Partido Comunista Internacional

Il Comunista 1921-12-02

Del governo

La posizione dei comunisti dinanzi alle castronerie che dico­no alla Ca­mera democratici, socialdemocratici e socialisti, che si accingono a rico­minciare la vecchia farsa del blocco di sinistra, è semplicissima.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capa­ce di reprimerlo. È una turlupinatura far credere che la formazione di un go­verno di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quella del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.

Se si formasse questo governo forte, tale cioè che garantisse l’imperio della legge attuale, il fascismo si collocherebbe a ripo­so da sé perché esso non ha altro fine che l’effettivo rispetto della legge borghese, quella legge che il proletariato tende a demolire, che ha cominciato a demolire, e che continuerà a de­molire appena dinanzi ad esso si allontaneranno le resistenze conservatrici.

Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum delle fregature.

Poche delucidazioni a queste tre nostre asserzioni, contrap­poste al gioco nauseante della «sinistra» politica che si elabora nei contatti osceni di Mon­tecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazio­nal-fascismi d’altra volta e di adesso.

Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affat­to mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.

Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’at­tuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza. Ma sono ben più profonde le ragioni per cui l’apparato sta­ta­le oggi preferisce adoperare contro il proletariato non la sua forza diretta, ma quella del fascismo sostenuta indirettamente.

Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un «governo forte». Se pensassimo che quello che chiediamo può essere con­seguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci ga­rantisse la assenza dello Stato e della sua formidabile organizza­zione dal duello tra bianchi e rossi. Allora si di­mostrerebbe a democratici come Labriola, che si tratta proprio di guerra civile, e al duce del fascismo che non è vero che le sue vittorie derivano al panciafichismo dei lavoratori. Il «governo forte» glielo daremo noi, dopo, all’uno e all’altro. Ma l’ipotesi è as­surda.

Il fascismo è nato dalla situazione rivoluzionaria perché la baracca bor­ghese non funziona più; rivoluzionaria perché il proletariato si è già messo a darle i primi colpi. Se la volgare demagogia e la insuperabile bassezza delle varie sfumature di falsi capi proletari che ospita i PSI hanno sabotato l’avan­zata proletaria, ciò non vorrà dire che non debba al proletariato ri­vo­luziona­rio d’Italia essere fieramente rivendicata l’iniziativa dell’attacco allo Stato borghese, al governo, all’ordine capitali­stico, all’imperio di quella legge che è il presidio dello sfrutta­mento dei lavoratori.

Il fascismo è nato dalla necessità di contrattaccare la inizia­tiva sovverti­trice del proletariato rosso con due metodi ad un tempo: la suadente corru­zione democratica e parlamentare per cui lo Stato possa continuare a simula­re la sua imparzialità so­cia­le, e la repressione violenta, la controffensiva ar­mata, con­tro i primi nuclei in formazione dell’esercito di combattimento della rivoluzione sociale.

La situazione può mutare, la crisi capi­tali­stica acuirsi o sistemarsi mo­mentaneamente, il proletaria­to di­venire più aggressivo o essere disfatto dai colpi della con­trof­fensiva o disperso dalla ignominia dei socialisti; da queste va­riazioni della situazione, che mettiamo come ipotesi senza qui indicare quale sia la più probabile, dipenderà il modificarsi delle funzioni del fasci­smo in rapporto alla organizzazione stata­le.

Se il proletariato sarà sopraffatto, per questo stesso ogni go­verno figure­rà di essere «forte» e le squadracce fasciste si da­ranno al football e all’osse­quio ai sacri codici del diritto vigente. Se il proletariato ricomincerà l’at­tacco, continuerà per qualche tempo il giochetto del liberismo di governo alleato sottomano alle formazioni fasciste, magari con un ministero Nitti o Mo­digliani, ma non tarderà a venire il momento in cui e fascisti e demo­cratici del blocco di sinistra saranno concordi in una cosa – che è poi vera – che il solo nemico dell’ordine naturale è il proletariato rivoluzionario ed agi­ranno insieme per la controri­voluzione, a visiera alzata.

Con l’andamento di questi fenomeni sociali e storici non ha nulla di co­mune la parata di idioti e di farabutti che si svolge a Montecitorio, né è di alcuna importanza la costituzione della «sinistra» borghese coi suoi 150 de­putati tra cui 145 aspiranti a posti di ministri e sottoministri, e neppure mu­terà, anzi ne sarà un riflesso prevedibile, la andata al potere di qualche Du­goni o di qualche Vavirca, e simili uomini incretiniti nel disfattismo degli interessi di quei lavoratori che hanno il torto di eleggerli e di prendere sul serio le loro geremiadi contro le gesta fasciste.

Ma se tutto ciò fosse possibile, se si potesse per manovre parlamentari arrivare a un governo che avesse per programma di smobilitare il fascismo e rivendicare alle organizzazioni legali dello Stato l’amministrazione della di­fesa dell’ordine, se questa ipotesi, sostenibile da sottili critici come il Labrio­la solo in forza di un piatto fenomeno di carriolismo politico, tanto è leggia­dramente imbecille, si potesse realizzare, che cosa ne ver­rebbe al proletaria­to? Non vogliamo troppo dilungarci, e l’ab­biamo già annunciato con un’espressione sintetica: una frega­tura, la più solenne fregatura.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più «energia» della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta in­ghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai «reazionari» e che l’energia del governo la assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vo­stro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggiore nemico è chi si propone di mantenerlo con mag­giore energia.

Se si potesse credere al liberalismo, il proletariato chiedereb­be il libera­lismo di governo alla borghesia, per poter con minor sacrificio costituire le basi di bronzo della sua dittatura. Ma sa­rebbe colpevole dare alle masse una tale illusione. E quindi i comunisti denunziano come fraudolento il pro­gramma della «sinistra» sia quando geme per le pubbliche libertà, sia quan­do si lagna che non c’è il governo forte.

C’è solo da rallegrarsi che man mano si sta svelando il con­tenuto di que­sta frode. Il liberale appare sempre più come un gendarme; anche se ne in­dossa l’uniforme per arrestare Musso­lini, resta sempre un gendarme. Che non arresterà di certo Mus­solini, ma che certo farà la guardia intorno alle posizioni del nemico della classe operaia, lo Stato attuale.

Non siamo dunque né per il governo debole, né per quello forte, né per quello di destra, né per quello di sinistra. Non beviamo queste distinzioni a effetto puramente parlamentare, sappiamo che la forza dello Stato borghese non dipende dalle manovre di corridoio degli onorevoli e siamo per un solo go­verno: quello rivoluzionario del proletariato.

Non lo chiediamo a nessuno, lo prepariamo contro tutti, nelle file del proletariato.

Viva il Governo forte della rivoluzione!