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I massacri dei proletari di Tel El Zaatar e del Sud Africa suscitino odio e vendetta contro il capitalismo internazionale ed i suoi lacché

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Categorie: Apartheid, Class Society, Imperialism, Lebanese Civil War, Lebanon, Opportunism, Palestine, Partito Comunista Italiano, PLO, Popular Front, South Africa

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Libano

Un’immane carneficina è seguita alla caduta del campo palestinese di Tell El Zaatar: donne, vecchi, bambini, prigionieri, feriti sono stati trucidati dai falangisti in dispregio di ogni sentimento di umanitarismo e di pietà.

Secondo le agenzie i morti sono migliaia e migliaia e come sempre succede in questi tragici eventi passeranno mesi prima di avere un’esatta misura del genocidio perpetrato dalle destre cristiane e dai siriani contro le masse diseredate palestinesi.

Questo rigurgito improvviso di violenza e di terrore non ci meraviglia, sia perché le fondamenta di questa società affondano nel sangue e nel sudore di milioni di proletari e di contadini poveri di ieri e di oggi di tutto il mondo sia perché la guerra fra le classi non ammette pietà e sentimentalismi, anzi il terrore è un’arma che puntualmente viene impugnata dal vincitore per spezzare le residue forze del nemico di classe ormai vinto per togliergli anche la sola speranza di una riscossa futura. Gli sciocchi borghesi che fingono di scandalizzarsi per il massacro di Tell El Zaatar dimenticano che la loro classe giunta al potere frantumando gli ordinamenti feudali non esitò a decapitare nobili prelati e coronati: quella sarebbe stata violenza benedetta, giusta. Laggiù nel Libano invece avrebbero tutti un po’ ecceduto, palestinesi, cristiano-maroniti, siriani avrebbero tutti dimenticato in un momento di follia le gioie della convivenza civile ed educata come l’occidente marcio di civiltà insegna.

Le cose stanno ben altrimenti: la civile convivenza fra le classi è un episodio momentaneo del corso storico della società divisa in classi e presto anche in Occidente le contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico faranno saltare il clima idilliaco e pacifico che oggi vi regna. La stessa borghesia europea che in questo momento implora pace perché non tocca a lei fronteggiare il nemico di classe, si rifugerà come tante volte ha fatto dietro la giberna, il fucile, lo knut e come le destre libanesi maneggerà con disinvoltura l’arma del terrorismo e della strage.

Buffoni che predicate la pace! Tell El Zaatar è il capitalismo, democratico o fascista è la stessa identica cosa, e questo ciclo infame di violenza e di sangue terminerà solo con l’avvento del socialismo.

Anche il proletariato dovrà impugnare l’arma del terrorismo e lo farà non per sciocco sentimento di vendetta ma per solidificare, irrobustire, cementare il proprio potere contro i nemici interni ed esterni, ed ogni esitazione e tentennamento sarà fatale.

Guai ai vinti! Ha sempre tuonato la borghesia, il proletariato e le masse povere e diseredate lo sanno, lo hanno imparato a loro spese con le cruenti sconfitte del passato e i combattenti palestinesi nella loro disperata battaglia erano consci che niente sarebbe stato loro concesso e che avevano davanti a sé la sola strada di combattere fino alla fine per la vittoria della propria classe.

Il capitalismo è disseminato di mille Tell El Zaatar e i più ottusi nel non voler riconoscerlo sono l’intellighenzia della piccola borghesia e gli opportunisti del grande partitone che davanti al dilagare di tanto sangue implorano con un vigore vieppiù accresciuto, pacifismo, tregue politiche e sociali, moderazione e ancora moderazione: il metodo traditore dei fronti popolari, con l’operaio che marcia a braccetto del bottegaio e del prete dietro la bandiera della conservazione sociale.

Ma il genocidio scientifico e sistematico delle masse povere palestinesi che cos’è se non il risultato delle tregue politiche, della moderazione, dei fronti popolari?

È infatti da cinquant’anni che il proletariato europeo e mondiale è condotto dall’opportunismo staliniano in battaglie inconcludenti e disfattiste che non minano le strutture di questa società ma che invece tendono a rafforzarle. E questo non significa che la classe operaia non ha versato del sangue significa invece che gli opportunisti quando hanno mobilitato il proletariato in sanguinose sommosse e «resistenze», in scioperi più o meno generali sempre lo hanno fatto preoccupandosi di deviare verso falsi obiettivi il moto di classe, con distruzione inutile di forze proletarie indirizzate non verso autonomi scopi ma a puntello di una frazione borghese contro l’altra; e ciò ha costituito una tregua politica e sociale verso lo Stato capitalista e la sua economia di sfruttamento e miseria.

È proprio questa cinquantennale tregua la causa delle sanguinose Tel El Zaatar, risultato diretto e inevitabile dell’assenza di un’azione classista del proletariato mondiale e del suo partito di classe che la esprima. È questo l’unico strumento che avrebbe dovuto e potrà domani consentire l’azione efficace delle masse diseredate palestinesi. Nella loro lotta non possono contare, come tragicamente i fatti hanno dimostrato, sui contrasti esistenti fra gli Stati, siano questi l’arabo o l’israeliano, il russo o l’americano, tutti Stati borghesi che svolgono una politica estera ed interna determinata non dalla volontà di contribuire all’emancipazione dei proletari e delle masse povere di tutto il mondo, ma dall’esigenza opposta di conservazione sociale e da sporchi appetiti imperialistici.

L’azione e l’esistenza stessa delle masse povere palestinesi era, come già abbiamo detto nel numero scorso, UNA MINA VAGANTE in quella tormentata zona del mondo, una mina che poteva scoppiare da un momento all’altro: i palestinesi cozzavano contro gli interessi di tutti, andavano eliminati; ed a farlo è stata la coalizione Stati arabi-Israele-imperialismo che si è mossa in un compatto fronte reazionario.

L’Unità nei suoi schifosi commenti dà lezioni a tutti di moderazione e di frontismo, cercando bellamente di diluire e nascondere lo scontro di classe esploso in Libano, usando sfacciatamente i miti ingannevoli di popolo e nazione palestinese per far passare sotto banco le contraddizioni che lacerano l’unità di questo stesso popolo. Le agenzie di stampa riportano che Tel El Zaatar più che un campo di profughi vero e proprio era diventato un gigantesco sobborgo, una bidonville come tante delle città africane, asiatiche, americane, bidonville in cui abitavano spalla a spalla proletari e semi-proletari libanesi e palestinesi reclutati come forza lavoro a basso prezzo nelle fabbriche di Beirut: il capitale, forza anonima e gigantesca, prima unisce le razze e le nazionalità, e poi le scioglie nella classe!

Ciò collima perfettamente con quello che abbiamo scritto nel numero passato, in cui abbiamo mostrato che esistono e quali sono gli elementi antagonisti nel popolo palestinese: da una parte uomini d’affari, borghesi, grossi commercianti, ricchi ex-proprietari fondiari i quali si sono con facilità inseriti nelle attività produttive dei paesi arabi proprio in quanto il capitale è agevolmente trasferibile da un paese all’altro. E saranno buttati a mare non da una invasione di uno Stato da parte di truppe regolari di un altro Stato ma da una rivoluzione che prenda d’assalto Stato e Banca, potere politico e potere economico. Dall’altra parte proletari, contadini senza terra, piccolo-borghesi rovinati precipitati nel proletariato che conducono una vita miserevole vendendo saltuariamente la loro forza lavoro.

Questi i rapporti sociali e politici esistenti. Questa l’unica prospettiva rivoluzionaria, reale: legare il problema nazionale palestinese a quello di classe, il che significa inquadramento autonomo dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e non fronte comune, in antitesi ad ogni organizzazione nazionale interclassista; programma di radicale riforma agraria, incessante sforzo per collegare la forza ed il movimento dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e degli altri paesi arabi la cui emancipazione dovrà vincere contro gli Assad, gli Hussein, i Sadat, i Gheddafi, gli Arafat e non solo contro lo Stato di Israele.

Certo, anche contro l’OLP che sabota l’azione del proletariato di Palestina il quale dovrà invece darsi una organizzazione di classe, operaia. Questo è apparso in modo cristallino col massacro di Tel El Zaatar durante il quale l’OLP ha finto di elemosinare da tutti gli Stati Arabi, Siria compresa, promesse, mai mantenute come era inevitabile, di tregua e di conferenze di pace, con l’unico risultato di aumentare la massa dei chiacchieroni e preti che sempre quando i fatti danno la parola alle armi e all’azione diretta delle masse si aggrappano testardamente alle illusioni pacifiste piccolo-borghesi.

Il massacro di Tel El Zaatar con le sue migliaia di morti, la causa dei quali è quella di tutti i lavoratori del mondo, dagli operai polacchi ai ribelli sudafricani, è un fatto che nessuno può cancellare facendo finta che niente sia accaduto; è compito del Partito trarne le lezioni, le tremende lezioni della controrivoluzione abbiamo sempre detto, perché non una goccia del sangue del giovane proletariato mediorientale, palestinese e libanese, vada perduta, che gli scontri futuri di classe non ripetano gli errori del passato.

Presupposto per la vittoria dei proletari e contadini poveri arabi e palestinesi è rompere la coabitazione di classi e programmi opposti cementati e darsi una disciplina autonoma, prima di tutto militare. Solo tale libertà di movimento potrà permettere anche che la stessa logora bandiera del panarabismo borghese si stravolga nella rossa insegna delle affratellate masse proletarie mediorientali.

L’opportunismo che incatena il proletariato dei paesi avanzati alle illusioni riformiste, gradualiste, pacifiste ed elettoralesche è l’altro nemico da battere: è nostra certezza che i giganteschi sommovimenti economici, politici e sociali annunciati vicini dalla crisi attuale del sistema di produzione capitalistico mondiale faranno sciogliere come neve al sole queste illusioni e che il proletariato si ricongiungerà col suo Partito e il suo programma rivoluzionario di attacco al regime borghese, buttando il suo formidabile peso sulla bilancia della lotta di classe alla scala del mondo.

Tel El Zaatar è una sconfitta dei lavoratori di tutto il mondo, ma ci sono sconfitte che valgono più di mille vittorie… elettorali, sconfitte dalle quali la Rivoluzione si rialza anonima e tremenda più di prima, col suo grido: Ero, sono, sarò! I vinti di oggi saranno i vincitori di domani.

Nei ghetti operai del Sud Africa esplode la rivolta di classe

La rivolta scoppiata nei ghetti negri sud-africani che da oltre tre mesi scuote il precario equilibrio del regime razzista di Pretoria, contrariamente alle speranze del capitalismo sudafricano ed internazionale e nonostante l’aperta repressione poliziesca, si è allargata sempre più, sfociando in un possente sciopero generale che per più giorni (tre erano quelli ufficialmente proclamati dal movimento African national congress), ha completamente paralizzato l’industria, mobilitato per la prima volta mulatti, indiani, meticci fianco a fianco dei fratelli neri nella lotta antipadronale. Il movimento si è generalizzato a tutta la nazione, compresi agglomerati come Città del Capo ove la percentuale della popolazione negra è molto bassa.

In Sud Africa la divisione in classi è direttamente legata al fattore razziale: la classe dirigente, i padroni fondiari, l’apparato repressivo bianco da una parte, i proletari ed i sottoproletari neri dall’altra. La lotta è comunque proletaria anche quando non coinvolge direttamente gli operai, giacché nelle bidonvilles i sottoproletari sono la forza lavoro espulsa o non ancora assorbita dalla produzione, sono disoccupati, sotto occupati che vendono o cercano disperatamente di vendere la propria forza e sono usati come un immenso esercito di riserva dal capitale, che si serve di questa situazione per ricattare ferocemente gli operai alla produzione; in Sud Africa i lavoratori sono infatti privati di ogni diritto sindacale e contrattuale e sono esposti continuamente alla rappresaglia padronale. Il lavoratore che viene licenziato oltre a perdere il posto di lavoro è costretto anche a lasciare la bidonville dove abita e dove in qualche modo riuscirebbe a sopravvivere e deve tornare nelle riserve nere dove le condizioni di vita sono al di sotto del limite di sopravvivenza. Grazie a questo clima di terrore lo sporco padronato sudafricano ha costretto sino ad oggi il proletariato di colore a vivere in condizioni disperate negli enormi ghetti di Soweto, di Johannesburg, Port Elisabeth etc.

Non mancano nella storia della lotta proletaria sud africana esempi di scioperi possenti, di fiammate di collera che oltre a tormentare momentaneamente i sogni dei padroni locali hanno creato una gloriosa tradizione di battaglia che ha avuto nei lavoratori delle miniere i migliori combattenti nella lotta al regime. La condizione disperata dei negri non poteva che esplodere in un forte movimento, che allargandosi a macchia d’olio, ha incendiato tutte le maggiori città, coinvolgendo la parte più concentrata e potente della classe: gli operai delle fabbriche.

Pur sottoposti ad un ferreo regime di polizia, questi hanno saputo condurre una coraggiosa battaglia. Per tre giorni le strade delle città «bianche» hanno visto la forza e la violenza della rabbia del proletariato nero per niente intimidito dalla reazione del padronato, che ha scatenato esercito e forze di polizia in una feroce caccia al «provocatore», «all’agitatore», uccidendo secondo dubbie stime ufficiali, un migliaio di persone. Il governo di Pretoria si trova nella situazione di dover reprimere senza mezze misure le forze proletarie, ma i «partners» del governo razzista ben conoscono il pericolo che tale azione comporta; Vorster nel cercare di dare una «lezione» al proletariato si sta praticamente scavando la fossa con le proprie mani ed è per questo che l’imperialismo spinge per soluzioni riformistiche. La tattica che gli USA hanno suggerito in questi ultimi anni ai dirigenti di Pretoria era proprio quella di allentare un po’ la stretta, lasciare una parvenza di libertà, creare una «intellighenzia» nera che potesse opportunamente «infettare» di democratismo una futura lotta antirazzista ed antipadronale. Ma la situazione, già critica in questi ultimi anni, è fortunatamente precipitata prima che ciò avvenisse. Pur presenti non hanno fino ad oggi fortunatamente attecchito fra i proletari movimenti democratoidi interclassisti come gli americani Black Power o Black Panthers, che sarebbero espressione dei ceti piccolo-borghesi miranti a frenare e bloccare l’azione proletaria.

Nei ghetti si susseguono arresti di massa e continue provocazioni della polizia, che si serve anche di squadre di «vigilantes» reclutati in alcune tribù tra le quali quella degli zulù, utilizzandoli da una parte per spezzare il solido blocco che hanno formato neri e «colored», dall’altra come forze dietro le quali vigliaccamente ripararsi, limitandosi ad una azione di rincalzo. Le azioni di queste squadre, reclutate tra le tribù più arretrate, ancora parzialmente attaccate alla terra attraverso una primitiva economia di sussistenza e comunque solo in parte proletarizzate, sono il risultato di un accordo intervenuto tra il ministro della polizia e giustizia Kruger e il «comitato dei trenta», composto di notabili africani, abitualmente collegato alla politica economica e sociale del Governo.

La comunità zulù forte di quasi quattro milioni di individui, erede degli oppositori alla colonizzazione, unica tribù in grado di sconfiggerli, e che tre anni fa era stata a sua volta protagonista di un forte e vittorioso movimento di sciopero contro il sottosalario, fu corrotta tre anni or sono da Pretoria in cambio di posizioni di relativo privilegio. È questo uno dei motivi per cui oggi, a solo tre anni dalla dura lotta che li vedeva vincitori sul padronato bianco essi sono fianco a fianco nella repressione poliziesca. Questo, incanalato anche nel feroce nazionalismo dei partiti di opposizione sudafricani, tutti tesi alla conquista nella successione al governo razzista, che «prima o poi» dovrà cadere, e che fomentano fratture all’interno della popolazione oppressa per accantonare future posizioni di forza.

Comunque la tattica intessuta dai padroni sud-africani con la quale si tendeva a dividere il movimento ponendo queste tribù contro il proletariato urbano non è riuscita, pur provocando molte vittime: lo attestano le alte percentuali di lavoratori di Alexandra, di Tampica etc., che hanno risolutamente boicottato le fabbriche nonostante le minacce di gravi ritorsioni. È indubbia l’esistenza di una fitta rete clandestina che si estende dalle fabbriche alle bidonvilles, rete che ha permesso lunedì 23 ed i giorni seguenti di poter bloccare totalmente fabbriche e miniere e che aveva precedentemente sostenuto quegli operai licenziati che già prima della proclamazione dello sciopero generale erano scesi in lotta.

La rabbia proletaria dal giorno del primo massacro non ha cessato di crescere; si è sviluppata ed è cresciuta politicamente arrivando apertamente a rifiutare le impalcature delle pseudo riforme di Vorster, che altro non sono se non gigantesche trappole per il proletariato, che, istintivamente, ha risposto a tono. È il caso dell’incendio che è stato appiccato dai proletari al parlamentino venduto delle «Comunità africane». Il governo fa infatti leva sulla politica di questi organi collaborazionisti che amministrano i bantustands, riserve-ghetti nelle zone minerarie, per cercare di far passare una legge con la quale si vorrebbe relegare la popolazione nera in una decina di riserve, dotate di formale indipendenza, che dovrebbero coprire appena il 13 per cento del territorio nazionale e prive di risorse, per poi continuare a sfruttare la manodopera nera divenuta però straniera e quindi privata anche di quel minimo di assistenza conquistata sino ad oggi. I ghetti sono fra l’altro artificiosamente divisi in base ai gruppi etnici. In alcuni casi il 90 per cento dei proletari appartiene ad un gruppo etnico ed il 10 per cento ad un altro. In questa situazione, in condizioni di sovraffollamento (stanze per due persone normalmente vengono occupate da otto dieci persone) si alimentano odi e faide tribali con il quale il sistema cerca di dividere i lavoratori.

Lo sforzo di Vorster e compari, sotto la spinta imperialistica, è stato sino ad oggi quello di cercare di cooptare alcuni negri alla direzione della nazione, si è cercato di creare una borghesia nera che adempia il ruolo di cuscinetto tra padronato bianco e proletariato nero. La mossa non ha potuto e non può riuscire se non formalmente in un paese in cui, come dicevamo, l’operaio riconosce il padrone dal colore della pelle, dove dunque i rapporti sociali sono così fortemente e decisamente delineati da non lasciare spazio a mezze classi ruffiane. I tentativi di corruzione saranno per altro continuamente riproposti, come attesta la promessa della falsa indipendenza che sarà concessa alla Namibia forse nel 78, o come dimostra l’azione di fasce «radicali» bianche che tentano di incanalare la lotta nera nell’alveo del democratismo, delle riforme dall’alto. Ma è sempre la situazione mondiale che scandisce i tempi e la crisi internazionale si fa ogni giorno più forte ripercuotendosi amplificata sui paesi africani e sulle nazioni povere in genere, in particolare a dare un ulteriore giro di vite all’economia sudafricana è stato il recente crollo del prezzo dell’oro di cui il Sud Africa è il maggior produttore mondiale.

Dunque la situazione del regime di Pretoria non è affatto rosea; USA, Gran Bretagna, RFT, Francia sarebbero propen se a soluzioni riformistiche che magari, eliminato Vorster, dessero «più spazio» alla rappresentanza nera; ma ormai né Pretoria né i proletari delle bidonvilles sembrano disposti ad accettare compromessi; il governo razzista è costretto alle armi senza poter sfruttare quella infame delle riforme e questo attesta quanto sia instabile la società su cui poggia. I proletari per parte loro coraggiosamente, con la rabbia di chi sceglie di morire combattendo, hanno dimostrato di non cadere nelle riforme trappola di Vorster, che soltanto nella lotta si può abbattere la gigantesca macchina di sfruttamento che è lo Stato, creato e sorretto dall’imperialismo mondiale.

Non vi è dunque debolezza in coloro che generosamente rischiano la vita, che uniti combattono strada per strada nei ghetti e nelle fabbriche, la debolezza sta piuttosto nell’immobilità della classe operaia europea, nodo centrale della ripresa del moto di classe.

Questa soltanto lentamente sta risalendo la china del baratro in cui l’ha costretta l’opportunismo internazionale da cinquant’anni a questa parte. Sono i partiti social-comunisti traditori, figli della Mosca staliniana, che stordiscono gli operai con i loro pianti e lamenti democratoidi per i morti libanesi o sudafricani, per poi portare i lavoratori, concordi i sindacati venduti, ad accettare licenziamenti, patti sociali, tregue sindacali, riduzione dei salari reali, a bere insomma il fiele della crisi che il sistema capitalista produce. Questi partiti, che, abbandonata ormai ogni caratteristica comunista, camminano abbracciati con le varie borghesie nazionali, sono i veri carnefici delle migliaia di proletari che cadono nelle bidonvilles di tutto il mondo. Questi traditori che inneggiano alla pace, alla distensione mondiale, al «mettiamoci d’accordo», sono, come tutti coloro che reclamano la pace borghese, i maggiori fomentatori di guerra. L’Unità, fogliaccio nostrano, è tutto un revival antifascista quando parla del Sud Africa: i bianchi «fascisti», i neri vessati che non possono neanche accedere alla direzione del loro sfruttamento e così si parla del bisogno di riforme strutturali, di «impostare» un nuovo modo di convivere tra padroni e proletari, magari basato su di uno sfruttamento più «umano» e si protesta «sommessamente», contro le multinazionali (ma per quanto riguarda l’Italia, si è già detto che probabilmente sono compatibili con l’economia nazionale). Dunque a chiare lettere sempre e solo più democrazia. Gli operai di casa nostra non devono avere il minimo sentore della dura lotta che i loro compagni neri stanno conducendo; potrebbe anche essere pericoloso per la «nostra nazione»! E se tutto questo non fosse sufficiente basta notare il silenzio che è stato osservato da questi signori mentre nel Libano si massacravano migliaia di proletari; qui non si tratta di «moderazione», questo è fascismo bello e buono cari «antifascisti».

La nostra prospettiva di comunisti rivoluzionari non passa attraverso i piagnistei, non è quella della pace fra le classi; il Partito ha sempre dichiarato, e tutta la sua propaganda fra la classe operaia è tesa a dimostrarlo giorno per giorno, che il maggior nemico per i proletari è proprio quella democrazia tanto osannata dai traditori socialcomunisti, attraverso la quale tutto è messo a tacere, tutto viene ricoperto dal manto della «concordia», della pace sociale, salvo il denunciare come irresponsabile provocatore quell’operaio che si ribellasse alle direttive sindacali o alle imposizioni del padrone in fabbrica. La nostra prospettiva è quella della guerra fra le classi, per l’abbattimento violento e terroristico della borghesia, sia vestita di bianco o di nero. È per questo che salutammo con gioia la fiamma che si accendeva nei ghetti negri e che oggi divampa, è per questo che oggi diciamo che la lotta deve ancor più allargarsi, comprendere una più larga parte della classe operaia mondiale, con tutti i suoi reparti, i sotto occupati i disoccupati, dando con potenti scioperi il colpo di grazia allo Stato borghese. Questo sforzo non può essere sostenuto soltanto ed interamente dai proletari d’Africa, siano questi sud africani, angolani etiopici o rodesiani, deve essere anche la classe operaia occidentale a riconquistare l’uso della lotta di classe, a smascherare i falsi partiti comunisti che la ingabbiano; è condizione questa essenziale per condurre vittoriosamente la lotta per il comunismo a tutte le latitudini.