La via del sindacato di classe
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Su una cosa sono tutti d’accordo, gli uomini politici della destra e della sinistra parlamentare, gli esperti economici, gli studiosi, i sindacalisti ecc.: per il bene del Paese, della nostra amata Italia, le varie classi e sottoclassi sociali dovranno fare sacrifici e rinunzie per assicurare il risanamento e il progresso.
Rinunce e sacrifici che dovranno essere sopportati sia dall’operaio che dal borghese, quelle stesse figure che il marxismo dipinge come non pacificabili nemici.
Enunciata «la legge» è iniziata la discussione sui metodi di attuazione della stessa, discussione che, crediamo, si farà di giorno in giorno, come l’annuncio dell’aumento delle tariffe elettriche ha mostrato, più accesa, passionale, virulenta: chi è che dovrà accollarsi il maggior numero di sacrifici richiesto dal Paese? Il fronte prima compatto degli onorevoli uomini politici italiani faccia a faccia a questo quesito si spacca e mille sottili «distinguo» differenziano un gruppo dall’altro: c’è chi vorrebbe colpire in misura maggiore le famigerate multinazionali, chi i proprietari assenteisti, chi gli speculatori e gli avidi commercianti, chi invece il grosso esercito dei proletari che basterebbe penalizzare di una piccola quota pro capite per far risparmiare e guadagnare all’azienda Italia un bel po’ di soldi.
Noi crediamo che saranno proprio i lavoratori a pagare per tutti, a meno che i lavoratori stessi non buttino giù dalle loro poltrone i sindacalisti e gli uomini politici attuali.
Le confederazioni CGIL-CISL-UIL stanno perfettamente a loro agio in questo coro belante, che poverine, non vedono altra via di uscita dalla crisi economica attuale se non ridurre la quota consumi (leggi peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i salariati) a tutto vantaggio della quota investimenti e la loro unica richiesta è di essere un giorno consultate quando si tratterà di investire e di dare corso al famigerato piano di riconversione industriale che dovrebbe allargare la parte produttiva, naturalmente per il bene di tutti.
Questa in definitiva la grande balla che si vuole propinare ai lavoratori. In verità l’economia italiana e internazionale è in un vicolo cieco dal quale non ne uscirà che con immane distruzione di uomini e di mezzi se la rivoluzione comunista non aprirà la strada per un diverso assetto economico e sociale. Il dilemma è questo: da una parte i capitalisti devono ridurre i costi di produzione delle proprie merci per vincere l’agguerrita concorrenza internazionale, per dilatare la «base produttiva» dopo avere investito una parte della massa dei profitti in capitale costante (nuove macchine più perfezionate) e in capitale variabile (altri operai per mettere in moto l’accresciuta massa di capitale costante). Lo può fare solo diminuendo e comprimendo i salari operai, come a ragione sostengono i borghesi dichiarati; dall’altra parte, non basta premere solo sui salari, anche perché equivale a una immediata diminuzione della capacità di acquisto della grande massa dei consumatori, se tutti gli altri costi che concorrono alla formazione del prezzo della merce (e qui ci va un po’ tutto dalle tasse, ai crediti, al costo dell’energia elettrica, ecc., ecc.) aumentano, e qui hanno ragione gli opportunisti.
Il fatto gli è che imboccato il determinato binario del mantenimento di questo regime di produzione hanno tutti ragione: sia quelli che propugnano la politica dei redditi che i difensori della politica degli investimenti, sono dei falsi avversari che difendono un aspetto «particolare» degli interessi borghesi e presto o tardi tutti i «distinguo» spariranno e si avrà un fronte compatto di puntellatori «tout court» del regime.
Una politica sindacale di classe non deve difendere né quello né quell’altro aspetto dell’economia borghese perché il suo scopo è l’emancipazione della classe lavoratrice, l’abolizione del sistema del lavoro salariato; quale quindi dovrebbe essere l’indirizzo di un sindacato veramente proletario? È presto detto: i lavoratori non si devono accollare nessun sacrificio e se questo loro rifiuto sarà la rovina per l’economia capitalista che rovina sia.
L’altra strada, quella che tenta di far marciare fianco a fianco operai ed imprenditori su pretesi comuni interessi è «corporativismo fascista», corporativismo che si differenzia da quello medioevale che univa chi esercitava un determinato mestiere (e solo quelli, non gli apprendisti o i ragazzi di bottega, era abbiamo detto una volta, corporativismo «monopolare»), per il fatto che blocca «due» classi, la proletaria e la capitalista, due classi dagli interessi opposti, è cioè un corporativismo bipolare.
Quindi, il principale punto distintivo del sindacato di classe che necessariamente dovrà risorgere è che si farà carico degli interessi di una classe sola, la proletaria. E con questo si prendono le distanze da tutti i corporativismi, il primo basato sul «mestiere» ed il secondo su più classi.
Altro punto patrimonio del sindacato di classe è la solidarietà internazionale fra le varie classi operaie nazionali, classi che non hanno da assolvere a nessuna finalità e scopi «nazionali» e di patria ma da lottare incessantemente per i propri comuni interessi di classe.
Le merci italiane, se passeranno le intenzioni dei capitalisti nostrani di ridurre i costi di produzione, forse riconquisteranno le posizioni perse in quest’ultimi tempi nel mercato mondiale e di conseguenza delle briciole potranno cadere sul proletariato italiano, ma a che pro se il benessere di questo ci sarà (se ci sarà) sulle spalle dei proletari francesi, inglesi, spagnoli, iugoslavi, le merci dei quali sarebbero sconfitte nell’arena spietata del mercato mondiale?
Mors tua vita mea! Questo è stato innalzato a legge immanente dell’economia e della società del borghese, basata su aziende individuali che producono in una atmosfera mercantile. Il movimento operaio fin dai suoi albori vi contrappose la solidarietà internazionale di classe che travalica le frontiere ed unisce le nazionalità; il Mors tua vita mea lascia il campo al conosciutissimo Proletari di tutti i paesi unitevi!
Cosa resta pertanto alla classe operaia dei vari paesi di «nazionale» per giustificare i suoi sacrifici per il bene dell’economia? Non rimanendole assolutamente niente la classe si deve invece predisporre ad abbattere il proprio nemico «nazionale», lo Stato, sia questo italiano, francese o polacco.
Rompere ogni solidarietà bastarda fra padroni ed operai è il primo passo che il proletariato dovrà fare per impadronirsi di una sua classica arma: il sindacato di classe difensore indefesso degli interessi del proletariato contro tutte le esigenze delle economie nazionali.