Partido Comunista Internacional

Il Partito Comunista 3

Al regime che licenzia e affama gli operai, protetto da sindacati e partiti traditori, opporre la generalizzazione delle lotte per salario e lavoro contro padroni e stato

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

La crisi economica del capitalismo, già in atto, miete le proprie vittime: i lavoratori edili, di alcune aziende metalmeccaniche, ed ora della «grande» FIAT, Lancia ed altre imprese minori. Domani investirà la grande parte dei lavoratori anche quelli delle altre nazioni.

Il nostro partito lo aveva già preannunciato da anni, cercando di mettervi in guardia dall’inganno, alimentato da partiti traditori e sindacati tricolori, che la democrazia avesse instaurato un regime di latte e miele, in cui, con qualche trattativa col padronato e con lo Stato, con qualche periodica astensione dal lavoro, fosse possibile ottenere per l’eternità ogni «diritto», un salario «giusto», un posto di lavoro. Vi dicemmo in mille modi che il capitalismo dà con una mano dopo avervi derubato con due, che ogni cosiddetta «conquista» è effimera e transitoria, che sarebbe arrivato il giorno in cui il regime borghese vi avrebbe privato di tutto quello che pensavate di aver ottenuto per sempre.

Questo giorno è già spuntato.

Prezzi in continua ascesa sviliscono progressivamente il vostro salario; gli scambi commerciali tra gli Stati diventano sempre più difficili e la produzione diminuisce ovunque, con conseguente riduzione dell’occupazione operaia.

Riduzione del salario e disoccupazione: ecco la conclusione cui perviene il capitalismo per proteggere i suoi interessi. Su di voi si fa gravare il dissesto dell’economia mondiale.

Questa conclusione va respinta, da chiunque vi venga proposta, con qualsiasi pretesto vi sia consigliata.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

IL SALARIO NON SI TOCCA!

Se il capitalismo non ha altre soluzioni – e non le ha – ragione di più perché si abbandoni per sempre ogni illusione di «riformarlo», di renderlo meno aggressivo, di sottometterlo ad un fantastico potere di «nuova democrazia», di contenerlo in un «nuovo modello di sviluppo».

Il capitalismo conosce un solo «modello di sviluppo»: realizzare profitto, cioè lavoro non pagato, e quando non è in grado di ottenerlo, chiude le fabbriche, mette alla fame i lavoratori. Miliardi di uomini sono privi del minimo necessario, e il capitalismo rallenta e poi cessa la produzione, facendo precipitare nella miseria e nella fame gli stessi milioni di operai che avrebbero realizzato la cosiddetta «economia del benessere». Beffarda contraddizione di un sistema economico che periodicamente è costretto a distruggere ricchezza e crea miseria.

IL CAPITALISMO HA FATTO IL SUO TEMPO!

Esso non ha alternativa: Non può mantenere i suoi schiavi e perciò suscita esso stesso le condizioni per cui i lavoratori passeranno sul suo cadavere.

SALARIO INTEGRALE E RIVALUTATO PER TUTTI, OCCUPATI E DISOCCUPATI!

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Non si tratta ormai di mettere qualche toppa, di arrangiare le cose con un ennesimo concordato tra sindacati-padroni-Stato. Sono questi dei palliativi, che servono solo a rinviare il crollo, e, peggio, alimentano l’illusione che il crollo potrà essere evitato se voi starete fermi, cogliendovi impreparati nel momento supremo, e dando allo Stato-padrone tempo e opportunità di predisporre nuove e più agguerrite difese. Dietro questa cortina fumogena, infatti, la borghesia arruola le sue guardie bianche, rafforza la sua politica fascista, per una soluzione di forza, i cui recenti attentati e eccidi sono premonitorie esercitazioni tendenti a terrorizzare la classe operaia.

A questo risultato disastroso ha condotto la politica dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali, perché da sempre legata agli interessi dello Stato capitalista, fondata sul disarmo politico, e fisico dei lavoratori. A maggior ragione questo risultato si realizzerebbe se le cosiddette «sinistre» dovessero entrare nel Governo, che avrebbe l’unica funzione di scoraggiare o reprimere qualsiasi tentativo di spontanea azione difensiva dei lavoratori, come dal 1945 al 1948 i governi a partecipazione comunsocialista svolsero l’infame compito di farvi pagare la ricostruzione economica e la ripresa produttiva, con l’illusione che la repubblica «fondata sul lavoro» avrebbe felicemente instaurato l’eterna pace tra le classi. Un governo di chiara natura padronale non potrebbe ottenere questo scopo essenziale. Solo un governo di partiti, che si spaccino come vostri rappresentanti, potrebbe chiedervi nuovi e più pesanti sacrifici.

In tal modo i sindacalisti ufficiali rifiutano una generale mobilitazione delle masse lavoratrici in difesa del salario e del posto di lavoro, rifiutano di sviluppare ed estendere incisive azioni spontanee come quelle di non pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica da parte dei lavoratori; impediscono l’armamento organizzato del proletariato persino a difesa delle sedi sindacali, degli scioperi e della vita dei lavoratori. Di concerto con P.C.I. e soci, temono che la presente società precipiti nel caos, dimenticano che questa società vive nell’anarchia produttiva e nel dissesto sociale in permanenza, da cui si esce solo con la vittoria completa del proletariato rivoluzionario.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Non crediate che queste siano questioni che interessano solo una parte di lavoratori. Non difendere oggi, con ogni mezzo, il salario e il lavoro dei compagni colpiti per primi, equivale a non difendere il proprio salario e il proprio lavoro di domani. Non prepararsi sin da ora a ribattere colpo su colpo la pretesa dello Stato di disporre della vostra vita secondo i suoi infami interessi, significherebbe abdicare alla vostra emancipazione sociale.

Respingete gli astuti richiami alla calma, al compromesso, all’accordo ruffiano. La solidarietà dei lavoratori non può esprimersi che con una risposta totalitaria delle masse lavoratrici:

ESTENSIONE ED UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI SINO ALLO SCIOPERO GENERALE

PER L’AUMENTO GENERALE DEI SALARI

PER IL PIENO SALARIO AI DISOCCUPATI E AI PENSIONATI

CONTRO IL PADRONATO E LO STATO CAPITALISTICO

SUPERANDO DI SLANCIO TUTTE LE DIRETTIVE SINDACALI E POLITICHE CHE TENDONO AD ADDOMESTICARE IL VOSTRO SACROSANTO DIRITTO AL PANE E AL LAVORO!


IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)

I veri sabotatori della ripresa di classe

La ripresa delle lotte operaie non è certo stata decisa dalle centrali sindacali. Da oltre un anno le condizioni economiche dei salariati si stanno aggravando a causa della crescente svalutazione dei salari, determinata dal galoppante aumento dei prezzi, e dal prelievo fiscale sui salari stessi. Lo spettro di una disoccupazione di massa si profila. È un fenomeno internazionale che colpisce più o meno acutamente, per ora, tutti i paesi. Era inevitabile, quindi, che i lavoratori, sebbene allenati alla sopportazione da un cinquantennio di signoria riformista e pacifista, si scuotessero, premendo sui loro dirigenti, manifestando una progressiva intolleranza verso sindacati e partiti, solerti soltanto nel ricucire la logora e stretta veste della collaborazione tra le forze sociali, vale a dire preoccupati di non infrangere la dipendenza politica del movimento operaio dallo Stato capitalista.

Lo sciopero del 17 ottobre, come ogni manifestazione operaia, va inquadrato in questa politica di dosaggio opportunista delle spinte operaie dal basso. I sindacati tendono ad utilizzare, come nel passato, le lotte operaie come valvole di sfogo della pressione delle masse.

La classe non può sollevarsi dalla soggezione, in cui è tenuta da partiti traditori e sindacati tricolori in combutta con lo Stato, con espedienti. L’opportunismo non può essere svergognato e battuto con manovre da corridoio, con tentativi di blocchi o fronti tra gruppi marginali, sconclusionati e senza seguito tra gli operai. La classe operaia può imboccare la strada della sua liberazione dal soffocamento dei partiti traditori, soltanto spezzando in furibonde lotte economiche i limiti legalitari in cui è costretta a difendere salario e lavoro. Non esistono altre strade, come la storia dimostra e conferma.

Questo è il «sindacato di classe», a scorno dei «pratici»: modi e obiettivi di lotta, per incanalare le battaglie quotidiane per interessi economici immediati verso la superiore lotta per il comunismo. Significa incoraggiamento, estensione e unificazione di ogni lotta che spezzi la infame consegna del «confronto civile» tra operai, padroni, Stato, come hanno tentato i Consigli di fabbrica di alcuni stabilimenti lombardi e piemontesi, quando hanno disposto che gli operai non dovessero pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica; come si sono sforzati di fare i ferrovieri romani organizzati nei C.U.B.

Chi ha represso questi tentativi? Le centrali sindacali. Nel primo caso trasferendo la questione degli aumenti dei prezzi dal terreno della lotta e della mobilitazione operaia a quello dell’ennesima ruffianata con gli enti regionali, provinciali e comunali, organi dello Stato; nel secondo caso, sconfessando lo sciopero dei ferrovieri, organizzando il crumiraggio.

Sindacato di classe è lotta senza quartiere, fuori dagli schemi legalitari, contro chiunque si opponga alla difesa reale delle condizioni economiche della classe operaia.

IL BLOCCO LEGALITARIO

Ma quegli operai, lombardi, piemontesi e romani, non pensavano lontanamente al rispetto della legalità, o più precisamente se esistesse una legalità all’infuori della difesa istintiva dei propri interessi economici. Sono state le centrali sindacali e politiche ad ammonirli che i loro interessi sono difendibili solo nel quadro della legalità costituita, che è quella borghese, chiarendo, per converso, che non tuteleranno gli interessi economici degli operai che dovessero implicare l’uso di mezzi non legali.

Non è forse questa una esplicita dichiarazione di rifiuto a difendere gli operai, sotto il pretesto della legalità democratica e repubblicana? Non è già questa un’affermazione esplicita che i sindacati si opporranno a che gli operai brandiscano armi nei picchetti e nelle lotte a salvaguardia della loro vita e del movimento di lotta? Non vuol forse dire questo che i sindacati si ritengono parte integrante del regime, osservanti scrupolosi della legalità, e considerano gli operai fuori della legalità e per questo si schiereranno dalla parte della legge, cioè dello Stato, cioè della repressione antiproletaria?

Di contro ciò implica il sostegno dello Stato e di tutto il fronte controrivoluzionario ai sindacati nel caso in cui venissero superati dalla marea montante delle lotte operaie.

È per queste ragioni, quindi, che i bonzi reprimono ogni lotta che sfugga al loro controllo, che sconfini dallo schema democratico, che scacciano dalla organizzazione qualsiasi operaio che si opponga alle loro direttive legalitarie, che inciti la massa alla lotta diretta.

Le centrali sindacali, inoltre, hanno dovuto chiedere l’intervento dei partiti costituzionali, cioè borghesi e opportunisti, in appoggio alla loro azione per strappare di mano ai C.d.f. la direzione della lotta e metterla sotto tutela degli organi costituzionali per farla abortire. Così hanno dovuto chiedere l’appoggio dell’azienda ferroviaria statale per reprimere e scoraggiare i ferrovieri in sciopero non «autorizzato» da loro signori.

Dov’è, allora, questa millantata contrapposizione tra «sinistra» e «destra», tra «progressisti» e «conservatori», tra sindacati e monopoli? Quando si tratta di minacciare, anche senza intenzione e localmente, l’ordine costituito, «sinistra» e «destra» si uniscono in un’unica presa soffocatrice, tutte le forze democratiche si schierano sullo stesso fronte, dal P.C.I. ai liberali, dalle centrali sindacali alla Confindustria, dagli «antifascisti» ai fascisti.

Allora, la commedia delle trattative sindacali, la voce grossa dei bonzi verso i padroni, la tracotanza puramente verbale dei falsi partiti operai verso il Governo e i suoi partiti, non ha altro senso che quello di confondere e stordire i lavoratori.

Ciò vuol dire che l’estendersi, il moltiplicarsi, il potenziarsi di queste lotte, nel mentre cozza contro il fronte costituzionale, costringe le dirigenze sindacali e i partiti opportunisti a spostarsi sempre più a fianco e a protezione dello Stato, a gettare la maschera di «luogotenenti della borghesia nelle file operaie».

Si è ormai consolidato contro la classe operaia il blocco costituzionale-controrivoluzionario dei partiti opportunisti, centrali sindacali tricolori, Stato, partiti borghesi.

LA LOTTA DI CLASSE È ANTILEGALITARIA

Il blocco costituzionale-controrivoluzionario, sentinella democratica della dittatura del capitale sul lavoro, ha definitivamente messo in luce il tema tattico generale della rivoluzione comunista: per spezzare l’influenza traditrice dei falsi partiti opportunisti e del sindacalismo tricolore sulle masse, senza cui è impensabile la ripresa del moto di classe, il proletariato deve scontrarsi con lo Stato.

Ogni lotta, quindi, che esca dai limiti del sindacalismo ufficiale e dell’opportunismo dei falsi partiti operai, non può che infrangere la legalità, la legge, la tutela dello Stato, e della democrazia che ne è la forma.

Non è un caso che si assista da ogni parte al moltiplicarsi di «proposte» di estensione della democrazia, quale il voto ai diciottenni, una serie di referendum sulle questioni più impensabili. Esse servono ad invischiare sempre più il proletariato in pratiche legalitarie, a distoglierlo dalla crisi, a non uscire dall’ambito del controllo statale. Ciò non significa che tutti i mezzi legali siano controproducenti e che si debba invitare il proletariato a respingerli. Significa, invece, che, se alcuni di questi mezzi sono da scartarsi in anticipo, altri, come per esempio lo sciopero economico, addirittura riconosciuto nella legge delle leggi, la Costituzione della Repubblica democratica, devono e possono essere usati in senso anticapitalista, anche se in questo caso lo Stato democratico si affretterà a sospendere le garanzie costituzionali, ritenendo decaduto il «diritto» di sciopero, per evidenti ragioni di «sicurezza nazionale».

Poiché siamo arrivati al punto che lo Stato capitalista ha fatto proprio, per regolamentarlo, cioè spezzarne l’efficacia classista, il tipico strumento della lotta elementare degli operai, solo degli operai, lo sciopero, e in cambio ha «donato» al proletariato la sua «arma» spuntata, che da un pezzo ha ripudiato e gettato nei ferrivecchi, la democrazia, con tutte le sue pratiche di consultazione maggioritaria, voto, ecc. Quando il proletariato viene chiamato alle urne, in regime borghese, è perché lo si vuol asservire al regime. Il vero Partito Comunista lo deve sempre gridare forte, anche quando la posta in gioco sembra assumere le forme di una o più o meno evanescente «conquista», indicando agli operai che mai consultazione democratica gioverà ai fini della loro preparazione rivoluzionaria, se non è sostenuta da una mobilitazione generale di classe tendente a superare i limiti stessi della consultazione, ammesso che possa darsi questa possibilità. Il contrario, se ieri era cretinismo parlamentare e democratico, oggi è tradimento.

In regime borghese il Partito non riconosce nessuna legalità, non si vincola a nessuna pratica legalitaria, nemmeno all’interno dei sindacati. Infatti, il Partito è l’unico che abbia chiamato gli operai ad infrangere la disciplina sindacale, invitandoli a rifiutare la famigerata «delega», mezzo con cui i sindacati si sono legati ancor più strettamente al regime esistente.

Di conseguenza il Partito addita come esempi caratteristici e peculiari per una ripresa di classe gli episodi di Roma e Milano, l’estendersi e l’organizzarsi dei quali altro non è che lo svilupparsi del sindacato rosso, proletario, di classe.

Per questo vero sindacato operaio, autonomo dallo Stato, libero dalle influenze di partiti traditori, non può esservi che una direzione, quella del Partito Comunista rivoluzionario.

Soltanto con questi strumenti, Sindacato di Classe e Partito di classe, potrà esserci difesa del salario e del posto di lavoro.

Contratto sociale e compromesso storico per allontanare la ripresa di classe

Noi preferiamo, derivando dal loro contenuto, dare un’unica formula: tradimento storico-sociale, dei due slogans pubblicitari del «Contratto sociale» tra il Labour Party inglese e il T.U.C. (sindacati inglesi) e il «Compromesso storico» tra il P.C. Italiano e «tutte le forze popolari». Siccome i due ennesimi pateracchi hanno di mira un solo obbiettivo, e cioè di salvataggio degli «interessi nazionali», che stanno andando in malora, la classe operaia viene considerata soltanto come oggetto. A scanso di equivoci, non si tratta di contrattare migliori condizioni economiche e sociali per il proletariato, ma soltanto la sua permanenza in stato di soggezione al capitalismo, in una fase di crisi dell’economia mondiale, in cui le masse dei diseredati potrebbero ritrovare nelle lotte di sopravvivenza il legame col partito rivoluzionario comunista. La posta in gioco è la sopravvivenza o la fine del regime del profitto.

Il proletariato italiano, urbano e rurale, è praticamente monopolizzato dalla politica del P.C.I., P.S.I. e della «sinistra» della D.C., i quali, in unione con P.S.D.I. e P.R.I., influenzano la gran parte del ceto contadino, della piccola borghesia delle città e delle campagne. A questi partiti fanno capo, grosso modo, le tre centrali sindacali della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.

In Inghilterra il quadro è assai semplificato. Due partiti principalmente rappresentano gli interessi fondamentali delle classi: il Labour Party e il Partito conservatore. Il primo trae la sua consistenza dai lavoratori. Tutti si contendono le adesioni delle mezze classi.

Il L.P. non ha alcuna tradizione marxista, proletaria. È sempre stato un «partito di governo», cioè abilitato alla pari con gli altri partiti a condividere la direzione dello Stato. Il P.C.I., al contrario, nella pretesa di derivare da Livorno 1921 e di solidarizzare con l’Ottobre e con la Russia, deve faticare non poco per buttare all’ortiche quel manto rosso che alla borghesia ha fatto sinora tanto comodo sia per impedire agli operai di prendere la giusta direzione rivoluzionaria, sia per relegarli ai margini della concorrenza governativa. Come lo attesta la partecipazione del P.C.I. ai governi nazionali del secondo dopoguerra, la borghesia non teme che questo partito possa trasformarsi, una volta al governo, in partito rivoluzionario, di mangia-capitalisti, ma che non sia in grado, una volta al «potere», di tenere a freno le masse lavoratrici.

La storia italiana dimostra che nei momenti di crisi, i partiti opportunisti hanno reso maggiori servigi all’opposizione costituzionale, piuttosto che al governo. Dal 1918 al 1921 il P.S.I., in Parlamento più forte dell’attuale P.C.I., fornisce un esempio di come si possa consegnare il proletariato legato mani e piedi alla reazione fascista, malgrado che esistesse ed operasse egregiamente un sano e compatto partito comunista rivoluzionario. È chiaro che il capitalismo italiano (meglio sarebbe dire: il capitalismo in Italia) oscilla tra la soluzione socialdemocratica per il controllo sugli operai e quella fascista. Se i partiti «popolari» dovessero accogliere il «compromesso storico», significherebbe che non avrebbero ancora ritenuto giunto il momento per far passare il manganello dalle molteplici mani democratiche all’unica mano fascista. Ma non è qui il caso di esaminare la strategia della controrivoluzione. Per il momento ci riproponiamo soltanto di mettere in luce la semplice constatazione che i «patti» inglese e italiano sono della stessa natura, sebbene apparentemente vengano «stipulati» da diversi contraenti.

In Inghilterra la funzione di tenere a bada la classe operaia l’hanno svolta egregiamente le Trade Unions con o senza «contratto» ufficiale col Labour Party. In Italia, oggi, i sindacati unificati e le «sinistre popolari» (chiamiamoli così i partiti dell’area del «compromesso storico») hanno viaggiato in reciproco appoggio.

POLITICA BORGHESE

Il compromesso sembrerebbe un’eccezione, una condizione di necessità. In realtà è il leit motiv della politica borghese, la ricerca perenne di un punto di incontro tra i diversi interessi delle classi del regime capitalistico. Anche il partito comunista rivoluzionario usa il compromesso come mezzo tattico, ma non ne fa una «politica». Quando un partito che si richiama alla classe operaia fa del compromesso un metodo di azione, significa che si considera un partito borghese tra i partiti borghesi. Giustamente il L.P. parla di «contratto», cioè di stipulazione di accordi tra rappresentanti di interessi conciliabili, quali quelli non anarchici degli operai. In questo senso il L.P. si riconosce partito borghese, e non lo nasconde. Il P.C.I., invece, parlando di «compromesso» farebbe intendere di transigere dalle sue basi di classe, quando, al contrario, il P.C.I. è campato sinora su una politica di permanente compromesso, come si conviene ad un autentico partito borghese. E «l’autonomia sindacale» è invocata sinceramente da tutti, compresi i picisti, per avere una maggiore «libertà» di azione, una condizione in più per bloccare gli operai. Se non riuscissero i governanti picisti a contenere la collera operaia, potrebbero provarci i sindacati, «autonomi» dal P.C.I.

IL PROGRAMMA

Meglio ancora delle considerazioni politiche, valgano i programmi del L.P. e del P.C.I., obbiettivo dei rispettivi «contratti» e «compromessi».

Sebbene più volte rappresentanti delle Trade Unions abbiano partecipato a governi laburisti, nel «contratto» si enuncia la «cogestione dell’economia nazionale» tra TUC (centrale sindacale inglese delle Trade Unions) e L.P.; mentre nel «compromesso» si parla di «collaborazione tra tutte le forze popolari» in un «governo di svolta democratica». In Inghilterra le uniche «forze popolari» organizzate sono appunto il TUC e il L.P.: il «contratto» assicura quindi la «collaborazione». In Italia, come abbiamo brevemente accennato sopra, sono ripartite tra diversi partiti e frazioni di partiti e sindacato: la «collaborazione», quindi, garantisce il «contratto».

Nel campo economico e sociale, i due programmi, tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico e sociale dei due paesi, si possono dire identici.

Il P.C.I. promette: controllo pubblico dei prezzi principali, piano degli investimenti secondo una scala di priorità, loro massima stimolazione, intervento nel Mezzogiorno, riforma del credito, lotta alle spese improduttive, controlli fiscali contro le evasioni, ecc.

Il L.P. propone nuove nazionalizzazioni, controllo sulle società multinazionali, maggiori tasse sui ricchi, riduzione dei prezzi di largo consumo, nuovi investimenti, rapido sviluppo tecnologico, ecc.

In ambedue si ritrova l’affermazione che «non si può chiedere sacrifici soltanto ai lavoratori», il che significa la disponibilità dei sindacati, laburisti e picisti, a «convincere» gli operai ad accettare riduzioni salariali di fatto, alla condizione che riprenda lo sviluppo produttivo, ecc. quando tutto il mondo sa, anche gli scemi, che in clima di crisi per sovrapproduzione relativa la produzione prima tende a stagnare e poi crolla. È certo che il capitalismo, in tali frangenti storici, ha più probabilità di ottenere «sacrifici soltanto dai lavoratori» se glieli chiedono i loro sindacati e partiti, piuttosto che i partiti conservatori, dei padroni. D’altronde, questa vecchia politica ha già superato, felicemente per il capitalismo, prove quasi secolari.

VERIFICA STORICA

Alcune date del passato per stabilire che ogni volta i partiti opportunisti hanno creato un blocco «popolare», è suonato a morto per la classe operaia, ha significato crudele sottomissione dei proletari allo Stato capitalista, ha segnato una recrudescenza della dominazione capitalistica sul mondo, l’opposto, cioè, di quello che si era dato ad intendere ai lavoratori.

Il L.P., dopo aver avversato a parole la prima guerra imperialistica, entra nel governo di «unione nazionale» con i «nemici» conservatori. I Sindacati si mobilitano per sostenere la guerra: niente scioperi ed agitazioni; tutto per la difesa della patria e dell’economia nazionale contro la «barbarie tedesca».

Nel 1923 il primo governo laburista, di brevissima durata, in una fase di ripresa delle lotte operaie. 1928, secondo governo laburista, dopo il terribile inganno del patto anglo-russo con cui viene spezzato il formidabile sciopero dei minatori del 1926, in combutta con le Trade Unions, e il conseguente Trade Disputes Act, la legge antisciopero varata nel 1927.

Maggio 1940: governo di coalizione laburisti-conservatori. È la seconda guerra mondiale. Le Trade Unions bloccano col governo nazionale di guerra.

Quattro date, quattro tappe di miseria e di fame per la classe operaia, di tradimento di partiti e sindacati sedicenti operai, in virtù di un permanente «contratto» tra sindacati, padroni e opportunisti.

Sul fronte italiano. PSI e CGL non aderiscono alla guerra del 1914, nemmeno la avversano, timorosi dell’intransigenza di una solida sinistra socialista. Ma si rifanno nel ’19, deviando la poderosa spinta operaia dalla mobilitazione rivoluzionaria all’ubriachezza elettorale. In Italia tra PSI e CGL vige un patto di collaborazione costituzionale, addirittura. Il Patto, dopo la famigerata «pacificazione» tra fascisti e socialisti, permette la vittoria fascista e logicamente continua la sua ignobile esistenza nelle corporazioni, patto di collaborazione per eccellenza tra il partito unico fascista, lo Stato, i sindacati e i capitalisti. Bisogna arrivare alla fine della seconda guerra capitalistica per veder coronate da successo le non represse aspirazioni del «socialismo italiano». Tutti nella barca governativa. La CGIL a puntello della baracca per proseguire la guerra sul fronte «alleato» e per dar corso al contenimento delle immancabili lotte operaie per il pane e il lavoro, e ricostruire, senza violente scosse, la macchina stritolatrice della produzione capitalistica e quella repressiva del suo Stato totalitario.

La breve storia potrebbe estendersi, senza variazioni sostanziali, ad altri paesi, tra cui Germania, Francia, per non parlare di Russia. Il risultato sarebbe lo stesso: quando si propone un blocco, un patto, un compromesso tra partiti, sindacati, governo, Stato, più gravi lutti per le sorti della classe operaia si devono attendere.

È da questa sanguinosa e dolorosa esperienza storica della classe che la Sinistra Comunista ha tratto la lezione della sua intransigenza anche nel campo tattico, respingendo blocchi e fronti tra partiti e ali di partiti, esigendo la subordinazione dei sindacati alla direttiva comunista (cinghia di trasmissione): e non il frutto di un idiota dottrinarismo o di un fariseo moralismo.

PREPARARSI ALLO SCONTRO

Come si vede tutto questo non è nuovo. Non è una «svolta».

Vent’anni fa lo Scià di Persia dichiarò che nel suo paese se non ci fosse stato un partito socialista si sarebbe dovuto inventarlo. È una considerazione materialista. Lenin sosteneva che la verità era più facile sentirsela dire dai nemici che dagli opportunisti.

Nei paesi capitalistici il «programma» delle «sinistre» è una frode e si contrappone solo formalmente a quello delle «destre», per meglio ingannare le masse proletarie. Era questo il pensiero della Sinistra Comunista nel 1921. Lo è a più forte ragione oggi.

I patteggiamenti sono il pane quotidiano dei partiti «popolari», riformisti, opportunisti, da sempre e non una scoperta odierna. Sono il mezzo con cui si sono legate allo Stato le sorti della classe operaia. Questi piani di collaborazione tra le classi sono una volgare scimmiottatura di quelli fascisti di collaborazione tra «capitale e lavoro», peraltro contenuto della democrazia liberale.

Quando la classe operaia spezzerà questa solidarietà sottraendosi alla tutela di «contratti sociali» e di «compromessi storici», oppure sarà la borghesia stessa a spezzarla, ritenendola inadeguata e insufficiente per la conservazione del suo regime, allora, gettata la maschera dell’uguaglianza tra «contraenti», tra «collaboratori», il capitalismo sarà costretto a scoprirsi e si avventerà sulle masse proletarie. La Sinistra Comunista ricorda ai proletari che, dovendo crollare ogni compromesso, lo scontro violento con le forze regolari e irregolari dello Stato sarà ineluttabile e indifferibile. Arrivare allo scontro invischiati e disarmati dall’opportunismo traditore e dall’inganno democratico, significa perdere in anticipo la partita.

Le braccia della provvidenza

La provvidenza sindacale ha larghe braccia: nei sindacati tricolori accanto a preti progressisti e commercianti onesti, possono trovare posto anche i poliziotti.

Non a caso Lama, Storti e Vanni, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Rumor, hanno comunicato la propria intenzione di farsi portavoce delle rivendicazioni di questi «umili servitori dello Stato, perché molto spesso il Governo considera questi lavoratori come strumenti di parte»: essi chiedono di «assumere concrete e sollecite iniziative a tutela dei principi di socialità che permeano l’istituto di polizia e, nello stesso tempo, a tutela degli interessi e dei diritti di una benemerita categoria di lavoratori».

Dopo aver rilevato che i principi legislativi e regolamentari su cui si regge l’istituto di polizia non sono «coerenti nella sostanza con le intenzioni e lo spirito della Costituzione repubblicana», i tre segretari illustrano le richieste e le iniziative che il movimento sindacale intende assumere in questo settore, cioè il diritto ai rappresentanti sindacali della polizia di far parte delle commissioni relative allo stato ed all’avanzamento del personale e di contribuire alle riforme dell’istituto, «tenendo presente che occorrerà affidare le direzioni generali della Pubblica Sicurezza a funzionari responsabili e capaci». I bonzi sindacali sono favorevoli anche a rivendicazioni di carattere economico e normativo e al riconoscimento di «adeguate indennità in corrispettivo delle prestazioni di carattere straordinario».

«La federazione CGIL-CISL-UIL – conclude la lettera – si propone fin da ora di avviare un dibattito su tale argomento, con la partecipazione diretta dei dipendenti della polizia».

Avanti, dunque, proletari, aiutateli ad ottenere un… premio di produzione: magari perdonandoli quando dovranno andare contro di voi che siete «i loro fratelli»; le braccia della «provvidenza» sono infinite, ma non stupiamoci se domani, alla prima sparatoria, avremo la gioia di sentire come fischiano le pallottole della «polizia democratica»!

Tesis suplementarias sobre la tarea histórica, la acción y la estructura del partido comunista mundial

1.- Las tesis de Nápoles reivindican la continuidad de las posiciones que desde hace más de medio siglo forman el patrimonio de la Izquierda comunista. Su comprensión y su aplicación natural y espontánea no derivaron nunca de consultas a artículos de códigos o reglamentos, ni estarán avaladas nunca, según la praxis a la que siempre hemos tendido y que finalmente hemos abrazado, por consultas numéricas de asambleas o peor de colegios o cortes juzgantes que liquiden interpelaciones de individuos menos iluminados. El trabajo que desarrollamos para alcanzar estos difíciles resultados no puede tener éxito feliz si no se emplea el amplio material histórico sacado de la viva experiencia del movimiento revolucionario en los largos ciclos que hemos preparado y difundido antes y después de la publicación de las tesis, como asidua obra común.

2.- El pequeño movimiento actual se da perfecta cuenta de que la gris fase histórica atravesada, hace mucho más difícil la obra de utilización a gran distancia histórica de las experiencias surgidas de las grandes luchas, y no tanto de las clamorosas victorias como de las derrotas sanguinarias y de los repliegues sin gloria. La forja del programa revolucionario, en la correcta y no deforme visión de nuestra corriente, no se limita al rigor doctrinal y a la profundidad de crítica histórica, sino que tiene necesidad como linfa vital de la ligazón con las masas sublevadas en los períodos en que el empuje de las masas está adormecido y apagado por la flacidez de la crisis del capitalismo senil, y por la cada vez mayor ignominia de las corrientes oportunistas. Aún aceptando que el partido tenga un perímetro restringido, debemos comprender que nosotros preparamos el verdadero partido sano y eficiente al mismo tiempo, para el periodo histórico en que las infamias del tejido social contemporáneo hagan retornar a las masas insurgentes a la vanguardia de la historia; en cuyo lance podrían una vez más errar si faltase el partido no pletórico sino compacto y potente, que es el órgano indispensable de la revolución. Las contradicciones incluso dolorosas de este periodo deberán ser superadas sacando la lección dialéctica que nos ha venido de las amargas decepciones de los tiempos pasados y señalando con coraje los peligros que la Izquierda había advertido y denunciado en otro tiempo, y todas las formas insidiosas que una y otra vez revistió la amenazante infección oportunista.

3.- Con tal objetivo se desarrollará en profundidad aún mayor el trabajo de presentación crítica de las batallas del pasado y de las repetidas reacciones de la Izquierda marxista y revolucionaria contra las oleadas históricas de desviaciones y de extravíos que se han planteado desde hace más de un siglo en el camino de la revolución proletaria. Con referencia a las fases en que se presentaron las condiciones de una ardiente lucha entre las clases, menospreciando el coeficiente de la teoría y estrategia revolucionarias, y sobre todo con la historia de las vicisitudes que anularon la Tercera Internacional cuando parecía que el punto crucial hubiese sido superado para siempre, y de las posiciones críticas que la Izquierda asumió para conjurar el peligro que se apoderaba de la Internacional y la ruina que desdichadamente siguió, se podrán consagrar las enseñanzas que no pueden ni quieren ser recetas para el éxito, sino advertencias severas para defendernos de aquellos peligros y de aquellas debilidades en las que tomaron cuerpo las insidias y las trampas, cuando la historia hizo caer tantas veces a las fuerzas que parecían consagradas a la causa del avance revolucionario.

4.- Los breves puntos ejemplificados que ponemos a continuación no deben entenderse como referencia directa a errores e inconvenientes que puedan amenazar la obra actual, sino que pretenden ser otra contribución a la transmisión de la experiencia de las generaciones pasadas, que se ha construido en una fase en que se daba una óptima restauración de la justa doctrina (dictadura proletaria en Rusia; obra de Lenin y de los suyos en el campo teórico; fundación de la III Internacional en el campo práctico) y estaba incluso en pleno desarrollo en todo el mundo como en Italia, la batalla revolucionaria de los partidos comunistas con amplia participación de las masas. Aquellos resultados juegan hoy con un fuerte «alejamiento de fase» en el sentido histórico y cronológico, pero su recta utilización continúa siendo siempre condición vital, hoy como será mañana más fértil todavía que hoy.

5.- Una característica fundamental del fenómeno que Lenin con un término recibido de Marx y Engels llamó, tratándolo a hierro ardiente, oportunismo, es la de preferir una vía más breve, más cómoda y menos ardua frente a aquella más larga, más incómoda y llena de asperezas, única sobre la cual se puede realizar el pleno encuentro entre la afirmación de nuestros principios y programas, o sea de nuestros máximos objetivos y el desarrollo de la acción práctica inmediata y dirigida en la situación real del momento. Lenin tenía razón cuando decía que la propuesta táctica de renunciar desde aquel momento (finales de la primera guerra) a la acción electoral y parlamentaria, no debía ser mantenido con el argumento de que la acción comunista y revolucionaria en el parlamento fuese tremendamente difícil, porque eran ciertamente más difíciles todavía la insurrección armada y el sucesivo largo control de la compleja transformación económica del mundo social arrancado con la violencia al capitalismo. Nuestra posición fue que era demasiado evidente que las preferencias por el empleo del método democrático derivaban de la tendencia a elegir los cómodos ritos de la acción legalitaria a la trágica dureza de la acción ilegal, y que tal praxis no habría dejado de volver a conducir a todo el movimiento sobre el fatal error socialdemócrata del que con heroicos esfuerzos se había salido. Sabíamos como Lenin que el oportunismo no es una condena de naturaleza moral o ética, sino que consiste en el prevalecimiento en las filas obreras (Marx y Engels para la Inglaterra de finales del 1800) de posiciones propias de estratos intermedios, pequeños burgueses e inspirados más o menos conscientemente en la idea-madre, o sea en los intereses sociales de la clase dominante. La potente y generosa posición de Lenin sobre la acción en el parlamento para colaborar en la destrucción violenta del sistema burgués y del mismo andamiaje democrático, sustituyéndola por la dictadura de clase, debía dar lugar bajo nuestros ojos a la sujeción de los diputados proletarios a las peores sugestiones de las debilidades pequeño burguesas, que desembocan en la abjuración del comunismo y en la traición también banal al servicio del enemigo.
 Esta verificación obtenida en el arco de una inmensa escala histórica (incluso si la generalización tan amplia puede parecer no estar precisamente contenida en la enseñanza de Lenin, alumno como nosotros de la historia) nos conduce a la admonición de que el partido evite toda decisión o elección que pueda ser dictada por el deseo de obtener buenos resultados con menor trabajo o sacrificio. Un impulso similar puede parecer inocente, pero traduce el ánimo perezoso de los pequeño burgueses y obedece a la sugestión de la norma basilar capitalista de obtener el máximo beneficio con mínimos costes.

6.- Otro aspecto regular y constante del fenómeno oportunista como se generó en la II Internacional y como hoy triunfa después de la ruina aún peor que la III, es el de unir la peor degeneración de los principios del partido a una ostentada admiración por los textos clásicos por el dictado y la obra de grandes dirigentes. Constante característica de la hipocresía del pequeño burgués es el aplauso de servir a la potencia del caudillo victorioso, a la grandeza de los textos de ilustres autores, a la elocuencia del orador fecundo después de que en la aplicación se desciende a las más despreciables y a las más contradictorias degeneraciones. Por esto para nada vale un cuerpo de tesis si los que las acogen con entusiasmo de tipo literario no consiguen después en la acción práctica entender el espíritu y respetarlo, y quieren enmascarar la transgresión con una más acentuada, pero platónica, adhesión a textos teóricos.

7.- Otra lección que surge de episodios de la vida de la III Internacional (en nuestra documentación repetidamente recordada a través de las insistentes denuncias de la Izquierda) es la de la vanidad del «terror ideológico», método desgraciado con el cual se quiere sustituir el proceso natural de la difusión de nuestra doctrina a través del encuentro con la realidad hirviente en el ambiente social, con una catequización forzada de elementos recalcitrantes y acobardados, por razones más fuertes que los hombres y que el partido o inherentes a una imperfecta evolución del partido mismo, humillándoles y mortificándoles en reuniones públicas incluso al enemigo, si acaso hubiesen sido exponentes y dirigentes de nuestra acción en episodios de alcance político histórico. Se hizo costumbre obligar a tales elementos (dándoles a elegir a menudo para recobrar posiciones importantes en el engranaje de la organización) a una confesión pública de los errores propios, imitando así el método fideista y pietista de la penitencia y del mea culpa. Por tal vía verdaderamente filistea y digna de la moral burguesa, jamás ningún miembro del partido llegó a ser mejor ni el partido puso remedio a la amenaza de su decadencia. En el partido revolucionario, en pleno desarrollo hacia la victoria, las obediencias son espontáneas y totales pero no ciegas y forzadas, y la disciplina central, como está ilustrado en las tesis y en la documentación que las apoya, equivale a una armonía perfecta de las funciones y de la acción de la base y del centro, no puede ser sustituida por ejercicios burocráticos de un voluntarismo antimarxista.
 La importancia de este punto en la justa comprensión del centralismo orgánico se manifiesta en el recuerdo tremendo de las confesiones con las que fueron reducidos grandes dirigentes revolucionarios, después asesinados en las purgas de Stalin, y de las inútiles autocríticas con que fueron doblegados bajo el chantaje de ser expulsados del partido y difamados como vendidos a sus enemigos; infamias y absurdos jamás sanados por el método no menos santurrón y burgués de las «rehabilitaciones». El abuso progresivo de tales métodos no hace más que señalar la desgraciada vía del triunfo de la última oleada del oportunismo.

8.- Por la necesidad misma de su acción orgánica, y para conseguir tener una función colectiva que supere y olvide todo personalismo y todo individualismo, el partido debe distribuir a sus miembros entre las distintas funciones y actividades que forman su vida. La preparación de los compañeros en tales misiones es un hecho natural que no puede ser guiado con reglas análogas a las de las carreras de la burocracia burguesa. En el partido no hay concursos en los cuales se lucha para alcanzar posiciones más o menos brillantes o visibles, sino que se debe tender a alcanzar orgánicamente aquello que no es una imitación de la división burguesa del trabajo, sino que es un adecuamiento natural del complejo y articulado órgano-partido a su función.
 Bien sabemos que la dialéctica histórica conduce a todo organismo de lucha a perfeccionar sus medios ofensivos empleando las técnicas en poder del enemigo. De esto se deduce que en la fase del combate armado los comunistas tendrán un encuadramiento militar con precisos esquemas de jerarquías con fines unitarios que aseguren el mejor resultado de la acción común. Esta verdad no debe ser una imitación inútil en toda actividad aún no combatiente del partido. Las vías de transmisión de las operaciones deben ser unívocas, pero esta lección de la burocracia burguesa no nos debe hacer olvidar por qué vías se corrompe y degenera, incluso cuando es adoptada en las filas de asociaciones obreras. La organicidad del partido no exige de hecho que todo compañero vea la personificación de la forma partido en otro compañero específicamente designado para transmitir disposiciones que vienen de arriba. Esta transmisión entre las moléculas que componen el órgano partido tiene siempre contemporáneamente la doble dirección; y la dinámica de toda unidad se integra en la dinámica histórica del conjunto. Abusar de los formalismos de organización sin una razón vital ha sido y será siempre un defecto y un peligro sospechoso y estúpido.

9.- La histórica forma de producción que es el capitalismo, con su mito de la propiedad privada como derecho de los hombres, que mistifica y enmascara el monopolio de una clase minoritaria, ha tenido necesidad de señalar los nudos de sus estructuras y las etapas de su evolución con grandes nombres de progresiva notoriedad. En el largo arco burgués, cuya siniestra historia pesa como un yugo sobre nuestras espaldas de rebeldes, en principio el hombre más valiente y fuerte alcanzaba la notoriedad máxima y tendía a los máximos poderes; hoy en este filisteismo dominante pequeño-burgués, quizás el más vil y el más débil adquieren importancia en función del puerco método publicitario.
 El esfuerzo actual de nuestro partido en sudifícil tarea es el de liberarse para siempre del empuje traidor que parecía emanar de hombres ilustres, y de la función despreciable de fabricar, para alcanzar sus objetivos y sus victorias, una estúpida notoriedad y publicidad para otros nombres personales. Al partido no le deben faltar en ninguno de sus meandros la decisión y el coraje de combatir por un resultado similar, verdadera anticipación de la historia y de la sociedad de mañana.
 

Consideraciones sobre la orgánica actividad del partido cuando la situación general es históricamente desfavorable

1.- La llamada cuestión de la organización interna del partido ha sido siempre objeto de las posiciones de los marxistas tradicionales y de la izquierda comunista actual, nacida como oposición a los errores de la Internacional de Moscú. Naturalmente esta cuestión no es un sector aislado en un compartimento cerrado, sino que es algo inseparable del cuadro general de nuestras posiciones.

2.- Todo lo que forma parte de la doctrina, de la teoría general del partido, se encuentra en los textos clásicos y está resumido profundamente en manifestaciones más recientes, en textos italianos como las Tesis de Roma y de Lyon y en otras muchas con las cuales la izquierda presagió la ruina de la III Internacional por fenómenos no menos graves que los ofrecidos por la II. Todo este material, en parte, es utilizado ahora para el estudio sobre la organización (entendida en un sentido restringido como organización del Partido y no en el sentido amplio de organización del proletariado en sus diversas formas históricas y sociales) y no se pretende aquí resumirlo, reenviando a dichos textos y al amplio trabajo en curso de la Historia de la Izquierda, cuyo segundo volumen se está preparando.

3.- Se deja a la teoría pura, común a todos nosotros y fuera de discusión, todo lo que respecta a la ideología del partido y a la naturaleza del mismo, y a las relaciones entre el partido y su propia clase proletaria, que se resumen en la conclusión obvia de que sólo con el partido y su acción, el proletariado se convierte en clase para sí y para la revolución.

4.- Indicamos normalmente como cuestiones de táctica (repetida la reserva de que no existen capítulos y secciones autónomas) las que surgen y se desarrollan históricamente en las relaciones entre el proletariado y las otras clases, el partido proletario y las otras organizaciones proletarias, y entre él y los partidos burgueses y no proletarios.

5.- La relación que fluye entre las soluciones tácticas, para no ser condenadas por los principios doctrinales y teóricos, y el desarrollo multiforme de las situaciones objetivas y, en cierto sentido, externas al partido, es en verdad bastante mutable; pero la Izquierda ha mantenido que el partido debe dominarla y preverla con antelación, como está escrito en las Tesis de Roma sobre la táctica, entendidas como proyecto de Tesis para la táctica internacional.
 Existen, para ser sintéticos hasta el extremo, períodos de situaciones objetivas favorables junto a condiciones desfavorables del partido como sujeto; puede darse también el caso opuesto, hay estados raros que son sugestivos ejemplos de un partido bien preparado y de una situación social que encuentra a las masas lanzadas hacia la revolución y hacia el partido que la ha previsto y descrito con antelación, como Lenin reivindicó para los bolcheviques en Rusia.

6.- Dejando a un lado «distinciones» pedantes, podemos preguntarnos en qué situación objetiva se encuentra la sociedad de hoy. Ciertamente la respuesta es que estamos en la peor situación posible y que gran parte del proletariado, más que ser golpeado por la burguesía, está controlado por los partidos que trabajan al servicio de ésta e impiden al proletariado todo movimiento clasista revolucionario, de modo que no se puede prever cuánto tiempo transcurrirá hasta que en esta situación muerta y amorfa, llegue lo que otras veces definimos como «polarización» o «ionización» de las moléculas sociales que precederá a la explosión del gran antagonismo de clase.

7.- ¿Cuáles son, en este periodo desfavorable, las consecuencias sobre la dinámica orgánica interna del partido? Hemos dicho siempre, en todos los textos más arriba citados, que el partido se ve inexorablemente afectado por el carácter de la situación real que lo rodea. Por tanto, los grandes partidos proletarios que existen son necesaria y declaradamente oportunistas.
 Es una tesis fundamental de la Izquierda que nuestro partido no debe por este motivo renunciar a resistir, sino que debe sobrevivir y transmitir la llama a lo largo del histórico «hilo del tiempo». Está claro que será un partido pequeño, no por nuestro deseo o elección, sino por ineluctable necesidad.
 Pensando en la estructura de este partido incluso en la época de decadencia de la III Internacional, y en innumerables polémicas, hemos rechazado, con argumentos que no es necesario repetir, varias acusaciones. No queremos un partido de secta secreta o de élite, que rechace todo contacto con el exterior por manías de pureza. Rechazamos toda fórmula de partido obrero o laborista que quiera excluir a todos los no proletarios, fórmula que pertenece a todos los partidos oportunistas históricos. No queremos reducir el partido a una organización de tipo cultural, intelectual y académica como la que dio lugar a las polémicas que se remontan a hace más de medio siglo; tampoco creemos, como ciertos anarquistas o blanquistas, que se pueda pensar en un partido de acción armada conspirativa y que se dedique a conjurar.

8.- Dado que el carácter de degeneración del complejo social se concentra en la falsificación y en la destrucción de la teoría y de la sana doctrina, está claro que el pequeño partido de hoy tiene un carácter preeminente de restaurador de los principios de valor doctrinal, y desgraciadamente está privado del ambiente favorable en el que Lenin realizó esta tarea tras el desastre de la primera guerra. Sin embargo, no por esto podemos trazar una barrera entre teoría y acción práctica; porque más allá de cierto límite nos destruiríamos a nosotros mismos y a todas nuestras bases de principio. Reivindicamos, por lo tanto, todas las formas de actividad propias de los momentos favorables en la medida en que las relaciones de fuerza reales lo permitan.

9.- Todo esto podría desarrollarse mucho más ampliamente, pero se puede llegar a una conclusión sobre la estructura organizativa del partido en un periodo tan difícil. Sería un error fatal verlo como divisible en dos grupos: uno dedicado al estudio y otro a la acción, porque esta distinción es mortal no sólo para el cuerpo del partido, sino también en relación a cada militante individual. El sentido del unitarismo y del centralismo orgánico es que el partido desarrolla en sí los órganos aptos para sus distintas funciones, que nosotros llamamos propaganda, proselitismo, organización proletaria, trabajo sindical, etc.; hasta llegar mañana, a la organización armada, pero nada se debe deducir del número de compañeros que se considera dedicado a tales funciones, porque en principio ningún compañero debe ser ajeno a ninguna de ellas.
 Es un percance histórico que en esta fase puedan parecer demasiados los compañeros dedicados a la teoría y a la historia del movimiento y pocos los preparados para la acción. Sería sobre todo insensata la búsqueda del número de los dedicados a una y otra manifestación de energía. Todos sabemos que, cuando la situación se radicalice, innumerables elementos se alinearán con nosotros, en una vía inmediata, instintiva y sin el mínimo curso de estudios que pueda imitar a las cualificaciones académicas.

10.- Sabemos muy bien que el peligro oportunista, desde que Marx luchó contra Bakunin, Proudhon, Lasalle y en todas las fases ulteriores del morbo oportunista, ha estado ligado enteramente a la influencia de falsos aliados pequeño burgueses sobre el proletariado.
 Toda nuestra desconfianza infinita hacia la aportación de estos estratos sociales no debe ni puede impedirnos utilizarles sobre la base de las potentes enseñanzas de la historia de los elementos de excepción, que el partido destinará al trabajo de reordenación de la teoría, fuera del cual no existe más que la muerte y que en el futuro, con su plan de difusión deberá identificarse con la inmensa extensión de las masas revolucionarias.

11.- Las violentas chispas que saltaron de entre los conductores de nuestra dialéctica nos han enseñado que es compañero militante comunista y revolucionario quien ha sabido olvidar, renegar, quitarse de la mente y del corazón la clasificación en que lo inscribe el padrón de esta sociedad en putrefación, y se ve y confunde a sí mismo en todo el arco milenario que liga al ancestral hombre de la tribu que luchaba contra las bestias, con el miembro de la comunidad futura, fraterna en la armonía alegre del hombre social.

12.- Partido histórico y partido formal. Esta distinción está en Marx y Engels, y ellos tuvieron el derecho de deducir que, estando con su obra en línea con el partido histórico, despreciaban pertenecer a todo partido formal. De esto ningún militante actual puede inferir el derecho a una elección: tener las cartas en regla con el «partido histórico», y burlarse del partido formal. Esto no porque Marx y Engels fuesen superhombres de un tipo o raza distinta a los demás, sino precisamente por la sana inteligencia de su proposición que tiene sentido dialéctico e histórico.
 Marx dice: partido en su acepción histórica, en el sentido histórico, y partido formal o efímero. En el primer concepto está la continuidad, y de él hemos derivado nuestra tesis característica de la invariabilidad de la doctrina desde que Marx la formuló, no como una invención de genio, sino como hallazgo de un resultado de la evolución humana. Pero los dos conceptos no están en oposición metafísica, y sería necio expresarlos con la doctrinilla: vuelvo la espalda al partido formal y voy hacia el histórico.
 Cuando hacemos surgir de la doctrina invariante la conclusión de que la victoria revolucionaria de la clase trabajadora no puede obtenerse mas que con el partido de clase y la dictadura de éste, y con la guía de las palabras de Marx afirmamos que antes del partido revolucionario y comunista el proletariado es una clase, quizás para la ciencia burguesa, pero no para Marx y para nosotros; la conclusión a deducir es que para la victoria será necesario tener un partido que merezca al mismo tiempo la calificación de partido histórico y de partido formal, o sea, que se haya resuelto en la realidad de la acción y de la historia la contradicción aparente – que ha dominado un largo y difícil pasado – entre partido histórico, por tanto, en cuanto al contenido (programa histórico, invariable), y partido contingente, es decir, en cuanto a la forma, que actúa como fuerza y praxis física de una parte decisiva del proletariado en lucha.
 Esta sintética puesta a punto de la cuestión doctrinal hace referencia también rápidamente a los procesos históricos que nos preceden.

13.- El primer paso, desde un conjunto de pequeños grupos y ligas, en los que se manifiesta la lucha obrera, hasta el partido Internacional previsto por la doctrina, se da con la fundación de la I Internacional en 1864. No es este el momento de reconstruir el proceso de la crisis de ésta, que bajo la dirección de Marx fue defendida a ultranza de las infiltraciones de programas pequeño-burgueses como los de los libertarios.
 En 1889 se reconstituye la II Internacional, tras la muerte de Marx, pero bajo el control de Engels, cuyas indicaciones no fueron aplicadas. Por algún tiempo se tendió a tener de nuevo en el partido formal la continuación del partido histórico, pero fue despedazado en los años siguientes por el tipo federalista y no centralista, por las influencias de la praxis parlamentaria y del culto a la democracia y por la visión nacionalista de las distintas secciones, no concebidas como ejércitos de guerra contra el propio estado, como habría querido el Manifiesto de 1848; surge el revisionismo abierto que desvaloriza el fin histórico y exalta el movimiento contingente y formal.
 El surgimiento de la III Internacional, tras la caída desastrosa en 1914 en el puro democratismo y nacionalismo de casi todas las secciones, fue para nosotros en los años que siguieron a 1919 la plena conjunción del partido histórico en el partido formal. La nueva Internacional surgió declaradamente centralista y antidemocrática, pero la praxis histórica de la incorporación de las secciones federadas en la Internacional fracasada fue particularmente difícil y apresurada ante la preocupación de que fuese inmediato el paso entre la conquista del poder en Rusia y la conquista en los países europeos.
 Si la sección surgida en Italia de las ruinas del viejo partido de la II Internacional fue particularmente conducida, no por virtud de las personas, sino por derivaciones históricas, a advertir de la exigencia de soldar el movimiento histórico y su forma actual, fue por haber mantenido luchas particulares contra las formas degeneradas y por tanto por haber rechazado las infiltraciones no sólo de las fuerzas dominadas por posiciones de tipo nacional, parlamentario y democrático, sino también de aquellas (itálicas, maximalismo) que se dejaron influenciar por el revolucionarismo pequeño-burgués, anarco-sindicalista. Esta corriente de izquierda luchó particularmente para que las condiciones de admisión fuesen rígidas (construcción de la nueva estructura formal), las aplicó de lleno en Italia, y cuanto éstas dieron resultados no perfectos en Francia, Alemania, etc., fue la primera en advertir de la existencia del peligro para toda la Internacional.
 La situación histórica, por la cual el Estado proletario sólo se había constituido en un país, mientras que en los otros no se había conseguido conquistar el poder, hacía difícil a la sección rusa la clara solución orgánica de mantener el timón de la organización mundial.
 La Izquierda fue la primera en advertir que el comportamiento del Estado ruso, tanto en su economía interna como en las relaciones internacionales, comenzaba a acusar desviaciones, y advirtió también de que se establecería una diferencia entre la política del partido histórico, es decir, de todos los comunistas revolucionarios del mundo, y la política de un partido formal que defendiese los intereses del Estado ruso contingente.

14.- Este abismo se excavó tan profundamente desde entonces que las «aparentes» secciones que dependían del partido-guía ruso, hicieron en un sentido efímero una política vulgar de colaboración con la burguesía, no mejor que la tradicional de los partidos corruptos de la II Internacional.
 Esto da la posibilidad, no diremos el derecho, a los grupos que surgieron de la lucha de la Izquierda italiana contra la degeneración de Moscú de entender mejor que cualquier otro el camino que el partido verdadero, activo y formal, debe mantener para ser consecuente con las características del partido histórico revolucionario que en línea de praxis se ha afirmado en grandes fragmentos históricos a través de la serie trágica de las derrotas de la revolución.
 La transmisión de esta tradición no deformada por los esfuerzos para hacer real una nueva organización del partido internacional sin pausas históricas, organizativamente no se puede basar en la elección de hombres muy cualificados o muy informados de la doctrina histórica, sino que orgánicamente tiene que utilizar del modo más fiel la línea entre la acción del grupo con el que ella se manifestaba hace 40 años y la línea actual. El nuevo movimiento no puede esperar superhombres ni Mesías, sino que se debe basar en un nuevo despertar de cuanto ha podido conservar a través de mucho tiempo, y la conservación no puede limitarse a la enseñanza de tesis y a la búsqueda de documentos, sino que se sirve también de utensilios vivos que forman una vieja guardia y que confían en dar una consigna incorrupta y potente a una joven guardia. Esta se lanza hacia nuevas revoluciones que tal vez no deban esperar más de un decenio desde ahora para la acción en un primer plano en la escena histórica; no interesan al partido y a la revolución el nombre de unos u otros hombres.
 La correcta transmisión de la tradición por encima de las generaciones, y por esto por encima de nombres de hombres vivos o muertos, no puede reducirse a la de los textos críticos, y al método único de empleo de la doctrina del partido comunista de manera adherente y fiel a los clásicos, sino que debe referirse a la batalla de clase que la Izquierda marxista (no queremos limitar el reclamo a la región italiana) implantó y condujo en la lucha real más encendida en los años posteriores a 1919, y que fue despedazada más que por la relación de fuerzas con la clase enemiga, por el vínculo de dependencia de un centro que degeneraba de lo que había sido el partido Mundial histórico, para convertirse en un partido efímero destruido por la patología oportunista, hasta que históricamente se rompió de hecho.
 La Izquierda intentó históricamente, sin romper con el principio de la disciplina mundial centralizada, dar la batalla revolucionaria y defensiva manteniendo al proletariado de vanguardia indemne para la colusión con los estratos intermedios, sus partidos y sus ideologías dirigidas para la derrota. Frustrada también esta contingencia histórica de salvar si no la revolución al menos el nervio de su partido histórico, hoy se ha reiniciado en una situación objetiva apática y hostil, en medio de un proletariado infectado de democratismo pequeño burgués hasta la médula; pero el organismo naciente, utilizando toda la tradición doctrinal y táctica reafirmada por la verificación histórica de previsiones tempestivas, la aplica también a su acción cotidiana persiguiendo la reanudación de un contacto cada vez más amplio con las masas explotadas, y elimina de su propia estructura uno de los errores de partida de la Internacional de Moscú, liquidando la tesis del centralismo democrático y la aplicación de toda máquina de voto, como ha eliminado de la ideología incluso del último miembro, toda concesión a las directrices democratoides, pacifistas, autonomistas y libertarias.

Crisi: attacco a salari e occupazione

Sul fronte capitale-lavoro vediamo da una parte la diminuzione del salario effettivo (aumento dei prezzi, aumento dell’intensità del lavoro), dall’altra l’aumento costante della disoccupazione in seguito alla smobilitazione parziale delle grandi industrie e al crollo delle piccole per la non competitività sul mercato internazionale.

Nella Repubblica Federale il numero dei disoccupati è aumentato nel solo mese di settembre da 527 mila a 557.000 unità, venendo a rappresentare i disoccupati sulla popolazione attiva il 2,4% per i lavoratori tedeschi e il 2,6% per gli immigrati che ne vengono a sopportare le maggiori spese. Il governo prevede per la fine dell’anno un raddoppiamento della disoccupazione. Sempre da agosto a settembre i «disoccupati parziali» (parziale anche il salario!) sono raddoppiati, da 105 a 265 mila.

Indicativo che i 43.000 operai della Volkswagen e i 18.000 dell’AUDI-NSU hanno cominciato da oggi turni di lavoro ad orario ridotto.

Da ottimi difensori del regime del capitale, i sindacati (DGB), insieme a padroni e dirigenti della banca centrale e governo, hanno sottoscritto il «patto sociale» e approvato la linea governativa che vede nell’aumento dei salari la causa dell’inflazione e della disoccupazione.

Quindi, logica conclusione, nessuna rivendicazione, nessun aumento dei salari, sennò, ahimè, disoccupazione. Per i 200 mila metallurgici della Renania-Vestfalia il sindacato è riuscito a imporre agli operai, che ne richiedevano il 20%, l’aumento del solo 14%, come base per le trattative.

Fino a quando ancora il regime capitalistico, grazie al tradimento dei «rappresentanti operai», riuscirà a scaricare le sue inevitabili crisi sul sangue proletario?

Senza questa domanda i ministri, socialdemocratici o no, industriali, banchieri, «rappresentanti degli operai», dormirebbero anche nelle «crisi» i loro sonni tranquilli.

In Francia il ritmo di aumento dei prezzi al dettaglio è stato negli ultimi tre mesi del 13,4%; considerando nel 1970 base 100 il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto, nell’agosto 1974, quota 142; 135,8 quello dei prodotti manifatturieri e 138,5 quello dei servizi.

La situazione si fa via via più tesa, licenziamenti e chiusure delle fabbriche si susseguono: 841 operai licenziati nella Titan Coder di Mauberger, altri a Samer, a Cannes, a Marsiglia, nelle miniere di carbone della Mosella. Gli operai occupano le fabbriche, proclamano lo sciopero per difendere il posto di lavoro. Purtroppo queste manifestazioni di difesa operaia rimangono isolate, disperse, fiaccate in partenza dalle centrali sindacali che non collegano gli scioperi e cercano invece di fiaccare con sterili manifestazioni cittadine la combattività operaia.

Accanto a queste manifestazioni di strenua e impotente difesa per salvare i posti di lavoro, troviamo tutta una serie di scioperi per aumenti salariali, come quello dei 7000 operai del ferro del bacino della Lorena.

I 1500 operai del centro di smistamento Paris-Brune hanno scioperato senza preavviso contro «i miglioramenti delle condizioni di lavoro» che aumentavano invece lo sfruttamento operaio senza rispondere alle rivendicazioni degli operai di un aumento degli effettivi. Da notare che questi «miglioramenti» erano stati decisi fra i rappresentanti operai e la direzione.

I sussulti di classe non risparmiano nemmeno la Spagna «fascista» e il «socialista» Egitto. In Spagna sciopero alle officine Fasa-Renault dove gli operai rivendicavano 44 ore lavorative settimanali. La manifestazione ha provocato parecchi feriti in scontri con la polizia e 8 arresti. In Egitto scioperi per aumenti salariali a Heluan (i salari degli operai privilegiati rispetto al resto della popolazione, non raggiungono le 50 mila lire mensili). Giustamente preoccupato il governo dall’incitamento alla lotta che questa manifestazione poteva costituire per tutti gli altri salariati, ha subito concesso un «anticipo» di L. 50 mila per il mese di Ramadan a tutti i salariati del paese.

Per concludere negli Stati Uniti la disoccupazione ha raggiunto il 5,8% in seguito a numerosi licenziamenti nell’industria, nelle costruzioni, nel commercio. Si prevede per la fine d’anno più del 6%. In Inghilterra 674.000 disoccupati per la fine del ’74, 900 mila per l’anno prossimo mentre l’aumento dei prezzi dal 16,7% per il ’74 passerà nel ’75 al 17,6%.

La paura dei bonzi

Da qualche tempo il sentimento più diffuso fra i sindacalisti sembra essere la paura. Paura di quello che succederà nell’autunno, paura di non dominare la situazione, paura di lasciarsi sfuggire il controllo delle masse.

Infatti, il cigiellino Benvenuto intervistato dal settimanale «Espresso» del primo settembre a proposito degli «errori» commessi dai sindacati negli ultimi tempi così ha risposto: «Nel 1974, per la prima volta dal ’69 in poi, il sindacato s’è fatto condizionare dal quadro politico, ha temuto che un’azione troppo energica avrebbe provocato la caduta del governo Rumor e per evitarla ha adottato un atteggiamento incoerente. Chiedevamo molto, tutto, la nuova «Città del sole», ma non ottenevamo niente e facevamo poco per ottenerlo. In queste nostre incertezze ha pesato molto l’operazione Fanfani-Scalia: la minaccia di una scissione nella CISL ha prodotto effetti estremamente negativi su tutto il movimento, le Confederazioni si sono sfiancate in un’opera di mediazione al vertice e gran parte della dialettica sindacale si è ridotta ai dialoghi tra Lama e Storti. In queste condizioni non si può dirigere con efficacia un movimento di massa. Infatti le conseguenze si sono viste presto: la credibilità del sindacato è diminuita, ci sono stati fenomeni di distacco e di sbandamento».

Non ne dubitiamo affatto, egregio pompiere confederale. La paura è l’ingrediente fondamentale della psicologia del bonzo: non «paura di sbagliare le scelte strategiche e tattiche» (quelle resteranno sempre le stesse: non sono «scelte», sono «subite» per la difesa degli interessi del capitale), ma paura del sano istinto di classe proletario! Buon segno: indizio che il «controllo» non funziona più così bene per gli illustrissimi mandarini delle «riforme di struttura» e del «sindacalismo responsabile».

Etiopia: La borghesia salva il Re ma spara su operai e contadini

Una delle più tragiche conseguenze del crollo della III Internazionale, e della degenerazione dei partiti legati a Mosca è costituita dal fatto che il proletariato delle aree sottosviluppate è stato praticamente abbandonato a se stesso, ed ha dovuto sottostare alle esigenze delle varie borghesie nazionali. Una riprova di questo fatto la troviamo nell’esame di tutte le lotte di liberazione nazionale che si sono svolte dal 1945 ad oggi. In Cina, in Algeria, in Egitto, in Congo; in ogni paese, il proletariato è stato soggiogato dalla propria borghesia, la quale, dopo aver realizzato la propria indipendenza nazionale (e in molti casi prima ancora), ha ferocemente represso ogni sussulto di classe dei proletari, dei semiproletari, e dei contadini poveri.

I fatti di Etiopia, non sono che una nuova conferma di questo svolgimento. La borghesia etiopica rappresentata da ufficiali dell’esercito (come in molti altri paesi, vedi ad esempio Egitto e Algeria), sta procedendo allo smantellamento delle vecchie strutture feudali di un impero millenario, ma lo fa solo dopo aver schiacciato i proletari.

Ecco i fatti: Tra il 26 e il 29 febbraio all’Asmara, a Massaua e nella base aerea di Debre Zeit, le truppe, guidate da giovani ufficiali, si ammutinano. I militari ribelli reclamano la riforma della costituzione e la realizzazione di riforme sociali.

L’imperatore in difficoltà, cerca di temporeggiare con un cambiamento di governo e con la promessa di rivedere la costituzione e di realizzare la riforma agraria. Ma il «comitato di coordinamento militare» alla fine di marzo depone il nuovo governo e inizia ad arrestare i personaggi più in vista del vecchio regime accusandoli di «corruzione». Il 12 settembre i militari depongono lo stesso Haile Selassie e chiedono ad uno dei suoi innumerevoli figli, il principe Asfa Wossen (residente in Svizzera) di divenire re costituzionale. Il principe dieci giorni dopo, graziosamente dichiara di accettare.

La borghesia etiope (molto più «pratica» della borghesia francese del ’89) non taglia la testa al vecchio re. In compenso cerca però di tagliargli la borsa. Pare infatti che il «leone dominatore della tribù di Giuda», «eletto da Dio» fosse interessato non solo alle sue prerogative divine ma si sia compiaciuto nel corso del suo lungo regno, di accumulare un certo numero di miliardi prudentemente depositati in banche svizzere. Ma l’ex-imperatore, che non ha opposto resistenza quando gli hanno tolto la corona, è molto più ostinato quando tentano di soffiargli i quattrini e si è energicamente rifiutato di cedere i suoi «risparmi».

Il 26 settembre il comitato militare abolisce le prerogative «divine» dell’imperatore, stabilendo che esso non sarà più «eletto da Dio», ma «eletto dal popolo».

Così la borghesia ha proceduto allo smantellamento del regime feudale. I giornali borghesi occidentali, commentando questi avvenimenti, si compiacciono del fatto che «senza spargimento di sangue» si sia pervenuti all’abbattimento di un regime arcaico, fondato su una spietata oppressione e su privilegi di casta. In effetti, nei confronti dei rappresentanti del vecchio regime, la borghesia etiope ha proceduto con molta cautela. Poche decine di personaggi più in vista sono stati arrestati (molti si sono presentati spontaneamente) nessuno è stato fucilato. I borghesi occidentali che osservano con apprensione gli avvenimenti, possono respirare di sollievo, non vedremo le teste dei nobili rotolare dalla ghigliottina.

Con molta maggiore decisione, con grande ferocia, la borghesia etiope si è comportata nei confronti dei proletari e dei contadini poveri. Di fronte all’agitarsi minaccioso delle masse proletarie e semiproletarie, si è verificato quello che tante volte abbiamo osservato nella storia. La borghesia non esita ad allearsi con gli oppressori di ieri, con gli arnesi del vecchio regime feudale.

Su questo fronte i morti ci sono stati e a centinaia:

25 febbraio: sciopero ad Addis Abeba; la polizia spara: 3 morti e 20 feriti;

28 marzo: l’esercito spara sui contadini che protestavano contro lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari;

1 aprile: nuovi scontri fra polizia e contadini poveri;

17 aprile: la polizia spara sui ferrovieri in sciopero e studenti a Dire Doua;

24 aprile: la polizia spara contro gli scioperanti ad Addis Abeba;

3 maggio: l’esercito stronca uno sciopero delle poste e arresta i capi sindacali;

12 settembre: il comitato militare sopprime il diritto di sciopero;

20 settembre: i sindacati reclamano l’aumento dei salari; il diritto di sciopero e di associazione minacciando lo sciopero generale;

23 settembre: i militari arrestano i capi della CELU (Confederation Ethiopian Labour Unions) la confederazione proclama lo sciopero generale, ma gli operai sono ormai terrorizzati e impossibilitati a difendersi. Lo sciopero generale fallisce e viene revocato il 25/9.

È una nuova sanguinosa sconfitta del proletariato, ma è anche una nuova conferma delle lezioni che noi abbiamo tratto dagli avvenimenti degli ultimi 50 anni. I proletari etiopi non sono stati in grado di difendere nemmeno le proprie condizioni di vita, e non certo per mancanza di coraggio o di combattività. Abbandonati a se stessi, privi della guida del partito comunista rivoluzionario, sono passati dalla oppressione feudale alla oppressione borghese, subendo gli avvenimenti, senza poterli volgere a loro favore.

L’epilogo non poteva né potrà mai essere diverso, finché non risorgerà di nuovo il Partito Comunista Internazionale, che dichiarerà guerra ad ogni forma di oppressione, unificando le lotte del proletariato occidentale e delle masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa.

Il turpe mito della resistenza

A trent’anni di distanza vogliamo commemorare anche noi la «Resistenza», nel modo che si confà al vero Partito Comunista: gloria ai compagni Atti ed Acquaviva, uccisi proditoriamente dai partigiani, sicari dei partiti traditori. Essi caddero in nome della guerra alla guerra, della trasformazione leninista della guerra tra gli stati in guerra tra le classi, come Rosa e Carlo, come infinite schiere di proletari di tutto il mondo.

A Firenze si è celebrato il trentennale della «Liberazione», ovvero del salto della quaglia della ciabattona borghesia italiana dal fronte nippo-tedesco, ormai agonizzante, a quello del dollaro all’atomo e al cacao; auspice quel tal Palmiro che di salti sommo maestro fu: dal fronte di Beppe il calzolaio, collezionatore di teste rivoluzionarie, a quello di Nikita, affossatore di staliniani. Per cui il proletariato fu «liberato» dal padrone tedesco per cadere sotto il tallone del più spregiudicato padrone americano. Viva la «Liberazione»!

Le cronache hanno riferito di una brillante parata «popolare». E popolare è stata. A plotoni affiancati sono sfilati in obbrobrioso gomito a gomito i reparti della repressione statale, polizia, carabinieri, truppe speciali, reparti dell’esercito, ex-partigiani, rappresentanze sindacali, politiche, dei partiti, delle associazioni patriottiche, ecc. ecc. Su tutti vegliava l’anima del «grande assente», che dall’alto della sua quadrata mandibola cristianamente perdonava coloro che non si sapevano quello che facevano quel giorno sulla strada di Dongo. Ma in quella variopinta rassegna non poteva mancare il «sinistro» alla moda, il «cinese», a contestare, lui medaglia al valore partigiano, la tradita Resistenza, la incompiuta democrazia. Lui è ancora lì a far credere che in fondo i cannoni potrebbero sparare marmellata.

Rinverdire la «Resistenza»! Motivo democratico per rinsaldare la pace tra operaio e padrone, tra oppressi e Stato oppressore, tra proletari ingannati e filibustieri di professione, in vista del potente terremoto, i cui sordi brontolii preannunciano una marcia funebre per l’ingorda borghesia e i suoi ruffiani. «Resista» la borghesia, il suo Stato, i suoi corifei, se potranno, all’assalto dell’unitaria armata internazionale del proletariato. La Resistenza è del capitalismo. L’offensiva è della classe operaia mondiale.

Contro le acrobazie della manovra politica

dalle tesi di Lione  I e II

Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché l’evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il voler avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo gli effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi alle false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.