Partido Comunista Internacional

Il Programma Comunista 1964/23

Chiave dei cambi di scena tra i «grandi attori» della storia

Nel 1924, tra noi come nel campo di Agramante, cominciò a circolare la parola Termidoro. La rivoluzione russa, che aveva avuto, e rivendicato in dottrina, il Terrore, poteva, doveva forse avere un Termidoro?

Al principio dell’anno Lenin, da gran tempo malato, era morto. Molti se non tutti, fra noi e nel campo di Agramante, identificavano con la persona di Lenin individuo la rivoluzione bolscevica di ottobre 1917, il suo partito, la sua teoria. La rivoluzione di Lenin, la dottrina di Lenin, il partito di Lenin. Molto va perdonato ai modi di dire. Tra i denigratori e gli apologeti, li avremo anche noi usati mille volte. In termini coerenti alla dottrina di lui e nostra, non è un uomo che fa una rivoluzione, una teoria, o un partito, e li distingue col suo nome. Fu tuttavia Lenin tanto perspicuo nostro maestro che proprio a lui non pensiamo, quando scriviamo di attori della storia!

I giovani comunisti di quella generazione videro però, con Lenin e al lavoro con lui, e nello stesso rapporto di lui con la teoria, il partito e la rivoluzione, numerosi compagni di Russia e fidarono nel partito vero e grande dei Lenin, Trotsky, Radek, Bucharin, Zinoviev, Kamenev e tanti, tanti altri.

Credettero, non perché fosse Lenin vivente, quel partito monolitico e – ingenuamente – eterno. E lavorarono convinti di farlo mondiale.

Ma al V congresso di Mosca, nella estate 1924, – e non in quanto si ponesse il problema idiota: chi va al posto di Lenin? – si seppe che il partito monolitico era diviso, e quel gruppo di compagni, che sognammo «intercambiabili»  a piacere come pezzi della macchina per la rivoluzione nel mondo, non era più lì a darci una risposta concorde. L’uomo più significativo, Leone Trotsky, dal congresso del partito russo taceva; era assente dal congresso mondiale.

Allora cominciò a circolare la parola del Termidoro futuro, e si fece dai filistei largo uso della frase fatta: Lo sapevamo bene, le rivoluzioni divorano i loro uomini. Per l’ideologo borghese e mezzo borghese (peggio) vanno insieme queste tesi: Le rivoluzioni sono il fatto di un uomo, sono generate dalla apparizione di un uomo. Questa figlia si nutre poi della carne del suo genitore.

Ma uno solo era stato fino allora divorato dalla rivoluzione; Lenin proprio, e non nel senso dei giacobini della Francia 1793: «bisogna ghigliottinare per non essere ghigliottinati». Aveva tanto donato delle sue qualità di eccezione alla causa di cui era milite, che bruciò troppo presto, quella macchina meravigliosa. Non lo travolse un Termidoro!

Nella sua visione, il nostro Terrore nato in Russia non sarebbe stato spento da una controrivoluzione russa, ma doveva guadagnare tutti i paesi fuori di Russia alla Dittatura. Lo credemmo colla stessa certezza con la quale rifiutammo il discorso dei nemici e dei traditori: Dittatura significa un Dittatore; e il vostro è dato dal nome più noto: Lenin, il nuovo Zar!

La storia corrente considera come svolto della rivoluzione francese il 27 luglio del 1794 (nel calendario rivoluzionario,  10 termidoro anno IV) perché Robespierre, che fino allora aveva col Comitato di salute pubblica condotto il Terrore, vi fu ghigliottinato dagli avversari di destra, senza che il popolo dei sanculotti di Parigi si levasse in armi. Il terrore cambierà di mano, e la controrivoluzione sboccherà nel consolato di Bonaparte e nell’Impero…

Devono forse tutte le rivoluzioni avere una stessa, oggi direbbero, regia? Ed era la rivoluzione russa della stessa «specie» di quella francese? Bisognava rispondere a queste domande per prevedere un termidoro russo.

* * *

Nel mondo degenerante di oggi si va perdendo la sana distinzione fra il modo borghese di presentare la storia e quello proletario e marxista. Non passiamo ancora al secondo. Fino, possiamo dire, alla fine del secolo scorso la corrente opinione si domandava ancora, o appena aveva cessato di domandarsi, se la Rivoluzione  francese era stata giusta o no, se aveva o no fatto bene a levare picche e ghigliottine e a versare tanto sangue, se Napoleone la aveva punita, e se avevano fatto bene i restauratori e se avevano punito Napoleone, o la rivoluzione, o tutti e due. Poca strada è stata fatta in più di altro mezzo secolo, se ancora oggi il novantanove per cento dei commentatori sono tanto intrigati nello spiegare il senso della «caduta» di Krusciov e nel dire se era un buon compare, o un dittatore truculento e da «termidorizzare». E se lo sarà nel seguito. Gente che così giudica sarebbe appena scusabile se si dichiarasse convinta  che c’è il Padre eterno a regolare la storia, o che un senso morale innato decide di essa ed in essa. Oggi, digerito più di mezzo secolo dopo quello illuminato, siamo al punto barbino che, se prendiamo un politico di estrema destra e uno di estrema sinistra, potremo trovarli fieramente avversi, ma in sostanza tutti e due finiranno con l’ammettere: Iddio? beh, certamente, decide lui – la morale generale? certo, è alla sua luce che si legge la storia…

Comunque abbiamo voluto dire che all’altezza del 1900 (Marx aveva parlato e scritto da più di mezzo secolo) ogni benpensante ne aveva tanto da dire con sicumera; ghigliottina o non ghigliottina, testa di Capeto o di Massimiliano, corona o arsenico per Napoleone il grande, tutto è andato per il meglio, perché quale altra via esisteva per avere la civiltà moderna, le macchine, la tecnica in progresso, la cultura, eccetera eccetera?

Allora la sentenza di Dio o della Storia restava sospesa, sul Terrore e sulle Dittature, o quanto meno non poteva servire con sicurezza a condannare qualunque guerra civile, qualunque dittatura.

Sono passati tutti questi 64 anni ed è scorsa sotto i ponti tanta altra civiltà, progresso tecnico, e scientifico; ma in effetti abbiamo rinculato in maniera paurosa: il bigottismo è cento volte maggiore. Nessuno sa se Nikita è stato oggetto di una piramidale canagliata, o se era lui un farabutto, un tirannello narcisista degno di pedate al cospetto del mondo.

Dato che, giusta il luogo comune scolastico, la storia è maestra della vita, nel senso banale che snocciola repertori obbligati, il filisteo del 1924 non aspettava solo il Termidoro russo, ma anche il bonapartismo. La figura del Napoleone pareva bella e pronta; quella di Trotsky, condottiero dell’esercito rivoluzionario che aveva schiantate tutte le coalizioni, uomo ricco a dovizia di tutte le qualità brillanti, fiammeggiante nella figura come l’aquila nei quadri del David tra le aurore di gloria dell’ottocento. Anche di questa specie di farisei ridemmo sicuri; Leone non cedeva di un passo a Vladimiro nel rispetto del partito e della sua dottrina, nel posporvi ogni personalità, e prima la propria, che per altra via lasciò disperdere in uno squallido esilio, non perché gli facesse paura un’avventura da dramma storico, ma per coerenza ai principi di tutti e alla causa della grande rivoluzione. Né l’uno né l’altro, né quanti furono degni di militare per le stesse mete storiche, erano attori, scesi a recitare sui palcoscenici della storia politica; davanti alla platea  rigurgitante di resocontisti prezzolati e di critici incretiniti.

* * *

Ben altra chiave il nostro partito storico – quello sì eterno e non riducibile dalle tempeste a pause di silenzio – possiede per leggere gli eventi umani.

Il determinismo marxista mostra alla base delle lotte politiche e della rivoluzione che ne seguono le tappe cruciali, il conflitto tra le classi destato dai fattori economici, e la sostituzione del potere di una classe a quello di un’altra. Ogni classe rivoluzionaria ed ogni tipo sociale di classe elabora nella lotta e fra i fumi della battaglia  una sua ideologia e sembra gettarla contro quella della classe precedente. Se quindi nella visione nostra della storia ogni rivoluzione  ha ragione, non sarebbe esatto dire che ogni ideologia rivoluzionaria è giusta e ha valore definitivo rispetto al passato e per il futuro.

Come di norma, parlino i nostri testi di base, e la immortale prefazione alla Critica della economia politica, di Marx. Se vogliamo parlare di rivoluzione in generale, non dimentichiamo: «Esaminando tali rivoluzioni, bisogna distinguere tra la rivoluzione materiale nelle condizioni della produzione economica, constatabile con precisione scientifica, e le forme giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini divengono consapevoli del conflitto e lo combattono. Così come non si giudica un uomo secondo ciò che egli pensa di essere, non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di se stesse, anzi si deve dichiarare (dedurre e spiegare) questa coscienza dalle contraddizioni della vita materiale e dal conflitto esistente tra le forze produttive sociali e i rapporti di produzione».

Prendiamo il filisteo corrente fine 1900. Egli è giunto a vedere che la rivoluzione del 1789 doveva usare dittatura e terrore, ma le dà questo diritto solo in quanto era l’ultima a fruirne. Tra questi filistei, ogni Kautsky, ogni socialdemocratico di quelli a cui Lenin tolse il diritto di blaterare, e quindi ogni moderno opportunista che insozza l’aggettivo di leninista, cadono nello stesso errore di non aver ancora capito quanto Marx scrisse nel 1859 (e dire che si definiscono, gli ultimi detti, aggiornatori e arricchitori di un marxismo superato e passatista rispetto alle posteriori esperienze!). Essi infatti giudicano la rivoluzione francese secondo la coscienza che si formò di se stessa. Nei suoi teorici della filosofia enciclopedista ed illuminista, e nei suoi capi parlamentari, essa annunziò di avere attuata la totale liberazione dell’uomo dalla ingiustizia e dal privilegio: ogni altro progresso sarebbe stato pacifico, e affidato all’arma della democrazia. Il marxismo nello scoprire come si leggono le rivoluzioni nella storia, scoprì che quella borghese aveva eretta una nuova classe dominante e un’oppressione peggiore delle antiche: il salariato. Il passo celebre conclude: «i rapporti borghesi di produzione sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale… Con questa formazione sociale si conclude, quindi, la preistoria della società umana». Marx e Lenin rivendicarono che questa era la scoperta della ineluttabilità di una nuova rivoluzione, nuova lotta armata e nuova dittatura  in tutti i paesi.

Oggi quelli che si dicono il partito di Lenin annunziano che la sua fu nel tempo e nello spazio l’ultima dittatura. Che dissero di diverso i puri borghesi che gli gridarono di essere un despota sanguinario?

* * *

Secondo la nostra scuola si può tentare il confronto fra le rivoluzioni del 1789 e del 1917. Si potrebbe dire che furono diverse radicalmente: quella la prima dittatura borghese, questa la prima proletaria…

Tuttavia partirono dalla esplosione dello stesso regime: quello feudale. La rivoluzione russa fu una rivoluzione doppia; è noto. Ma la borghesia non tenne il potere, debole potere, che da febbraio a ottobre.

Noi non abbiamo mai negato talune analogie  fra le due rivoluzioni tanto lontane nel tempo tra loro. In entrambe lottavano tre classi e non due. In recenti ricerche del nostro movimento attuale abbiamo, nella «questione militare», descritto un proletariato, sia pure embrionale, in lotta nella rivoluzione di Francia. Tanto è vero nel marxismo classico. Vediamo Engels, nell’ Antiduhring. Totale è la collimazione nel metodo, tra il 1859 e il 1878. E’ descritto il naufragio della ideologia razionalista, pure citando Rousseau cui Marx ed Engels dettero grande stima, come dialettico. «Il Contratto Sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nell’epoca del Terrore, da cui la Borghesia smarrita e non comprendendo più nulla delle sue attitudini politiche si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio e poi sotto la protezione del dispotismo napoleonico». Segue uno scorcio potente dell’economia sociale borghese più crudele della feudale verso gli oppressi. Più oltre: «Le masse proletarie di Parigi al tempo del Terrore potettero impadronirsi per un momento del potere, ma con ciò poterono solamente dimostrare che il loro dominio era impossibile allora».

Engels si complimenta con il grande utopista Saint Simon, altro maestro di dialettica innata, per aver saputo concepire la rivoluzione francese «come una lotta di classe tra nobiltà borghesia e proletariato, il che era nell’anno 1802 una scoperta assai geniale».

Lenin stesso legherà alle lezioni della rivoluzione francese ed al compito delle masse in essa la sua prospettiva della rivoluzione russa e mondiale nel lavoro sull’ Estremismo. Quando egli sottolinea la primaria importanza di una valida teoria rivoluzionaria, ricorda che la giustezza di questa – il marxismo – «fu provata dalla esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono».

La rivoluzione francese nel suo concetto fu un primo banco di prova della dinamica delle grandi masse. Ben sapeva  quanto Engels aveva detto del proletariato di Parigi nel Terrore, e molte volte egli e Trotsky lo ricorderanno. Ma chi rappresentava il proletariato, in questo fugace afferrare il potere? Forse lo stesso Robespierre, nella sua lotta contro la destra girondina borghese e piccolo borghese. Eppure la stessa Convenzione represse i moti popolari precedenti la congiura comunista di Babeuf. Ciò spiega la passività proletaria al Termidoro? Certo Roberspierre nei suoi travolgenti discorsi era giunto a dire: «Le rivoluzioni succedutesi negli ultimi tre anni han fatto tutto per le altre classi di cittadini, quasi nulla per la più necessaria, per i cittadini proletari non aventi altra proprietà che il lavoro. La feudalità è scomparsa, ma non a vantaggio loro, poiché nelle campagne affrancate non possiedono nulla… E’ stata istituita la eguaglianza civile, ma ad essi mancano l’istruzione e l’educazione…».

Per una chiara analogia con la Russia del XX secolo la Francia giacobina era flagellata dalle spedizioni militari delle potenze estere coalizzate, tra cui la borghese Inghilterra, timorosa di un giacobinismo di sinistra e proletario. Robespierre nella lotta contro gli agenti stranieri costruisce il grande mito popolare della Patria delle patrie, che tuttavia i borghesi non hanno fondata, ma usurpata dalla monarchia ereditaria. Riluttante dapprima ad ogni guerra di popoli, e dopo la dichiarazione contro ogni guerra di conquista territoriale, egli trova nel furore della difesa il lievito della forza della rivoluzione che attinge incredibili vittorie contro un mondo di nemici.

Anche la rivoluzione di Russia condusse una lotta parimenti feroce e non meno gloriosamente vittoriosa. Ma, sulla grandiosa linea di Lenin, non ne trasse la esaltazione di una patria, sia pure proletaria e rossa. La consegna di Lenin fu e resta l’ Internazionale, la guerra civile antiborghese in Europa e dovunque.

Tutte le crisi che il regime russo ha traversate da quel 1924 in poi non vanno lette come cambi della guardia e sinistre trame di palazzo, come piace di fare al conformismo pennaiolo del mondo.

La rivoluzione russa, fermatasi come rivoluzione proletaria e svoltasi sotto nome mentito come rivoluzione borghese, che come quella francese aveva utilizzato la potenza delle masse in armi di formazioni civili e militari, ha subito un rovescio storico più grave di ogni Termidoro e di ogni Restaurazione.

Il marxismo rivoluzionario non è morto, e legge ancora la storia per antagonismi di classi avversarie e non per protagonisti che recitano sulle poltrone ai vertici. La economia capitalista nel corso di pochi decenni da Waterloo guadagnò il mondo, e prima della fine del secolo la stessa Russia.

La economia proletaria aveva bisogno della Dittature europea e poi mondiale. Nel 1926 si ebbe lo svolto cruciale, quando Mosca dichiarò che rinunziava alla Dittatura comunista internazionale. Il grande attore di scena fu Stalin, e prevalse su generosi lottatori; Trotsky, Zinoviev, Kamenev, in disperata difesa delle posizioni del morto Lenin e della immortale teoria rivoluzionaria.

La storia delle persone racconti pure come diversamente andarono ad essere assassinati, come degno di loro finì Bucharin, in quella giornata palafreniere di Stalin, quanto poco dica che Zinoviev e Kamenev, primi, già nel 1924 avevano dato l’ostracismo al grande campione della Internazionale, Leone.

La rivoluzione francese era caduta senza uccidere il suo Mito, la Patria, in cui Robespierre credeva come un bambino, quanto nella Virtù, che identificava, lui l’incorruttibile dei sanculotti, col Terrore stesso, sui traditori, sui venduti.

La svolta di Stalin vale come se Cambronne, invece di lanciare sul viso dei vincitori il fatidico grido, avesse urlato: Guardia, calate le brache!

Era la vittoria regalata all’antagonista storico della Dittatura, il Capitale di Occidente. Che non se la lascerà strappare dalle follie napoleoniche di Baffone.

Per i pettegoli della storia quella chiave non apre la spiegazione ai cambi delle scene tra gli Stalin, i Beria, i Malenkov, i Krusciov, i Breznev e la futura teoria di marionette.

Per noi non occorre di più.  Quanto ripete sempre più aperto la Pravda di questi giorni, è corollario di una premessa che leggemmo chiara tra il 1924 e il 1926.

Stato di tutto il popolo dopo la fine della dittatura proletaria. Merda! Ecco non un sinonimo ma un omonimo della democrazia.

Massimo interessamento di ognuno al rendimento del lavoro. Ecco il sinonimo della proprietà privata sfruttatrice, alienazione dell’uomo.

Così imparammo a dichiarare la coscienza che una società ha di se stessa.

Il filisteismo borghese si avventa sul Congo

L’oscena incanata con la quale la stampa borghese internazionale, laburista e socialdemocratica, filo-americana e filo-cattolica, ha salutato l’impresa mercenaria dei paracadutisti belgi partiti dall’isola dell’Ascensione con la connivenza del governo inglese e lanciati su Stanleyville il mattino del 24 novembre per schiacciare ogni fremito d’indipendenza nel Congo, è degna di un regime sociale come quello capitalistico giunto alla sua fase di estrema decomposizione. Tutto ritorna qui a galla: il razzismo, l’ipocrisia dei «civilizzatori» verso «barbari», il bigottismo, la sufficienza dei ricchi verso i poveri, il tutto condito con la spudoratezza dell’«Occidente civile» in genere, USA in testa, già urlanti contro Ciombe [Tschombé] ed ora osannanti a lui (salvo a farsi lo sgambetto l’un l’altro come pare che la Francia di De Gaulle voglia fare al Belgio di Spaak), e con le platoniche dichiarazioni di «solidarietà» coi «ribelli», di Mosca, Pechino e Botteghe Oscure.

Ad esse si affianca la vigliaccheria dei capi degli stati africani sedicenti indipendenti. La protesta dell’imperatore d’Etiopia, del re del Marocco, e dei vari presidenti in sedicesimo del Ghana o della Tunisia, dell’Algeria o dell’Egitto, non può e non potrà nascondere i fatti nella loro verità nuda e cruda. E i fatti insegnano, ancora una volta, che come l’imperialismo ha potuto impunemente massacrare Lumumba all’insegna delle Nazioni Unite, così l’imperialismo può oggi massacrare i lumumbisti di Stanleyville, «malgrado» le platoniche proteste degli Hailé Selassié, Nasser, Bourghiba, e Ben Bella. I fatti insegnano che come il governo razzista del Sud Africa può rinchiudere i proletari negri nei campi di concentramento malgrado le proteste del Papa, della regina d’Inghilterra, così l’imperialismo può massacrare impunemente nell’Angola e nel Camerun, «malgrado le commissioni d’inchiesta» dell’ONU.

Il Camerun e l’Angola sono situati a nord-ovest e a sud-est del Congo. Tutta questa immensa regione è una sola polveriera. Che cosa hanno fatto, che cosa fanno i governi sedicenti indipendenti dell’Africa per venire in aiuto agli insorti di queste regioni? Di che cosa sono capaci, i capi del Kenya, del Sudan (direttamente confinante con la regione di Stanleyville e di Aketi), dell’Algeria, dell’Egitto? Da dove parte, e dove si ferma, il loro antimperialismo? A che cosa è servita la «eroica» decisione del governo egiziano di dirottare dal Cairo l’aereo di Ciombe, dal momento che Ciombe fa impunemente massacrare i lumumbisti congolesi, con l’aiuto del Belgio e dell’Inghilterra? Dal fatto che decine di Stati africani sedicenti indipendenti accolgono post festum, con una platonica protesta, l’intervento anglo-belga nel Congo, scaturisce una sola conclusione: il continente africano non è affatto indipendente; l’imperialismo ha balcanizzato l’Africa, come ha balcanizzato il Congo, per meglio dominarla.

* * *

La giustificazione avanzata dal governo belga e dal socialdemocratico Spaak, secondo la quale i paracadutisti belgi sono intervenuti per salvare gli ostaggi bianchi dal massacro, nella sua infamia non è nuova. Ma nuova, sorprendente, e ancora più infame, è l’argomentazione con cui il governo russo e la stampa sedicente comunista (ad esempio «L’Unità») sostengono la loro «protesta», e secondo cui sarebbe falso che i lumumbisti di Stanleyville fossero disposti a liquidare gli ostaggi bianchi.

Agli uni e agli altri noi rispondiamo con le parole che Carlo Marx, a nome del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, buttò sul viso della borghesia europea, esultante per il massacro dei Comunardi parigini, il 30 Maggio 1871:
«Ma l’eccidio dei sessantaquattro ostaggi, fra i quali l’arcivescovo di Parigi, per opera della Comune! La borghesia ed il suo esercito avevano introdotto, nel giugno 1848, una consuetudine, da molto tempo abbandonata da ogni condotta di guerra: l’uccisione degli ostaggi inermi. Quest’uso brutale è stato d’allora in poi rimesso in vigore più o meno in ogni repressione di sommosse popolari in Europa e nelle Indie; con la qual cosa si volle provare che si trattava di un vero ‹progresso della civiltà›. D’altro canto, i Prussiani avevano richiamato in onore in Francia l’uso di prendere per ostaggi degli innocenti, che con la propria vita offrivano loro una garanzia rispetto alla condotta di altri. Quando Thiers ebbe rimesso in vigore, fin dal principio della lotta, l’umanitaria consuetudine di fucilare i prigionieri comunisti, per difendere la vita di questi prigionieri alla Comune non rimaneva che rifugiarsi nella consuetudine prussiana di far degli ostaggi. La vita degli ostaggi però era compromessa più che mai dall’incessante massacro dei prigionieri da parte dei Versagliesi. Come si poteva risparmiarli ancora più a lungo dopo il bagno di sangue col quale i pretoriani di Mac-Mahon celebrarono il loro ingresso in Parigi? Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?» (Karl Marx, «Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori sulla Guerra civile in Francia», 30 maggio 1871).

Da quando Marx scrisse queste parole, la «civiltà» borghese ha compiuto indubbiamente molti «progressi». Non solo la consuetudine prussiana di fucilare i prigionieri è stata adottata nel corso della seconda guerra imperialista da tutti gli eserciti, inglesi e russi, americani e tedeschi, ma il massacro indiscriminato è stato esteso a tutte le popolazioni civili, e la civiltà borghese ha difeso se stessa e i suoi sacri valori atomizzando e bombardando milioni di donne e di bambini.

E dopo tutto ciò, gli imperialisti belgi e inglesi si velano il viso per l’orrore di fronte ai cinquanta ostaggi fucilati dai lumumbisti di Stanleyville, mentre i dirigenti del Cremlino, e i loro accoliti si appellano alla pirateria internazionale dell’ONU, e giustificano gli insorti congolesi affermando che non era loro intenzione uccidere gli ostaggi?!?

Sulle «intenzioni» dei lumumbisti congolesi nessuno ha il diritto di pronunciarsi, né Kossygin, né Spaak, né l’ONU: nessuno ad eccezione di loro stessi. Quanto al resto, ebbene, signori, nel Congo la guerra divampa da quattro anni, da quattro anni almeno nel Congo i mercenari dell’imperialismo belga e del governo fantoccio Ciombe assassinano ostaggi e prigionieri militari e civili, donne e bambini. L’esercito lumumbista aveva tutto il diritto, se di diritto si vuol parlare, di applicare le stesse misure adottate dai suoi nemici.

Con Carlo Marx, quasi cent’anni dopo la Comune di Parigi, noi domandiamo. «Anche l’ultimo contrappeso alla barbarie insolente dei governi borghesi – la pena degli ostaggi – doveva diventare una semplice burla?»

[RG-39] Tesis sobre la cuestión china Pt.1

Después de 1960, año en el que los 81 partidos autodenominados comunistas (incluido el de Mao) manifestaron su unanimidad sobre el programa del oportunismo jruschovista, se produjo una división de facto entre Pekín y Moscú. Como aparece en varios textos analizados por nosotros, China presenta su propia variante nacional del estalinismo: pero, a diferencia de otros “socialismos nacionales” de calco árabe, cubano o yugoslavo, el “socialismo chino” pretende ajustar cuentas con la Rusia burguesa, para mantenerse como defensor del marxismo y para reconstruir las filas del proletariado mundial bajo su propia égida. Es esta afirmación, más que los inevitables antagonismos entre el Estado ruso y el Estado chino, la que exige nuestra respuesta: porque ni la práctica social ni la ideología política oficial de los dirigentes de Pekín están orientadas al triunfo del programa comunista.

1. Naturaleza y perspectivas de las revoluciones de Oriente

1) En China, como en otros países atrasados de África y Asia, las dos guerras mundiales llevaron hasta el punto de ruptura las contradicciones entre el desarrollo de las fuerzas productivas y las antiguas relaciones de producción heredadas del régimen patriarcal. Durante un largo período, se sucedieron insurrecciones nacionales y revueltas agrarias, confirmando las predicciones formuladas por el marxismo desde principios del siglo XX. Así, a pesar de las repetidas derrotas del proletariado en las metrópolis europeas, la explosión de movimientos nacionales en Oriente dio testimonio de la fuerza revolucionaria de los antagonismos acumulados por el sistema capitalista.

Pero, como lo demuestra hoy [1964, ndr] el creciente retraso de los países atrasados con respecto al desarrollo económico de sus antiguas metrópolis, estas contradicciones no podían resolverse dentro de un marco nacional y en la forma de un “progreso burgués”: son producto del capitalismo mundial, de su desarrollo desigual, de la acumulación de toda la riqueza en un puñado de Estados super-industrializados. Es precisamente en estos términos que la Internacional Comunista, desde su Manifiesto al proletariado de todo el mundo, del 6 de marzo de 1919, planteó la “cuestión colonial”: «La última guerra, que fue también una guerra contra las colonias, fue al mismo tiempo una guerra con ayuda de las colonias (…) El programa de Wilson “libertad de los mares”, “Sociedad de Naciones”, “internacionalización de las colonias”, no apunta a nada más, en la interpretación más favorable, que cambiar la etiqueta de la esclavitud colonial. La liberación de las colonias sólo es posible al mismo tiempo que la liberación de la clase obrera en las metrópolis». Esta última fue derrotada y luego esclavizada por la ideología burguesa y pacifista; pero, contra todos los profetas de la “paz social” y de la “coexistencia pacífica”, debe sacar de las revoluciones de Oriente esta lección y esta certeza: la violencia es siempre la única partera de la historia.

2) Cualquiera que haya sido la opresión del imperialismo extranjero en China, la naturaleza de los antagonismos económicos y sociales que desató allí no podía por sí sola hacer de su revolución una revolución “anti-capitalista”. El marxismo siempre ha denunciado esta ilusión del “socialismo” pequeño-burgués, que también fue la de los populistas rusos y que hoy es explotada por el “extremismo” de Mao. Lenin dijo de los populistas rusos: “Les gusta recitar frases ‘socialistas’, pero ningún obrero consciente puede ser engañado en cuanto al significado de esas frases. En realidad, ningún “derecho a la tierra”, ninguna “distribución igualitaria de la tierra”, ninguna “socialización” contiene una gota de socialismo. Esto debe ser comprendido por todos aquellos que saben que la producción de mercancías, el dominio del mercado, del dinero y del capital no se rompen, sino que, por el contrario, se desarrollan más ampliamente por la abolición de la propiedad privada y por una nueva distribución de la tierra, «aunque fuera la más «justa»» («los partidos políticos en Rusia», 1912).

La liberación del campesino de las limitaciones de la economía natural, el desarrollo de una industria “moderna”, la utilización de los recursos de fuerza de trabajo y capital proporcionados por una agricultura “moderna”, la creación de un mercado nacional y, para coronar todo esto, la exaltación de la “unidad nacional”, de una “cultura nacional” y de todos los atributos “modernos” del poder estatal, nunca han sido ni pueden ser otra cosa que el programa de la acumulación de capital.

3) Sin embargo, lejos de limitarse, en un movimiento revolucionario burgués, a la reivindicación formal del Estado nacional y de la democracia política, el marxismo determina del modo más riguroso el papel de las clases sociales en toda revolución. La aparición de un proletariado industrial en China, como en la Rusia zarista o en Europa en 1848, significó para los comunistas la necesidad de una organización de clase que explotara la crisis del régimen pre-burgués para sus propios fines políticos. Tal es la línea del Manifiesto del Partido Comunista (1848) y de la Revolución de Octubre, una línea que Marx definió con el nombre de “revolución permanente”.

En el Segundo Congreso de la Internacional Comunista (1920), Roy subrayó la importancia de esta perspectiva de lucha independiente y continua para el proletariado de los países coloniales: «La dominación extranjera obstaculiza constantemente el libre desarrollo de la vida social; por lo tanto, el primer paso de la revolución [en las colonias] debe ser el derrocamiento de esta dominación. Apoyar la lucha por el derrocamiento de la dominación extranjera no significa suscribir las aspiraciones nacionales de la burguesía indígena, sino abrir el camino al proletariado de las colonias hacia su liberación (…) En su primera etapa, la revolución en las colonias no será una revolución comunista, pero si una vanguardia comunista toma la delantera desde el principio, las masas revolucionarias se pondrán en el camino correcto y alcanzarán la meta final a través de una conquista gradual de experiencias revolucionarias» (“Tesis integradoras sobre la revolución comunista”). “Cuestión nacional y colonial”, 28 de julio de 1920).

Al encerrar al proletariado chino, desde el comienzo mismo de la revolución, en el “bloque de las cuatro clases” – la fórmula política de la actual “democracia popular”-, el partido de Mao marcó la ruptura de todo el atrasado Oriente con la táctica gloriosamente ilustrada por el Bolchevismo ruso.

4) Desde el punto de vista de una victoria definitiva del comunismo, el carácter “permanente” del proceso revolucionario, que debía entregar el poder al proletariado de los países atrasados, tenía sentido sólo si la revolución proletaria lograba extenderse a las metrópolis del capital. Rusia, decía Marx en el segundo prefacio a la edición rusa del “Manifiesto del Partido Comunista”, podrá evitar la dolorosa fase de la acumulación capitalista sólo «si la revolución rusa se convierte en la señal para una revolución proletaria en Occidente, de modo que dos revoluciones se complementen entre sí». La Internacional de Lenin no sólo adoptó esta perspectiva para la Rusia soviética, sino que la extendió a toda Asia. Como recordaban las “Tesis del Congreso de los Pueblos de Oriente”, celebrado en Bakú en 1920, «sólo el triunfo completo de la revolución social y el establecimiento de una economía comunista mundial pueden liberar a los campesinos del Oriente de la ruina, de la miseria y de la explotación. Por eso no tienen otro camino para emanciparse que aliarse con los obreros revolucionarios de Occidente, con sus repúblicas soviéticas, y al mismo tiempo luchar contra los capitalistas extranjeros y sus propios déspotas (los terratenientes y la burguesía) hasta la victoria completa sobre la burguesía mundial y el establecimiento definitivo del régimen comunista».

Es bien sabido cómo el estalinismo derribó esta tesis, haciendo de los éxitos económicos o diplomáticos de Rusia el criterio universal del progreso del comunismo. Pekín está yendo hasta el final por el camino de la negación: en lugar de indicar la victoria del proletariado occidental como la única perspectiva para la emancipación social de Oriente, hace depender la causa del proletariado internacional del resultado de los movimientos nacionales burgueses en África y Asia.

5) Frente a la teoría estalinista de la “construcción del socialismo en la URSS”, y las extensiones tácticas que la Internacional degenerada le dio en China, Trotsky tuvo el mérito histórico de defender la visión integral del proceso revolucionario desatado por la Primera Guerra Mundial y la Revolución de Octubre. Así, en sus Tesis sobre la revolución permanente de 1929, declaró: «La revolución socialista no puede realizarse dentro de límites nacionales. Una de las causas esenciales de la crisis de la sociedad burguesa deriva del hecho de que las fuerzas productivas creadas por ella tienden a desbordar el marco del Estado nacional. De ahí las guerras imperialistas por un lado y la utopía de los Estados Unidos de Europa por otro. La revolución socialista comienza en el nivel nacional, se desarrolla en el ámbito internacional y se completa en el ámbito mundial».

La teoría de la revolución permanente se aplica, pues, a todo Estado aislado de dictadura proletaria, tanto si sus estructuras económicas están maduras para ciertas transformaciones socialistas como si todavía están muy atrasadas: la Rusia estalinista no podía reivindicar el privilegio nacional de “construir el socialismo” dentro de sus fronteras, más de lo que pudo hacer la Alemania de Hitler. Pero, por otra parte, insistió Trotsky, «el esquema de desarrollo de la revolución mundial elimina la cuestión de los países “maduros” o “no maduros” para el socialismo, según la clasificación rígida y pedante que hace el actual programa [1929] que la Internacional Comunista ha establecido. En la medida en que el capitalismo ha creado el mercado mundial, la división mundial del trabajo y las fuerzas productivas mundiales, ha preparado toda la economía mundial para la reconstrucción socialista»

2. Democracia y proletariado: la cuestión nacional

6) Al instaurar la dictadura del proletariado en un país pequeño-burgués que no conocía ni el régimen parlamentario ni el capitalismo desarrollado, los bolcheviques rusos dieron una refutación mortal al reformismo de la Segunda Internacional, que hacía de la democracia y de sus “progresos” una condición absoluta del “paso” al socialismo. Medio siglo después, no nos conformamos con ver las reformas constitucionales y los métodos democráticos como el camino principal hacia el socialismo; el propio socialismo es definido por los renegados en términos burgueses de “democracia popular” o “Estado de todo el pueblo”. Los que destruyeron la Internacional de Lenin ahora sólo tienen una consigna y una confesión: independencia de los distintos partidos “comunistas”, no intervención en los asuntos internos de los partidos “nacionales”.

Para explicar el fracaso de la Segunda Internacional, el Manifiesto de 1919 declaraba: «en aquel período [entre los siglos XIX y XX] el centro de gravedad del movimiento obrero descansaba enteramente en el terreno nacional, en el marco de los Estados nacionales, sobre la base de la industria nacional, en el ámbito del parlamentarismo nacional». Negamos que tal final fuera inevitable para la Tercera Internacional. El capitalismo mundial y las guerras imperialistas habían desplazado precisamente este “centro de gravedad” a la arena internacional, no sólo para los países capitalistas avanzados, sino también para los países oprimidos donde la cuestión nacional y colonial se planteaba en toda su amplitud.

7) La “cuestión nacional” sólo puede plantearse como cuestión específica del movimiento proletario en la fase revolucionaria del capitalismo, cuando la burguesía lanza un asalto al poder para completar su obra de transformación económica y social. Sin embargo, en una fase del capitalismo ya maduro, todo “programa nacional” de un partido obrero que reivindique el perfeccionamiento del sistema representativo del Estado burgués o de su base económica constituye un programa de colaboración de clases y de “defensa de la patria”. Precisamente por esta razón el marxismo siempre ha delimitado estrictamente por áreas geográficas, estas dos fases sucesivas del capitalismo. «En la Europa occidental continental, la época de las revoluciones democrático-burguesas abarca un período de tiempo bastante preciso, que va aproximadamente de 1789 a 1871 – afirmó Lenin – Es la época de los levantamientos nacionales y de la creación de los Estados nacionales. Al final de este período, Europa occidental se había transformado en un sistema de Estados burgueses, de Estados nacionales generalmente homogéneos. Buscar el derecho a la autodeterminación en los programas de los socialistas de Europa occidental hoy en día es no conocer el ABC del marxismo». Y otra vez: «En Europa oriental y en Asia, la era de las revoluciones democrático-burguesas comenzó sólo en 1905. Las revoluciones en Rusia, en Persia, en Turquía, en China, las guerras en los Balcanes, esta es la cadena de acontecimientos mundiales de nuestra época en nuestro Oriente» (“Sobre el derecho de autodeterminación de las naciones”, 1914).

Hoy, esta fase ha concluido igualmente para toda el área afroasiática: en todas partes, al final de la Segunda Guerra Mundial, se han establecido Estados nacionales más o menos “independientes”, más o menos “populares”, que promueven de manera más o menos “radical” la acumulación de capital. Sólo por esta razón, el “extremismo” chino ya no puede presentarse como la teoría de un movimiento nacional revolucionario, sino como una ideología oficial de un Estado burgués establecido, como un programa de colaboración de clases, con todo lo que ello conlleva en términos de frases «socialistas».

8) Ni siquiera en la fase de las revoluciones democrático-burguesas pueden los comunistas erigir la “cuestión nacional” en un fetiche, colocando su solución por encima de los intereses de clase y de su propia lucha. El proletariado revolucionario no debe olvidar que su tarea histórica es destruir el Estado burgués y las relaciones capitalistas de producción para establecer una sociedad en la que desaparezcan las clases y con ellas las diferencias entre los Estados y las propias naciones.

En su desarrollo, el capitalismo rompe las fronteras nacionales, que son superadas por sus mercancías y sus ejércitos: destructor de las relaciones de propiedad, destroza las entidades nacionales e impone sus formas de dominación mundial tanto a los países más avanzados como a los pueblos oprimidos. Por tanto, los comunistas no pueden esperar que el capital cree una “sociedad de naciones” armoniosa en la que las relaciones entre los Estados se regulen de acuerdo con el “derecho de las naciones”.

En cambio, se les permitió esperar que el derrocamiento del capitalismo mundial evitara al Oriente la fase de la acumulación capitalista y de la constitución en Estados nacionales burgueses. «No sabemos – volvió a decir Lenin – si Asia será capaz de formar un sistema de Estados nacionales independientes, siguiendo el modelo de Europa, antes de la bancarrota del capitalismo. Pero una cosa es indiscutible: al despertar a Asia, el capitalismo ha suscitado también allí levantamientos nacionales; que éstos tienden a constituir Estados nacionales; que estos Estados garanticen al capitalismo las mejores condiciones para su desarrollo».

9) La Tercera Internacional había esbozado las diversas posibilidades para el desarrollo de la revolución mundial:
     – victoria simultánea del proletariado en Occidente y en Oriente;
     – la victoria del proletariado en las metrópolis y la independencia de las colonias bajo el gobierno de la burguesía nacional;
     – victoria del proletariado en las colonias y retraso de la revolución comunista en Europa.

Pero no consideraba la victoria de un bloque de clases como una perspectiva revolucionaria duradera, a la que el proletariado de los países atrasados pudiera vincular su destino. En todo caso, las Tesis del Segundo Congreso de la Internacional Comunista, que Roy había dedicado particularmente a China y a la India, insistían en la necesidad de que el proletariado se separara de la burguesía “nacional”: «Existen [en los países oprimidos] dos movimientos que cada día son más divergentes. El primero es el movimiento nacionalista democrático-burgués, cuyo programa es la independencia política en el marco del orden burgués; el segundo es el de los campesinos y obreros pobres y atrasados que luchan por su liberación de todo tipo de explotación. El primer movimiento intenta, a menudo con éxito, controlar al segundo; pero la Internacional Comunista debe luchar contra ese control y promover el desarrollo de la conciencia de clase entre las masas obreras de las colonias» (“Tesis suplementarias sobre la cuestión nacional y colonial”, 1920).

10) La historia del movimiento obrero en China y la tradición política del Partido Comunista Chino son la negación de esta exigencia de la Internacional. Al unirse al Kuomintang, desde 1924 el joven Partido Comunista Chino había dado su apoyo a los “tres principios del pueblo”, la versión asiática de las fórmulas de Lincoln (“un gobierno del pueblo, por el pueblo y para el pueblo”) y de la revolución burguesa francesa (“libertad, igualdad, fraternidad”). Como demostró Trotsky, la fusión del PCCh y el Partido Nacionalista no tenía nada que ver con la táctica de alianzas temporales que Marx consideraba aceptable en una revolución democrática burguesa y que los bolcheviques habían utilizado en Rusia. Se trató de una adhesión de principios, renovada por Mao Tse-tung en cada “etapa” de la Revolución china, incluso después de la derrota y eliminación del Kuomintang: «Nuestro punto de vista coincide perfectamente con las tesis revolucionarias del Dr. Sun Yat-sen (…) en China todos los comunistas y simpatizantes del comunismo deben luchar por los objetivos de la fase actual; Deben luchar contra la opresión extranjera y romper el yugo feudal, deben liberar a nuestro pueblo del trágico destino de un país colonial, semicolonial y semifeudal, y construir una China de nueva democrática bajo la dirección del proletariado, que se proponga, como tarea principal, la liberación de los campesinos, es decir, una China de los Tres Principios populares revolucionario del Dr. Sun Yat-sen, una China independiente, libre, democrática, unificada, rica y poderosa. Esto es precisamente lo que hacemos» (Mao Tse-tung, “Sobre el gobierno de coalición”, 1945).

3. De la Revolución rusa a la Comuna de Cantón: la revancha del menchevismo

11) Fue en el análisis de los acontecimientos de 1905 que el bolchevismo encontró la confirmación de su táctica y se separó definitivamente de la corriente menchevique. En Rusia, señaló Lenin, «la revolución burguesa es imposible como revolución de la burguesía». Por tanto, el proletariado no puede esperar a que la burguesía haya completado su obra política (el derrocamiento del zarismo) o su obra social (la abolición de la propiedad feudal) para entrar en la lucha. Tomar la dirección del movimiento social sin confinarlo en las formas jurídicas burguesas (la Asamblea Constituyente), tal era el sentido de las consignas: “¡Dictadura democrática de los obreros y de los campesinos!” y “¡Todo el poder a los Soviets!”. El resultado de esta táctica no fue el establecimiento de una democracia burguesa, sino la dictadura abierta del proletariado.

Combatiendo la teoría de las “etapas” de la revolución burguesa (que Stalin ya apoyaba), Lenin recordó en marzo de 1917 el contenido de las divergencias entre bolcheviques y mencheviques: «Nuestra revolución es burguesa, por eso los obreros deben apoyar a la burguesía – dicen los políticos incapaces del campo de los liquidadores. Nuestra revolución es burguesa – decimos los marxistas – por eso los obreros deben abrir los ojos al pueblo ante las mentiras de los políticos burgueses, enseñarle a no creer en frases bonitas, a tener fe sólo en su propia fuerza, en su propia organización, en su propia unidad, en su propio armamento» (Antes de las “Cartas desde lejos”, 1917).

12) El estalinismo se esforzó en negar la aplicación de los principios y las enseñanzas de la Revolución de Octubre a los países coloniales y para ello apoyó una interpretación típicamente menchevique, según la cual el yugo imperialista hacía a la burguesía “nacional” de los países atrasados, más revolucionaria. que la burguesía antifeudal rusa. A esta teoría de Bujarin (entonces, en 1927, alineado con Stalin), Trotsky respondió: «Una política que ignorara la poderosa presión que ejerce el imperialismo sobre la vida interna de China sería radicalmente falsa. Pero no menos falsa sería una política que partiera de una idea abstracta de la opresión nacional, sin conocer su refracción en las clases (…) El imperialismo es una fuerza de importancia primaria en China. La fuente de esta fuerza no reside en los buques de guerra del Yang-tze, sino en los vínculos económicos y políticos del capital extranjero con la burguesía autóctona» (“La Revolución China y las Tesis de Stalin”, 1927). Sin hacer el análisis de las relaciones de clase en China, como en otros países coloniales, era imposible comprender ni el contenido de la cuestión agraria, ni el fenómeno de la burguesía compradora, ni finalmente el papel de los “señores de la guerra” y otros generales nacionalistas, como Chiang Kai-shek y Wan Tin-uei, donde la Internacional estalinizada buscó aliados y encontró verdugos.

13) «Las revoluciones de Asia nos han mostrado la misma falta de carácter y la misma bajeza del liberalismo, la misma enorme importancia de la independencia de las masas democráticas, la misma demarcación precisa entre el proletariado y cada burguesía», escribió Lenin en “El destino histórico de la doctrina de Karl Marx”. Éstas fueron las lecciones que, desde 1913, Lenin extrajo de la primera ola de las revoluciones nacionales burguesas en Oriente: Rusia (1905), Persia (1906), Turquía (1908), China (1911).

Poco antes de que la segunda onda revolucionaria finalizara en la masacre del proletariado de Cantón, en 1927, Trotsky resumió la amarga lección de la táctica seguida por la Internacional estalinizada: «De las tesis de Stalin se desprende que el proletariado puede separarse de la burguesía sólo cuando esta última ya lo ha rechazado, desarmado, decapitado y pisoteado. Pero así fue exactamente como se desarrolló la revolución abortada de 1848. Vimos al proletariado, sin bandera propia, seguir a la democracia pequeño-burguesa, que a su vez arrastró tras sí a la burguesía liberal y sacrificó a los obreros a los sables de los Cavaignac. Por grande que sea la originalidad de la situación china, el carácter esencial de la evolución súbita de la revolución de 1848 se encuentra en la revolución china con una precisión tan impresionante que se podría decir que se perdieron las lecciones de 1848, 1871, 1905, 1917, del Partido Comunista de la URSS y de la Internacional Comunista».

Y, en realidad, en las grandes batallas de la revolución china entre 1924 y 1927, no fue el destino de una China “independiente, rica y poderosa” lo que estuvo en juego durante muchos años, sino el destino de todo el movimiento obrero de las colonias por un período histórico infinitamente más largo y más doloroso.

14) Al unirse al Kuomintang y enviar a sus “ministros” al gobierno nacionalista de Cantón, el PCCh no estaba llevando a cabo hábil una maniobra táctica para aumentar su influencia, como la Internacional de Moscú le hizo creer. Renunciaba a sus principios y subordinaba su acción a la estrategia nacional de la burguesía. Stalin empujó esta posición hasta sus últimas consecuencias y las Tesis que publicó en abril de 1927, más de un año después del primer golpe de fuerza de Chiang Kai-shek contra los comunistas, adoptaron una forma “clásica”. La adhesión a los “tres principios del pueblo” no implicaba en realidad el simple reconocimiento de principios abstractos, de la “fe común de los obreros y de los burgueses en el movimiento nacional”. Según la doctrina de Sun Yat-sen, los “tres principios” correspondían a “tres etapas” del desarrollo de la revolución burguesa:
     – La primera etapa, “militar”, consistía en traducir el principio del nacionalismo a la práctica mediante la unificación de China;
     – El segundo, “educativo”, era preparar al pueblo para la democracia política;
     – El tercero, finalmente, fue realizar esta democracia e introducir el “bienestar del pueblo”.

En sus Tesis, Stalin retoma las mismas “etapas”, bautizándolas: anti-imperialista, agraria, soviética. Solo que para él la masacre del proletariado chino marcó el final de la “primera etapa”, durante la cual los comunistas no debían plantear ni la cuestión agraria ni la de su retirada del Kuomintang. Todos los partidos estalinistas adoptaron esta política en los países coloniales. En China, donde se aplicó por primera vez, se reveló abiertamente como una traición de clase, porque abandonó a los proletarios que se habían levantado en los grandes centros industriales a la represión sangrienta de Chiang Kai-shek.