Partido Comunista Internacional

Il Soviet 1919/10

Le prospettive rivoluzionarie della situazione politica attuale

In un articolo pubblicato nel n. 7 abbiamo confutato l’equivoca pregiudiziale riformista secondo cui, non essendo oggi possibile un moto rivoluzionario in Italia, é superflua la discussione “teorica” tra la tendenza massimalista e quella riformista.

Questo ragionamento sofistico é ripetuto su tutti i toni nella “Polemica Socialista” di Roma dal compagno Francesco Ciccotti, che per essere ormai divenuto troppo esperto nell’arte difficile dello studio delle situazioni, non vuol conoscere altra bussola per stabilire l’indirizzo del Partito; e pretende che, essendo il programma massimo per ora inattuabile, bisogna riversare la nostra azione sulla minimaglia delle attuazioni immediate.

Dopo di aver stabilito e proclamato anzitutto che per noi la questione pregiudiziale é invece quella di principio e di metodo; che per noi il partito deve avere un solo programma, quello massimo; che se ci potessero dimostrare che l’epoca probabile della rivoluzione sociale dista da noi cinquant’anni, seguiteremmo ad avversare la pratica possibilista e riformista, sicuri che questa tenderebbe a farli diventare… settanta; stabilito chiaramente questo, scendiamo sul terreno caro ai nostri contraddittori, per esaminare le reali probabilità contenute nella situazione.

Questa va considerata non solo in rapporto alle condizioni e ai fatti compresi nei confini nazionali, ma a tutto l’attuale svolgimento storico della politica internazionale.

Quei nostri contraddittori, lance spezzate del conservatorismo riformista, quando noi difendevamo entusiasti il contegno dei Soviet nelle trattative di Brest-Litowsk, assicurarono dall’alto della loro competenza che i massimalisti russi si illudevano col fare affidamento su di una prossima rivoluzione negli Imperi centrali.

Ebbene, la realtà li ha smentiti. La compagine tedesca si è spezzata, e se anche il massimalismo non ha ancora trionfato in Germania e in Austria, esso avanza però formidabilmente; e i governi social-borghesi non hanno colà ancora vissuto quanto il governo provvisorio russo (febbraio-novembre 1917).

L’infrangersi del colosso tedesco, in quanta parte fu dovuto all’offensiva militare dell’Intesa, in quanto all’offensiva di classe della rivoluzione proletaria alimentata dal focolare centrale russo? La discussione é ardua, ma la influenza del secondo fattore fu formidabile e il regime imperiale pagò a caro prezzo i facili successi imposti ai bolscevichi avversari, le cui risorse gli sfuggivano perché facevano parte di un nuovo mondo e di una nuova storia.

Abbiamo oggi, nei rapporti tra gli alleati e i loro vinti nemici, una situazione analoga. E l’analogia supera la differenza apparente tra gli Stati vincitori e la Russia, la Germania e l’Austria sconfitte.

Le classi dirigenti tedesche fanno lo stesso giuoco delle classi dirigenti russe; da una parte cercano di soffiare nei residui del sentimento patriottico, eccitando le masse a non subire le imposizioni del vincitore: dall’altra parte s’intendono segretamente con questo contro il nemico comune: la rivoluzione socialista universale, e non vedrebbero con dispiacere l’occupazione armata dell’Intesa.

Come nella Finlandia e nell’Ucraina il separatismo nazionale, programma essenzialmente borghese, servi ad arginare il diffondersi del massimalismo mediante l’occupazione delle baionette tedesche, così oggi nell’Alsazia-Lorena, nella Jugoslavia, nella Boemia e… in altri siti, con l’appoggio dell’Intesa, le borghesie locali formano zone di isolamento dal contagio rivoluzionario, staccandole dai paesi tedeschi ove fermenta la guerra civile.

Ebbene, come il massimalismo varcò il confine tra l’Europa Orientale e la Centrale, nella quale sarà tra poco trionfatore, così esso, trovandosi in condizioni suggestivamente analoghe, passerà all’Europa Occidentale.

La politica del consesso di Parigi tenta di evitare questo pericolo, ma si avvolge in un cerchio vizioso, in quanto le condizioni che si impongono ai vinti, mentre sembrano garantire la stabilità dei governi dei paesi vincitori, con l’accrescerne la potenza territoriale e finanziaria, fomentano la esplosione del vulcano bolscevico nel centro d’Europa, vaticinata da Carlo Liebknecht alla vigilia del sacrificio.

La logica delle situazioni, in nome della quale ha diritto di parlare chi credette nella tattica bolscevica della diffusione rivoluzionaria nella sua prima storica fase, che va da Brest-Litowsk alle deposizioni di Guglielmo e di Carlo, fa dunque prevedere non lontano l’avvento della rivoluzione sociale nell’Occidente d’Europa. A questa coopererà il grado della preparazione proletaria, ma il principale suo determinante storico sarà l’impossibilità del mondo borghese a fornire un diverso scioglimento della sanguinosa tragedia nella quale lo inabissarono le sue intime contraddizioni.

Il Marxismo antevide tutto questo, e chi lo invoca a difesa di una sopravvivenza del regime capitalistico in nome della pretesa immaturità delle condizioni economiche, ne é, come mostreremo, non un interprete, ma un traditore.

Il bolscevismo, pianta d’ogni clima

Colajanni vuol dimostrare che anche in Italia può attecchire il bolscevismo e cita, fra gli altri indizi, la fondazione del nostro Soviet.

Bene. Ma vi è di più. Il problema che il grande sociologo – tanto grande che al suo confronto lo stesso Pasquale Pensa impallidisce – deve porsi, è un altro: trionferà il bolscevismo in Italia? Quanto ad allignarvi, esso, con buona pace degli articolisti del Roma, vi alligna già da un pezzo, perché alligna nel mondo.

Un giorno Colajanni scrisse che solo la censura faceva sì che egli non potesse documentare il nostro antipatriottismo. E’ una delle poche verità che abbia scritto. Se non fossimo stati esposti, legati e imbavagliati, alle prodezze polemiche sue e dei suoi pari, avrebbe udite e lette cose che gli avrebbero fatto rizzare sull’autorevole capo i superstiti capelli. Altro che le innocue frasi parlamentari di Treves! Avrebbe capito che bolscevismo e socialismo sono la stessa cosa, e che per combattere il pregiudizio patriottico e il sofisma della difesa nazionale noi non abbiamo atteso che Lenin e i bolscevichi, nostri compagni di fede e di tendenza da lunghi anni, riuscissero a trionfare in Russia; e anche senza il loro glorioso e luminoso esempio, il giorno che le vicende storiche ci avessero portato alla vittoria, avremmo fatto come loro hanno fatto. Appunto perché noi ed essi lavorammo e lavoriamo per lo stesso programma, per la lotta di classe che nega la solidarietà nazionale, per il socialismo rivoluzionario, per la conquista del potere e per la dittatura dei lavoratori, dei senza-patria. Perché questa dottrina e questo metodo non furono improvvisati nel 1917, su commissione del Kaiser, come solo l’incommensurabile asinità dei professori di discipline sociologiche poté credere, ma fin dal 1847 erano stati proclamati dall’Internazionale Socialista; e noi che, come l’ala sinistra dei socialdemocratici russi, siamo stati e siamo contro tutte le posteriori revisioni del marxismo, a quel programma ci siamo ispirati, anche quando l’idiozia avversaria ci ha attribuito finalità e complicità coi turchi, o col papa, ocoi tedeschi.

Il bolscevismo vive in Italia, e non come articolo d’importazione, perché il socialismo vive e lotta ovunque vi sono sfruttati che tendono alla propria emancipazione.

In Russia esso ha fatto la sua prima grandiosa affermazione, e noi, ritrovando negli svolgimenti formidabili della rivoluzione russa intero il nostro programma, abbiamo scritta in testa a queste colonne la magica parola slava: Soviet, assurta a simbolo della rivoluzione internazionale.

E che la sua luce accechi e confonda sempre più i logori arnesi intellettuali della difensiva capitalistica!