Partito Comunista Internazionale

« Difendere i disoccupati significa affrettare anche la distruzione dell’attuale regime »

Categorie: Italy, PCd'I, Unemployment

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Vi sono stati recentemente a Roma, a Milano, a Torino, a Napoli episodi in cui si è manifestata, se pur frammentariamente, una rabbiosa reazione da parte di lavoratori licenziati e disoccupati.

Non per « sensibilizzare l’opinione pubblica », come si è voluto far credere, ma mossi dall’avversione per questa società che, dopo essersi ingrassata sulle loro spalle, adesso li getta sul lastrico, essi hanno per un momento infranto il muro di « responsabile » immobilismo in cui li trattengono i sindacati. Si sono così avuti blocchi stradali, di alcune linee ferroviarie e addirittura di un aeroporto, quello di Torino.

Questa esasperata reazione non poteva avere un seguito, dato lo stato di isolamento rispetto al resto della classe operaia, al quale sono condannati dalla politica collaborazionista dei sindacati attuali, come tutti gli altri lavoratori che oggi vengono cacciati fuori dalle fabbriche.

La causa dei disoccupati è quella di tutta la classe operaia, questo elementare principio è stato mille volte calpestato dai sindacati ufficiali che, invece di chiamare tutta la forza degli operai occupati al loro fianco e in loro difesa, li hanno abbandonati a se stessi, a reagire da soli lasciando che le loro forze, già prostrate dal fatto di non essere più alla produzione, si logorassero lentamente. Essi vengono così considerati come una categoria particolare, come quella dei poveri, degli sfrattati o dei disadattati sociali, alla quale non resta che mendicare l’elemosina e l’aiuto morale del prete, che per l’occasione si tramuta nell’assessore regionale o nel ministro tal dei tali. La loro lotta prende l’aspetto di una supplichevole processione e non appare più la stessa degli operai alla produzione, né quella degli operai alla produzione, la loro. Il fatto è che l’economia è in crisi, i mercati sono intasati di merci, il ritmo della produzione decresce e i sindacati accettano il piano di ristrutturazione delle aziende, piano che ha per scopo la riduzione dei costi e che significa intensificazione dello sfruttamento degli operai occupati e contemporaneamente espulsione di migliaia di lavoratori dalla produzione.

Ma il proletariato non può sacrificarsi per quelle classi che da secoli sfruttano il suo lavoro, per quelle aziende che hanno sempre succhiato il suo sudore; questa non è la sua economia, ma quella dei suoi padroni, questa non è la sua società, ma quella dei suoi sfruttatori. Ecco perché la parola d’ordine « Salario pieno ai disoccupati », indipendentemente e contro le sorti dell’economia nazionale.

I servi opportunisti inorridiscono di fronte a questa rivendicazione: « ma il capitalismo non potrà mai accettarla, perché tra l’altro significherebbe invitare gli operai a non lavorare ». Ne siamo certi, ma questa rappresenta la più elementare rivendicazione in difesa dei disoccupati e la classe operaia dovrà farla propria anche se ciò dovrà significare l’abbattimento di questo regime che non sarà mai capace di risolvere né il problema della disoccupazione né tutti gli altri che affliggono la classe operaia. Di fronte alla constatazione che gli interessi di classe sono sempre più incompatibili con l’esistenza del capitalismo, la politica opportunista rinuncia alla loro difesa e invita al sacrificio gli operai.

L’indirizzo comunista al contrario, in quanto rappresenta nel movimento immediato la prospettiva del futuro e necessario abbattimento di questo regime, è l’unico disposto e capace di sostenere l’organizzazione e la difesa di classe fino in fondo e fino alle estreme conseguenze.

Riportiamo di seguito un articolo apparso su Il sindacato rosso, organo sindacale del Partito comunista d’Italia, il 29 Aprile del 1921, in cui si vede che, ieri come oggi, la difesa dei disoccupati è per i comunisti, e per la classe lo dovrà diventare, una questione di principio.

« Ogni giorno che passa registra nuovi proletari, nuovi operai buttati sul lastrico. Le industrie che sembrano le più fiorenti crollano l’una dopo l’altra, minate come sono dalla crisi universale provocata dalla guerra, e le conseguenze prime e più terribili si riversano immediatamente sulla classe lavoratrice, la quale vede in tal modo spalancarsi sempre più la voragine che sembra voglia inghiottirla. Le cifre che indicano il numero dei disoccupati nei vari stati europei sono semplicemente enormi e bastano da sole a mettere in completa luce la gravità della piaga … Aggiungiamo poi disoccupati, diremo così, temporanei, quelli cioè che lavorano solo parzialmente, per qualche giorno alla settimana, e avremo subito una idea esatta della vastità del fenomeno. Per giunta, anziché tendere a diminuire la disoccupazione va assumendo caratteri e forme sempre più vaste e profonde, tanto che minaccia veramente l’esistenza della società capitalistica quale è generata.

« Per alleviare le conseguenze di questo terribile flagello delle classi operaie i vari governi borghesi sono ricorsi a mezzi ognuno dei quali, però, ha fatto completo fallimento ed è valso solo ad impedire che la classe operaia scorgesse tutta la vastità del male e cercasse quindi di correre immediatamente ai ripari. Si è cercato così di ricorrere a riduzioni di orario per gli operai occupati ma, dato che con la riduzione dei guadagni settimanali la classe operaia veniva a ridurre le proprie capacità di consumo, così, anziché averne un sollievo, i lavoratori caddero dalla padella nella brace; si è fatto ricorso a sussidi, ma, date le esigenze politiche ed economiche della società attuale, essi furono, sono e saranno sempre così meschini da poterli benissimo paragonare alla goccia che cade nel mare; si sono tentati dei lavori pubblici, ma anche in questo campo i risultati furono completamente negativi; ora si incomincia a dire che il problema della disoccupazione potrà essere risolto con la ripresa dei rapporti commerciali e con l’equa ripartizione delle materie prime fra tutti gli stati del mondo, ma nel primo caso si dimentica, oltre a tutto il resto, che la crisi attuale è intimamente collegata con la capacità di assorbimento dei mercati, nel secondo si finge di ignorare che l’equa distribuzione delle materie prime, fino a tanto che esisterà il sistema capitalistico di produzione, sboccante necessariamente nell’imperialismo, non può essere che un pio desiderio e niente più.

« La verità è che la disoccupazione attuale è un prodotto inevitabile della devastazione creata dalla guerra nel campo dell’economia; e siccome l’economia borghese non potrà mai più ricomporsi e riacquistare il necessario equilibrio, a meno che il proletariato non si lasci schiacciare sotto il peso della schiavitù economica come non si è mai visto in nessuna altra epoca, ne consegue che essa disoccupazione non solo non potrà essere eliminata nell’ambito della società attuale ma, salvo brevi oscillazioni, diventerà ognora più grande seminando dovunque la miseria e la strage fra la massa operaia. Perciò, coloro che tentano di fare credere alle masse che la più grave sciagura dalla quale esse vengono colpite potrà essere eliminata senza abbattere il regime capitalistico, le ingannano, e debbono essere denunciati come opportunisti e nemici della classe lavoratrice.

« Ma da questo non consegue che noi si debba incrociare le braccia e attendere la caduta del regime attuale prima di far qualcosa per i disoccupati. I disoccupati devono essere difesi subito, poiché essi hanno dei bisogni indilazionabili da soddisfare, primo fra tutti quello indilazionabile all’esistenza; e difendere i disoccupati significa affrettare anche la distruzione dell’attuale regime. Tutta la classe lavoratrice è interessata a difendere il compagno disoccupato: ciò non solo perché tutti i lavoratori si trovano nella condizione di poter essere trasformati in disoccupati a loro volta, ma perché l’operaio disoccupato è un naturale concorrente di chi lavora e serve quindi da compressore automatico sui salari e da elevatore degli orari di lavoro. I sindacati, per soddisfare a quella che è la loro funzione nella società borghese, debbono almeno poterne salvaguardare le premesse necessarie, vale a dire le conquiste di orario e di salario già conseguite: se essi non hanno la capacità di far questo, è evidente che i loro giorni sono contati, in quanto gli operai non troverebbero più alcuna convenienza a mantenere in vita degli organismi che non servono a nulla. Ma perché i sindacati oggi possano ancora rendersi utili alla classe operaia, occorre che in primo luogo difendano gli operai disoccupati.

« Invece la Confederazione generale del lavoro ha effettivamente abbandonato i disoccupati a se stessi. Essa si è rifiutata in modo categorico e preciso di fare un solo passo più in là di quanto non abbiano fatto i governi borghesi; e come se ciò non bastasse, ha messo fuori una teoria secondo la quale i disoccupati non possono essere considerati come esseri aventi uguali diritti degli operai che lavorano, perché in tal caso si incoraggerebbe la loro … tendenza all’ozio!

« I signori della Confederazione del lavoro considerano il disoccupato come una specie di cavallo ombroso al quale bisogna togliere la biada e rincarare la dose delle bastonate per indurlo a filare più diritto nella via. È naturale quindi che essi abbiano minacciato i più gravi provvedimenti verso quegli organismi che avessero tentato di agire direttamente in difesa dei disoccupati.

« Per i disoccupati deve essere rivendicato pienamente il diritto alla vita non solo attraverso sesquipedali ordini del giorno, ma soprattutto attraverso l’azione nelle piazze e nei posti di lavoro. Il disoccupato deve sentire che intorno a sé c’è tutta la classe operaia che partecipa della sua sciagura e che è pronta ad intervenire al suo fianco perché i suoi diritti vengano riconosciuti.

« Con ciò non ci illudiamo affatto che il regime borghese saprà trovare i mezzi occorrenti alla bisogna; ma non è questo che noi cerchiamo. Noi dobbiamo tendere con ogni mezzo a dare una soluzione al problema della disoccupazione; ma questa soluzione non può venire che dalla conquista del potere politico da parte del proletariato. La richiesta di sussidi, di lavori e di altri surrogati per la protezione dei disoccupati non può essere concepita che come mezzo per mettere in moto le grandi masse e per far convergere i loro sforzi e la loro azione contro tutto l’edificio borghese che presto o tardi dovrà crollare sotto l’impeto irresistibile del proletariato in armi.

« Questo dovrà essere detto agli operai in questo primo maggio, perché essi si rendano ben conto della necessità della lotta e si preparino a sostenerla con tutte le loro energie ».