Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.13
Categorie: National Revolution, Party Doctrine
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La rigidità programmatica della tattica della Sinistra venne confusa con una sorta di sterile intransigenza dottrinale, cui si contrapponeva la «realistica» «flessibilità» tattica attribuita a Lenin, argomento questo in bocca a tutti i detrattori della Sinistra ed in particolare ai «leninisti» che scodinzolano tra le file «estremiste». Non stiamo a ripetere la profonda differenza tra il campo della doppia rivoluzione in Russia e quello della rivoluzione univoca in Occidente di allora e in quello di oggi, dilatatosi oltre gli Urali; differenza che si caratterizzava dalla presenza di almeno tre classi rivoluzionarie, la borghesia industriale, la piccola borghesia delle città e delle campagne e il proletariato urbano e rurale. La tattica comunista doveva svolgersi facendo perno sulla classe operaia come unica classe rivoluzionaria «fino in fondo» in un’area «democratica», utilizzando, cioè, tutti gli elementi e le forze «rivoluzionarie» che erano costrette a scontrarsi col potere statale assoluto, «spingendoli avanti», incalzandoli perentoriamente. Su questo terreno la «flessibilità» tattica dei bolscevichi aveva lo scopo di convogliare forze obiettivamente rivoluzionarie contro la roccaforte zarista facendo proprie rivendicazioni e obiettivi che non erano socialisti ma che per mezzo dell’azione rivoluzionaria del proletariato aprivano la strada al socialismo, come, per es., la spartizione della terra, l’abbattimento della monarchia assoluta, ecc. Il proletariato rivoluzionario misurava, nel corso della lotta, la capacità, la volontà e la tenuta dell’altre classi e strati sociali interessati al rivolgimento democratico, non nascondendo mai loro che l’obiettivo finale della classe operaia era quello di andare oltre la democrazia, oltre la repubblica democratica, anticipando, cioè, che avrebbe rivolto i fucili contro gli «alleati» provvisori appena fucilato Nicola il sanguinario.
Queste condizioni storiche si ritrovano oggi in altre regioni geografiche, come Vietnam, Angola, ecc., se pure in forme e rapporti di forze diversi. Allora si tentò di trasferire la lotta rivoluzionaria dall’Oriente arretrato all’Occidente industrializzato e democratico per mezzo di una tattica che non differenziava sufficientemente i due campi geo-politici. In Vietnam, Angola, ecc. il processo si è fermato a Oriente, alla democrazia. In breve: 1917-1923 si vuol far passare la rivoluzione da Mosca a Berlino, anche, se necessario, sulla «punta delle baionette» dell’Armata Rossa lanciata contro la Polonia reazionaria e socialdemocratica, ma per una strada tattica insufficiente, la tattica appunto della doppia rivoluzione. 1945-1975: non si vuol far passare la rivoluzione da Vietnam, Angola, ecc. a Occidente, ed infatti il proletariato non ha partecipato alla rivoluzione democratica come classe autonoma e indipendente e di conseguenza non si è posto nemmeno la questione della doppia rivoluzione. Lo sbarramento imperialista da un lato e quello opportunista dall’altro lo hanno impedito, hanno chiuso nell’ambito democratico-borghese le lotte rivoluzionarie dei popoli coloniali, perché hanno schiacciato il proletariato occidentale nella difesa della democrazia. La borghesia, «rivoluzionaria» in Asia e Africa, è controrivoluzionaria in Europa e America. La Sinistra colse queste differenze e propose all’interno di un unico disegno strategico due piani tattici. Cosicché, la rivendicazione di un «regime democratico» in Asia e Africa è rivoluzionaria, in Occidente reazionaria; là è «progressista» rispetto al dominio delle classi fondiarie e delle caste tribali, qui è regressiva, significherebbe riportare la storia indietro di due secoli.
Prese queste distanze tra due fasi della rivoluzione in relazione a due aree geo-politiche, appare chiaro che una tattica «flessibile» può avere senso positivo solo se si applica alle classi sociali rivoluzionarie, e quindi, in Occidente al solo proletariato. Ne deriva che, siccome le classi sono rappresentate da partiti, in Occidente è inconcepibile qualsiasi «flessibilità» tattica in quanto mancano i partiti verso cui attuarla, stando per fermo che il proletariato non può avere che un solo partito di classe, disponendo di un solo ed unico programma, partito e programma comunisti.
In che cosa è «flessibile» la tattica comunista?
Prima di passare all’esame della parte riguardante la «tattica indiretta» delle Tesi di Roma, citiamo ancora alcuni brani dell’articolo conclusivo sulla «Tattica dell’Internazionale Comunista», di cui abbiamo dato già ampi stralci. La citazione serva a dimostrare in quale senso bisogna essere «flessibili» nella tattica, il che comporta anche in quale senso si deve essere «inflessibili». Ecco, intanto, secondo lo stile della Sinistra, il senso della inflessibilità tattica: «….nostro partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono «proletari», né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del PC alla conquista democratica dello Stato». Ed ora il senso della «flessibilità»: «Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto». Il testo continua illustrando un caso pratico: «Ad esempio tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico, da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità con l’inganno volgare dei programmi «concreti» di politica statale del PS e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo «operaio» anziché di quello che sognano coi partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta». Abbiamo sottolineato noi perché il testo pone perentoriamente il limite della «flessibilità» tattica nel «rifiuto» ad una «complicità» criminale con l’inganno volgare dei programmi «concreti di politica statale» di falsi partiti operai e loro caudatari. E pensare che qualche «sinistro» ha invitato i proletari a votare per «quello straccetto di legge sul divorzio» con la raffinata giustificazione che «era meglio di nulla», in nome della «flessibilità» «leninista» e addirittura delle «Tesi di Roma»!
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Un esempio storico è stato il modo con il quale il partito ha lavorato per la realizzazione del «fronte unico sindacale» in Italia nel 1921-22 rifiutandosi di partecipare alle «trattative» con gli altri partiti «proletari», consapevole che la sola sua presenza alle discussioni avrebbe pregiudicato la realizzazione di questa importante fase della tattica rivoluzionaria impostata dal partito stesso, perché i partiti «proletari» e i bonzi sindacali avrebbero posto al partito condizioni politiche ed anche programmatiche inaccettabili e per questo tali da far saltare il «fronte unico» stesso. Non solo il partito si astenne da questo «incontro», ma non pose, come partito, «condizioni» né pretese posti di dirigenza per i suoi delegati sindacali al vertice dell’Alleanza del Lavoro, non certo per il gusto di dimostrarsi «flessibile», ma perché riteneva, a giusta ragione, essere l’unità sindacale proletaria il terreno più favorevole all’azione rivoluzionaria del partito, verso cui partiti «operai» e bonzi confederali venivano prepotentemente spinti, loro malgrado, dalle condizioni materiali e dalla decisione di lotta delle masse operaie. Partiti e sindacati furono costretti ad aderire alla proposta comunista, non perché la condividessero e non ne considerassero le conseguenze loro sfavorevoli, ma perché, pressati dall’azione di classe del proletariato, avrebbero altrimenti perso per sempre la faccia presso i lavoratori.
È di questa flessibilità che parla Lenin e non di licenza ad oscillare da una parte e dall’altra secondo l’opportunità del momento. Secondo Lenin e la Sinistra non si doveva ripudiare, per esempio, la tattica parlamentare rivoluzionaria perché sconveniente per dei comunisti, antidemocratici e antiparlamentari, l’uso della tribuna parlamentare borghese, come sostenevano anarchici e tribunisti.
Al posto della dialettica della flessibilità tattica, gli epigoni di Lenin e di Trockij, al contrario, hanno messo la caricatura di programmi «intermedi» che li qualificano come ala sinistra dell’opportunismo. Un programma e una tattica si definiscono rivoluzionari comunisti quando assicurano concretamente l’autonomia e l’indipendenza del partito dallo Stato e da tutti gli altri partiti.
L’intermedismo si è dimostrato inconsistente ed ingannevole nella sua pretesa di poter vincere le resistenze di una situazione oggettivamente controrivoluzionaria escogitando tappe od obiettivi intermedi tra la rivoluzione assente e la dittatura capitalistica prepotentemente operante, il cui raggiungimento avrebbe «avvicinato» il proletariato alla rivoluzione. Non siamo ancora alla bestemmia, forse alla ingenuità e senz’altro al volontarismo; ma l’opportunismo di «destra», tanto per definire il carognume prezzolato dei falsi partiti comunisti e socialisti ufficiali, non sostiene posizioni e pretese diverse. In linea teorica l’errore sta appunto nel considerare che il percorso che ci separa dalla vittoria rivoluzionaria sia costituito da una serie di gradini che il proletariato dovrebbe ascendere di volta in volta, da una serie di «conquiste» di classe con cui indebolire progressivamente lo Stato. La storia di questi ultimi 50 anni sta a dimostrare l’esatto contrario. Il proletariato è arrivato alla vetta rivoluzionaria in Russia, ha espresso un partito mondiale potentissimo, l’Internazionale Comunista, e una rete sindacale di classe internazionale, poi, nel volgere di pochissimi anni è ruzzolato ai piedi della scala. Tutti i supposti gradini sono saltati. La classe operaia sembra precipitata all’anno zero della sua storia. In dieci anni (1917-1926) di lotte furibonde e colossali, di reiterati violenti assalti alla cittadella borghese, di arretramenti ed avanzate dell’onda rivoluzionaria, il proletariato mondiale è uscito sconfitto dal duello mortale con il capitalismo internazionale, ma ha guadagnato definitivamente i mezzi fondamentali della sua lotta emancipatrice: il partito di classe e la teoria rivoluzionaria marxista. Tutte le altre «conquiste» ha dovuto lasciarle come trofei in mano al nemico!
L’errore si trasforma in bestemmia quando si pretende di conquistare questi fantomatici «obiettivi intermedi» con mezzi pacifici, legali, democratici e financo parlamentari, o, in modo ancora più ingannevole, con surrogati del tipo «scioperi della fame», «referendum», pretenziosi «fronti» proletari, connubio impotente e chiacchierone di gruppi e gruppetti «estremisti». Non per caso l’intermedismo presenta «obiettivi» esclusivamente «politici», ignorando bellamente il campo del determinismo economico da cui sorgono le reali spinte della lotta e dello scontro di classe. Non per caso i fautori dell’intermedismo aspirano ad una «grande sinistra» dal PCI agli «extra». Prima di essere una questione politica, tattica ed organizzativa, la questione del potere è una questione programmatica. Se Marx, all’indomani della Comune di Parigi, poté dichiarare che la macchina statale borghese «va distrutta» e non conquistata, e sostituita con la macchina dittatoriale proletaria, la Sinistra ha dovuto dichiarare, dopo la sconfitta dell’Ottobre russo, che solo il partito comunista rivoluzionario, unico e mondiale, deve dirigere la rivoluzione proletaria e il suo Stato di Dittatura Proletaria. Chiunque postuli posizioni diverse è fuori dal campo della rivoluzione comunista. Sono queste questioni di principio, indiscutibili ed inopinabili. Il potere non è conquistabile per «porzioni». È uno e indivisibile. Ci sono momenti della storia in cui effettivamente si ha un «dualismo di potere», come in Russia alla vigilia dell’Ottobre 1917. «Dualismo di potere», però, e non una «coabitazione» nello Stato borghese di forze di classe opposte. Contro il potere politico centrale della borghesia, il suo Stato, dovrà ergersi il contropotere proletario, rappresentato dall’organizzazione di classe degli operai, la quale è in grado di immobilizzare la forza del nemico. Contropotere proletario, però, non porzione di potere borghese!
È caratteristico nei periodi amorfi della Storia che si faccia un gran parlare e scrivere di «politica» come se il partito potesse «servirsi» della classe e a suo piacimento. La cruda realtà è che le cose vanno per il «loro verso» e che gli operai si muovono o non si muovono senza nemmeno accorgersi dell’esistenza di tanti nuovi duci spacciatori di «nuove» ricette.