La stolta Èra «frontista»
Il rapporto tra l’ideologia religiosa e quella proletaria, socialista, comunista, sempre più cade nelle tenebre della aberrazione generale.
Non solo reverenza ed ossequio sono manifestati al Concilio dello sciagurato secolo ventesimo, ma già viene dato atto al pontefice romano che egli aderisce alla formola della pacifica coesistenza tra paesi a regime capitalistico e socialistico!
Le forze del fronte unico, che ha segnato la rovina nell’opportunismo dei movimenti che recano i nomi usurpati di operai, socialisti, comunisti, marxisti, leninisti, salutano questo nuovo fronte unico tra l’ortodossia cattolica storica e le religioni eretiche, le Riforme moderne e borghesi.
In questo rovinìo di dottrine, che da tutte le parti bestemmiano clamorosamente se stesse e la loro storia, come introdurre il filo conduttore di un esame sereno?
Federico Engels nel 1850, sotto l’impressione, egli disse, della controrivoluzione in Europa e in Germania, scrisse La guerra dei contadini in Germania. Egli, come chiarisce nella lapidaria prefazione del 1874, volle rispondere ad un problema angoscioso: perché mai la nazione tedesca non ha avuto una rivoluzione liberale e borghese, e quindi una rivoluzione nazionale? E trovò la risposta; la rivoluzione era stata tentata fin dal 1525 dalle classi contadine eroicamente e sanguinosamente insorte contro le vecchie forme sociali, ma la borghesia nascente dei centri urbani e le plebi embrionali poco o nulla avevano risposto, e il sistema feudale dei principati aveva vinto.
Questo saggio potente di dialettica storica vale a far rivivere la nostra visione marxista della storia delle lotte religiose. Per lo storico corrente quelle rivolte erano guerre di religione, come quelle che insanguinarono anche in precedenza tutte le plaghe di Europa. Come fenomeno storico dire che cosa sono le pretese guerre di religione, ci aiuta a ripetere il nostro rapporto critico col fatto storico delle religioni, e del caleidoscopico loro avvicendarsi.
Lo facciamo, come sempre, con parole di un secolo.
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«La mia narrazione, schizzando solo nei suoi contorni l’andamento storico della lotta, tentò di spiegare l’origine della guerra dei contadini, la posizione dei vari partiti in essa, le teorie politiche ereligiose con le quali questi partiti cercarono di chiarire a se stessi la posizione propria, e finalmente l’esito della lotta; di spiegare tutto ciò come la derivazione necessaria delle condizioni della vita e della società storicamente esistenti; e cioè di considerare la costituzione politica della Germania, le sollevazioni contro di essa, le teorie religiose e politiche del tempo, non quali cause, ma quali effetti del grado di sviluppo a cui erano giunte in Germania l’agricoltura, l’industria, le vie di terra e d’acqua, il commercio delle mercanzie e del denaro».
«Questa, che è la sola interpretazione materialistica della storia, non è mia, è di Marx, ed è stata da lui applicata nei suoi lavori sulla rivoluzione francese del 1848-49, e ne Il Diciotto Brumaio di Napoleone Bonaparte».
Splendida chiarezza, modestia e grandezza dello scrittore rivoluzionario.
Egli ha trovato alla Germania una rivoluzione borghese al fine, come rivoluzionario del proletariato, di dare vergogna ai piccoli borghesi del 1525 e ai grandi borghesi del 1850. Infatti – dopo aver ricordate nel 1874 le sue parole conclusive del 1850, che dietro i piccoli principi del XVI secolo (che profittarono di quella rivoluzione) stavano i piccoli borghesi (che non seppero farlo) mentre invece dietro i grandi principi del diciottesimo secolo stanno i grandi borghesi, «e dietro ai grossi borghesi stanno i proletari» – il valoroso autore dice: «Mi duole con questa frase di avere reso troppo onore alla borghesia tedesca».
La letteratura rivoluzionaria del proletariato nasce per dire vergogna della grande borghesia, pur contando di uscire alla luce da dietro le sue spalle.
E che diremo oggi dei codardi che hanno portato i lavoratori dietro le spalle tisiche dei piccoli borghesi, ed a quelli assegnano il fare la strada alla nuova storia?!
Nello schieramento magistrale del 1525, la chiesa romana sta dalla parte della grande nobiltà feudale, ed il primo antesignano della grande borghesia è Lutero, audace solo per un momento, e subito opportunista, conciliatorista; se non col papa, con le dinastie tedesche. Contro di lui Engels leva la viva figura di Tommaso Münzer, e lo mostra, nel sollevare con essi i cittadini, antesignano del proletariato moderno, che nella lotta contro Roma già sente di dover colpire Lutero, borghese tedesco pronto ad allearsi con la reazione, sul cui filone storico i luterani del secolo ventesimo vengono a dialogare oggi in Vaticano.
Vuole il nostro Maestro che si sappia intrecciare la storia delle sovrastrutture, anche di quella tra esse che sono le religioni, alla storia dei modi economici di produzione. Per portarci al suo filone, che qui passa per Lutero, ricuciamo alcuni tratti del grezzo nostro canovaccio, dal banco di allievi.
Come rivoluzionaria nascerà la Riforma religiosa, rivoluzionaria nasce la religione cristiana, e le sue intuizioni di partenza sono conquiste, per servirci di questa abusata parola, dell’Umanità travagliante, ma non conquiste eterne per la storia futura. Questo non è per il cristianesimo, non sarà per le sue Riforme borghesi, che aprono il tempo moderno, non sarà nemmeno per la scienza capitalistica che con esse nasce e lungamente contro Roma combatte, per poi naufragare conciliatorista, insieme all’Arte, come direbbe il buon vecchio Carducci. Solo per la nostra dottrina, nata come Engels ha testé tratteggiato, non avverrà mai il passaggio alla coda.
In Israele, Cristo o altri grandi capi delle turbe conducono una rivoluzione sociale, che anche prende le forme di una guerra di religioni, se la prima o una delle grandi battaglie al clericalismo fu quella che travolse scribi e Farisei. La leggenda animistica riveste la rivendicazione che l’uomo vivente non possa essere soggetto passivo di diritto di proprietà. La rivoluzione si rovescia sull’Impero romano, erede della tipica forma di democrazia che poneva la maggioranza degli uomini fuori dell’umanità, e della democrazia. Questa peste della storia, oramai benedetta anche dal Dio cristiano che la aveva saputa esorcizzare, ci infesterà per millenni. Cade in questa sanguinosa lotta la forma schiavistica, e non grazie alla formola della non resistenza, giacché la vendetta delle moltitudini di immolati ad bestias sarà fatta, armata mano, dalla giovane vigoria dei barbari, che sempre ha rigenerato civiltà morbose.
Con lunghe vicende che non entrano in un canovaccio elementare, la Chiesa di Cristo insediata a Roma in testa al mondo si concilia con tutti i Cesari, come voleva la sua antica dottrina, di origine classica o barbara. La nuova forma feudale in cui si sistema l’Europa (non per il preteso sonno medioevale, in cui la gestazione umana fu assai più alta di quella di cui si vantano i secoli della scienza illuminata e della tecnica venale) è consacrata in un sistema in cui la Chiesa di Roma è al cuore: magnifico sistema dottrinale della teologia tomistica, monopolio della scuola, della cultura, della lingua. All’alba del Rinascimento umanistico e delle Riforme antipapali, che precorre la forma capitalistica e mercantile di produzione nel suo turgore insopprimibile, la Chiesa vaticana lotta contro di essa: Inquisizione, coi roghi e le torture agli albori del tempo moderno: e, nel suo pieno sviluppo, nel mezzo secolo in cui Engels scriveva, Sillabo, colla repressione della scienza, e delle allora temerarie, oggi pavide filosofie antifideistiche.
Lutero significa la rottura storica con questo iter, ma non vi è un fatto teologico, filosofico, o letterario. È la minaccia audace in partenza del nuovo ordine borghese contro quello delle monarchie di diritto divino puntellate da nobili e da prelati.
Il papa romano, Lutero e Münzer rappresentano per Engels non solo tre partiti della Germania del tempo, ma tre modi, tre forme della storia che non può essere fermata nella sua travolgente, iconoclastica distruzione di templi.
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Udiamo di Lutero: «Nel primo momento bisognava raccogliere le forze oppositrici, bisognava impiegare la più decisa energia rivoluzionaria, bisognava rappresentare di fronte alla ortodossia cattolica la somma delle forze delle precedenti eresie. La poderosa natura di contadino di Lutero si sfogò con straordinaria veemenza in questo primo periodo della lotta».
«Se il pazzo infuriare dei preti romani dovesse proseguire mi pare che il miglior consiglio e il miglior rimedio di porvi riparo sarebbe che re e principi si armassero, e assalissero questa genia che inquina il mondo, e ponessero fine al giuoco con le armi, non con le parole. E se noi puniamo i ladri con la spada, gli assassini con la corda, gli eretici con il fuoco, perché non assaliamo noi questi maestri di corruzione perniciosi, papi, cardinali, vescovi, e tutto lo sciame della Sodoma romana con tutte le armi, per lavarci le mani col loro sangue?».
Tali parole testuali dell’eloquente Lutero sono sottolineate da Engels.
«Ma presto tali impeti rivoluzionari si spensero, e Lutero lasciò andare gli elementi popolari, si pose dalla parte borghese, nobiliare, principesca. Gli appelli alla guerra di sterminio contro Roma ammutirono. Lutero si diede a predicare l’evoluzione pacifica e la resistenza passiva».
Engels cita un discorso del 1520: «Non vorrei che si propugnasse il vangelo con la violenza e lo spargimento di sangue. Il mondo fu vinto con la parola, con la parola si sostiene la Chiesa, con la parola sarà rinnovata, e l’Anticristo cadrà senza violenza».
Tutto ciò non merita una cattedra nel Concilio 1962?
Quando la rivolta scoppia, Lutero in un primo tempo rimprovera anche i signori feudali. Ma non appena le azioni rivoluzionarie dei seguaci di Münzer si fanno più ardite, Lutero passa dall’altra parte.
«Lutero e il papa si collegano contro le bande assassine dei contadini».
È tempo di lasciare Lutero per dire di Münzer. Era nato nel 1498. Già a 15 anni aveva fondato una società segreta contro l’arcivescovo di Magdeburgo e la chiesa romana. Dal 1520 ebbe successo immenso come predicatore. Studiava i mistici medioevali e specie «lo calavrese, abate Gioacchino, di spirito profetico dotato» di Dante. I suoi seguaci, cui esponeva la sua dottrina nelle forme mistiche, lo seguivano «estatici, convulsi e con spirito profetico».
Egli non usava il latino ma il tedesco. «Prima che Lutero l’usasse, aveva bandito del tutto la lingua latina e faceva leggere tutta la Bibbia, non solo i vangeli prescritti». È noto che Lutero aveva tradotto dal latino in volgare i due testamenti. In questo si precorreva il pensiero borghese. I nostri progressisti vantano come gran novità avere in questo tempo abolito il latino nelle scuole medie: ciò come feticistico inchino alla moderna coppia Tecnica-Scienza. Ma non sarebbe meglio mettere alla portata di tutti un sapere non specializzato e tecnicizzato e servirsi del latino, che non fu solo della Chiesa ma della Rinascenza, nel tempo incorrotto dei Galileo e dei Keplero, anziché sorbirsi in latino chilometrici Concilii e discorsi?
«Münzer non consigliava, come faceva Lutero, la discussione tranquilla ed il processo pacifico; egli proseguiva nel tono violento delle prime prediche di Lutero, e incitava il popolo alla guerra armata contro la Chiesa Romana. Diceva pur Cristo: io non son venuto a portare la pace, ma la spada. E a che dovreste usarla voi (principi sassoni)? A togliere di mezzo i maligni che sono di inciampo al Vangelo, se volete essere buoni servi di Dio. Cristo ha detto (Luca 19, 27): Prendete i miei nemici e strangolateli davanti ai miei occhi… Non trastullatevi con le vane parole, che la potenza di Dio farà ciò senza l’aiuto della vostra spada, se nò vi si arrugginirà nel fodero. Quelli che si oppongono alla parola rivelata vanno distrutti, come Isaia, Ciro, Giosia, Daniele ed Elia distrussero i sacerdoti di Baal… Dio ha detto (Mosè 5, 7): non siate misericordiosi verso gli idolatri, ma distruggete i loro altari, fracassate le loro immagini e bruciateli, affinché io non mi incollerisca con voi…».
Ma ben presto Münzer dismise l’idea di convincere contro Roma i principi in nome di Dio e col mezzo delle Scritture, di cui come teologo era ben padrone. Nasce in lui prima il filosofo e poi l’uomo di partito, il capo rivoluzionario che vuole il sollevarsi delle classi oppresse.
Non possiamo prendere dal testo, cui rimandiamo il lettore, la storia della terribile guerra di classe del 1525, ma occorre trarne la sintesi di questi due aspetti della figura di Münzer, significativa nella misura in cui erano acerbi i tempi.
«La sua dottrina teologico-filosofica attaccava tutti i punti principali non solo del cattolicesimo, ma del cristianesimo in generale. Egli insegnava, sotto forme cristiane, un panteismo che ha una singolare somiglianza col pensiero speculativo moderno (nell’anno 1850 la speculazione anche borghese non adoperava le categorie della trascendenza dello spirito e del dio – nostra nota ad Engels) e che rasenta qua e là l’ateismo. Egli rigettò la Bibbia quale esclusiva ed infallibile rivelazione. La vera, la viva rivelazione è la ragione, e tale rivelazione è esistita in tutti i tempi e presso tutti i popoli e ancora esiste. Giacché lo Spirito Santo di cui parla la Bibbia non è cosa che esista fuori di noi: lo Spirito Santo è anzi appunto la ragione. La fede non è altro che lo svegliarsi della ragione nell’uomo; perciò anche i pagani potettero possederla… Cristo fu un uomo come noi, un profeta, un maestro, e la sua Cena fu un semplice pasto di congedo, in cui si mangiò pane e vino senza alcun ingrediente mistico… Tali dottrine predicava Münzer celandole sotto quella stessa fraseologia cristiana di cui dovette rivestirsi per un certo tempo la nuova filosofia…».
«La sua dottrina politica rispondeva perfettamente alle sue rivoluzionarie idee religiose e sorpassava le esistenti condizioni politiche e sociali, di quanto la sua teologia sorpassava le vedute religiose del tempo. Come la filosofia religiosa di Münzer rasenta l’ateismo, così il suo programma politico rasenta il comunismo… Non era tanto la somma delle pretese dei plebei di allora, quanto la geniale anticipazione delle condizioni del riscatto degli elementi proletari appena sul nascere, tra quei plebei… Chiedendo il regno di Dio, Münzer chiedeva una società senza differenze di classe, senza proprietà privata, senza autorità costituita… Tutti i poteri esistenti avrebbero dovuto venire abbattuti se non si fossero piegati alla rivoluzione, il lavoro e i beni resi comuni, e instaurata la perfetta uguaglianza… Egli si pose ad organizzare una lega con questo programma non per la sola Germania, ma per tutta la cristianità».
Una così audace dottrina mostrò presto di essere non meno audace azione.
«Il primo frutto fu la distruzione della cappella di Maria presso Altstedt (come atto di guerra ai principi sassoni) per seguire il comandamento: Voi dovete distruggere i loro altari, spezzare le loro colonne e bruciare i loro idoli, imperocché voi siete il popolo eletto (Deut. 7, 6)».
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I principi rilevarono la sfida, e i contadini risposero all’appello. La storia di quella guerra di classe che vide in campo formazioni di diecine e diecine di migliaia di armati ebbe battaglie sanguinosissime, e sterminii distruttivi da una parte e dall’altra. I contadini rasero al suolo castelli di nobili e conventi di religiosi. I principi si unirono in lega con truppe mercenarie (che talvolta, è notevole, passarono da una parte all’altra del fronte), ma usarono prima l’arma dell’inganno e del tradimento; vi furono patti, armistizii, ed infine agguati sanguinosi. I contadini e i loro capi caddero sotto esecuzioni in massa; a vendicare le esecuzioni di nobili che avevano in segno di sfregio finiti non colla scure, ma infilandoli negli spiedi.
Abbiamo detto che i piccoli borghesi e gli stessi plebei delle città non seppero sostenere la rivoluzione contadina. Questa, dopo eroiche e spesso ingenue estreme difese, fu affogata nel sangue.
Tommaso Münzer aveva solo ventotto anni quando, caduto nelle mani dei suoi nemici, affrontò senza tremare l’estremo supplizio. Forse non volgeva lo sguardo a un dio, ma alla storia che doveva ancora attendere secoli.
Di questo fallimento di una rivoluzione storica del popolo tedesco Engels incolpa la mancanza di centralizzazione unitaria in quel paese, che, se indeboliva gli sfruttatori feudali, indebolì parimenti i loro servi in rivolta malgrado che il grande Münzer avesse veduto la funzione del partito nella rivoluzione. Altrettanto per Engels avvenne nel 1848. Le sue parole nell’ultima pagina della splendente rievocazione meritano di essere incise col fuoco sulla fronte dei vili e dei traditori, che ovunque bestemmiano, come in Italia esaltando le esose Regioni: Chi dopo le rivoluzioni del 1525 e del 1848 vaneggia ancora di una repubblica federale non merita altro soggiorno che il manicomio.
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Lutero, che anticipava i borghesi capitalisti, ruppe con Roma cattolica ma patteggiò con la feudalità tedesca e la aiutò ad evitare una grande rivoluzione liberale.
La situazione del 1962 mostra che la Chiesa di Roma ha chiusa la sua fase del sedicesimo e del diciannovesimo secolo iniziale e ha stretto patto con la forma storica capitalistica borghese. Lutero può tornare all’ovile.
Ma non vi tornerà Tommaso Münzer che suonava la diana di una classe oppressa, il proletariato, e non segnava a suo traguardo il passaggio ad un dominio su ineguali.
Possono chinare le fronti incapaci di rossore verso lo stesso ovile i falsi esponenti del proletariato moderno che hanno fatto gettito delle verità, che in un Münzer avevano la potenza di scorgere un Marx, un Engels, un Lenin. Quelle verità di dottrina e di vita oggi rinnegate, sono la guerra di classe e lo sterminio dell’oppressore, la dittatura del partito degli oppressi, Il ciclo magnifico che sale dalla Fede (non inutile tappa duemila anni orsono) alla Ragione (non inutile or sono due secoli) alla Forza di classe che vince il sapere della classe dei tiranni moderni, dei vampiri di oggi, i borghesi mercantili.
Più della Fede del medioevo e della Ragione delle rivoluzioni liberali dovrà vincere la Dittatura degli ignoranti e dei miseri, che si levò luminosa al tempo di Lenin nei concilii della Rivoluzione Comunista.
La dottrina della classe inferiore della società economica è la più luminosa. Ci offra Engels un altro periodo: «Gli operai tedeschi hanno due essenziali vantaggi di fronte agli operai della restante Europa. Primo: l’appartenere al popolo più teoretico di Europa, secondo: di avere conservato il senso teoretico, mentre le cosiddette classi colte lo hanno interamente perduto… Questo smisurato vantaggio appare considerando l’indifferenza verso ogni teoria, che è una delle cause principali per cui il movimento operaio inglese, malgrado l’eccellente organizzazione dei singoli mestieri, procede così lentamente; e dall’altra parte considerando gli eccessi e la confusione che il proudhonismo nella sua forma originaria ha prodotto presso francesi e belgi, e nella sua caricatura bakuniniana presso italiani e spagnoli».
Questo era il bilancio del 1874 e il vecchio Engels non ha visto il crollo del proletariato tedesco. Non ha visto risorgere il suo senso teoretico nel seno del proletariato russo, più illetterato assai. Né ha visto il nuovo crollo della grande luce di Mosca tra le cui rovine procediamo.
Roma o Mosca, si disse nel 1922 quando il totalitarismo borghese vinse per primo in Italia, sola alternativa alla mancata vittoria del totalitarismo rosso, cui noi tendevamo.
Roma e Mosca. Tale sia il motto di oggi. Da ogni lato in questa epoca di degenerazione si bestemmiano le proprie fedi per elaborare fronti ibridi. Tutti sono aggiornatori delle proprie tavole, e le ragioni storiche ne sono in ogni caso chiare, sulla linea che qui abbiamo sbozzata. Il fronte politico di tutti i traditori della dottrina proletaria vale il fronte di tutte le religioni. Divampa l’auto da fé di tutte le Bibbie, e le nuove formulazioni sono di un pari sapore. Come ha potuto essere codificata la via italiana al socialismo e la coesistenza di capitalismo e socialismo lo potrà essere in Concilio (come dicono) un dogma nuovo, forse Maria mediatrice e quarta persona della Trinità.
Talvolta il precedente Pontefice nelle sue allocuzioni sferza la cupidigia plutocratica senza freni, e molte manifestazioni del capitalismo, la più disumana delle forme di produzione, che chi crede a Dio dovrebbe considerare la più irreligiosa.
Oggi si fa sfoggio di abilità bizantina non inferiore a quella di Mosca e si muta quanto sta scritto perché si tratta del compromesso tra tutte le Chiese cristiane e le potenze del capitalismo, tra le quali non ha motivo di non schierarsi la Russia. Chiave delle sottostrutture economiche!
La Fede medioevale e la Ragione moderna si sono riconciliate, e non solo qui; in cento proclamazioni del «mondo libero» da Wilson a Roosevelt, alle cui omelie atlantiche convenne a Stalin di piegarsi.
Noi non abbiamo preferenze di parte per il laicismo democratico contro il clericalismo papale, diamo solo ragione storica del passaggio dalla Fede alla Ragione. Ma auspichiamo la rotta anche della ragione scientifica, turpe simonia della forma capitalistica, e gridiamo in questa aura sinistra al proletariato: Non fede cristiana, non scienza borghese, ma dittatura della tua rozza vergine forza, che libererà un giorno l’uomo dalla dittatura di tutte le tenebre!
Dopo sarà la luce.
Firm Points of Trade Union Action
Focusing on the Il Soviet group’s intense activity in the early post WWI period in workers’ economic organizations and in the heat of fierce class battles, the speaker of the History of the Communist Left (see the last issue of Il Programma) made a direct connection to the theme of the Party’s trade union activity.
This activity was outlined in June 1920, at the conference of the Abstentionist Fractions:
“Communists therefore penetrate proletarian cooperatives, unions, factory councils, and form groups of communist workers within them. They strive to win a majority and posts of leadership so that the mass of proletarians mobilised by these associations subordinate their action to the highest political and revolutionary ends of the struggle for communism.”
We are alien to any improvisation, and obey a strict continuity of program that’s simultaneously a continuity of action. Despite the constraints of a situation far removed from the heated 1919-1920, we move on the same track today—the very track outlined in the Communist Manifesto of 1848 and the General Statutes of the First International Workingmen’s Association of 1864.
Recalling Theory
When it came time not to launch a «new activity» but to initiate the coordination of an activity the Party had always claimed as its own—albeit constrained by the narrow and occasional limits imposed by the broader external situation—our groups and sections were reminded of the classical Marxist formulations. These formulations trace the process by which proletarians, compelled by economic struggle and its imperious demands, overcome the artificial barriers of interest and category created by the capitalist regime of production. Through this process, the proletariat creates a general and unitary organization that finds its first historical expression in leagues of trade unions—the immediate embodiment of the «growing (but perpetually threatened by competition) solidarity of the workers.» The ultimate crowning achievement of this process is the political party: the «independent political party, opposed to all other parties constituted by the propertied classes,» through which, and only through which, the proletariat can act as a class.
This process is not the consequence of consciousness; it’s a real and physical fact rooted not in the «brains» of individuals or collectives but in the clash between classes. This clash originates from material economic determinations and continually suprasses them. Its content lies in the creation and refinement of weapons of struggle—instruments for open conflict against bourgeois society. This is evident not only in the tamed organization of today or those which are (and will be) forged in the fire of the great revolutionary battles but even in the struggles and organisms of the proletariat in the early days of the workers’ movement.
In those days, Marx could call workers’ trade unions «schools of civil war.» Engels would smile at bourgeois economists’ astonishment at workers sacrificing weeks and weeks of wages to defend, in the streets and in clashes with police and military forces, the organizations safeguarding wage levels—and, if possible, raise them. These immediate organizations, even in periods of relative calm, carried what today might be called an immense “revolutionary charge.” Yet this charge was never, even in moments of intense social upheaval, the result of a fully developed consciousness of the ultimate aims of the proletarian struggle. Instead, it emerged from the immediate material necessities driving its own unfolding.
This applies to the class but also to the individual. The formula is not consciousness first and action later, but rather economic drive first, action later, and then finally consciousness. Furthermore, this consciousness is not realized in the individual, but in the party. Militants, however few they may be (and they will always be a minority of the working class) join the party not because they have previously acquired a complete consciousness of the program, but by a selection process that took place in the struggle and through the struggle. Only in the course of their party militancy will they be able, again not as individuals but as an organized body, to “overthrow praxis” and make revolutionary theory the sine qua non in revolutionary action.
Just as it is not a matter of consciousness, the process of organizing the proletariat as a class is not a gradual evolutionary fact, a slow and progressive maturation. It’s a tumultuous succession of qualitative leaps corresponding to violent and often bloody clashes between classes. Through this, the proletariat—those without reserves—overcomes in a single stroke the more coarse and immediate forms of organization, which are divided by locality and sector and are discontinuous in time and space. The proletariat breaks through the narrow limits of the parochial and the company, subordinating the personal, local, and corporate interests of individuals and groups to ever broader interests and aims. This culminates in the political party, where every boundary of group, category, and nation is obliterated and every act obeys the imperatives of the ultimate and general aims of the class.
This is a dialectical process that has nothing to do with the idealistic interpretation of history, whereby each stage is annulled by the next and, having reached the summit of “consciousness,” humanity enters once and for all the “reign of reason.”
The party, itself a product of material determinations, is a battle line. As it possesses superior theoretical and organizational weapons, it is called upon not only to defend them against the converging attacks of capitalist society—and even against the persistent pressures of the material determinations to which it owes its existence—but also to carry them as instruments of decisive action within the immediate organizations into which they continually flow. This process is driven by the pressures of capitalist society and the relentless proletarianization of the middle classes, which produces new levers of wage-earners. The party is, therefore, called to radiate that which—in periods of the ebbs of class struggle—may be only the “light” of the historic revolutionary program. This is destined to become, in fiery periods of social conflict, the great “magnetic field” of polarization for all the subversive forces unleashed from the underground of the bourgeois social and political order.
The party is not the Spirit of biblical mythology, hovering above the waters and observing from on high the chaotic movements and struggles of a humanity bound by the chains of the flesh. Nor is it a Demiurge that descends into the arena at some decisive moment to single-handedly reshape the world. Rather, it is a material force whose decisive role in the grand unfolding of history depends entirely on its connection with a massive, driving force.
This force emerges «from below»—raw and «uncultivated,» like a natural and physical phenomenon—neither guided nor shaped by conscious ideologies or explicit concepts. As Engels remarked in 1890, “it will be the non-socialists who will make the socialist revolution.” This raw energy will inevitably be drawn to act within the framework of the program that the party, even in its darkest moments, has upheld and defended against all opposition, even within the ranks and organizations of wage earners in their struggle against capital.
There’s no contradiction (except for those who have understood nothing of the materialist dialectic) between the superb proclamation of the theses of the Third International on the role of the communist party in the proletarian revolution—“The Communist Party differs from the whole working class because it has an overall view of the whole historical road of the working class in its totality and because at every turn in this road it strives to defend not just the interests of a single group or a single trade, but the interests of the working class in its totality.”—and the task which the same theses assign to it of working within the proletarian economic organizations—“The task of communism does not lie in accommodating to these backward parts of the working class, but in raising the whole of the working class to the level of the communist vanguard.”—since “Every class struggle is a political struggle. The aim of this struggle, which inevitably turns into civil war, is the conquest of political power. Political power can only be seized, organized and led by a political party, and in no other way.”
In other words, “The class struggle of the proletariat demands a concerted agitation that illuminates the different stages of the struggle from a uniform point of view and at every given moment directs the attention of the proletariat towards specific tasks common to the whole class. That cannot be done without a centralized political apparatus, that is to say outside of a political party.”
Practical Tasks of the Movement
The connection between economic struggle and political struggle—between wage‑ earning masses moving under the impetus of immediate interests and the party fighting for the ultimate goals of communist revolution—and, as a logical corollary, our active presence in trade union organizations and workers’ agitations, is thus a matter of principle. In reaffirming it we merely reiterate one of our Characteristic Theses, enunciated at the Florence meeting in December 1951:
«The Party will never set up economic associations which exclude those workers who do not accept its principles and leadership. But the Party recognises without any reserve that not only the situation which precedes insurrectional struggle but also all phases of substantial growth of Party influence amongst the masses cannot arise without the expansion between the Party and the working class of a series of organisations with short term economic objectives with a large number of participants. Within such organisations the party will set a network of communist cells and groups, as well as a communist fraction in the union. […] Although it could never be free of all enemy influence and has often acted as the vehicle of deep deviations; although it is not specifically a revolutionary instrument, the union cannot remain indifferent to the party which never gives up willingly to work there, which distinguishes it clearly from all other political groups who claim to be of the ‘opposition.’”
Therefore, if we seek to extend and better coordinate this work today, it is not because some “new and original idea” has passed through anyone’s mind. Rather, it is because the general situation and development—however disorganized—of class struggles, along with the consolidation of the party network, require us to translate into continuous and systematic action a task we recognize as permanent. This remains true even when “events, and not the desire or the decision of militants,” limited it (as they still partly do) “to a small part of its activity.”
This was the necessary response to questions that arose, both on the periphery and at the center of the party, from ongoing agitations. We can now give this response on a larger scale than in the past, precisely because, during the long and not yet completed phase of the “re-establishment of the theory of Marxist communism” that occupied the last decade of our organizational life, the relationship between our ideologically strengthened network and the (still slender) strata of proletarians has been expanding and strengthening. This is not a “turning point” but a continuation of work that never ceased, even when external circumstances—beyond the will or desires of even the most combative and enthusiastic militant—limited its scope.
The infamous policy of fragmenting the struggles of militant groups, such as metalworkers or agricultural wage workers, has re-proposed—and continues to re-propose—the revolutionary party’s imperative to reaffirm the fundamental principles of class struggle. This task remains critical before, during, and after agitations that frequently escalate into open and direct clashes between proletarians and the forces of law and order, which are often backed by union piecards.
The party must remind workers that
- No economic victory is lasting, nor does it serve the general interests of the class, if it does not result in growing solidarity among the exploited. Therefore, the abandonment of the general strike—without time limits and without distinction of factory, sector, or category—not only fails to secure immediate economic gains but also undermines and destroys the future and general prospects for the proletarian assault on the capitalist regime of exploitation.
- The “tactics” of articulate bargaining, of demanding additional qualifications by category, of seeking productivity bonuses and company incentives, and of striking for ridiculously short periods, only increase—instead of reducing—the competition among workers and their isolation from one another.
- So-called “apoliticism of the union” actually conceals the union’s abandonment of class politics in favor of backing central bourgeois power.
- There are no “particular” issues to which a solution can be found outside the general vision of the historical interests of the working class.
For these answers to be—both now and even more so in the future—given by the entire party to the entire array of forces of opportunism, it became necessary to supplement the central party organ, Il Programma Comunista, with a central bulletin of programmatic and combative character, Spartaco. Meanwhile, in various groups and sections, the long work of connecting to proletarians in struggle bore positive fruit. This made it urgent to coordinate the general Party activity according to clear and uniform directives.
This coordination did not—and does not—set goals that the situation, not only in Italy but especially internationally, forbids. It does not aim to achieve rapid and radical shifts in the direction that a forty-year period of super-opportunism has inevitably imprinted on the—albeit lively—struggles of entire sectors of the industrial and agricultural proletariat. It does not dream of the short-term possibility of liberating the trade union from the tutelage of counter-revolutionary parties—even if, locally and for a short time, it does not exclude the possibility (which has actually occurred) that the leadership of agitations and even of workers’ economic bodies be taken and kept by our comrades. Its aim is to weave and strengthen our network of physical connections with the proletariat, taking advantage of a slowly recovering situation—but with full knowledge that the fruits of this methodical, stubborn work (as is our custom) can and must be reaped only at an advanced stage of the workers’ movement, certainly not in the near future.
At the meeting in Rome, on April 1st, 1951, it was reaffirmed that “[t]he correct Marxist praxis asserts that the consciousness of both the individual and the mass follow action; and that action follows the thrust of economic interest. Only within the class party does consciousness, and, in given circumstances, the decision to act, precede class conflict; but this possibility is organically inseparable from the molecular interplay of the initial physical and economic impulses. […] According to all the traditions of Marxism and of the Italian and International Left working and struggling inside the proletarian economic organizations is one of the indispensable conditions for successful revolutionary struggle; along with the pressure of the productive forces on production relations, and with the correct theoretical, organizational and tactical continuity of the political party.”
To separate these three inseparable terms—isolating the possibilities for success offered by the theoretical and organizational strengthening of the party on the one hand, and the work and struggle in economic associations on the other—from the objective reality of the maturing process of internal contradictions in capitalist society would be to undermine precisely the theoretical, organizational, and tactical continuity that the party has painstakingly reconstructed in recent years. We must, therefore, fight with the utmost energy against any attitude of aristocratic disinterest in economic struggles. Any claim—even if inspired by a healthy fear of taking opportunist paths—that the party should merely proclaim and defend “general” postulates and refuse to engage with “particular” questions must be vigorously combated. Such claims are based on the false assumption that “particular” questions can somehow be isolated from the “general” questions of the proletarian movement, or vice versa—the separation of these areas is precisely the dominant characteristic of opportunism.
Similarly, the opposite claim—even if inspired by genuine enthusiasm—must also be dispelled. We must energetically oppose assigning the party tasks that the real development of class struggle prevents from being fulfilled. The party must not set objectives for itself that can only take shape and substance due to events of international importance—which condition the development of the international revolutionary party.
Let’s then take care to carry out our work of penetration and proselytizing among the proletarian masses serenely, methodically, and continuously. Let’s not allow ourselves to be caught up either in discouragement over failures—failures that we must foresee and discount in advance—or in the hysterics of “action for the sake of action.” Above all, let’s not indulge in the illusion that the “times” of revolutionary recovery can be accelerated by means of tactical recipes or organizational expedients, which would isolate the work conventionally labeled as “trade union work” from the general and political work of the movement.
It’s a responsibility we are proud to finally take on. We must carry forward with the knowledge that we are fulfilling not a national but an international task. We are working for the future of a proletarian movement and a class party that has and recognizes no time limits or State borders.
[RG-33] Questioni di economia marxista Pt.1
Come fu annunciato nel primo resoconto sommario della riunione, apparso nel n. 12 del giornale, ai relatori non fu possibile esporre delle conclusioni anche relative del lavoro di ricerca teoretica sull’economia marxista. Tuttavia, per la vastità, la profondità e la difficoltà della ricerca, queste conclusioni non saranno immediate, né da esse ci si dovrà attendere il disvelamento di chi sa quali misteri, o di chi sa mai quali novità.
La teoria dello «sciupio» è tesi centrale del marxismo, non solo da un punto di vista economico quanto in primo luogo da un punto di vista rivoluzionario. La trattazione della teoria prese l’avvio dalla riunione di Genova del 4-5 novembre 1961, il cui resoconto scritto apparve nei numeri 1 e 2 del giornale dell’annata in corso. Lo sciupìo è la dilapidazione delle forze produttive, dei prodotti e della ricchezza sociale. Usando il metodo dei «tre momenti», chiave dialettica per la lettura del Capitale e del marxismo, lo sciupio al livello aziendale, cioè nel primo momento, si ridurrebbe allo sfruttamento del lavoro salariato da parte dei capitalisti; ma sarebbe sempre poca cosa. Infatti Marx picchiò in testa al «frutto indeminuto del lavoro» di Lassalle, chiarendo che anche nella società comunista sarebbe esistito il plusprodotto, cambiando però radicalmente la forma e la destinazione sociale.
È nel secondo momento, nella società capitalista presa nel suo insieme, nell’insieme delle aziende, che si consuma inutilmente gran parte del lavoro umano. Questo «sciupio» sociale appare maggiormente evidente e criminale se si confrontano la società capitalista e quella futura, la comunista. È, infatti, il modello comunista della organizzazione della produzione e della forma del lavoro umano che pone bene in risalto i caratteri nefandi del modo di produzione capitalistico, una volta unanimemente ammesso che nella storia le forme della produzione si succedono sulla base dell’aumento delle forze produttive. Per la società capitalista, secondo i suoi corifei, non esiste sciupio, lavoro inutile, distruzione di ricchezza, se non in maniera del tutto accidentale, come nelle guerre tra Stati. Marx invece mette costantemente in evidenza il carattere distruttivo del capitalismo, sulla base delle continue giustapposizioni tra società capitalista e società comunista.
I faux frais, le false spese della circolazione del capitale proprie di una società scambista ed esasperate dalla «libera concorrenza» sulla base di una economia aziendale, mercantile e monetaria – il militarismo, la stessa patria e la famiglia – costituiscono elementi di distruzione effettiva o di irrazionale utilizzazione del lavoro e di ricchezza: anguste forme di atrofizzazione della produttività del lavoro. Le crisi sono, quindi, lo sbocco naturale delle molteplici manifestazioni di «sciupio», il risultato periodico e ricorrente dell’accumularsi di plusvalore inutilmente prodotto, irrazionalmente riprodotto, sulla base di una produzione sociale e di una appropriazione privata.
Cronologia delle crisi
Le date che diamo in questo testo sono desunte dai testi marxisti, e pertanto significano crisi che furono oggetto di riflessione e di studio dei nostri maestri. La serie si apre con la crisi del 1800 che, secondo Ricardo, fu causata dalla carestia di cereali per cattivo raccolto ed ebbe sede solo in Inghilterra. La successiva si verificò nel 1815, per le stesse ragioni – secondo il giudizio di Ricardo – della precedente.
La crisi del 1825 ebbe invece il suo epicentro negli Stati Uniti d’America e in India, e fu una crisi cosiddetta commerciale. Marx (Il Capitale, Libro 3° Vol. III, pag. 250 – Ed. Rinascita) così caratterizza le crisi commerciali: «Il fenomeno più generale ed evidente delle crisi commerciali è la diminuzione improvvisa, generale, dei prezzi delle merci, che si verifica dopo un loro aumento prolungato, generale». Le crisi di questi anni si manifestano tutte sotto le spoglie di crisi commerciali, cioè per restrizioni di mercati esteri, e i fenomeni che esse generano sono pressoché gli stessi, più o meno accentuati. Alla crisi del 1847-48 Marx dedica un lungo scritto anche nella Nue Rheinische Zeitung, oltre che i continui accenni negli altri testi, particolarmente nel Capitale. In questo testo Marx esamina tutti i fenomeni che si intrecciano prima e dopo le crisi stesse. La prosperità, il benessere di oggi, precede il travaglio critico. «Gli anni 1843-1845 – scrive Marx – furono quelli della prosperità industriale e commerciale, conseguenze necessarie della depressione quasi permanente dell’industria nel periodo 1837-1842. Come sempre la prosperità fece scattare molto presto la speculazione. La speculazione sorge regolarmente nei periodi dove la sovrapproduzione raggiunge il suo culmine. Essa fornisce alla sovrapproduzione i suoi canali di scolo momentanei sollecitando nel contempo l’irruzione della crisi e aumentandone la violenza: La crisi scoppia anzitutto sul terreno della speculazione e non è che più tardi che s’installa nella produzione(…) Noi non possiamo in questo momento tracciare la storia completa della crisi (1846-48) e ci limiteremo dunque a fare il bilancio di questi sintomi della sovrapproduzione».
I nostri opportunisti vorrebbero il benessere senza intrallazzi, il boom senza la speculazione: il maestro insegna che in regime capitalista la prosperità è madre di speculazione, in cui si riversano in un primo momento gli immediati effetti della incipiente sovrapproduzione. Marx traccia già la sinusoide della produzione capitalistica, con le sue periodiche alterne vicende di esaltazione e depressione produttiva. La crisi è preceduta da un periodo di intensa ripresa produttiva, preceduto a sua volta da un periodo di crisi. La caratteristica della speculazione d’alto bordo fu allora la corsa agli investimenti nelle ferrovie. Oggi il contenuto produttivo del benessere è la speculazione universale delle linee di comunicazione internazionali: autostrade, trafori, transatlantici, jet a reazione, missili, e il grande Barnum della cosmonautica. Si ritrova ancora in questo testo la classica previsione della catastrofe storica del capitalismo: «Gli schiavi saranno emancipati, perché sono divenuti inutilizzabili in quanto tali. È esattamente per la stessa ragione che il lavoro salariato sarà abolito in Europa, appena che avrà cessato d’essere non soltanto una forma necessaria per la produzione, ma ne sarà divenuto un ostacolo». Ogni qualvolta la crisi esplode nel bel mezzo della beata apparente eternità del capitalismo, l’inutilità delle forme capitalistiche dell’economia appare in luce meridiana: nulla ha più valore, il denaro serve al massimo per bisogni fisiologici, le categorie intoccabili dell’economia del capitale saltano, è il caos.
Marx svolge, inoltre, un’analisi «a volo d’uccello» della più vulcanica macchina produttiva americana, nella quale intravede un potente focolaio delle contraddizioni del capitalismo e il futuro centro dello sviluppo sfrenato della borghesia mondiale: «La prosperità dell’Inghilterra e dell’America si ripercuote rapidamente sul continente europeo. Il mercato mondiale collega ogni angolo della terra e lo obbliga a sottomettersi al capitale». I due centri, Inghilterra e America, del capitalismo mondiale sono «il demiurgo del cosmo borghese», dai quali ha origine «il processo iniziale» e delle crisi e della prosperità. Cosicché, «se, per conseguenza, le crisi generano delle rivoluzioni anzitutto sul continente, la loro origine si trova non di meno in Inghilterra. È alle estremità dell’organismo borghese che debbono naturalmente prodursi le commozioni violente prima di arrivare al cuore, perché la possibilità di una compensazione è più grande qui che là. Inoltre, la proporzione con cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono in Inghilterra è nello stesso tempo il termometro che indica in quale misura queste rivoluzioni mettono realmente in questione le condizioni d’esistenza borghesi, e fino a che punto esse non raggiungono che le loro formazioni politiche». Questa preziosa lezione teorica tratta dall’intreccio economico che aveva sviluppato già allora i due continenti, ma ancora in prevalenza l’Europa e la Gran Bretagna, e dal quale esplose la crisi del ’47, anticipa e sancisce la validità della posizione rivoluzionaria difesa da Lenin e dalla Sinistra italiana, per la quale la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe resistito ad ogni ritorno reazionario a condizione che fossero crollate le centrali europee, segnatamente la Germania, dell’imperialismo capitalista.
La chiusa a questo testo costituisce un tremendo ceffone a volontaristi e immediatisti d’ogni tempo: «Essendo data la prosperità generale, nella quale le forze produttive della società borghese si schiudono per quanto lo permettono i rapporti sociali borghesi, non si potrà parlare di vera rivoluzione. Questa non è possibile che nei periodi in cui questi due fattori, le forze produttive moderne e le forme borghesi della produzione entrano in conflitto le une con le altre. Le differenti questioni alle quali si dedicano oggi i rappresentanti delle diverse frazioni del partito dell’ordine del continente e nelle quali esse si compromettono reciprocamente, ben lontano dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni non sono al contrario possibili che perché la base dei rapporti sociali è momentaneamente così sicura, e ciò che la reazione ignora, così borghese». «Ogni tentativo fatto dalla reazione per arrestare lo sviluppo borghese si brucerà così sicuramente come ogni proclama infiammato dei democratici. Una nuova rivoluzione non sarà possibile che a seguito di una nuova crisi: l’una è tanto certa quanto l’altra…».
La nuova crisi del 1857 ebbe il suo epicentro negli Stati Uniti, ma ben presto contagiò l’Inghilterra e la Germania. In Gran Bretagna la stessa agricoltura fu investita dalla depressione economica, come Marx aveva già sentenziato nel 1850. Nella misura in cui le forme capitalistiche della produzione afferrano ogni ramo dell’attività produttiva, si schiudono canali traverso cui fluisce la crisi. Tutta l’economia così è soggetta alla crisi!
La distruzione del tempio
Vogliamo dimostrare con questa breve nota, ancora una volta, che la nostra tesi sulla decadenza della scienza nell’epoca attuale si trova contenuta nelle formulazioni della teoria marxista, fin dal primo momento in cui essa apparve nella storia.
Richiamiamo dunque la notissima definizione del capitalismo data da Marx nel III libro del Capitale: «Uno dei frutti principali della produzione capitalistica è … l’organizzazione del lavoro come lavoro sociale a mezzo della cooperazione, della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e scienza della natura» (Capitale – Cap. XV – Libro terzo).
Questa definizione corrisponde esattamente alla esaltazione illuministica della scienza e del progresso propria della giovane borghesia. Ma tutta l’opera di Marx consiste in ciò , nel dimostrare il carattere antagonistico di quest’organizzazione del lavoro come base sociale, e di questo «legame tra lavoro e scienza della natura», resi possibili dal modo capitalistico di produzione – consiste dunque nel mettere in piena luce la enorme mistificazione contenuta nell’esaltazione illuministica della scienza e del progresso.
Karl Marx formula una precisa definizione della scienza, e dell’uso capitalistico della scienza, sempre nel III libro del Capitale. «Incidentalmente osserviamo che si deve distinguere tra lavoro universale e lavoro collettivo. Ambedue svolgono la loro parte nel processo produttivo, ambedue confluiscono reciprocamente l’uno nell’altro e pur tuttavia si differenziano tra loro. Per lavoro universale si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti. Il lavoro collettivo presuppone la diretta cooperazione degli individui… Ne consegue che in genere è la parte più indegna e sgradevole di capitalisti monetari quella che tra il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale e dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato». (Capitale – III – Sez. I – Capit. 5 – Paragrafo IV).
Dunque il lavoro associato rende possibile e applica socialmente il lavoro universale dello spirito (dal latino spiro, respiro cioè vita) umano. Ma il lavoro associato è sottomesso al capitale e i prodotti generati dalla combinazione fra lavoro universale e lavoro associato, volgarmente fra scienza e industria, non sono prodotti specificamente umani ma sono prodotti del capitale, capitale-merce. Di conseguenza, come il capitale si sottomette il lavoro associato, così esso si sottomette il lavoro universale; come il capitale trasforma il lavoro associato in lavoro salariato, così esso trasforma il lavoro universale in scienza mercantile, e i prodotti del lavoro universale in prodotti di capitale, in capitale merce.
In questa vicenda, la figura dello scienziato può apparire eroica, ed il suo lavoro come il lavoro salariato dell’operaio, sembra tingersi dell’aureola del martirio provocato dallo sfruttamento capitalistico. Una simile concezione è tuttavia assolutamente superficiale. Si può dividere la storia del rapporto fra scienza e capitale in tre grandi fasi. All’inizio, a partire dal Rinascimento, lo scienziato deve lottare contro il monopolio chiesastico della cultura, così come la borghesia lotta politicamente ed economicamente contro il feudalesimo – in questo periodo la rivoluzione borghese appare come una liberazione, e la scienza, pur essendo un importante fattore di questa rivoluzione, non è ancora sottomessa al capitale. La vittoria della rivoluzione borghese e lo sviluppo del capitalismo portano alla sottomissione della scienza al capitale, del lavoro universale al lavoro associato. In questo periodo, che può definirsi romantico, si manifesta la lotta fra il lavoro individuale dello scienziato e lo sfruttamento di questo lavoro da parte «della categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari». Tuttavia l’accrescersi continuo della produttività del lavoro, la concentrazione dell’industria in complessi sempre più vasti, porta alla definitiva scomparsa dello scienziato indipendente, individuale, romantico. Il lavoro scientifico viene annesso al capitale non solo socialmente, ma anche tecnicamente. Grandi laboratori scientifici sorgono alla diretta dipendenza di grandi complessi monopolistici, mentre le stesse università perdono la loro autonomia e vengono sottomesse all’industria e allo Stato. In questo periodo, che corrisponde all’epoca presente, lo scienziato si trasforma in tecnico, in «esperto». Ora è chiaro che proprio questo processo utile in astratto, non può portare nelle condizioni capitalistiche che al decadimento della scienza.
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Marx scrive nel III Libro del Capitale «Si deve tener presente che il prezzo delle cose le quali in sè e per sè, non hanno valore, in quanto non sono il prodotto del lavoro, come la terra, oppure non possono, comunque, essere riprodotte con il lavoro,come le antichità, le opere d’arte di certi maestri, ecc. può essere determinato in modo del tutto fortuito. Per vendere una cosa basta che essa possa essere oggetto di monopolio e sia alienabile» (Capitale – III – VI – 37 – pag. 29).
Il lavoro universale dello spirito umano, frutto della cooperazione tra i vivi e dell’utilizzazione del lavoro dei morti, non ha valore – i suoi prodotti non possono essere riprodotti con il lavoro. La vergogna del capitalismo, la più grande è precisamente questa – dare un prezzo anche alle cose che non possono avere un valore, come la terra e la scienza umana. Una cosa che non ha valore acquista un prezzo quando diviene oggetto di monopolio. Quali sono oggi, i monopolisti che danno un prezzo alla scienza, che alienano fraudolentemente il lavoro universale dello spirito umano? Sono gli scienziati definitivamente sottomessi al capitale. La metamorfosi dello scienziato in tecnico è la metamorfosi dello scienziato in monopolista della scienza. Come il capitale ha trovato un limite nella terra, così esso ha trovato un limite nella scienza, nello sfruttamento del lavoro universale. Il capitale ha superato questo limite, prima rendendo alienabile la scienza, così come aveva «fatto della terra un articolo di commercio», poi trasformando gli scienziati in monopolisti, in proprietari fondiari, e patteggiando con essi una rendita. Questo processo ha portato all’impoverimento della terra e alla decadenza della scienza. Gli «esperti» e i «tecnici» di oggi sono, come i proprietari fondiari, dei parassiti della società – essi monopolizzano il lavoro universale dello spirito umano per cederlo al capitale in cambio di una rendita, essi alienano il lavoro dei morti per sfruttare il lavoro dei vivi.
A ragione i rinnegati russi parlano di «classe degli intellettuali». Il lavoro degli intellettuali fa parte del lavoro universale della specie. Riconoscere agli intellettuali il monopolio su questo lavoro universale, contrattare con essi una rendita, significa in effetti farne una «classe», una classe di spregevoli proprietari fondiari.
La combinazione del lavoro universale alienato e del lavoro sociale alienato genera il capitale-merce – in esso il capitale si materializza. Come il capitale sottomette il lavoro dei vivi e dei morti nell’interno del processo produttivo, così esso domina la vita degli uomini, al di fuori del processo produttivo, metamorfosandosi in capitale-merce.
«Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano». (Capitale – I – 7 – 23). Questa è la religione del capitalismo. Il culto della tecnica, della produzione, è il culto del dio Capitale. Questo dio è tanto più mostruoso degli dei antichi, in quanto gli dei antichi dominavano gli uomini con le idee, mentre il Capitale domina gli uomini con i prodotti delle loro stesse mani, materializza la sua potenza trasformando in merci i prodotti del lavoro umano. Come gli dei antichi si trasmutavano in mille forme nel Pantheon, così il capitale metamorfosa se stesso nelle merci. Vostok e Telstar non sono altro che incarnazioni feticistiche del dio capitale – chi crede che esse servano a distruggere i templi degli antichi dei, è in ritardo sulla storia di duecento anni. Il Pantheon è vuoto, il nuovo tempio è lo schermo televisivo, dove ruotano nel cielo i feticci del capitale.
Questo è il tempio che deve essere distrutto: sui suoi gradini il proletariato ucciderà i tecnici- sacerdoti del dio.