati dei lavoratori nella lotta contro i dirigenti sindacali».

«I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati; quello che noi non avremmo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti sindacali nulla di praticamente diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non si sognano di negare le conquiste contingenti della lotta sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che sia problema tattico da risolversi volta per volta quello della convenienza di accettare o meno le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza od arrestare ad un certo limite gli scioperi. Né i comunisti pretendono di possedere una ricetta per vincere infallibilmente le agitazioni di carattere economico. Ciò che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi traggono occasione di esplicare ad ogni episodio della lotta economica, il loro costante sforzo di creare nei lavoratori una coscienza politica e di classe. Inoltre i comunisti devono provare che il fatto che grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia od ad avversari della preparazione rivoluzionaria, che considerano come il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni ed il loro investire tutta la vita sociale e politica del paese, lega le mani ai lavoratori organizzati ed ai loro organizzatori anche là dove questi seguono le direttive comuniste. Siccome i comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influsso dei capi sindacali, essi considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la necessità di sloggiare questi, posizione per posizione, dalla organizzazione proletaria.

Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione; che nell’epoca attuale di convulsionaria crisi del regime borghese non è più sufficiente la semplice attività tradizionale dei sindacati, che vedono la loro azione divenire sempre più difficile man mano che la crisi si inasprisce. Per affrontare i problemi della vita quotidiana operaia occorre poter controllare nel suo insieme il funzionamento della macchina economica per concretare le misure che possono combattere le conseguenze del suo dissesto. È illusorio che l’attuale sistema politico porga al proletariato il mezzo per esercitare una qualsiasi influenza sull’andamento di questi fenomeni da cui dipendono le sue sorti e le sue condizioni di esistenza, e tutti i problemi si riducono a quello unico del sostituirsi, con un grande sforzo rivoluzionario, di tutto il proletariato alla classe dei suoi sfruttatori che detenendo il potere impediscono qualunque mitigazione delle dolorose conseguenze del capitalismo in quanto impediscono ogni limitazione dei privilegi capitalistici.

I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere, la realizzazione della dittatura proletaria…».