Partido Comunista Internacional

Il Comunista 1922-03-14

Le manifestazioni per l’Alleanza del Lavoro

Al Sindacato ferrovieri italiani è stata provvisoriamente affidata la Segreteria dell’Alleanza del lavoro e l’esecuzione dei deliberati inerenti ai preliminari d’azione della stessa.

In conseguenza di ciò ogni Segretario di Sezione deve immediatamente mettersi in contatto con i rappresentanti locali delle organizzazioni sindacali aderenti al patto. Dove però esistono Camere del lavoro autonome agenti sul terreno della «lotta di classe» e nell’orbita di partiti di avanguardia, devesi procedere egualmente alla costituzione dell’Alleanza. Le norme da seguirsi sono quelle risultanti dai resoconti diramati dal Comitato nazionale e non sono ammesse alterazioni o interpretazioni contrastanti con lo spirito che ha indirizzati gli organi centrali. Le Sezioni nostre valendosi di quella estimazione generale di cui godono, debbono sapersi comportare in maniera da eliminare ogni difficoltà, allo scopo, non solo di far tacere le eventuali divergenze e polemiche esistenti fra gli uomini e gli organismi interessati, ma bensì di poter addivenire di fatto all’unione di tutta la massa di lavoratori senza perciò ammettere sopraffazioni di sorta nell’interesse di un determinato partito o frazione politica.

È anche opportuno ricordare che le votazioni non possono procedere a maggioranza di rappresentanti ma bensì per organismi rappresentanti e che le deliberazioni sono impegnative solo per quelle organizzazioni che si siano dichiarate però favorevoli ad una determinata azione che può essere comunque effettuata. Almeno per ora, tutte le relazioni col Comitato nazionale si svolgeranno unicamente attraverso la procedura normale delle singole organizzazioni alle quali unicamente è riservato il compito di prospettare le questioni al Comitato stesso a mezzo dei loro fiduciari.

I ferrovieri, conformemente alle decisioni del Comitato nazionale, dovranno in caso di scioperi locali comportarsi nella maniera già stabilita per il passato e che con apposite istruzioni si riconfermerà prossimamente.

Raggiunto che sia l’accordo nei singoli centri, ciò che non deve trovare difficoltà di sorta in quanto analoghe disposizioni sono già state impartite da tutti gli Alleati, le nostre Sezioni si dovranno rendere promotrici di Comizi pubblici di classe con l’intervento degli oratori di tutte le organizzazioni aderenti. Data però la delicatezza e l’importanza dell’avvenimento, che deve innalzarsi quasi ad un rito dell’avvenuta Alleanza, non sarà superfluo fare in proposito da parte nostra raccomandazioni, onde nulla sia trascurato e perché i benefici morali che ci proponiamo da esso avvenimento, non siano frustrati da manchevolezze, o conseguenze non rispondenti allo scopo. Nessuna pratica, anche se minuziosa, deve essere tralasciata presso le competenti autorità al fine di ottenere la autorizzazione pel Comizio. Venendo rifiutato il Comizio deve ugualmente tenersi in forma privata.

Esistendo in alcuni centri difficoltà di altro ordine che non permettessero la manifestazione, con altri mezzi, che la pratica e la esperienza suggeriscono, provvedere lo stesso a far sì che i lavoratori non restino privi della parola di incoraggiamento e di fiducia che sarà detta in tutta Italia.

La stampa, i manifesti, i volantini saranno in questo caso da ritenersi come i più efficaci veicoli di propaganda. Dove è indispensabile poi che la preparazione sia perfetta ed assicurato l’intervento numeroso dei lavoratori, comprese la rappresentanza dei centri limitrofi, è nelle città di capoluogo di regione. Ivi si dovrà procedere con oculatezza anche maggiore se possibile, onde prevenire qualsiasi indicente increscioso, e garantire la riuscita del Comizio.

Gli oratori saranno scelti sul posto e si dovranno proporre un linguaggio serio, misurato, scevro da verbosità, onde riesca, senza dar pretesto ad inopportune provocazioni, ad illustrare tutti i pericoli dell’ora presente e la suprema necessità d’una effettiva comunanza di sforzi, onde togliere la classe lavoratrice dallo stato di soggezione alla quale è sottoposta.

I ferrovieri pur facendo anche in questa circostanza cenno della loro questione particolare, specie nella parte che ha un aspetto comune con quella di tutti gli altri, dovranno astenersi dall’imprimere al loro dire un carattere accentuatamente ferroviario, che diminuirebbe la bellezza ideale dei nostri propositi.

Ci auguriamo che lo spirito d’iniziativa associato al senso pratico di responsabilità di cui avete tante volte dato prova, varranno a completare le nostre istruzioni dove risultassero manchevoli e serviranno a garantire la riuscita di questo primo tentativo di riscossa.

La manifestazione pur verificandosi con simultaneità, non dovrà offrire giustificazioni alle eventuali violenze avversarie. Dignità, educazione, civismo, fermezza, sono la nostra bandiera.

Le sezioni appena in possesso della presente circolare confermeranno sollecitamente segnalando le eventuali difficoltà prevedibili e suggerendo i mezzi più acconci per superarle.

Costituita l’alleanza locale ed avvenuto il comizio o la manifestazione in precedenza disposta dovrà essere telegrafato l’esito a questa sede, salvo a fare seguire una più dettagliata relazione.

Si ricorda che i giornali di parte proletaria sono a nostra disposizione e che anche di essi devesi farne largo uso.

Sulla questione agraria

I campi modello

Il compagno Judicello ha esposto alcune obiezioni alle tesi agrarie che dovranno essere discusse al nostro imminente congresso nazionale.

Vogliamo anzitutto dissipare un equivoco in cui ci pare sia caduto il comp. Judicello. Quando nei punti 6 e 16 delle tesi delle nostre tesi, ai quali egli si riferisce, si stabilisce che si dovranno immediatamente socializzare le aziende agrarie che al momento della assunzione del potere presenteranno le necessarie condizioni tecniche, non s’intende affatto che tali socializzazioni si faranno allo scopo di avere dei campi modello. Certo, le aziende agrarie socializzate potranno servire anche a tale scopo, ma in via secondaria: esse sorgeranno dove sarà tecnicamente possibile, principalmente per sottrarre i rispettivi lavoratori dallo sfruttamento del proprietario privato, e per servire, in quanto sarà permesso dalla loro estensione e capacità produttiva, a sottrarre almeno in parte lo Stato proletario dalla dipendenza verso i privati produttori agricoli. L’idea, che ci pare veder trasparire dalle considerazioni non eccessivamente chiare del comp. J., di costituire campi modello a se stanti, come scopo a se stessi, e senza rapporto con le condizioni generali di tutto l’ambiente agrario, ci sembra del tutto falsa. Essa richiama a un tempo i compicelli sperimentali di caccelliana quanto non lacrimata memoria, dall’altro gli altrettanto pietosi esperimenti di costituzione di poderi modello annessi alle scuole e cattedre ambulanti d’agricoltura. Deriva dal concetto, o meglio pregiudizio, scientificamente assurdo, che l’inferiorità della tecnica agricola di tanta parte d’Italia (soprattutto del Mezzogiorno in senso largo, cioè tutte le zone agricole d’Italia a coltivazione primitiva o quasi, non industrializzata), provenga prevalentemente dall’ignoranza del contadino meridionale, e che in buona parte la si potrebbe eliminare diffondendo tra i contadini arretrati l’istruzione agraria, appunto con le cattedre ambulanti o no, con conferenze, con campi modello, ecc. Ora, il vero è che la famosa ignoranza del contadino meridionale (e anche non meridionale) non è prevalentemente causa, ma effetto dell’inferiorità tecnica. Istituite quanti campi modello volete in paesi dove manchino le condizioni generali per un’agricoltura progredita, vale a dire capitali abbondanti, strade, irrigazione, condizioni possibili di vita civile e specialmente igienica, ecc. ed essi resteranno sterili costruzioni artificiali, dalle quali il contadino, che non è gonzo e vede benissimo ch’egli non ha tutto ciò che occorre per tener su al semolino tali parti fuori stagione, ordinariamente non potrà imparare altro se non la maniera di spendere inutilmente i denari pubblici.

Trasformare tutta l’agricoltura

La propedeutica agraria dello Stato proletario sarà fatta mediante l’azione, non mediante la scuola. Esso, per ragioni di esistenza, cioè per soddisfare i bisogni delle masse proletarie che costituiranno la sua base sociale e che la costituiranno appunto in vista di tale sua funzione, dovrà urgentemente, sotto pena d’andar travolto dalla controrivoluzione, fare ogni sforzo per aumentare a più presto la produttività nella terra; e quindi dovrà impiegare nella terra, e non già nell’industria pesante come a fini speculativi fa il capitalismo, il meglio delle sue forze economiche, dei suoi capitali, della sua mano d’opera, dei suoi tecnici, ecc. Quindi, appena lo Stato proletario avrà raggiunto un certo grado di solidità interna e si sicurezza esterna, esso, per ragioni inerenti alla sua natura di Stato della classe proletaria, inizierà sistematicamente la trasformazione in grande stile della tecnica agraria nelle regioni ora coltivate estensivamente, soprattutto mediante la creazione del maggior numero possibile di centrali elettriche. Creda pure il comp. Judicello che questa politica agraria, tendente a trasformare metodicamente e gradualmente tutta l’agricoltura meridionale e non meridionale, avrà sulla massa contadina ben altra efficacia che non qualsivoglia campo modello creato artificialmente in ambiente ancor primitivo. Se, come lo stesso J. riconosce, nell’Italia meridionale e insulare mancano le aziende agricole immediatamente socializzabili, è inutile ricorrere all’espediente di tentare ugualmente la socializzazione sotto la specie dei campi modello. L’esperimento fallirebbe; e, come purtroppo avvenne in Russia, e specialmente in Ucraina, e in vista di esso si sottraessero considerevoli porzioni di terra alla «fame» dei contadini – che J. ammette – non si farebbe che preparare il terreno dei vari Denikin di marca italica.

In questa preoccupazione del J. e degli altri compagni a nome dei quali egli parla, rappresentando quindi una corrente determinatasi nel Congresso interprovinciale di Messina-Catania, si sente il riflesso di uno stato d’animo, che è comune anche ad altri più o men vasti strati di compagni in tutta Italia. Infatti, vi sono non pochi compagni che non riescono a persuadersi come il Partito comunista, il partito del proletariato e della socializzazione rivoluzionaria dei mezzi di produzione, eccettui dall’espropriazione e dalla socializzazione una sfera economica così vasta ed importante come l’agricoltura. Questo dubbio non si è ancora manifestato chiaramente sulla nostra stampa – ed è male –; ma è apparso abbastanza nettamente in qualche Congresso provinciale, p.e., quello della Venezia Giulia.

I rapporti fra operai e contadini

Mi riservo di trattare di proposito questa questione prima del Congresso, nella speranza che intanto qualche compagno voglia esporre apertamente le eventuali obiezioni contro questo, che è il punto decisivo dell’impostazione data nelle tesi alla soluzione del problema agrario sia nel periodo di richiamo delle masse per la lotta, sia poi nel periodo di trapasso dal capitalismo al socialismo, nel periodo cioè della dittatura proletaria. Intanto voglio subito rispondere all’obiezione del comp. Judicello, mossa evidentemente anch’essa dall’accennata preoccupazione circa il pericolo che «un’interpretazione inconsulta» delle tesi possa condurre ad acuire il «dualismo tra operai e contadini», provocare un conflitto tra di essi.

Premesso che naturalmente qualsiasi programma, per quanto eccellente, se interpretato «inconsultamente» dà pessimi risultati, non esito a riconoscere che quella dei rapporti tra operai e contadini-proprietari o semi-proprietari, è forse la quistione più delicata sia per quanto si riferisce agli immediati problemi di organizzazione, sia nei riflessi dell’equilibrio delle forze sociali nella dittatura proletaria. Il Partito e i suoi organizzatori non saranno mai abbastanza circospetti e nello stesso tempo risoluti in questo campo, se vogliamo riuscire ad attrarre a noi contemporaneamente le masse lavoratrici dell’industria e quelle dell’agricoltura.

È innegabile infatti l’esistenza, in vasti strati meno illuminati del proletariato industriale, di una certa antipatia verso il contadino senza distinzione, al quale volentieri si addebita l’alto costo dei viveri. E d’altra parte non è meno forte l’inclinazione dei contadini a vedere nelle «eccessive pretese» degli operai, nelle loro agitazioni per aumenti di salario, la causa del rinvilio del denaro e dell’alto costo dei prodotti di fabbrica. È l’eterna storia dei capponi di Renzo, sulla quale, cioè sullo scarso senso di classe delle classi lavoratrici, la borghesia fonda in buona parte il suo dominio.

Ora, l’operaio industriale deve essere da noi bene illuminato su questo fatto: che il guadagno che il contadino-lavoratore ricava dalla vendita dei prodotti della terra da lui lavorata, non è per nulla assimilabile al profitto del capitalista o alla rendita del signore terriero. È semplicemente la rimunerazione del lavoro, che il contadino riceve in natura sotto forma dei prodotti della terra lavorata, anziché riceverlo in denaro come l’operaio; e che come è ingiusto il contadino quando rimprovera l’operaio di lottare per ottenere maggiore salario, altrettanto è ingiusto l’operaio quando fa carico al contadino di fare altrettanto cercando di vendere al maggior prezzo possibile i suoi prodotti. La causa comune del caro prezzo sia dei prodotti agricoli che di quelli di fabbrica non è già l’avidità di maggior prezzo dei contadini o quella di maggior salario degli operai, ma bensì lo sfruttamento capitalista, che si esercita direttamente sotto forma di espressione di plusvalore sugli operai, e indirettamente, mediante i canoni di fitto, le obbligazioni di mezzadria, colonia, le imposte, il protezionismo alle industrie, ecc., ecc., sui contadini. Certo, la circostanza che il contadino-proprietario o semi-proprietario, anziché da un padrone, deve farsi pagare il suo lavoro, vendendo i prodotti, dal consumatore, e quindi anche dall’operaio, contribuisce potentemente a quel tale «dualismo»: ma a ciò si può rimediare con un largo sistema di cooperative sia di vendita che di consumo, che sotto questo aspetto renderebbero servizi veramente preziosi alla causa proletaria.

I rapporti fra salariati e piccoli proprietario

Più grave ancora è la questione dei rapporti tra i contadini-proprietari e semi-proprietari e i salariati che essi impiegano. In questo caso – naturalmente si suppone che si tratti di contadini che partecipino essi stessi personalmente al lavoro – si ha una vera e propria associazione di lavoro, un lavoro associato e cooperativo sui generis. Il conflitto di interessi nasce dal fatto che l’attribuzione del prodotto del lavoro comune, cioè la ricompensa di tale lavoro, avviene in maniera diversa per ciascuno dei due associati: infatti il salariato ha ordinariamente una quota fissa, per lo più in denari, indipendente dalla quantità totale di prodotto ottenuta; il contadino ha tutto il resto del prodotto netto reale. Evidentemente, in tali condizioni, il contadino tende ad aumentar la sua ricompensa, aumentando il prodotto totale, senza risparmiar fatica sua né dell’associato a salario, mentre quest’ultimo, non interessato al risultato totale, tende a risparmiare il proprio lavoro, che, rimanendo inalterato il salario, è solo il modo ch’egli ha di accrescere il compenso del lavoro effettivamente prestato. Si può eliminare tale conflitto di interessi, che certamente costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del nostro movimento nella campagna? Noi crediamo di sì, ed abbiamo indicato nelle tesi quella che riteniamo la via giusta per giungere a tale risultato; quella cioè di sviluppare quell’associazione primitiva e per così dire inconscia che v’è in ogni rapporto contadino-coltivatore e salariato in una vera, organica e cosciente cooperazione, sostituendo al salario un sistema di compartecipazione del lavoratore alla ripartizione del prodotto totale della terra proporzionata al lavoro effettivamente prestato, ciò che lo interesserebbe all’aumento della produzione, favorendo l’incremento di essa ed eliminando la causa principale dei contrasti tra le due categorie dei contadini e dei salariati agricoli, ugualmente sfruttate e ugualmente interessate a coalizzarsi.

Il pericolo del sabotaggio dei contadini

Quanto alla questione del sabotaggio che i contadini potrebbero esercitare «in momenti critici» mediante il monopolio dei prodotti, osserviamo che l’esperienza dell’Ungheria, della Baviera, della Russia, e quella dell’economia di guerra degli Stati borghesi, perfettamente di accordo con la ragione e con la scienza economica, dimostra esaurientemente che non è con «mezzi coercitivi» che si può vincere il monopolio dei prodotti da parte dei contadini, e quindi l’eventuale loro sabotaggio della dittatura proletaria. Quand’anche, come in Russia, lo Stato proletario sia abbastanza forte da attuare senza pericolo per la propria esistenza quei «mezzi coercitivi» (vale a dire le requisizioni), non potrà mai impedire con tali mezzi che i contadini ricorrano alla forma più esiziale di sabotaggio: quello della produzione, limitandosi a produrre solo quel tanto che occorre al loro diretto consumo. Il monopolio contadinesco della produzione delle derrate è un fatto economico, che si può superare soltanto sul terreno economico, non su quello della violenza politico-militare (sebbene anche questa in casi e pericoli eccezionali non vada certamente esclusa). L’unico modo per rendere lo Stato proletario indipendente dal monopolio contadinesco è la socializzazione della agricoltura. Ma siccome abbiamo visto che di tale socializzazione non si può parlare per l’immensa maggioranza delle aziende agrarie nel primo periodo della dittatura proletaria, fino a quando questa non abbia attuato il suo grande compito di trasformazione tecnica nella campagna, così è inutile illudersi circa la possibilità di emanciparsi subito dal monopolio contadinesco. La cosa è dolorosa, ma non cessa perciò di essere reale: e noi non dobbiamo chiudere gli occhi alla realtà, anche se essa non risponde ai nostri desideri.

L’unica via per evitare che oggi i contadini si gettino dall’altra parte della barricata, e che domani sabotino la dittatura del proletariato, è quella di rispettare, per quanto è possibile, i loro interessi, e di interessarli all’instaurazione e al mantenimento della dittatura stessa: ecco la ragione del trattamento di relativo favore, che qualcuno potrà trovare eccessivo, che nelle tesi è fatto a quelle categorie di contadini che non possono considerarsi come sfruttatrici.

Quanto ai «magazzini di prodotti da distribuire agli operai che non lavorano la terra», e che si dovrebbero «formare mediante queste aziende», cioè, se intendo bene, mediante i prodotti dei famosi «campi modello», mi pare che il comp. J. non abbia idee chiare in proposito. I «campi modello» debbono servire per ammaestramento dei contadini – come parrebbe dal modo come li presenta da principio – e debbono assumere tale estensione da poter diventare base del rifornimento dei non contadini? In quest’ultimo caso, dovrebbe procedersi appunto a quella socializzazione sistematica della terra, di cui ho dimostrato l’impossibilità tecnica e l’errore politico. Ma tant’è, questa benedetta utopia della socializzazione integrale si ostina sempre a rispuntar fuori …

G.S.

Il congresso dell’Unione Sindacale Italiana

Conquista di setta

Possiamo dire che il Congresso dell’Unione Sindacale ha segnato la fine del sindacalismo italiano. Le tradizioni di indipendenza del sindacalismo rivoluzionario dalla soggezione ai vari partiti politici, il suo passato di lotte aspre e generose e di puro idealismo classista non settario, le ragioni stesse della sua origine e della sua vita per cui sorse come libera organizzazione di masse organizzate, le quali ritrovavano nel Sindacato lo strumento unico e sufficiente per la loro emancipazione dalla schiavitù borghese, sono stati calpestati dalla libidine di un gruppo politico il quale voleva scagliare il suo odio impotente contro la Russia dei Soviet servendosi degli operai organizzati nell’U.S. Il partito anarchico ha compiuto il suo rozzo e irresponsabile gesto di vendetta contro il partito comunista russo, ha creduto di riaffermare con l’atteggiamento tenuto nel Congresso la sua solidarietà con quei sedicenti anarchici di Russia, i quali sono stati colpiti dalla necessaria giustizia dello Stato proletario per essere stati colti con le armi alla mano organizzatori di rivolte di grossi proprietari ucraini affamatori degli operai russi, o di attentati briganteschi contro le casse della collettività e contro i capi gloriosi della rivoluzione. Gli anarchici italiani hanno compiuto il loro folle gesto di vendetta servendosi del corpo dell’U.S. come di un cieco e spregevole strumento, leggermente utilizzabile per i loro bassi fini. Essi sono stati settari. Settati come gli ignoranti e come coloro ai quali non si può chiedere conto delle loro azioni. Nel momento in cui il proletariato italiano vacilla sotto i colpi della violenza borghese, nel momento in cui più urge il bisogno dell’unione leale delle forze rivoluzionarie di qualunque tendenza esse siano per guidare il prossimo risveglio delle masse e salvarle dal pericolo del socialcapitalismo di Nitti, Turati e don Sturzo, quando i lavoratori sono sotto l’incubo pauroso del tradimento dei socialisti e dubitanti per le continue scissioni, gli anarchici aizzano nuove lotte fratricide, fomentano nuove scissioni, preparano nuovo confusionismo, si assumono il compito di un orribile inganno.

Questione di setta, conseguenza del loro spirito, della loro mentalità antisociale, antiproletaria. Noi non riconosciamo come artefici della nuova società degli uomini liberi del lavoro, coloro i quali giungono con la loro opera settaria alla effettiva, reale negazione della classe. Non è ammissibile, per una incapacità e non volontà di osservare le cose realisticamente, che in questo periodo in cui la Russia è minacciata più che mai dalla coalizione capitalistica mondiale, in conseguenza della mancata rivoluzione nell’occidente, un gruppo di uomini per i loro fini settari si unisca ai vari Pascazi del Piccolo Giornale d’Italia, si unisca ai controrivoluzionari borghesi e socialdemocratici ripetendo i loro argomenti – e meno bene – per portare la devastazione nel patrimonio ideale del proletariato italiano e mondiale, per insultare la Russia soviettista.

Il vilipendio della Rivoluzione russa è oggi, nelle attuali situazioni in cui si trova il popolo di Russia, moralmente e politicamente paragonabile a quello di prendere le armi contro la sua esistenza. Mentre milioni di uomini, donne e fanciulli sono in agonia nelle regioni del Volga sacrificate in olocausto per la rivoluzione mondiale, hanno diritto i menestrelli anarchici da Congresso, hanno diritto coloro che firmano i concordati di lavoro nei gabinetti ministeriali e prefettizi di lanciare fango e veleno contro la Russia ed il Partito comunista?

Poiché infine la rivoluzione russa è stata comunista, è stata guidata, diretta, realizzata dal Partito comunista con cui si identifica e non si può demolire questo senza demolire quella. Questione di setta e questione di bottega. I falsi pastori dell’ideale libertario hanno parlato contro il supposto predominio del Partito comunista, contro la sua invadenza, contro il suo autoritarismo, contro i suoi supposti tentativi di asservire l’Unione Sindacale. Ma come hanno essi difeso l’indipendenza dell’Unione Sindacale? Assoggettandola alla setta anarchica, muovendo in aspra lotta contro la tendenza del sindacalismo puro, garantendosi il seggio pontificale con una offensiva abilmente preparata contro gli avversari sindacalisti, facente capo a Vecchi, Di Vittorio, Negro, preparando un Congresso ammaestrato in cui la voce e la volontà della vera maggioranza sarebbe stata sopraffatta dalla pastetta degli … antiautoritari dittatori. La maggioranza piegata sotto il dispotismo di Borghi e della cricca dei mandarini anarchici, che belano ai piedi del suo trono, ecco il risultato del Congresso.

Le principali organizzazioni, le più numerose come masse di organizzati – anzi le uniche che si possano veramente considerare tali – sono oggi virtualmente tagliate fuori dalla possibilità di farsi valere dentro l’U.S.I.

La setta anarchica ha la dittatura dell’U.S. Consiste in questo l’indipendenza politica dell’U.S.? questa tattica – a parte certi sistemi di pastetta congressuale che riabiliterebbero perfino D’Aragona – potrebbe benissimo essere una brutta copia della tattica comunista. Tant’è: tutte le volte che gli anarchici cercano di fare qualche cosa di concreto a loro non resta altro che di fare le scimmie male ammaestrate dai comunisti.

La setta anarchica italiana si propone lo scopo, in conseguenza dell’ordine del giorno Sbrana Giovannetti e del significato datogli dai presentatori, attuato il distacco dai Sindacati Rossi di creare una nuova Internazionale Sindacalista Rivoluzionaria, che dovrebbe essere in realtà lo strumento e la massa di manovra e di penetrazione dell’Internazionale delle sette politiche anarchiche. I dirigenti anarchici tengono al coperto il loro piano. Ma il giuoco è ormai svelato. Lo stesso discorso di Malatesta dall’altra sera in cui affermava esplicitamente che il Sindacato non può essere l’unico mezzo dell’emancipazione proletaria e che deve essere integrato dalle forze politiche lo dimostra.

Quale atteggiamento prenderanno i sindacalisti italiani di fronte a questo asservimento dei Sindacati da parte di un partito politico come l’anarchico?

La nuova scissione nel campo internazionale con la fuoriuscita dai Sindacati Rossi e la costituzione di una Internazionale Nera come sarà considerata dai sindacalisti, i quali non possono non preoccuparsi del crescente frazionamento sindacale delle masse operaie e dell’asservimento delle organizzazioni sindacaliste ad un partito politico, che ha tutti i danni e gli inconvenienti dei partiti, senza i vantaggi?

Vecchi ha sostenuto brillantemente il punto di vista sindacalista rivoluzionario, riconfermando la solidarietà della Russia soviettista e l’adesione ai Sindacati Rossi e sostenendo una tesi, che è l’unica la quale potrebbe mantenere l’U.S. sulla strada tracciata dalle sue tradizioni e che porti all’affasciamento del proletariato nel sindacato contro la socialdemocrazia, l’opportunismo parlamentare e la borghesia.

Mentre che la tesi di Vecchi, Di Vittorio e di altri mantiene effettivamente l’autonomia dell’U.S.I. coordinandola nell’Internazionale dei Sindacati Rossi ed aprendole un magnifico sviluppo di convergenza di forze proletarie nell’avvenire, il piano che perseguono gli anarchici borghiani è tale che ridurrà ad una quantità trascurabile l’efficienza numerica dell’U.S., la isolerà internazionalmente o l’aggiogherà al carro sgangherato del partito politico anarchico.

ARTURO CAPPA

La seduta di sabato

Il Congresso dell’Unione Sindacale ha dedicato le sue sedute del pomeriggio di sabato e di domenica alla discussione sull’unità proletaria e sui rapporti internazionali.

Primo oratore fu Armando Borghi. Egli ricorda dapprima lungamente e minutamente la storia e le vicende della prima e della seconda internazionale, esaminandone le lotte di tendenze, che le divise. Viene quindi al periodo bellico ed afferma che l’U.S. si mantenne coerente ai suoi principi.

Passando a discutere della rivoluzione russa ne fa la cronistoria. I sindacalisti italiani diedero tutto il loro entusiasmo alla rivoluzione di ottobre che distruggeva lo Stato e poneva il Soviet alla base della ricostruzione.

In seguito sorse l’iniziativa della terza internazionale sindacale.

Quando la III Internazionale propose in Italia il blocco delle forze rivoluzionarie di sinistra, l’oratore convocò il Consiglio nazionale, ed in seguito alla discussione, si decise l’adesione dell’U.S. alla III Internazionale il 20, 21 luglio del 1919. Dopo questo voto non si ricevette nessuna risposta dalla Russia.

Al Congresso generale di Parma del ’19 si votò poi un ordine del giorno per i Consigli di fabbrica in cui si difendono i Soviety contro la sovrapposizione statale, dannosa allo sviluppo della rivoluzione.

Nel luglio del ’20, all’improvviso, quando già la delegazione socialista era in Russia giunse l’invito all’oratore di andare a Mosca. Borghi vi giunse senza nessuna istruzione, in un periodo in cui ancora poco si conosceva della Russia. Salvo Rosmer, tutti i sindacalisti che incontrò a Mosca gli parlarono sfavorevolmente dal punto di vista dei comunisti.

Le sue osservazioni lo portarono alla conclusione che il partito politico è il centro dirigente dello Stato russo e che i sindacati non sono altro che gli strumenti dello Stato.

L’oratore ebbe l’impressione che il Partito comunista aveva compresso i Soviety, danneggiando la rivoluzione. I suoi contatti con i sindacalisti, con gli anarchici e con l’opposizione comunista lo convinsero degli errori del regime bolscevico.

Riferisce alcuni colloqui avuti a Mosca e fa le critiche al programma attuato dai comunisti russi. Quando Borghi ebbe occasione di parlare davanti al Bureau dell’Internazionale, gli fu chiesto se aveva intenzione di mantenere o di rifiutare l’adesione alla III Internazionale. Egli credette che non aveva l’autorità di far questo poiché vi era un voto di congresso che aveva già impegnato l’U.S.I. Trovandosi poi con Bucharin, egli insieme con lui, tentò inutilmente di fare un appello ai lavoratori italiani.

Dopo questi dissensi non si può onestamente parlare di adesione alla III Internazionale da parte di Borghi. Dimostra come i bolscevichi spostino verso destra.

Viene poi a parlare delle pratiche per l’adesione sindacale all’Internazionale rossa. Borghi rifiutò di mettere la sua firma a fianco di quella di D’Aragona ed influì in questo senso sui sindacalisti presenti in Russia. Si decise infine di dare l’adesione, ma Borghi presentò contemporaneamente una lettera di protesta.

Pochi giorni prima di partire, gli si presenta un documento a firma Rosmer e Pestana, in cui tra l’altro si diceva che i dirigenti delle organizzazioni debbono o essere comunisti, oppure avere l’approvazione dell’Esecutivo comunista. Borghi rifiutò di firmare il documento.

Tornato in Italia durante l’occupazione delle fabbriche, l’U.S. rifiutò di accodarsi alla Confederazione nell’ordine di evacuazione delle fabbriche occupate.

A coloro che gli chiedevano la sua opinione sull’Internazionale rossa comunicò la sua opinione che i comunisti cercavano di aggiogare le forze sindacali al servizio della Russia.

Durante l’anno in corso ci fu uno spostamento di tutte le forze proletarie in Italia del Partito socialista, della Confederazione del Lavoro e dell’U.S.I.

Le organizzazioni sindacaliste di tutto il mondo si sono poste in antagonismo con la Russia.

Qui in Italia si sono aumentate le distanze tra l’U.S.I. ed il Partito comunista, non certo per un caso, ma perché il più partito di tutti i partiti è il partito comunista.

L’antagonismo attuale è l’antagonismo della prima e della seconda internazionale.

Conclude ricordando che non si può dimenticare il passato di una organizzazione che ha un decennio di lotte. «Poiché l’Internazionale sindacale rossa è lo strumento di un partito politico appoggiate quanto io vi ho oggi detto per la continuazione della vita dell’U.S.».

Gli applausi di gran parte dei congressisti salutano la fine del discorso, che è durato 3 ore e mezza e col quale la seduta è tolta.

La giornata di domenica

Il discorso Vecchi

Riprendendo il congresso i suoi lavori verso le ore 10, dopo una breve discussione sulla distribuzione dei mandati, ha subito la parola Nicola Vecchi, rappresentante della Camera del lavoro sindacale di Verona. Egli afferma anzitutto che la relazione Borghi non è affatto chiara perché la tesi di Borghi dovrebbe sboccare nella proposta di costituire una Internazionale Sindacalista mentre la mozione Giovannetti sembra sia per un’adesione incondizionata alla Internazionale dei Sindacati rossi.

L’oratore ricorda che l’U.S. aderì alla Terza Internazionale, con una organizzazione cioè politica e si chiede per quali ragioni si debba ora ritirare l’adesione alla Internazionale economica. Secondo gli avversari le cause sarebbero due: 1° la subordinazione della I.S.R. al Partito Comunista; 2° l’orientamento a destra della terza internazionale.

Circa il primo punto anche l’oratore ha sempre sostenuto che l’adesione a Mosca non doveva ledere l’autonomia dell’U.S.I. Gli avversari si fanno forti della disposizione che prescrive lo scambio dei rappresentanti negli Esecutivi delle due Internazionali. Ma non è affatto obbligatorio che questo avvenga nazionalmente. È naturale poi che i partiti comunisti siano per così dire i prediletti dall’I.S.R. perché questa è sorta per iniziativa dell’Internazionale Comunista, ma ciò non impedisce affatto ai sindacalisti di intervenire e di sostenere le proprie idee.

Esaminando la situazione russa l’oratore osserva che Borghi ha denunciato la svalutazione che in Russia sarebbe avvenuta dei Sindacati. Occorre però notare che i sindacati russi affrettatamente dopo la rivoluzione Kerenski non potevano formare la base adatta alla ricostruzione economica. Tutte le loro difficoltà che la rivoluzione aveva dovuto e deve superare possono aver obbligato i dirigenti ad un ripiegamento, ma di esso la colpa, se colpa vi è, non è del Partito Comunista Russo ma di tutti i proletariati che non hanno fatto la rivoluzione. E se quello è un ripiegamento anche in Italia lo si sta compiendo partecipando all’Alleanza del Lavoro, accordandosi con D’Aragona e Serrati, relegando all’ultimo posto lo sciopero generale.

Gli avversari hanno una grande paura dell’influenza del governo russo, ma essi dimenticano che l’I.S.R. è diretta da un comitato proprio nel quale erano stati offerti ai sindacalisti quattro posti su sette. Tutti i partiti politici tentano d’influire sui sindacati. E gli anarchici non sono da meno degli altri, com’è dimostrato da tutta l’opera svolta per avere la preponderanza nell’Unione Sindacale.

Ma vi è un problema che dovrebbe essere superiore a tutti: quello dell’unità proletaria. Il momento rivoluzionario non è passato ed il dovere massimo è quello di costituire un organismo potente, nazionalmente ed internazionalmente, per effettuare la rivoluzione sociale e impedire che essa si riduca alla conquista del potere politico per opera di un partito. Inoltre è probabile che come è avvenuto in Francia anche in Italia i comunisti siano cacciati dalla Confederazione Generale del Lavoro e che quindi debbano entrare nell’Unione Sindacale a preferenza di costituire una organizzazione propria. Questo sarà facilitato se l’U.S. sarà la centrale italiana dell’I.S.R. Quali sono le proposte di Mosca? Consistono soprattutto nella costituente proletaria. Ma questa era già stata proposta da Borghi. Se essa fosse attuata o il tentativo dell’unità proletaria avrebbe buon esito e le tendenze rivoluzionarie avrebbero notevole influenza in seno alla Confederazione, o i dirigenti di questa lo farebbero fallire ed allora l’unità proletaria rivoluzionaria diventerebbe quasi un fatto compiuto. Sembra che Borghi tema l’allargamento delle basi dell’U.S. verso i comunisti. Ma siamo noi una setta o vogliamo diventare la maggioranza del proletariato?

I sindacalisti italiani seguano quindi l’esempio di quelli francesi i quali sono pronti ad aderire a Mosca purché sia eliminata anche ogni apparenza di subordinazione al partito politico. L’oratore conclude inneggiando all’unione rivoluzionaria delle sinistre proletarie.

Il discorso Giovannetti

Replica a Vecchi, Giovannetti con un lungo discorso nel quale spiattella ai convenuti tutte le sciocchezze e tutte le menzogne che i vari Piccolo e tutti gli altri giornali borghesi da parecchio tempo lanciano contro la rivoluzione russa. Egli naturalmente si professa grande ammiratore della rivoluzione russa ma di quella che non c’è, di quella che dovrebbe essere fatta secondo il suo gusto. Per la rivoluzione che combatte e che si attua di giorno in giorno, l’oratore non ha che parole di disprezzo e di condanna. Venendo al concreto della questione, Giovannetti sostiene che l’Unione Sindacale Rossa non è che uno instrumento del Governo di dittatori e di assassini che oggi è al potere in Russia e che quindi ad essa i «purissimi» anarchici italiani non possono aderire. Ma poiché questa tesi sembra troppo azzardata l’oratore propone che vi si aderisca ponendo delle condizioni che egli dice non potranno essere accettate e che permetteranno quindi all’U.S. di sostenere che è stata l’Internazionale che non l’ha voluta.

Il discorso Di Vittorio

La seduta pomeridiana riprende alle ore 15 con un discorso dell’on. Di Vittorio. Egli sostiene fondamentalmente questa tesi: che la creazione di una internazionale sindacalista sarebbe un errore in quanto si verrebbe a costituire un organismo assai debole ed inefficiente. È quindi preferibile riunire tutte le forze proletarie rivoluzionarie nell’Internazionale dei sindacati rossi che ha già con sé forze notevoli, e nella quale si potrà sempre impedire ogni tentativo di dittatura di un partito politico.

Contrari all’adesione I.S.R. si pronunciano Nencini e De Dominicis.

Toty, rappresentante delle organizzazioni economiche francesi, spiega che nell’attuale statuto della I.S.R. non vi è che lo scambio dei rappresentanti fra gli esecutivi internazionali. Per le organizzazioni nazionali nulla è stabilito: tanto è vero che in Francia sia il Partito Socialista che il Partito Comunista hanno riconosciuto l’autonomia dei sindacati. Questa forma di collegamento avviene in quasi tutti i paesi invece tra i partiti socialdemocratici e le organizzazioni economiche. Egli ripete ancora che la sua opinione è favorevole alla convocazione di una conferenza internazionale sindacalista per prendere una decisione. In questa la C.G. francese sosterrà che tutta la corrente e tutte le forze sindacaliste entrino nell’I.S.R.

Parlando ancora Sacconi, Bonazzi, Broggi ed altri contro la tendenza Vecchi.

Controreplica per ultimo l’on. Di Vittorio il quale sostiene vivacemente che la opposizione alla I.S.R. è fatta soprattutto dagli anarchici per ragioni di partito. Questa affermazione provoca qualche incidente.

Finalmente verso le ore 20 la seduta è tolta con l’intesa di riprendere i lavori due ore dopo.

La replica di Borghi

Nella seduta serale ha anzitutto la parola Armando Borghi il quale si dichiara contrario all’entrata nella C.G.d.L. e egualmente contrario ad ogni rapporto col Partito Comunista verso il quale l’oratore dimostra di avere una vera fobia. Nei confronti dell’I.S.R. si dichiara contrario all’adesione pur accettando la proposta della conferenza internazionale sindacalista a Parigi. In questa si potrà anche discutere l’adesione all’I.S.R. per quanto Borghi sia piuttosto favorevole alla creazione di una nuova Internazionale sindacalista.

La controreplica di Vecchi

Vecchi incomincia a rilevare che il programma elaborato a Mosca tende a rendere possibile l’accordo di tutti i rivoluzionari. Noi ci siamo creati un figurino del Partito comunista e della rivoluzione russa, e quando abbiamo visto che questo figurino non rispondeva alla realtà, ci siamo buttati addosso all’uno ed all’altro, per demolirli. Noi abbiamo plaudito – egli dice – all’opera iniziale del Partito comunista contro i riformisti e quando i comunisti non hanno più fatto la scissione sindacale, che d’altra parte, non ci avevano mai promesso, ci siamo scaglianti contro di loro.

Noi li abbiamo attaccati perché essi non hanno fatto quello che noi pensavamo, ed essi naturalmente hanno risposto ai nostri attacchi. Ecco perché i comunisti hanno cambiato atteggiamento ai nostri riguardi.

Qui si accusa – dice l’oratore – di arretramento i comunisti di Russia che in fondo hanno fatto la rivoluzione. Solo chi è all’avanguardia può in certi momenti anche arretrare; questo non potranno mai fare i riformisti che sono già per se stessi indietro. Quando si accusa l’I.S.R. di trattare con Amsterdam per il fronte unico, dovremmo accusare noi stessi perché siamo andati nell’Alleanza del Lavoro ove ci sono i riformisti che non faranno mai con noi lo sciopero generale.

L’oratore afferma che una valutazione serena delle proprie forze e la critica dei propri errori, sia un dovere di ogni militante rivoluzionario, specie oggi che egli ritiene la rivoluzione più prossima del 1919. La prossimità delle lotte rivoluzionarie impone l’unificazione delle forze rivoluzionarie anche se si dovesse fare qualche piccola concessione di principio.

Uniti nella preparazione, divisi domani quando lo scopo è raggiunto, in ogni caso sempre presenti per impedire che altri abbiano a dare alla rivoluzione proletaria un indirizzo contrario ai nostri principii o ad arrestarlo prima che esso abbia raggiunto i suoi ultimi sviluppi.

Presenta infine un o.d.g. nel quale afferma il principio dell’unità proletaria; la sospensione dell’adesione all’I.S.R. che verrà ridata dopo la Conferenza sindacalista di Parigi, affermando in ogni caso il principio dell’autonomia e della indipendenza dei sindacati da ogni partito politico.

Le ultime dichiarazioni

Prima di passare ai voti si hanno ancora dichiarazioni di Giovannetti, Sbrana, Cennini, Di Vittorio, Mari, Bonazzi, Sacconim, Gervasio, ecc., e finalmente il Congresso comincia a votare tra una discreta confusione provocata da una manovra dei borghiani. Si vota dapprima il seguente ordine del giorno proposto da Cennini … per fare un piacere a Borghi e compagni:

Il quarto Congresso dell’U.S.I., chiamato a discutere ed a deliberare sulla questione dei rapporti fra l’U.S.I. e le organizzazioni internazionali;

in base alle dichiarazioni Vecchi delibera di dare la propria adesione all’Internazionale dei Sindacati Rossi.

Quest’ordine del giorno non raccoglie che il voto del proponente.

Il seguente ordine del giorno è presentato da Vecchi per la propria frazione, il quale ottiene 18 voti:

Considerato che le organizzazioni sindacaliste d’Europa e delle Americhe non possono rinunciare al loro fondamentale postulato di autonomia e di indipendenza dai partiti politici per affermare l’unità classista del proletariato all’infuori delle concezioni filosofiche e credenze religiose dei singoli lavoratori;

tenuto conto dei rapporti d’interdipendenza che attualmente corrono fra l’Internazionale S.R. con quella comunista;

delibera di sospendere l’adesione all’I.S.R. allo scopo di promuovere, d’accordo con la Confederazione del Lavoro francese, un congresso di tutte le organizzazioni sindacaliste del mondo per formulare le condizioni che garantiscono l’accennata autonomia da porre all’I.S.R. per l’adesione in massa nella detta Internazionale Sindacale.

Con l’intesa di sostenere al Congresso sindacale l’adesione a Mosca.

Vecchi – Balestrazzi – Veroni – Carpanini – Silvotti – Mari

Riporta invece 71 voti il seguente ordine del giorno Giovannetti:

Il IV Congresso dell’U.S.I.;

premesso che l’U.S.I. ha da vari anni spiegata costantemente la sua attività alla riorganizzazione internazionale di tutti i lavoratori, ispirandosi ai principii della Prima Internazionale;

constatato che la riorganizzazione internazionale rappresentante tutte le organizzazioni sindacali rivoluzionarie non si è potuta conseguire per il carattere esclusivamente di partito dato prima alla III Internazionale comunista, quindi alla Internazionale dei Sindacati Rossi;

richiamandosi ai principi ed ai metodi del sindacalismo rivoluzionario antiaccentratore e propugnatore della assoluta autonomia dei sindacati dagli aggruppamenti politici;

delibera (ponendosi sul terreno della Confederazione Generale francese), di aderire alla annunciata conferenza internazionale delle organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie di tutto il mondo, per sostenervi i seguenti postulati fondamentali dell’U.S.I. chiaramente contenuti nel proprio statuto fin dal suo sorgere e cioè:

1) Azione diretta e rivoluzionaria di classe per l’abolizione del padronato e del salariato;

2) Esclusione assoluta di qualsiasi legame con l’Internazionale comunista e con qualunque altro partito e aggruppamento politico e completa autonomia e indipendenza sindacale da questi organismi di parte;

3) Esclusione dall’Internazionale sindacale di quei sindacati o aggruppamenti sindacali maggioritari che aderiscono alla organizzazione gialla di Amsterdam anche se per il tramite delle Federazioni professionali:

4) Limitazione dell’attività e dalla direzione dell’Internazionale sindacale ai problemi e all’azione di carattere internazionale;

5) Intese eventuali temporanee con altre organizzazioni sindacali e politiche proletarie potranno essere stabilite volta per volta per determinate azioni internazionali d’interesse della classe lavoratrice.

Tali postulati costituiscono la condizione essenziale per l’adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi delle forze che si riuniranno alla Conferenza di Parigi.

A questo ordine del giorno è stata approvata la seguente aggiunta proposta da Borghi, Pauselli e Bianchi:

E reclama che il prossimo Congresso della Internazionale Sindacale Rossa nel quale debbono discutersi le condizioni esposte nell’ordine del giorno Giovannetti, abbia luogo nell’occidente d’Europa e che la sede del futuro Comitato esecutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa fuori della Russia, accettando nello stesso tempo la proposta della Confederazione Gen. del Lavoro francese, di tenere una conferenza internazionale sindacalista rivoluzionaria per intendersi su gli esposti concetti.