Partito Comunista Internazionale

[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.3

Categorie: Antifascism, Class Society, Fascism, Opportunism

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FASCISMO, CLASSI MEDIE E AZIONE AUTONOMA DEL PARTITO COMUNISTA

Nella prima parte di questo lavoro, apparsa nei numeri di Febbraio e di Marzo, ci siamo sforzati, risalendo diligentemente ad un testo steso 54 anni fa, di ripresentare nella loro integrità vecchie e valide tesi marxiste su Stato, Governo, Violenza e movimento comunista rivoluzionario, sforzandoci tutte le volte di mostrare l’aderenza col metodo interpretativo e i postulati teorici propri della nostra scuola, il marxismo, delle risoluzioni che la Sinistra dava ai vari problemi e questioni che sorgevano nel movimento proletario quali ad esempio, meridionalismo, critica alla politica borghese, rapporti con altri movimenti politici, ecc.

Si è ricercato una continuità di «correttezza teorica» non certo per far sfoggio di diplomi da primi della classe, ma per raccordare il presente alle lotte e ai bilanci del passato, arcisicuri che una «continuità teorica», che è anche continuità di atteggiamenti e di prassi, sia condizione primordiale della ripresa del pratico movimento di classe del proletariato. Niente di nuovo quindi, si tratta del «filo rosso» da non smarrire, impresa notevole in quest’era grondante di conformismo, di legalitarismo, di fascismo cioè.

Riallacciati brevemente al lavoro fin qui svolto e al metodo di questa ricerca si continua con questa seconda parte nella quale è preso in considerazione il rapporto sul «Fascismo» che la Sinistra tenne al IV congresso dell’Internazionale, novembre 1922. Due sono le tesi da demolire: una, quella che vede il fascismo generato dagli esecrati ceti retrivi (punto sul quale ci siamo già soffermati nel mostrare la modernità da un punto di vista borghese dello Stato italiano e dei rapporti sociali e di classe sui quali poggiava; tant’è che la partenza dalle campagne del fascismo deve attribuirsi alle logiche ragioni tecniche di battere l’avversario nel suo punto più debole); due, l’interpretazione del movimento fascista come l’apparire della piccola borghesia e dei ceti medi protagonisti storici e non più solo comprimari che si accodano ora alla borghesia ora al proletariato secondo la forza dei contendenti.

Questo ultimo punto in definitiva avrebbe contraddetto tutti i fatti storici fin allora successi e l’interpretazione datane del marxismo, il quale di fronte al ’48 europeo, che vide per la prima volta il proletariato scendere in piazza come classe autonoma, codificò una volta per tutte la funzione storica della piccola borghesia (mezzana sempre pronta a vendersi per un pugno di denari al probabile vincitore), e per converso l’atteggiamento nei suoi confronti del partito politico del proletariato – unica classe conseguentemente rivoluzionaria – che nella sua lotta anticapitalista deve terrorizzare e neutralizzare l’azione di questi strati sociali sterili altrimenti manovrati dal capitale in funzione controrivoluzionaria. È in questo senso che il fascismo rimane ad oggi l’espressione più cruda e inimitata.

Non era quello un giudizio contingente ma storico, per date aree e paesi.

Ben altrimenti, la Sinistra negò che il fascismo fosse qualcosa di diverso da un attacco borghese al proletariato, alle sue organizzazioni di classe ed al suo partito politico; la mobilitazione delle classi medie non costituiva infatti l’elemento capace di far pendere la bilancia dello scontro di classe da una parte che non fosse né quella proletaria né quella borghese. Si trattò infatti di una mobilitazione da parte e a beneficio della grande borghesia che le sciocche classi medie scambiarono da principio coll’avvento di una loro funzione storica autonoma e decisiva, quasi d’arbitrio, nel conflitto tradizionale fra capitalismo e proletariato rivoluzionario.

Il fascismo, concentratore di tutte le forze antiproletarie a difesa dell’antico fortilizio del capitalismo trova così i suoi effettivi in tutta una gamma di elementi sociali messi in moto dal grande svolgimento bellico.

Ed è qui il nodo da sciogliere per spiegare il disegno storico attuato in campo sociale dal fascismo che ben seguì e sviluppò la politica democratica: corteggiare corrompere e stimolare i ceti intermedi, che usati in un primo tempo come carne da cannone, è la sorte dei mercenari, vengono poi manovrati come «vano cemento tra le due vitali avverse classi storiche», la borghese e la proletaria. Interclassismo e collaborazionismo fra le classi, dal sottoproletariato alla borghesia, realizzato colla forza e colla demagogia propria delle mezze classi sgonfione, ecco i caratteri indelebili del fascismo, «stimmata che caratterizza la fase contemporanea».

Fascismo risorgente? La domanda è ridicola, non può risorgere perché mai è morto, la bestia sconfitta in campo militare ha stravinto in campo sociale e come metodo di conduzione della macchina statale «… La guerra è stata perduta dall’antifascismo proprio in quanto da tutte le parti, e soprattutto su ordine dello Stato di polizia del Cremlino, la menzogna democratica viene corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitudine dei ceti intermedi a cui grandi Stati mostruosi superindustriali si dedicano a gara, emulativa si intende. Quale altra fu la tentata formula storico-sociale del fascismo?».

Ma ritorniamo agli anni venti; è nota la risposta dell’Internazionale davanti al fascismo e alla ben delimitata tattica del PC d’I il quale senza nulla concedere alle omelie democratiche opponeva fieramente a dittatura nera quella rossa. L’Internazionale, Zinovieff in testa, e la destra del Partito volevano che questi diventasse l’ala sinistra di uno schieramento antifascista prima tappa per slanciarsi poi contro le libertà borghesi. Si trattava né più né meno della direttiva di blocco con tutti gli antifascisti, di un tendere la mano del generoso proletariato alla merda delle mezze classi con il loro bagaglio di illusioni e di sciocchezze, lo stesso insomma ignobile strato sociale da cui erano uscite le marionette dei ras e dei centurioni fascisti.

Il fatale errore era alimentato dalla crisi economica che oltre a schiacciare il proletariato stritolava e proletarizzava i ceti medi (è questo e da sempre l’unico modo per il capitalismo di superare i suoi periodi di crisi), ceti medi che si volsero delusi verso il regime mussoliniano che con le sue misure legislative «accelerava» lo storico rimedio.

Insomma, sarebbero esistite le condizioni per le quali il proletariato poteva finalmente assurgere a classe nazionale e trascinare quegli oscillanti ed esitanti strati sociali in una rivoluzione che, scherzo della storia, si era trasformata da proletaria a popolare; il segno della riscossa era, si noti bene, dato dagli stessi ceti medi che avevano un momento prima alimentato la reazione fascista.

Gli stessi fronti antifascisti, le rivoluzioni popolari, ecc., formule ammuffite che anch’oggi ci rimbalzano negli orecchi gridate da rivoluzionari da operetta!

Ma passiamo oltre e cerchiamo di ristabilire, col nostro tradizionale metodo di allineare citazioni dei nostri classici testi, inquadrate in una visione materialistica organica e dialettica la giusta linea tattica da seguire.

La questione da riaffermare è che l’alleanza del proletariato con altri strati sociali non è un problema metafisico da risolvere pertanto in maniera dogmatica, tipo «niente alleanze e coalizioni né oggi né mai», ma in modo dialettico con lo studio scientifico della realtà sociale in cui le varie classi si scontrano e del ruolo rivoluzionario o no di queste; comunque qualsiasi alleanza, o meglio «appoggio» del proletariato ad altri strati sociali è necessariamente subordinato all’indipendenza del partito e all’interesse generale del movimento, questo fin dai tempi del «Manifesto», quando il proletariato europeo appoggiava ancora la lotta antifeudale della borghesia.

Non si recide pertanto il nodo se non si stabilisce antecedentemente quali sono gli obiettivi storici del proletariato in considerazione dei rapporti di classe esistenti; es.: si tratta del traguardo dell’abbattimento della proprietà feudale e del costituirsi delle moderne nazioni o dell’emancipazione del lavoro dal capitale? Primo caso, la strada si percorre insieme a borghesia e piccola borghesia, secondo caso solo il proletariato aspira a tanto proprio perché unico nullatenente, e un giorno si scontrerà col blocco compatto di tutti gli altri, dal capitano d’industria, al prete, al bottegaio.

Questo, semplificato al massimo, il caso generale e teorico. Caso pratico della lotta al regime mussoliniano: esiste un antifascismo delle classi medie con il quale allineare le truppe proletarie? Ritornando alle lotte passate di quegli anni abbiamo una vicenda che fa al caso nostro e può aiutarci a tracciare la risposta: l’Aventino. I fatti sono noti, dopo l’assassinio del deputato riformista Matteotti, il parlamento tutto «insorse», fu abbandonata la squallida aula e il carrozzone, fascisti esclusi, si trasferì all’Aventino appunto, dove si diede inizio ad un fitto lancio di sterili condanne morali. Prese parte alla fuga anche il PC d’I, in quel momento diretto dai centristi ai quali si dovè, fra l’altro, la proposta dell’Antiparlamento. Sotto la pressione di tutto il Partito, ancora compatto sulle posizioni originarie della Sinistra, si ebbe il rientro solitario nel Parlamento del gruppo parlamentare comunista anticipato dalla coraggiosa sortita di Repossi e la sua altrettanto famosa dichiarazione, uno degli ultimi esempi di parlamentarismo rivoluzionario, alla Lenin per intenderci, e sono passati più di cinquant’anni …

Cosa era successo? Semplice, l’antifascismo socialdemocratico borghese e piccolo-borghese non vede e non arriva più in là del costituzionalismo e rinchiude la sua azione, necessariamente, nei limiti posti dalla sopravvivenza del regime borghese e non può, inevitabilmente, che mettere all’indice l’azione antilegalitaria delle masse, che potrebbe ribaltare le sacre istituzioni.

Ecco che avviene il ricongiungimento, tante volte da noi anticipato, fra il fascismo e tutti gli altri, noi felicemente esclusi; tutti aspirano all’ordine al regolare e benedetto sfruttamento capitalistico: ricongiungimento certo non di persone, non siamo così ingenui, ma di indirizzi di metodi di governo.

Ma non ci stanchiamo di ribattere sempre sulle stesse cose, di prendere a piene mani dal «passato»: V congresso dell’Internazionale, giugno 1924: «… Quali sono oggi i rapporti fra fascismo e classi medie? Tutta una serie di fatti mostrano che queste sono deluse. All’inizio, esse vedevano nel fascismo il loro proprio movimento e l’alba di una nuova epoca storica. Credevano che il tempo della dominazione della grande borghesia e dei suoi capi politici fosse finito, senza che quello della dittatura del proletariato – la rivoluzione bolscevica che le aveva fatte tremare nel 1919 e nel 1920 – fosse ancora venuto. Credevano che la dominazione delle classi medie, di quelle che avevano fatto la guerra e riportato la vittoria, fosse per instaurarsi; s’immaginavano di poter creare una potente organizzazione per prendere in mano la direzione dello Stato. Volevano praticare una politica autonoma per difendere i loro interessi, una politica diretta contemporaneamente contro la dittatura capitalistica e contro la dittatura proletaria. Il fallimento di questo programma è provato dalle misure del governo fascista che colpiscono duramente non solo il proletariato, ma anche le classi medie che si immaginavano di aver instaurato il loro proprio potere; la loro propria dittatura e che si erano lasciate trascinare a delle manifestazioni contro il vecchio apparato di dominazione borghese che credevano abbattuto grazie alla rivoluzione fascista. Le misure governative del fascismo mostrano che è al servizio della grande borghesia, del capitale industriale, finanziario e commerciale e che il suo potere è diretto contro gli interessi di tutte le altre classi …».

«… Benché sia difficile definire e classificare i diversi gruppi di opposizione, si può tracciare una demarcazione assai netta fra lo stato d’animo del proletariato e quello della classe media.

Il proletariato è anti-fascista per coscienza di classe. Vede nella lotta contro il fascismo una grande battaglia destinata a ribadire radicalmente la situazione ed a rimpiazzare la dittatura del fascismo con la dittatura rivoluzionaria. Il proletariato vuole la sua rivincita, non nel senso banale e sentimentale del termine, ma nel senso storico. Il proletariato rivoluzionario comprende d’istinto che al rafforzamento e al predominio della reazione, occorre rispondere con una controffensiva delle forze d’opposizione; sente che lo stato di cose attuali non potrà essere cambiato radicalmente che con un nuovo periodo di lotte e, in caso di vittoria, con l’aiuto della dittatura proletaria. Attende questo momento per rendere all’avversario di classe, con un’energia duplicata dall’esperienza fatta, i colpi che oggi questi gli fa subire.

L’antifascismo delle classi medie ha un carattere meno attivo. Si tratta è vero, di una forte e sincera opposizione, ma questo non impedisce che questa opposizione sia fondata su un orientamento pacifista; si vorrebbe con tutto cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piene libertà di opinione e di discussione … ma senza colpi di bastone, senza l’impiego della violenza. Tutto deve ritornare alla normalità, i fascisti come i comunisti devono avere il diritto di professare i loro convincimenti. Tale è l’illusione degli strati medi che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e alla libertà democratica.

Fra questi due stati d’animo che nascono dal malcontento suscitato dal fascismo, occorre fare una netta distinzione, perché il secondo presenta per una nostra azione delle difficoltà che non bisogna sottovalutare …».

Ecco la vera preoccupazione della Sinistra davanti alle bande nere, quella di non riuscire a tracciare una netta linea di demarcazione fra la nostra azione comunista e classista e quella dell’indefinita opposizione piccolo-borghese al fascismo, di non riuscire ad arginare l’ondata bloccarda, inevitabile se non si fosse scolpita in modo inequivocabile una intransigente tattica di chiusura del Partito verso tutti gli altri raggruppamenti di opposizione al regime.

Poche parole bastano a definirla: il valore dell’isolamento, titolo emblematico di una serie di nostri articoli, che significava l’attaccamento più completo del Partito ai suoi principi, agli scopi generali del movimento, dai quali solo avrebbe dovuto, e deve ancor oggi, organicamente discendere la tattica comunista e l’atteggiamento proletario verso l’azione di altri strati sociali.

La crisi della piccola borghesia, disillusa dal fascismo e in dissesto, fornisce potenziali soldati per ingrossare l’armata proletaria che fin dall’inizio ha assaggiato la frusta e la reazione statale e fascista, come del resto così è stato tutte le volte che è scesa in piazza per dare la scalata al cielo: Bene, benissimo, ma compito del Partito politico della classe lavoratrice è che con gli eventuali nuovi arrivati precipitati volenti o no nel proletariato, non si perda in omogeneità ed indirizzo politico, che la meta del moto di classe sia la stessa di prima, l’abbattimento del sistema capitalistico, che sia cioè mantenuto fermo l’indirizzo comunista.

La ripresa del moto di classe non sarà pertanto segnata dalla disponibilità antifascista di altri strati in disgregazione ma dalla capacità del proletariato e del suo Partito politico di camminare per un lungo tratto da soli, di non lasciarsi attrarre dalle illusioni democratiche, di non diluire il movimento classista e comunista nell’indefinito movimento popolare altrimenti sarà la … Resistenza.

Ecco la lezione indigesta da trarre da quelle lotte passate, mantenere e difendere e rafforzare l’indipendenza e l’autonomia del Partito, del suo indirizzo e programma; ecco l’ipoteca, l’unica ipoteca, sulla certezza del futuro rivoluzionario del proletariato mondiale.