Partido Comunista Internacional

Il Comunista 1921-11-05

Per il fronte unico proletario

La parola d’ordine dell’Internazionale dei Sindacati Rossi

Un appello ai lavoratori

Il n. 4 del Bollettino dell’Inter. dei Sindacati Rossi contiene il seguente appello dell’Internazionale Sindacale Rossa, nel quale è indicata la tattica che gli organismi operai rivoluzionari debbono seguire per fronteggiare l’offensiva dei padroni:

Il capitale prende l’offensiva su tutta la linea. Non esiste attualmente nessun paese del mondo, nessuna branca industriale dove gli operai non siano in lotta contro l’offensiva della borghesia. Da Stoccolma a Tokio, da Parigi a Melbourne, dappertutto le organizzazioni padronali sostenute da tutto l’apparecchio dello Stato e dagli organismi controrivoluzionari creati a spese di quest’ultimo, compiono tutti i loro sforzi per rigettare addietro la classe operaia. Il prolungamento della giornata di lavoro, la diminuzione dei salari, l’aggravamento generale delle condizioni degli operai, sono queste le parole d’ordine che guidano il combattimento del nemico che muove contro di noi. Basta gettare un rapido colpo d’occhio sulla carta del mondo contemporaneo per comprendere tutta la potenza dell’offensiva scatenata dal padronato. Ogni giorno ed ogni ora ci portano notizie relative alle vittorie degli imprenditori e alle sconfitte dei gruppi operai che combattono isolati. Che cosa avviene attualmente nel mondo? Quale è l’estensione di questa offensiva? Una breve raccolta schematica delle informazioni che abbiamo ricevuto in questi ultimi tempi ci offre il seguente quadro della crociata dei capitalisti contro le conquiste elementari della classe operaia. Ecco infatti che cosa ci si comunica per telegrafo e per radiotelegramma da tutte le parti del mondo.

Segue a questo punto una rassegna dei grandi movimenti operai che erano in corso nei paesi civili dell’Europa e dell’America all’inizio del mese di ottobre, quando l’appello è stato scritto. Indi esso prosegue così:

Questi fatti attestano che noi ci troviamo di fronte ad una offensiva generale. Gli industriali si affrettano ad approfittare della crisi per gettare sulle spalle della classe operaia il peso di essa. La classe ha perduto numerose grandi battaglie. Basta ricordare lo sciopero dei minatori inglesi.

Perché gli operai sono sconfitti

La ragione essenziale degli scacchi sta nel fatto che gli operai si lasciano battere separatamente senza organizzare una controffensiva generale in risposta alla politica offensiva della classe industriale. La situazione viene ancora aggravata dal fatto che anche quando tutta la classe operaia di un paese è in movimento, l’esercito operaio internazionale resta inattivo e inerte. Quando erano in lotta i minatori inglesi, i ferrovieri e gli operai dei trasporti non hanno preso parte al movimento. Mentre i minatori inglesi scioperavano si importava nell’Inghilterra il carbone tedesco. I minatori tedeschi e francesi continuavano a lavorare e in questo modo essi spezzavano l’eroica resistenza dei loro fratelli d’Inghilterra. D’altra parte i minatori inglesi hanno agito allo stesso modo quando erano in isciopero i minatori di altri Stati. Questo spirito corporativo e nazionale ha necessariamente per risultato la disfatta. Nel momento attuale noi assistiamo alla lotta eroica degli operai del Nord della Francia. La lotta limitata ad una sola regione non darà però probabilmente i risultati desiderati. Tutto il resto della Francia tace, gli operai dei pubblici servizi non sognano nemmeno di entrare in azione mentre gli operai di altre nazioni, i quali pure sono stretti dai vincoli delle loro Federazioni nazionali, si sono ritirati nel loro guscio e non vedono che la disfatta degli operai di un paese significa una disfatta degli operai di tutti i paesi. Mai come oggi è stato così importante per la classe operaia il fatto di avere una guida e una direzione unica e di agire in modo unitario. I fatti che si svolgono attualmente attestano meglio di ogni altra cosa quanto è antioperaia, quanto è contraria alla politica di classe la tattica dei dirigenti del movimento sindacale.

I traditori del proletariato

Che cosa fanno oggi coloro che nel corso di numerosi anni hanno promesso la pace sociale, il miglioramento delle condizioni degli operai, la riduzione della giornata di lavoro, ecc., ed hanno promesso che tutto ciò sarebbe stato ottenuto grazie alle buone cure della Società delle nazioni? Che cosa fanno tutti quei socialriformisti che predicavano la collaborazione di classe? Dove sono i luogotenenti operai della Società delle nazioni? Essi continuano il loro lavoro. Essi cercano oggi di convincere la borghesia che non le conviene prendere l’offensiva e turbare la pace sociale. Ma la borghesia cerca di sbarazzarsi di essi e continua il suo lavoro. Oltre a ciò è più forte che mai nel momento presente l’attività delle bande degli spezzatori di scioperi. In molti paesi (America, Spagna, ecc.) si assassinano i militanti in pieno giorno. In Italia le organizzazioni fasciste continuano le loro «spedizioni repressive» contro le organizzazioni operaie. La giustizia borghese continua ad infierire. Le prigioni borghesi sono piene di operai.

Le organizzazioni gialle e cristiane sono diventate sempre più arroganti. Il mondo borghese scatena l’offensiva sopra un fronte unico. Le sue organizzazioni politiche, economiche, di cultura, religiose, ecc., hanno costituito un solido blocco che lotta contro la classe operaia e contro la rivoluzione. Ma il blocco antioperaio e antirivoluzionario non è costituito soltanto di organismi borghesi. La borghesia ha saputo attirare a sé una grande quantità di capi e di funzionari sindacali, i quali, con molto entusiasmo e con molta convinzione soffocano i sentimenti rivoluzionari e la coscienza rivoluzionaria delle grandi masse. Quando la borghesia si sente debole essa mette avanti a sé, per difendere i suoi interessi, questi sciagurati rappresentanti della classe operaia. Ma quando si sente forte essa caccia via i suoi luogotenenti operai e pensa da sé alla repressione del proletariato.

La borghesia ama assai sentire i capi operai predicare la moderazione alle masse, ma non può sopportare di sentir rivolgere a sé stessa il richiamo alla moderazione. Essa passa all’offensiva fidandosi della sua coscienza di classe e della sua coesione e dell’incoscienza e della disorganizzazione della classe operaia.

Occorre lottare su tutto il fronte

Che cosa si deve fare nel grave momento presente? Il nemico avanza da ogni parte e il primo dovere che incombe ad ogni operaio, qualunque sia il partito politico cui egli appartiene, è di organizzare la resistenza e di lottare energicamente contro ogni minimo tentativo dei capi sindacali di accettare spontaneamente il ribasso dei salari. I voti di protesta non avranno nessuna efficacia. Nessun congresso sindacale ha mancato di formulare simili voti. I congressi nazionali (Lilla, Cardiff, ecc.) hanno protestato, egualmente hanno protestato i congressi internazionali (metallurgici, minatori, trasporti, Internazionale di Amsterdam, ecc.). Non si è andati però oltre la protesta. Ma la borghesia non si lascia convincere.

Essa non capisce se non quando la si prende alla gola. Occorre lottare su tutto il fronte, e in nessun caso la lotta deve avere carattere corporativo. Quando ciò avviene la sconfitta è assicurata.

Bisogna organizzare la controffensiva d’accordo con le altre leghe di mestiere attirando a sé – è l’essenziale – gli operai delle imprese pubbliche per costringere la società borghese a sentire tutta la serietà della resistenza. Pur difendendo con tenacia le condizioni di lavoro e i salari, è necessario in pari tempo gettare le basi delle organizzazioni per la difesa del proletariato, per mettersi in grado di lottare contro le bande e le organizzazioni padronali di spezzatori di scioperi. Alla chiusura delle fabbriche e alle serrate bisogna opporre il controllo sulla produzione e l’occupazione della fabbrica e delle officine da parte degli operai. Soltanto l’adozione di una simile tattica energica da parte di tutta la massa operaia potrà ricondurre la borghesia al sentimento della realtà e ricacciare addietro i suoi distaccamenti di avanguardia. In questa lotta, l’unità assoluta del fronte proletario è necessaria. Gli operai rivoluzionari non hanno nessun conto personale da regolare con gli operai dei partiti riformisti iscritti all’Internazionale di Amsterdam. Essi lottano contro i partiti riformisti e contro i sostenitori di Amsterdam perché costoro fanno una politica il cui risultato è di cacciare la classe operaia in una via senza uscita.

Ma quando gli operai iscritti nei sindacati riformisti affiliati alla Internazionale di Amsterdam entrano in lotta, i sostenitori dell’Internazionale rossa sono i primi a tendere loro una mano fraterna e a dir loro: «Siate i benvenuti nelle nostre file, per lottare contro il nemico di classe». Fraternità e intesa aperta degli operai di tutte le tendenze per la lotta offensiva e difensiva comune, critica logica e spietata di ogni azione che tenda ad attutire i contrasti di classe ed a sabotare la lotta.

Alla gogna coloro che volontariamente accettano la riduzione dei salari e l’aggravamento delle condizioni di lavoro! Lottiamo, la mano nella mano, insieme a coloro che qualunque siano le loro opinioni politiche, sinceramente e da veri proletari vanno al combattimento contro il nostro nemico di classe. Per respingere l’attacco del nostro nemico, i sindacati rivoluzionari devono prendere l’iniziativa di creare dei «comitati generali di azione» nei quali debbono entrare tutti gli organismi, indipendentemente dalle loro tendenze, che sono animati dal desiderio reale di lottare contro il ribasso dei salari e contro l’aggravamento delle condizioni di lavoro.

L’attacco deve sorgere sul terreno della lotta, e in nessun caso deve essere realizzato sul terreno della collaborazione con le organizzazioni borghesi, qualunque esse siano.

Alla gogna i disertori di classe favorevoli alla collaborazione con la borghesia!

Avanti! verso la creazione di un fronte unico, potente, incrollabile contro il nostro nemico di classe!

L’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa:

A. Losovsky, segretario generale; Tom Mann (Inghilterra); Mayer (Germania); Arlandis (Spagna); Andreitchin (America); Noghiv (Russia)

Un tentativo di attuare l’unità sindacale in Italia fallito per colpa dei dirigenti sindacali

Il n. 5 del Sindacato Rosso dedica una intiera pagina alle trattative svoltesi tra l’Internazionale Rossa dei Sindacati e i massimi organismi sindacali italiani, allo scopo di raggiungere l’unità del movimento proletario.

Il problema dell’unità, cioè della fusione del proletariato rivoluzionario in un unico organismo nazionale, è il problema basilare per la ripresa della lotta e per l’avanzata verso la rivoluzione della classe lavoratrice italiana. Senza la preventiva risoluzione di tale problema sarà reso impossibile ai sindacati operai e alle organizzazioni in genere di compiere quella concentrazione di forze e quell’accentramento di direzione, in difetto del quale, ogni azione di forze e quell’accentramento dei lavoratori è destinata al fallimento.

L’Internazionale comunista, il Congresso costitutivo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi e, per quanto riguarda la propria zona di influenza, il Partito comunista d’Italia, hanno ben compreso tutto ciò e per conseguire questo fondamentale risultato essi non tralasciarono alcun mezzo e fecero, anzi, concessioni; ma finora i loro sforzi furono frustrati dai ripicchi delle pregiudiziali, dalle gelosie dei dirigenti i massimi organismi nazionali.

E diamo ora la importantissima documentazione.

Per chiarezza dei lettori spieghiamo come i documenti traggano origine dalla venuta in Italia di un compagno che aveva ricevuto dall’Internazionale Sindacale rossa l’incarico di tentare l’applicazione delle deliberazioni del Congresso costitutivo dell’Internazionale dei S.R. e cioè, la effettuazione dell’unità proletaria e l’adesione alla I.S.R..

Il convegno del 9 ottobre

Il giorno 9 ottobre ebbe luogo una riunione tra questo compagno e i dirigenti della C.S.I.L..

Di questa riunione alla quale era presente anche G.M. Serrati, diamo integralmente il resoconto, perché meglio che da ogni commento risulta da esso quale è stati il contegno dei bonzi confederali.

X. (rappresentante dell’I.S.R.), chiede di tenere con sé un traduttore, non conoscendo egli la lingua italiana, ma il Consiglio direttivo confederale non lo permette. Il rappresentante russo protesta per questo trattamento e dopo ciò entra a spiegare la ragione della sua venuta in Italia, cioè vedere di porre in pratica le deliberazioni prese a Mosca. Chiede intanto spiegazioni circa le 50.000 lire di Amsterdam e le 30.000 deliberate pro affamati russi; domanda spiegazioni sul voto dei metallurgici a Lucerna; vuole risposte precise e chiede alla C.G.d.L. che dimostri la sua buona volontà verso Mosca. In realtà si riscontra il contrario; voi, dice il X., eseguite gli ordini di Amsterdam, voi finanziate Amsterdam. Chiede se vogliono fare l’unità proletaria e in che modo.

D’Aragona dà le solite spiegazioni sulle 50.000 lire; avverte poi che la Confederazione non può prendere nessuna decisione sull’adesione o meno a Mosca fin dopo il Congresso Socialista. Per l’unità risponde che entro un mese sarò convocato il Consiglio nazionale.

X. chiede perché i metallurgici si sono astenuti dal voto su la Missione dei russi al Congresso internazionale professionale.

Buozzi, spiega che i metallurgici si sono astenuti per una questione delicata.

X. chiede: Come mai è possibile escludere un’organizzazione nazionale? e perché voi che volete l’unità proletaria non avete protestato agli effetti di questo? Noi protestiamo anche perché siamo un’organizzazione di sinistra.

Buozzi ricorda che a Berna i metallurgici italiani hanno votato a favore dei russi.

X. avverte che a Lucerna il Comitato Esecutivo Metallurgico ha deliberato che chi aderisce a Mosca sia escluso dall’Internazionale (mese di marzo), gli italiani non hanno votato contro tale mozione come si rileva dal processo verbale.

D’Aragona dice: ad Amsterdam sono briganti e va bene; poi volete entrare nella Federazione, ma Fimmen, brigante ad Amsterdam, come diventa buon camerata a Berna coi metallurgici.

X. risponde che c’è differenza tra una Federazione Internazionale di mestiere e una Confederazione; se la C.G.d.L. italiana dovesse aderire a Mosca ciò avrebbe ripercussioni in tutti i paesi. È necessario che cessiate di aver solo buone parole per noi, non aspettate ad aderire quando gli altri organismi abbiano aderito.

D’Aragona chiede: Se ricevete ordini da Mosca e da Amsterdam quale mettete in pratica?

X. Noi obbediamo a Mosca e voi ora mettere in pratica quanto delibera Amsterdam.

Serrati. Per voi l’unità proletaria è un mezzo o uno scopo?

X. Perché mettete questa questione? Essa non è né marxismo né teoria, né dialettica. L’unità proletaria è il mezzo per arrivare allo scopo: vi sono masse proletarie, e dei dirigenti ovunque, che dell’unità proletaria ne fanno un feticcio. Dopo la guerra giustamente i dirigenti il movimento sindacale e i partiti socialdemocratici hanno fatto la campagna per l’unità proletaria, ma hanno sacrificato lo spirito rivoluzionario delle masse per il formalismo e abbattuto nello stesso tempo il movimento rivoluzionario. Per esempio voi mettete in pratica le risoluzione d’Amsterdam, ma esse sono contro lo spirito rivoluzionario delle masse; il motivo che adduce la C.G.d.L. per rispondere a noi non è serio, per me non ha ragion d’essere, esso riguarda voi solo: io respingo questo motivo e vi prego di convocare più presto possibile, il Congresso per decidere in merito.

E si passa a discutere per l’unità proletaria.

Serrati sostiene che l’unità in Italia è un fatto compiuto, non essendo ormai l’Unione sindacale che un organismo politico che non arriva ai centomila aderenti.

D’altra parte i ferrovieri sono contrari all’unità. Nel loro ultimo Congresso hanno votato per l’autonomia; essi sono dei corporativisti e non vi avessero male informati sulle cose d’Italia lo dovreste sapere.

X. Fa osservare che è solo questione di buona volontà. L’ultimo Consiglio nazionale dell’U.S.I. ha, in linea di massima, accettato il principio dell’unità; lo sorprende quanto dice Serrati circa l’U.S.I. e i ferrovieri; chiede a lui che è italiano se sa che i ferrovieri hanno deliberato di mandare un loro rappresentante a Mosca; osserva infine che gli argomenti addotti da Serrati sono degni di un politicante, ma non di un organizzatore. Voi non potete non tener calcolo di centinaia di migliaia di organizzati.

D’Aragona. Ammette che la fusione delle forze è probabile, chiede però quale partito politico deve dirigerle.

X. Egli comunista vorrebbe fosse il P.C. ma come rappresentante l’Internazionale sindacale deve dire che le cose non stanno così. Fa osservare che Lososchy non ha atteso che si aderisse al P.C. per creare l’Internazionale sindacale; propone in conclusione una confederazione fra Conf., l’U.S. e i ferrovieri.

Serrati. Sotiene che l’U.S.I. non ha forze, che è un organismo politico e che se si vuole unificare le forze entri nella C.G.d.L. accettandone lo statuto.

Il Consiglio direttivo della C.G.d.L. si riserva di rispondere in merito.

Il rifiuto della Confederazione

In seguito a questo colloquio veniva fissata dal rappresentante dell’I.S.R. un convegno nel quale la questione dell’unità avrebbe dovuto essere esaminata dalla C.G.d.L., dall’U.S.I. e dal Sindacato Ferrovieri. Le prime due organizzazioni sarebbero state rappresentate da tre, l’ultima da due delegati. Si dava comunicazione delle norme e dello scopo del convegno ai tre organismi con lettere in data 12, 14 e 15 ottobre.

Il convegno avrebbe dovuto aver luogo il 20 ottobre.

Ma in data 16 ottobre il Consiglio direttivo della Confederazione rispondeva con una lettera, la quale si risolveva in un vero e proprio rifiuto di proseguire nelle trattative.

Diceva infatti questa lettera:

Al Compagno rappresentante i Sindacati Rossi in Italia – Milano.

Questa Confederazione ha ricevuto la vostra comunicazione circa il convegno per il venti per l’unità sindacale. Non arriviamo a comprendere chi possa essersi sentito autorizzato a fissare il numero dei rappresentanti senza interpellarci, ma in ogni modo vi facciamo presente che di tale fissazione non teniamo conto alcuno – come della convocazione del Convegno – se prima le parti non si impegnino:

1) A dar conto – con possibilità di controllo – delle forze vere che esse rappresentano in Italia come organismi e come organizzati.

Sarà da questa preliminare constatazione che scaturirà la composizione numerica della rappresentanza.

2) Ad impegnarsi su una base di discussione chiara e precisa.

3) A sottometter gli impegni stessi ai consessi autorizzati per le decisioni (Consigli Nazionali o Congressi).

Inoltre, vista che la lettera del 13 corrente della Unione Sindacale esclude la rappresentanza dei partiti politici, avvertiamo che ogni possibilità di soluzione della Unità Sindacale è per parte nostra sovrastato dalla pregiudiziale di accettazione del patto di alleanza col Partito Socialista Italiano. Chiariti questi punti saremo a disposizione per le trattative.

Fraterni saluti.

Firmato: D’ARAGONA.

Ricevuta questa lettera il rappresentante dell’I.S.R. non poteva che rispondere a questo modo:

Milano, 19 ottobre 1921.

Alla Conf. Gen. Del Lavoro – Milano.

In risposta alla vostra lettera del 16 ottobre sono spiacente di dovervi comunicare che, in seguito alle pregiudiziali da voi sollevate, la conferenza per trattare dell’unità proletaria in Italia che avrebbe dovuto avere luogo domani venti corrente, non sarà tenuta.

Lo spirito ed il testo della vostra risposta denotano chiaramente come in voi non siavi alcun desiderio di realizzare l’unità proletaria nel campo sindacale. Non è serio infatti da parte vostra porre come condizione pregiudiziale, avanti l’inizio delle discussioni, l’accettazione del patto di alleanza fra codesta Confederazione ed il Partito Socialista Italiano da parte di altre organizzazioni sindacali.

Il Convegno avrebbe dovuto avere carattere informativo perché le parti conoscessero esattamente le difficoltà che si frapponevano alla realizzazione della unità proletaria. Nell’uno e nell’altro campo si sarebbe poi discusso queste difficoltà e, agendo ciascuna parte spassionatamente, si sarebbe certamente arrivati a raggiungere un accordo completo.

Non hanno quindi nessuna ragione di essere le vostre preoccupazioni circa il numero dei rappresentanti che era stato fissato in base a considerazioni tutt’affatto estranee e diverse. I punti secondo e terzo erano impliciti nello scopo per cui la conferenza venne convocata; nessuna obbiezione su di essi.

Io voglio sperare che al vostro prossimo Consiglio Nazionale porrete la questione dell’unità proletaria e che le risoluzioni di esso Consiglio possano segnare l’inizio di serie trattative perché l’unità proletaria nel campo sindacale in Italia, desiderata ardentemente dall’Unione Internazionale dei Sindacati Rossi nel solo interesse della classe lavoratrice italiana e al disopra di particolari considerazioni politiche, diventi fra breve tempo un fatto compiuto.

Con i migliori saluti.

IL RAPPRESENTANTE DEI SINDACATI ROSSI IN ITALIA.

Il tentativo doveva così considerarsi come fallito. La colpa della Confederazione risultava palese.

Il rappresentante dei Sindacati Rossi si trovava costretto a comunicare all’U.S.I. e al S.F. che la conferenza non poteva più aver luogo e a ripartire portando con sé la prova della malafede di quei capi che ogni giorno predicano l’unità, ma praticamente fanno quanto possono per tenere divise le forze proletarie.

Dai documenti risulta tutta la malafede e l’assoluta mancanza di volontà tanto da parte della Confederazione del lavoro, come da parte dell’Unione Sindacale e del Sindacato Ferrovieri – di raggiungere tale scopo.

L’importanza di questo fatto non sfuggirà a nessuno.