In Corea – Dagli affari in guerra agli affari in pace
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Pare (ma non è detta l’ultima parola, almeno per quanto riguarda le scaramucce che potrebbero anche avvenire – non è la prima volta – fra gli alleati di ieri) che la guerra in Corea sia finita. Tre anni di una guerra che, agli effetti degli obiettivi dichiarati, si proclama inutile, ma che ha pure risposto agli obiettivi sottaciuti, quelli di rianimare l’economia americana e di consentire fruttiferi investimenti bellici. È finita, evidentemente, perché gli utili non compensavano più le perdite.
Ciò non significa che la Corea abbia cessato di rappresentare un fertile campo d’investimento. La guerra rende, al capitalismo, al di la della sua durata: è una distruzione necessaria sia per smaltire prodotti giacenti, sia – e soprattutto – per riattivare un nuovo ciclo di produzione. Perciò Foster Dulles ha dichiarato che le truppe americane rimarranno in Corea per condurre a termine l’opera della… ricostruzione. Quello che potrebbe sembrare un paradosso è tuttavia la chiave del “progresso” capitalistico: si distrugge per ricostruire, si ricostruisce per riaprire sorgenti di profitto. Ricostruiscono gli stessi distruttori: benefattori due volte, liberatori due volte. La Corea, che ha avuto il sovrano beneficio di essere distrutta in nome della libertà, sarà nello stesso nome ricostruita.
Il meccanismo dell’operazione é chiaro: tutto il dopoguerra europeo lo illustra. In Germania e in Giappone le truppe “liberatrici” hanno continuato a soggiornare per rendere possibile la ricostruzione. Vi soggiornarono in parte per ragioni strategiche: vi soggiorneranno soprattutto per riservare ai vittoriosi un campo d’investimento ben difeso, un mercato di merci e di capitali, un settore cui riversare le elemosine materiali e i “beni dello spirito”, – un libero territorio di esercitazioni poliziesche contro la rivolta degli affamati. La Corea, uscita dalla guerra calda, entra nel girone della guerra fredda, altrimenti detta ricostruzione (e, s’intende, democratica). Sarà il regno delle scatolette, delle assistenze, dei traffico di sigarette americane, degli investimenti produttivi, un’appendice della colonia statunitense del Giappone. L’industria americana non ha perciò nulla da temere dalla cessazione delle ostilità. A parte l’incertezza di un armistizio le cui clausole sono state congegnate apposta per lasciare uno spiraglio a nuovi colpi di cannone, la “liberazione” della penisola, la sua “ricostruzione democratica”, chiederà alle macchine americane di girare ancora a pieno ritmo.
La generosità del capitalismo può essere infinita fino alla rivoluzione proletaria.