Partito Comunista Internazionale

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.11

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La scelta dei mezzi tattici deve essere messa in relazione agli scopi, agli obiettivi tattici; e gli obiettivi tattici devono essere previsti e scaglionati lungo una concatenazione tesa verso la presa del potere (Lenin). La tattica di «fronte unico sindacale» costituiva la formula tattica, l’insieme della «concatenazione» tendente al potere politico. Questa tattica fu bollata di «sindacalista» dall’IC perché escludeva alleanze, intese, lettere aperte, insomma combinazioni politiche con i partiti «operai», quando invece, secondo le argomentazioni dei massimi dirigenti dell’IC, la questione del potere è questione schiettamente politica e non sindacale. La Sinistra dimostrava che il rifiuto del «fronte unico politico» secondo la formula dell’Esecutivo di Mosca, non significava affatto negazione del carattere politico della tattica che la Sinistra prospettava. La repulsa di accordi con i partiti «operai» non discendeva da considerazioni circa la pericolosità della manovra, né da considerazioni di ordine morale o estetico, ma da analisi oggettiva. Nessun «apriorismo» dottrinario, quindi, presiede alla scelta dei mezzi; ma questo non autorizza all’indiscriminato ricorso ad «ogni mezzo», non presuppone assenza di vincoli.

La questione va intesa nel senso che la dottrina è cristallizzazione di esperienza storica e non una teoria di precetti metafisici. Come tale la dottrina non è un «dogma» ma una «guida per l’azione», giusta la lezione di Lenin e del marxismo rivoluzionario. Talché è ormai indiscutibile il superamento del «parlamentarismo rivoluzionario», rifiutato dall’esperienza storica bruta sebbene anticipato dall’elaborazione del pensiero rivoluzionario sviluppata dalla Sinistra. Lo stesso non può dirsi per esempio della Dittatura Proletaria, né per il partito politico e nemmeno per il sindacato economico, checché ne pensino alcuni bottegai del revisionismo attuale. La storia seleziona non solo programmi, ma anche organi, funzioni e mezzi, invariati restando obiettivi parziali e finalità. Nessuno pensa ad una tattica militare basata sul sistema delle barricate, dopo l’esperienza della Comune parigina del 1871 (Engels).

Nemmeno è pensabile, nel campo della solidarietà pratica, l’utilizzo del sistema delle cooperative di consumo, fagocitate ormai dal mercantilismo capitalistico, e che furono a suo tempo scuola di lotta e di emancipazione operaia dalla figura del padrone borghese, ritenuto sacrosanto dominus dell’economia capitalistica.

Queste esclusioni non significano però semplificazioni nel grave e delicato problema della tattica, ma anzi obbligano il partito a sempre meglio precisare la sua azione e i mezzi della sua azione.

La storia delle scissioni del partito si presenta anche come storia delle scelte tattiche in relazione a questioni di principio che caratterizzano la natura e la funzione del partito, vale a dire la sua autonomia e la sua indipendenza. Cosicché la questione del rifiuto di alleanze in generale è da considerarsi una questione di principio, sta nel novero delle «cose che non si devono fare». Abbiamo detto «in generale» per significare che nell’area geo-politica di «rivoluzione doppia» il problema delle alleanze può essere oggetto di seria attenzione da parte del partito.

Non stiamo qui a ripetere tutte le profonde ragioni che la Sinistra svolse nel seno dei Congressi del PCdI e dell’IC. Ci limitiamo ad alcune considerazioni pratiche per riconfermare questo dato, sempre più «perplessi» dinanzi all’affermazione: «prima separiamoci da Serrati e dopo faremo un blocco con lui», che ci lasciò attoniti dopo il gennaio 1921. O le scissioni non significano nulla, oppure, se hanno un senso storico, non possono che rappresentare una continua precisazione dell’azione del partito, nel senso del rifiuto ad imboccare percorsi che non garantiscono l’integrità programmatica del partito e lo dirottano dalla «concatenazione» degli obiettivi tattici previsti. In questo caso un nuovo posteriore collegamento del partito con la parte separata annullerebbe nell’azione pratica le ragioni stesse della scissione. Perché le forze organizzate che si separano dal partito, che escono dalla sfera della sua azione rivoluzionaria, vengono automaticamente attratte dal campo nemico e sono perdute per la rivoluzione. Una via di mezzo non esiste. Questa è la storia di tutte le frazioni che si sono separate dal partito, cioè dall’organizzazione politica di classe impostata sul marxismo rivoluzionario.

Le discussioni che appassionarono i Congressi internazionali e nazionali del partito vertevano sull’opportunità di stringere alleanze con i partiti socialdemocratici al fine di conquistare le formidabili forze proletarie in essi inquadrati. Si trattava del «fronte unico politico». Tutti ci troviamo concordi, vecchi e giovani, nel ritenere la questione storicamente risolta: la socialdemocrazia e i partiti opportunisti, come PC e PS odierni, stanno nel campo della più feroce controrivoluzione. Pensare ad un’alleanza anche nel solo campo sindacale, sarebbe pura follia. Ma le ragioni che presiedono al rifiuto alleanzista e peggio frontista non poggiano soltanto e soprattutto sull’ovvia constatazione che si tratta di partiti controrivoluzionari, ma affondano le loro radici nel sottosuolo di classe, per cui i partiti politici, non identificandosi con le classi ma rappresentandone le sovrastrutture, sono suscettibili solo di essere abbattuti mai di essere conquistati; allo stesso modo per lo Stato politico, perché non va mai dimenticato che i partiti politici sono organi per la presa del potere. Lo stesso criterio vale verso qualunque partito, movimento, gruppo politico, quale che esso sia, «sinistro», «ultrasinistro», «rivoluzionario» ecc. Qui la suggestione delle etichette «forti» potrebbe giocare un brutto scherzo e di nuovo rimettere in discussione tutto il problema.

IL PARTITO COMUNISTA È L’UNICA OPPOSIZIONE DI CLASSE

Per maggiore efficacia dimostrativa, riportiamo alcuni brani tratti da uno dei cinque articoli sulla «Tattica dell’IC», apparso nel n. 24 di Ordine Nuovo del 1922, nei quali viene presa in esame la tattica del Comintern ed in particolare il «fronte unico». Il testo così si esprime: «… non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. L’«attitudine» deve rispondere all’antico interrogativo: «conquistare o distruggere la macchina statale?», cioè, «procedere alla conquista legale o illegale del potere?». Il testo continua: «Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura».

Nostra chiosa all’espressione: «e in un certo senso»: ricordiamo Lenin che nel suo tagliente linguaggio sosteneva non essere sufficiente la pratica della violenza per qualificarsi rivoluzionari, ma bisognava propugnare la «Dittatura Rivoluzionaria del proletariato»! Il partito, allora, cesserebbe di essere l’organo della rivoluzione comunista «se assumesse atteggiamenti politici tali da annullare ed inficiare il suo carattere intangibile di PARTITO DI OPPOSIZIONE RISPETTO ALLO STATO E AGLI ALTRI PARTITI POLITICI» (maiuscolo nel testo). Ed è quello che puntualmente si è verificato: la politica frontista anziché spostare le masse proletarie seguaci dei partiti opportunisti verso la rivoluzione, ha fatto perdere al partito di classe «il suo carattere intangibile» di oppositore irriducibile allo Stato e agli «ALTRI PARTITI POLITICI».

Oggi si assiste all’orgia del bloccardismo, allo sforzo incessante di demolire ogni confine tra partiti, a sfumare ogni anche apparente distinzione, non per opporsi allo Stato ma per riconoscersi in esso! La politica dei fronti, dei blocchi, delle alleanze trionfa in un’era sempre più debosciata, dove primeggia chi riesce a mettersi sotto i piedi ogni principio, chi rinnega il suo passato. A questa gara oscena partecipano tutti, «sinistri» e «destri», «rivoluzionari» e «reazionari», in particolare quando si approssima una scadenza elettorale per arraffare voti e prebende.

Queste sono le ragioni oggettive del rigetto dei «fronti», alleanze e blocchi, peraltro codificato solennemente nella «Piattaforma del Partito» del 1945 e in tutti i testi di base successivi.

Come si estrinseca questa «OPPOSIZIONE»? Risponde il testo: «L’attitudine e l’attività di opposizione politica del Partito Comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario. Infatti, attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dell’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese».

Solo chi esercita queste funzioni ed esplica questa attività sta nel «campo della rivoluzione», soltanto, quindi, il Partito Comunista.

ESCLUSIVISMO ED INDIFFERENTISMO

Tale carattere di esclusività programmatica e tattica riferito al partito politico di classe, al solo Partito Comunista, non discende anch’esso da considerazioni pregiudiziali del tipo «siamo dei comunisti a tutta prova, sappiamo quel che facciamo, ogni nostro atto non può che essere ispirato alle finalità rivoluzionarie, e possiamo trattare anche col diavolo!»; ma da un «esame critico della situazione e dei suoi possibili sviluppi».

L’atteggiamento dei partiti di fronte alle questioni centrali del potere e dello Stato, come più sopra accennato, non è misurabile in termini di distanza tra le concezioni di questi partiti e il nostro programma, per cui sarebbero più «vicini» alla rivoluzione quei partiti che condividono la maggior parte delle nostre posizioni, e più vicino di tutti quello che tutte le abbraccia meno una. È una considerazione questa, bambinesca, di tipo democratico che fa presupporre l’esistenza di classi e strati sociali rivoluzionari oltre al proletariato. Non si tratta di essere «indifferenti» dinanzi agli altri partiti, di considerarli tutti sullo stesso piano. Ma questa non indifferenza non ci conduce a stabilire a quale e quanta distanza stanno dal partito, bensì a considerare il ruolo di questi partiti, gruppi o movimenti giocano e potranno giocare nei momenti cruciali della lotta del proletariato contro lo Stato capitalista. È questo il significato di una nota espressione della Sinistra «Chi non è con noi è contro di noi». Il partito deve vagliare e valutare in quel modo e con quanta possibilità di successo costoro gli impediscono di porsi alla testa del proletariato, smascherandoli nelle loro frasi «rivoluzionarie» con cui sono soliti coprire le loro gesta opportuniste. Il partito ha il compito di distruggere l’influenza di questi movimenti sulla classe. Ciò non toglie che le forze proletarie, inquadrate in questi partiti e persino nei partiti dichiarati borghesi, non debbano essere influenzate dall’azione del partito, come auspicava lo stesso 2º Congresso dell’IC indirizzando il suo appello di lotta anche ai lavoratori «cristiani e liberali». Ma questo è tutt’altro problema la cui soluzione, contenuto appunto nella tattica di «fronte unico sindacale» proposta dalla Sinistra, darà il risultato positivo dello svuotamento di questi partiti e non la loro cooptazione nell’«area rivoluzionaria».

Se il partito dovesse farsi suggestionare dalle movenze radicali di questi movimenti e dovesse appuntare la sua attenzione su ciò che ci unirebbe anziché demolire tale pretesa somiglianza, cesserebbe di operare come partito politico di classe e si confonderebbe nel «sinistrismo», gruppetto tra i gruppetti.

IL PIANO TATTICO DELLA SINISTRA

È assolutamente indispensabile, perciò, che il partito non sia vincolato da nessun obbligo, contratto o legame qualsiasi, che gli impedisce di sviluppare la sua azione. In questo senso abbiamo più volte dichiarato che il partito non deve mai farsi condizionare dagli umori né dalle attitudini contingenti della classe e che la sua azione seppure fa delle condizioni materiali immediate dei salariati il punto di partenza, la sua azione non è mai pretestuosa né strumentale, perché è parte intrinseca del secolare percorso storico della emancipazione di classe di cui il partito è il suo vero e unico organo. Mentre tutti gli altri partiti strumentalizzano o tentano di strumentalizzare le lotte economiche del proletariato, sicché le condizionano ai loro scopi particolari, non ultimo quello elettorale, il Partito Comunista indirizza queste lotte verso la mobilitazione generale della classe operaia in un inquadramento dal quale essa trae il convincimento pratico che non può tornare indietro, che non ha altra alternativa: o abbattere il potere statale delle classi borghesi o soccombere.

Il testo citato, così sintetizza: «Diamo per accettata definitivamente e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre concezioni tattiche, la tesi che l’agitazione e la preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega che la tattica dell’unità sindacale è fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso tempo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi, locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali razionali del proletariato e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano nel confermare che nessun inciampo o contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche affatto concrete e contingenti, e come forme di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo dell’azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e della campagna contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte».

«Egli è che in una tattica così delineata, a parte le varianti di applicazione che si possono pensare come dipendenti dalla varia situazione nei diversi paesi dei partiti e organi sindacali proletari, nulla si incontra che compromette le due condizioni fondamentali e parallele del processo rivoluzionario, ossia l’esistenza e il rafforzamento da una parte di un saldo partito politico di classe fondato su una chiara coscienza della via della rivoluzione, e dall’altra parte il sempre maggiore concorso delle grandi masse, sospinte in modo istintivo all’azione dalla situazione economica, nella lotta contro il capitalismo cui il partito fornisce una guida e uno Stato Maggiore». È qui enunciata la «piattaforma» tattica del partito: «fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali».