Partito Comunista Internazionale

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.1)

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Articolo genitore: I fattori di razza e nazione nella teoria marxista

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INTRODUZIONE: Impotenza della banale posizione “negativista”

Razze, nazioni o classi?

1) Il metodo della sinistra comunista italiana ed internazionale nulla ha mai avuto di comune con il falso estremismo dommatico e settario che pretenderebbe con vuote negazioni verbali e letterarie di superare forze presenti nei reali processi della storia.

In un recente «Filo del Tempo» che introduce una serie di trattazioni della questione nazionale-coloniale e della questione agraria – e quindi delle principali contemporanee questioni sociali in cui sono in gioco forze notevoli non limitate al capitale industriale e al proletariato salariato – si è dimostrato con citazioni documentarie che il marxismo rivoluzionario perfettamente ortodosso e radicale riconosce l’importanza presente di tali fattori e la corrispondente necessità di avere in ordine ad essi una pratica di classe e di partito adatta; e ciò non solo citando Marx, Engels e Lenin ma gli stessi documenti base, dal 1920 al 1926, della opposizione di sinistra nella Internazionale e del Partito Comunista d’Italia che in quel tratto ne faceva parte integrante.

Soltanto nelle vuote insinuazioni degli avversari della sinistra, incanalati da allora sulla via dell’opportunismo, e oggi naufragati paurosamente nel rinnegamento del marxismo classista e nella politica controrivoluzionaria, la sinistra sarebbe stata partecipe dell’errore assolutista e metafisico secondo cui il partito comunista non deve di altro occuparsi che di un duello tra le forze pure del capitale moderno e degli operai di azienda, dal quale sorgerà la rivoluzione proletaria, negando ed ignorando l’influenza sulla lotta sociale di ogni altra classe e di ogni altro fattore. Nella nostra recente opera di riproposizione dei cardini dell’economia marxista e del programma rivoluzionario marxista abbiamo mostrato con ampiezza come questa «fase» pura nella realtà non esiste neanche oggi e in nessun paese, nemmeno nei più densamente industriali e in quelli di più antica affermazione del dominio politico della borghesia come possono essere Inghilterra, Francia, Stati Uniti; anzi che essa non si verificherà mai in nessun posto, non essendone affatto l’attesa una condizione per la vittoria rivoluzionaria del proletariato.

È dunque una pura scempiaggine dire che essendo il marxismo la teoria della moderna lotta di classe tra capitalisti ed operai, ed il comunismo il movimento che conduce la lotta del proletariato, noi neghiamo effetto storico alle forze sociali di altre classi, ad esempio i contadini, e alle tendenze e pressioni razziali e nazionali, e nello stabilire la nostra azione trascuriamo come superflui tali elementi.

2) Il materialismo storico, presentando in modo nuovo ed originale il corso della preistoria, non ha solo considerato, studiato e valutato i processi di formazione di famiglie, gruppi, tribù, razze e popoli fino al formarsi delle nazioni e degli Stati politici, ma appunto ne ha dato la spiegazione come connessi e condizionati allo sviluppo delle forze produttive e come manifestazione e conferma della teoria del determinismo economico.

Indubbiamente la famiglia e l’orda sono forme che incontriamo anche presso le specie animali, e si suole dire che anche le più evolute di esse, se cominciano a presentare esempi di organizzazione collettiva a fini di comune difesa e conservazione ed anche di raccolta e provvista di alimenti, non presentano ancora una attività produttiva, che distingue l’uomo anche il più antico. Meglio sarebbe dire che distingue la specie umana, non la conoscenza o il pensiero o la particella di divina luce, ma la capacità di produrre non solo oggetti da consumare, ma anche oggetti da dedicare alla ulteriore

produzione, come i primi per quanto rudimentali utensili di caccia, di pesca, di raccolta di frutti, e poi di lavoro agricolo e artigiano. Questa prima necessità di organizzare la produzione dell’utensile si innesta, a caratterizzare la specie umana, con quella di dare una disciplina e una normativa al processo riproduttivo, superando la occasionalità del rapporto sessuale con forme assai più complesse di quelle che presentava il mondo animale. Soprattutto nella classica opera di Engels, cui si attingerà largamente, è mostrata la connessione inseparabile, se non la identità, dell’evolvere delle istituzioni familiari e di quelle produttive.

Nella visione marxista del corso storico umano quindi, anche prima che le classi sociali siano presenti – tutta la nostra battaglia teorica sfocia nel mostrare che esse non sono eterne; ebbero principio e avranno fine – è data la sola possibile spiegazione, su basi scientifiche e materiali, della funzione del clan, della tribù e della razza e del loro ordinarsi in forme sempre più complesse per effetto dei caratteri dell’ambiente fisico e dell’incremento delle forze produttive e della tecnica di cui la collettività viene a disporre.

3) Il fattore storico delle nazionalità e delle grandi lotte di esse e per esse, variamente presente in tutta la storia, è decisivo all’apparire della forma sociale borghese e capitalista man mano che questa dilaga sulla terra, e Marx al suo tempo dette il massimo dell’attenzione, non minore di quella dedicata ai processi dell’economia sociale, alle lotte e guerre di sistemazione nazionale.

Esistendo ormai dal 1848 la dottrina ed il partito del proletariato, Marx non dette solo la teorica spiegazione di quelle lotte secondo il determinismo economico, ma si preoccupò di stabilire i limiti e le condizioni di tempo e di luogo per l’appoggio ad insurrezioni e guerre statali indipendentiste.

Sviluppatesi le grandi unità organizzate di popoli e di nazioni, e sovrapposte ad esse e al loro dinamismo sociale ormai differenziato in caste e classi le forme e gerarchie statali, il fattore razziale e nazionale è seguito nel suo diverso gioco nelle varie epoche storiche: schiavismo, signoria, feudalesimo, capitalismo. La sua importanza è diversa nelle varie forme, come si vedrà nella seconda parte e come tante volte si è esposto. Nella moderna epoca, in cui si è iniziato e si diffonde nel mondo il trapasso dalla forma feudale, di dipendenza personale, scambio limitato e locale, a quella borghese di servitù economica e formazione dei grandi mercati unitari nazionali, verso il mercato mondiale, la sistemazione della nazionalità secondo razza, lingua, tradizioni e cultura e la rivendicazione che Lenin riassumeva nella formula: «una nazione, uno stato» (allorché spiegava che bisognava lottare per essa ma dire che era formula borghese e non proletaria e socialista) è di forza fondamentale nella dinamica della storia. Questo che Lenin constata per il tempo prima del 1917 nella Europa orientale fu vero per Marx dal 1848 per tutta l’Europa occidentale (meno l’Inghilterra) e fino al 1871, come ben noto. Ed è vero oggi fuori di Europa in parti immense delle terre abitate, per quanto il processo sia eccitato e accelerato dalla potenza degli scambi economici e di ogni genere a scala mondiale. È quindi attuale il problema della posizione da assumere di fronte alle tendenze irresistibili nei popoli «arretrati» a lotte nazionali di indipendenza.

Opportunismo nella quistione nazionale

4) Il nodo dialettico della questione sta non nell’identificare una alleanza nella fisica lotta a fini rivoluzionari antifeudali tra strati borghesi e classe e partito operaio con un rinnegamento della dottrina e della politica della lotta di classe, ma nel mostrare che anche nelle condizioni storiche e nelle aree geografiche in cui quella alleanza è necessaria e ineluttabile, deve restare integra ed essere anzi portata al massimo la critica teorica programmatica e politica ai fini e alle ideologie per cui combattono gli elementi borghesi e piccolo borghesi.

Mostreremo nella terza e finale parte come Marx, mentre sostiene con ogni sua forza ad esempio la indipendenza polacca o irlandese, non cessa non solo dal condannare ma dal demolire a fondo e schiacciare sotto la derisione il bagaglio idealistico dei fautori borghesi e piccolo borghesi della giustizia democratica e della libertà dei popoli. Mentre per noi il mercato nazionale e lo stato

capitalista nazionale centralizzato sono un ponte di passaggio inevitabile alla economia internazionale che avrà soppresso Stato e mercato, per i santoni che Marx beffa in Mazzini, Garibaldi, Kossuth, Sobietsky, ecc., la sistemazione democratica in Stati nazionali è un punto di arrivo che porrà fine ad ogni lotta sociale, e si vuole lo Stato nazionale omogeneo perché in esso i padroni non appariranno nemici e stranieri ai lavoratori sfruttati. In quel momento storico il fronte ruota, e la classe operaia si getterà nella guerra civile contro lo Stato della propria «patria». Questo momento si avvicina e le sue condizioni si formano nel corso del processo delle rivoluzioni e guerre nazionali borghesi di sistemazione di Europa (oggi anche di Asia e Africa): ecco il problema senza cessa mutevole e dai variabilissimi indirizzi che va decifrato.

5) Opportunismo, tradimento, rinnegamento e azione controrivoluzionaria e filo-capitalista degli attuali falsi comunisti stalinisti, hanno in questo settore (non meno che in quello strettamente economico, sociale, di politica cosiddetta interna) duplice portata. Essi rimettono in auge esigenze e valori democratici nazionali, con aperti e spinti blocchi politici, anche nell’Occidente capitalista avanzatissimo ove la plausibilità di alleanze simili era esclusa dal 1871; ma inoltre diffondono nelle masse il sacro rispetto alla ideologia nazionale patriottica e popolare identificata con quella dei borghesi loro alleati, e corteggiano anzi i campioni di tale politica, che Marx e Lenin ferocemente staffilarono, proseguendo nella estirpazione di ogni senso di classe nei lavoratori che sventuratamente li seguono.

Sciocco sarebbe scambiare con una attenuante per l’infamia dei partiti che oggi pretendono rappresentare gli operai, soprattutto in Italia, col falso nome di comunisti e socialisti, il riconoscimento che è metodo marxista ammesso quello di partecipare ad alleanze nazionali rivoluzionarie da parte dei partiti operai, purché ben lontano dai confini del secolo ventesimo e dell’Europa storico-geografica. Quando nel conflitto sorto nel pieno quadro dell’Occidente sviluppato (Francia, Inghilterra, America, Italia, Germania, Austria) si praticano dallo Stato russo e da tutti i partiti della ex Terza Internazionale comunista alleanze di guerra a turno con tutti gli Stati borghesi, non esistendo più né Napoleoni terzi, né Nicola secondi e simili, si lacera direttamente, da un lato l’indirizzo di Marx per la Prima Internazionale alla Comune di Parigi del 1871 che chiudeva e denunziava per sempre ogni alleanza con «eserciti nazionali» in quanto «da oggi in poi confederati tutti contro il proletariato insorto”, da un altro le tesi di Lenin sulla guerra 1914 e per la fondazione della Terza Internazionale, in cui si stabiliva che, iniziata la fase delle guerre generali imperialiste, nulla più avevano a che vedere con la politica degli Stati le rivendicazioni democratiche e indipendentiste, condannando insieme socialnazionali traditori di qua e di là dal Reno o dalla Vistola.

Una semplice proposta di «riapertura di termini» concessa al capitalismo, spostando il 1871, e il 1917, al 1939 e al 1953, con ulteriore proroga non calcolabile, non saprebbe avere serio ingresso senza la squalifica del metodo marxista di lettura della storia tutto intiero, agli svolti cruciali in cui la sua potenza dottrinale cominciò ad intaccare nel vivo della difesa del passato: il 1848 europeo, il 1905 russo. Di più essa urta con il rinnegamento di tutta l’analisi economica e sociale classica, nel tentativo di assimilare alle superstiti feudali forme di quel tempo i recenti totalitarismi fascisti (e anche non fascisti, al tempo della spartizione polacca!).

Ma la sentenza di tradimento diametrale sta nel secondo aspetto: la obliterazione totale ed integrale di quella critica ai «valori» propri del pensiero borghese, che esaltano, come punto di sistemazione del tremendo cammino della umanità, un mondo aclassista di autonomie popolari, di nazionalità libere, di patrie indipendenti e pacifiche. Ed infatti Marx e Lenin nel momento in cui erano ancora costretti a stringer patti con i fautori di questo marcio bagaglio, portarono alla più alta virulenza la lotta per liberare la classe operaia dai feticci di patria nazione e democrazia agitati dai «santoni» del radicalismo borghese, e seppero allo svolto storico rompere con essi anche nel fatto, e quando il rapporto di forze lo permise senza pietà ne jugularono il movimento. Questi di oggi hanno ereditato la funzione di sacerdoti di quei feticci e di quei miti; non si tratta di un patto storico che romperanno più tardi del previsto, ma si tratta dell’asservimento totale alle rivendicazioni proprie della borghesia capitalista per l’optimum del regime che ne consente privilegi e potere.

La tesi interessa perché collima con la dimostrazione, data tra l’altro nel Dialogato con Stalin e in

altre riunioni sul terreno della scienza economica, che la Russia di oggi è uno Stato di compiuta rivoluzione capitalistica, e che sulla sua merce sociale stanno a posto le bandiere di nazionalità e di patria, come il militarismo più esasperato.

6) Sarebbe errore gravissimo il non vedere e il negare che nel mondo presente hanno ancora effetto ed influenza grandissima i fattori etnici e nazionali, ed è ancora attuale l’esatto studio dei limiti di tempo e di spazio in cui sommovimenti per l’indipendenza nazionale, legati ad una rivoluzione sociale contro forme precapitalistiche (asiatiche, schiaviste, feudali) hanno ancora il carattere di condizioni necessarie del trapasso al socialismo, con la fondazione di Stati nazionali di tipo moderno (ad esempio in India, Cina, Egitto, Persia, ecc.).

La discriminazione tra tali situazioni è resa difficile da un lato dal fattore dell’esterofobia determinata dallo spietato colonialismo capitalista, dall’altro da quello della estrema diffusione mondiale presente di risorse produttive e di apporto di merci ai più remoti mercati; ma alla scala mondiale il problema scottante nel 1920 anche nell’area dell’ex impero russo, di dare appoggio politico ed armato a moti indipendentisti di popoli di Oriente, non è in alcun modo chiuso.

Il dire ad esempio che il rapporto tra capitale industriale e classe degli operai salariati si pone nello stesso modo, putacaso, nel Belgio e nel Siam, e che la prassi della relativa lotta si stabilisce senza tener conto in nessuno dei due casi di fattori di razza o di nazionalità, non significa essere estremisti, ma in effetti significa non aver capito nulla del marxismo.

Non è togliendo al marxismo la sua profondità e vastità ed anche la sua dura ed aspra complessità, che si acquista il diritto di sbugiardarne, ed un giorno di abbatterne, gli spregevoli rinnegati.

PARTE PRIMA: Riproduzione della specie ed economia produttiva inseparabili aspetti della base materiale del processo storico

Lavoro e sesso

1) Il materialismo storico perde ogni senso, ove si consenta che come fattore estraneo al campo della economia sociale si introduca quello del preteso carattere individuale dell’appetito sessuale, che genererebbe derivazioni e costruzioni di origine extra economica fino alle più evanescenti e spirituali.

Occorrerebbe ben più vasta mobilitazione di materiale scientifico, sempre sulla base della massima diffidenza per la decadente e venale scienza ufficiale del periodo attuale, se qui la polemica fosse volta solo contro gli avversari frontali e integrali del marxismo. Come sempre ci preoccupano al massimo grado, quali fattori antirivoluzionari, quelle correnti che mostrano accettare alcuni lati del marxismo, e poi trattano problemi collettivi e umani essenziali pretendendo che siano posti fuori delle sue frontiere.

È chiaro che fideisti ed idealisti, istituendo nella spiegazione della natura gerarchie di valori, tendano a sollevare i problemi del sesso e dell’amore in una sfera e in un grado che di molto sovrasta quello dell’economia, volgarmente intesa come campo della soddisfazione di bisogni alimentari e affini. Se l’elemento che solleva e discrimina la specie homo sapiens dalle altre animali davvero venisse non dal fisico effetto di una lunga evoluzione in un complesso ambiente di fattori materiali, ma scendesse dalla immissione di una particola di uno spirito cosmico non riducibile alla materia, sarebbe chiaro che nella riproduzione di un essere da un altro, di un cervello pensante da un altro, deve occorrere un rapporto più nobile che nel semplice riempimento quotidiano dello stomaco. Se, anche senza dipingere questo spirito-Persona immateriale, si ammette che comunque nella dinamica dell’umano pensiero sia insita una virtù e una potenza che preesiste o extraesiste alla materia, resta anche evidente che si deve sollevare in un campo più arcano il meccanismo che surroga l’io generante all’io generato,

con le stesse ineccepibili facoltà, ipoteticamente premesse ad ogni contatto con la natura fisica e ad ogni cognizione.

È al materialista dialettico che è imperdonabile supporre che la sottostruttura economica, nelle forze e nelle leggi della quale si cerca la spiegazione della storia politica dell’umanità, comprenda solo la produzione ed il consumo della più o meno vasta gamma di beni occorrenti a tenere in vita l’individuo; che a tale campo si limitino i rapporti materiali tra individui, e che dal gioco delle forze che legano queste innumeri molecole isolate si compongano le norme, regole e leggi del fatto sociale; mentre tutta una serie di soddisfazioni della vita restano fuori di questa costruzione; e sono per molti dilettanti quelle che vanno dal sex appeal fino ai godimenti estetici o intellettuali. Tale accezione del marxismo è spaventosamente falsa, è il peggiore degli antimarxismi in circolazione, ed oltre al ricadere implicito ma inesorabile nell’idealismo borghese, piomba non meno crassamente in pieno individualismo, altro non meno essenziale carattere del pensiero reazionario; e ciò tanto se sia posto in prima linea e come grandezza base l’individuo biologico, che quello psichico.

Il fattore materiale non «genera» quello sovrastrutturale (giuridico, politico, filosofico) facendo tutto questo corso entro un individuo, e nemmeno per una generativa catena ereditaria di individui, restando poi da fare le medie per la base economica e per il coronamento culturale. La base è un sistema di fattori fisici e palpabili che avvolgono tutti gli individui e li determinano al loro comportamento anche singolo, e che in tanto esiste in quanto quegli individui hanno preso a formare una specie sociale, e la sovrastruttura è un derivato da quelle condizioni di base, determinabile sullo studio di esse e calcolabile su di esse, senza preoccuparsi dei mille svolgimenti particolari e dei piccoli scarti da persona a persona.

L’errore dunque di limitatezza marxista di cui si tratta è un errore di principio che riportando l’esame delle cause dei processi storici da un lato a fattori ideali fuori della natura fisica, dall’altro alla preminenza del risibile cittadino Individuo, non lascia al materialismo dialettico campo alcuno e lo rende impotente a concludere anche a proposito della contabilità del panificio o della salsamenteria.

2) La deplorata abdicazione del marxismo dal dominio sul campo sessuale e riproduttivo con tutte le sue ricchissime derivazioni ignora le opposte concezioni, borghese e comunista, della economia, e quindi decade da tutta la possente conquista che Marx realizzò sulla rovina delle scuole capitaliste. Per esse economia è insieme di rapporti che poggiano tutti su scambio tra due individui di oggetti reciprocamente utili alla propria conservazione, sia pure tra essi compresa la forza lavorativa. Ne concludono che non ci furono né saranno economie senza scambio, merce e proprietà. Per noi economia comprende tutto il vasto complesso della attività di specie, di gruppo umano, influente sui rapporti con l’ambiente naturale fisico; e il determinismo economico non regge solo l’epoca della proprietà privata ma tutta la storia della specie.

Tutti i marxisti considerano come tesi acquisite quelle che dicono: la proprietà privata non è eterna; vi fu l’epoca del comunismo primitivo che la ignorò, e andiamo verso l’epoca del comunismo sociale – la famiglia non è eterna, e tanto meno la famiglia monogama, apparve molto tardi ed in una più elevata epoca dovrà sparire – non eterno è lo Stato, apparve in uno stadio assai avanzato della «civiltà» e scomparirà colla divisione della società in classi e con queste.

Ora è chiaro che tutte queste verità non sono conciliabili con una visione della prassi storica che si fondi sulla dinamica degli individui e su una concessione anche minima alla loro autonomia ed iniziativa, alla loro libertà, coscienza, volontà e simili gingilli. Esse sono dimostrabili solo in quanto si conchiude che l’elemento determinante è un faticoso adattarsi e ordinarsi delle collettività degli uomini alle difficoltà e ostacoli del luogo e del tempo in cui si trovano, risolvendo non miliardi di problemi di adattamento di singoli uomini, ma quello, sempre più tendente ad essere visto in modo unitario, dell’adattamento prolungato di tutta la specie come insieme alle esigenze che pongono le circostanze esterne. A questo ineluttabilmente conducono l’aumento del numero dei componenti la specie, il cadere delle barriere che li separavano, l’ampliarsi allucinante dei mezzi tecnici a disposizione, la possibilità del maneggio di questi solo per organamenti collettivi di individui innumeri, e così via.

Per un popolo primitivo può pensarsi che sociologia sia alimentazione, da quando anche questo minimum non è più alla portata dello sforzo individuale come nella bestia; ma poi è sociologia la sanità pubblica, la generazione, l’eugenetica, domani il piano annuale delle nascite.

Individuo e specie

3) La conservazione dell’individuo in cui sempre si cerca il misterioso primo motore degli eventi non è che una manifestazione derivata e secondaria della conservazione e dello sviluppo della specie, indipendentemente dalle tradizionali presentazioni di una provvidenza naturale o sovrannaturale, del gioco dell’istinto o del raziocinio; e ciò è tanto più vero quanto più si tratta di una specie sociale e di una società dagli aspetti sviluppati e complessi.

Può sembrare lapalissiano dire che tutto si potrebbe chiudere nella conservazione del singolo individuo, come base e motore di ogni altro fenomeno, se l’individuo fosse immortale. Per essere tale dovrebbe essere immutabile, non invecchiare, e frattanto è proprio l’organismo vivente e quello animale in prima linea che subisce, come sede di una impressionante catena di movimenti, di circolazioni e di metabolismi, la sorte di un inesorabile e inesausto mutarsi fin nell’intimo della minima cellula. È un assurdo in termini l’immagine di un complesso che viva sostituendo di continuo gli elementi perduti e restando uguale a se stesso, come forse sarebbe un cristallo che, immerso nella soluzione della stessa sostanza solida chimicamente pura, diminuisse o crescesse per un ciclico variare di temperature o pressioni esterne. Ma se si è parlato da alcuni di vita del cristallo (e oggi dell’atomo) è perché può nascere, ingrandire, diminuire, sparire e perfino sdoppiarsi e moltiplicarsi.

Questo appare molto banale ma è utile a far riflettere che la convinzione feticistica di molti (anche pretesi marxisti) nella primordialità del fattore individuale biologico non è che un avanzo delle prime grossolane convinzioni sulla immortalità dell’anima personale. In nessuna religione l’egoismo borghese più plateale, e sprezzante ferocemente la vita della specie e la carità per la specie, si è meglio innestato, come in quelle che affermano immortale l’anima, e in questa forma fantastica mettono in primo piano la sorte della persona soggettiva a dispetto di quella di tutte le altre.

Spiace pensare alla transitorietà del dimenarsi della nostra povera carcassa, e il rifugio se non è nella certezza della vita oltretomba trova un buon surrogato in illusioni intellettualistiche – ed oggi esistenzialistiche – sullo stigma inconfondibile che ogni soggetto ha, o crede di avere, anche quando si attaglia nel modo più pecorile sulle falsarighe della moda, e scimmiotta passivo tutte le altre marionette umane. È allora che si sprigiona l’inno alle inenarrabili altezze della emotività, della voluttà, della esaltazione artistica, della estasi cerebrale, che sarebbero attinte solo nel chiuso della cellula individuale – laddove la verità è l’esattissimo opposto.

Tornando al modo materiale come effettivamente i fatti si svolgono sotto il nostro naso, è ovvio che ogni individuo perfetto sano ed adulto quando è nel pieno vigore delle forze può provvedere – riferiamoci ad una economia del tutto primordiale – a produrre ogni giorno quanto gli occorre consumare. Ma la instabilità di questa situazione singolo per singolo determinerebbe presto la fine dell’individuo (e della specie se fosse una stupida saldatura di individui per le costole un dopo l’altro) se mancasse il flusso della riproduzione, per cui in un corpo organico vi sono rari individui bastevoli a se stessi, i vecchi che più non possono render tanto, i giovanissimi che hanno bisogno di essere alimentati per produrre domani. Ogni ciclo economico è impensabile, e nessuna equazione economica possiamo scrivere, senza introdurre nel calcolo queste essenziali grandezze: età, validità, sanità.

Volendo essere pedestri scriveremmo la formula economica di una umanità partenogenetica, unisessuale. Ma non ci è dato constatarla. Dobbiamo allora introdurre la grandezza sesso, poiché la generazione si fa per due sessi eterogenei, e prevedere anche le pause produttive da gestazione e allattamento …

Solo dopo aver fatto tanto potremo aver detto di avere scritto le equazioni di condizione che descrivono totalmente la «base», la «sottostruttura» economica della società, da cui dedurremo (lasciato ormai per sempre quel fantoccio dell’individuo che non ha saputo né eternarsi né da solo

rinnovarsi, e che nel corso del gran cammino ne saprà sempre di meno) tutta la gamma infinita delle manifestazioni DI SPECIE che solo così si sono rese possibili fino ai più alti fenomeni di pensiero.

Un articolista recentissimo (Yourgrau di Johannesburg) nell’esporre la teoria del Sistema Generale di Bertalannfy che vorrebbe sintetizzare i principii dei due famosi sistemi controversi: vitalismo e meccanismo, pur riconoscendo solo a denti stretti che il materialismo in biologia guadagna terreno, ricorda il paradosso di non facile confutazione: un solo coniglio non è un coniglio, due conigli soltanto possono essere un coniglio. Sei, o individuo, espulso dall’ultima trincea, quella di Onan.

Follia dunque è trattare economia senza trattare riproduzione della specie. E tanto è noto dai testi classici. Aprendo la prefazione della Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, in questi termini pone Engels una pietra angolare del marxismo: «Secondo la concezione materialista il momento determinante della storia (intendete momento non nel senso temporale ma in quello meccanico, di impulso che avvia una rotazione), in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata. Ma questa è, a sua volta, di duplice specie. Da un lato la produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazioni e di strumenti necessari per queste cose, dall’altro, la produzione degli uomini stessi, LA RIPRODUZIONE DELLA SPECIE. Le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca storica e di un determinato paese vivono, sono condizionate da ENTRAMBE LE SPECIE DELLA PRODUZIONE; dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, e della famiglia, dall’altra».

Da quando la teoria è stata fondata, la interpretazione materialistica della storia abbraccia in tono unico i dati relativi al grado di sviluppo della tecnica e del lavoro produttivo e quelli relativi alla «produzione dei produttori» ossia alla sfera sessuale. La classe lavoratrice è la prima delle forze produttive, dice Marx. Altrettanto e più importante è sapere come si riproduce la classe che lavora, dello studiare come si produce e riproduce la massa delle merci, la ricchezza ed il capitale. Il salariato classico e nullatenente dell’antichità non fu ufficialmente definito a Roma lavoratore, ma proletario. La sua funzione caratteristica era non quella di dare alla società e alle classi dominanti il lavoro delle proprie braccia, ma di generare, senza controlli e limiti, nella propria ruvida alcova, i braccianti di domani.

Il piccolo borghese moderno nella sua vuotaggine pensa che gli sarebbe tanto più dolce il secondo lavoro quanto più amaro il primo. Ma il piccolo borghese è quello che, porco e filisteo quanto il grande borghese, contrappone alla potenza di questo tutte le impotenze.

4) Nello stesso modo le prime comunità si ordinano per il lavoro produttivo con la rudimentale tecnica che fa la sua comparsa, e si ordinano ai fini dell’accoppiamento e della riproduzione, dell’allevamento e protezione dei piccoli. Le due forme sono in continua connessione e quindi la famiglia nelle diverse forme è anche essa un rapporto di produzione e cambia secondo che cambiano le condizioni dell’ambiente e le forze produttive disponibili.

Non potremo comprendere in questa esposizione il richiamo dei successivi stadi selvaggi e barbari che le razze umane hanno attraversato, caratterizzati dalle risorse di vita e dagli aggregati familiari, rimandando per questo alla brillante opera di Engels.

Dopo aver vissuto sugli alberi nutrendosi di frutta, l’uomo conobbe prima la pesca e il fuoco, e imparò a percorrere le coste e i fiumi in modo che i vari ceppi cominciarono a incontrarsi. Seguì la caccia con l’uso delle prime armi, e nello stato barbaro apparvero prima l’addomesticamento degli animali e poi l’agricoltura, che segnarono il passaggio dal nomadismo alle sedi stabili. Corrispondentemente le forme sessuali non erano ancora la monogamia e nemmeno la poligamia; questa fu preceduta dal matriarcato in cui la madre aveva la preminenza morale e sociale, e dalla famiglia di gruppo in cui i maschi e femmine della stessa gens si univano tra di loro variamente, come scoprì il Morgan per gli indiani di America che ancora, quando li conobbero i bianchi, benché divenuti monogami chiamavano padre gli zii paterni, pur distinguendo la madre dalle zie. In queste fratrìe ove non vigeva autorità costituita nemmeno vi era divisione alcuna di proprietà e di suolo.

Può darsi che un embrione di ordinamento per poter seguire e difendere i nati sia proprio degli animali

superiori e si deve all’istinto. Solo invece l’animale ragionevole, l’uomo, si darebbe ordinamenti ai fini della tecnica economica, restando l’istinto dominatore della sfera degli affetti di sesso e di famiglia. Se ciò fosse vero la intelligenza, che comunemente si ammette sostituire l’istinto e renderlo inattivo, dividerebbe con questo il campo a metà. Ma ciò è invece metafisica. Una bella definizione dell’istinto è in uno studio del Thomas, La Trinité-Victor, 1952 (se citiamo qualche studio recente e di cultori di discipline speciali è al solo fine di togliere a non pochi la impressione che i dati di un Engels o di un Morgan, rivoluzionari e perseguitati nel campo burbanzoso della cultura borghese, siano «non aggiornati» o «superati» dalla ultima letteratura scientifica …): L’istinto è la conoscenza ereditaria di un piano di vita della specie. Nel corso della evoluzione e della selezione naturale, che nel campo animale possiamo ammettere sia derivata da un urto degli individui come tali contro l’ambiente, solo per via fisica, fisiologica, si determina la obbedienza degli esemplari della stessa specie ad un comportamento comune, soprattutto nel campo riproduttivo. Tale comportamento per ammissione di tutti è automatico «non cosciente» e «non razionale». È comprensibile che questo modo di comportarsi si trasmetta per la via ereditaria, così come i caratteri morfologici e strutturali dell’organismo, e il meccanismo di trasmissione si chiuda nel gioco (alquanto ancora da chiarire per la scienza) dei geni (con una sola i, signori individualisti!) e di altre particole dei liquidi e cellule germinative e fecondative.

Questo meccanismo che ha per veicolo ogni singolo non provvede che ad un rudimentale minimum di norma, di piano di vita, atto a fronteggiare difficoltà ambienti.

Nella specie sociale la collaborazione di lavoro anche primitiva conduce più oltre, e tramanda ben altre consuetudini e normative che servono di regola. Per il borghese e l’idealista la differenza sta nell’elemento raziocinante e cosciente che determina volontà di agire, e sorge il libero arbitrio del fideista, la libertà personale dell’illuminista. Non qui si esaurisce questo punto essenziale. La posizione nostra è che non aggiungiamo una nuova potenza dell’individuo, il pensiero e lo spirito, che di nuovo sposti tutti i dati come il preteso principio vitale rispetto al meccanismo fisico. Aggiungiamo invece una nuova potenza collettiva derivata tutta dalla necessità della produzione sociale, che impone e più complesse regole ed ordini, e come sposta l’istinto, atto a guidare singoli, dalla sfera tecnica, lo sposta dalla sfera sessuale. Non è l’individuo che ha sviluppata e nobilitata la specie, è la vita di specie che ha sviluppato l’individuo a nuove dinamiche e a più alte sfere.

Ciò che è primordiale e bestiale, sta nell’individuo. Ciò che è sviluppato, complesso, ed ordinato, costituendo un piano di vita non automatico ma organizzato e organizzabile deriva dalla vita collettiva e nasce dapprima fuori dei cervelli dei singoli, per poi divenirne per difficili vie dotazione. Nel senso che anche noi possiamo dare, fuori di ogni idealismo, alle espressioni di pensiero, conoscenza, scienza, si tratta di prodotti della vita sociale: gli individui, nessuno escluso, non ne sono i donatori, ma i donatari e nella società attuale ancora i parassiti.

Che all’inizio e fin dall’inizio la regolazione economica e quella sessuale siano state intrecciate nell’ordinare la vita associata degli uomini, lo si legge sotto il velame di tutti i miti religiosi, che nella valutazione marxista non sono gratuite fantasie e vuote fandonie a cui basti rifiutare fede, come per il corrente e borghese libero pensatore, ma che occorre decifrare quali prime tramandazioni di sapere collettivo in elaborazione.

Nella Genesi (libro II, versetti 19 e 20) Iddio, prima ancora della creazione di Eva e quindi della espulsione dal Paradiso Terrestre (in cui Adamo ed Eva sarebbero vissuti soli, eterni anche nel fisico, a condizione di cogliere senza sforzo i frutti del nutrimento, ma non quelli della scienza) forma dal terriccio gli animali di tutte le specie, e li presenta ad Adamo che apprende a chiamarli secondo il loro nome. Di questa pratica il testo dà la spiegazione: Adae vero non inveniebatur adiutor similis eius. Ciò vuol dire che Adamo non aveva allora alcun aiutante (cooperatore) della sua stessa specie. Gli sarà data Eva, ma non per farla lavorare o fecondarla. Sembra previsto che ai due sia dunque lecito adattare al loro servizio gli animali. Fatto il grave errore di cominciare dall’astuto serpente, Iddio muta il destino dell’umanità. Fuori dall’Eden soltanto Eva conoscerà il suo compagno, ne avrà figli che partorirà con dolore ed egli guadagnerà la vita col sudore della fronte. Anche dunque nella involuta ma millenaria sapienza del mito nascono collegate produzione e riproduzione. Se addomesticherà gli animali Adamo, sarà con fatica, avendo egli ormai adiutores, lavoratori, della

stessa sua specie, similes eius. Assai rapidamente è caduto nel nulla l’Individuo, immutabile, intranseunte, digiuno del pane amaro e grande della sapienza, mostro ed aborto sacro al piacere dell’ozio, vero dannato al digiuno di opera, di amore e di scienza, cui pretesi materialisti del secolo attuale ancora vorrebbero sacrificare stolidi incensi: al suo posto la specie che pensa perché lavora, tra tanti adiutores, vicini, fratelli.

Eredità biologica e tradizione sociale

5) Fin dalle prime società umane il comportamento dei componenti dei gruppi diviene uniforme attraverso pratiche e funzioni di insieme che, rese necessarie dalle esigenze della produzione ed anche della riproduzione sessuale, prendono la forma di cerimonie, di feste, di riti a carattere religioso. Questo primo meccanismo di vita collettiva e regola non scritta e nemmeno imposta o violata, diviene possibile non per insufflate o innate idee di società o di morale proprie dell’animale uomo, ma per l’effetto deterministico della evoluzione tecnica lavorativa.

La storia degli usi e costumi dei primi popoli, prima delle costituzioni scritte e del diritto coattivo, e il confronto colla vita delle tribù selvagge al primo contatto con l’uomo bianco, si spiegano soltanto con simili criteri di indagine. Ovvia è la ricorrenza stagionale delle feste in quanto stagionalmente ricorrono aratura, semina, raccolto. All’inizio, stagionale è anche per la specie uomo l’epoca dell’amore e della fecondazione, che la ulteriore evoluzione condurrà ad essere, a differenza di ogni animale, esigenza di ogni tempo. Dei popoli dell’Africa sono descritte da romanzieri che hanno acquisita la cultura dei bianchi le feste a sfondo sessuale. Ogni anno si liberano gli adolescenti venuti a pubertà da legami imposti poco dopo la nascita ai loro organi, e alla cruenta operazione dei sacerdoti segue nella eccitazione del rumore e delle bevande un’orgia sessuale. Ma evidentemente anche una simile tecnica è sorta per preservare la prolificità della razza in condizioni difficili e che conducono a degenerazione ed impotenza ove manchi altro controllo, e forse vi sono cose più schifose nella inchiesta Kinsey sul comportamento dei sessi al tempo del Capitale.

Che generazione e produzione vadano garantite insieme è antica tesi marxista e lo prova anche una bellissima citazione di Engels, sul proposito di Carlo Magno di migliorare la coltura agraria decaduta al suo tempo colla fondazione (non di colcos) ma di ville imperiali. Queste erano gestite da conventi e fallirono, come avvenne in tutto il Medio Evo: il complesso unisessuale e a-generativo non risponde alle esigenze di una attivata produzione. Ad esempio la regola di San Benedetto può sembrare uno statuto comunista, tanto severamente, imposto il lavoro, è vietata qualunque appropriazione personale del minimo bene o prodotto, e consumo fuori della mensa in comune. Ma un tale ordinamento, per la sua castità e sterilità, incapace a riprodurre i suoi componenti, restò fuori della vita e della storia. Uno studio sugli ordinamenti paralleli di frati e di monache nel loro primo intento potrebbe forse fare molta luce sul problema della scarsa produzione rispetto al consumo del medioevo, specie in certe ardue e mirabili concezioni di Francesco e di Chiara, che non miravano alla macerazione per salvare lo spirito ma ad una riforma sociale per meglio nutrire la carne livida delle classi diseredate.

6) L’insieme sempre più ricco col passare del tempo delle norme di tecnica lavorativa nei vari campi di pesca, caccia, armentizia, agricoltura, coordinate al comportamento seguito da adulti validi, vecchi, giovani, madri gestenti e allevanti, coppie che si univano ai fini generativi, viene trasmesso da generazione in generazione per una doppia via: quella organica e quella sociale. Per la prima via le impronte ereditarie trasportano le attitudini e gli adattamenti del fisico dall’individuo generatore al generato, e giocano i secondari scarti personali; per la seconda, sempre più grandeggiante, il corpo di risorse del gruppo si tramanda per una via extrafisiologica ma non meno materiale, che è la stessa per tutti, e risiede nella «attrezzatura» ed «utensileria» di tutti i tipi che la collettività è riuscita a darsi.

In alcuni «Fili del Tempo» fu mostrato che fino alla scoperta di mezzi di trasmissione più comodi come la scrittura, i monumenti, poi la stampa, ecc., si dovette fare leva massima sulla memoria dei

singoli, esercitandola con forme collettive comuni. Dal primo monito materno andiamo fino alle conversazioni a temi obbligati fino alla noia dei vecchi, e alle recitazioni collettive: canto e musica sono supporti della memoria e la prima scienza è ammannita in versi e non in prosa, con accompagnamento musicale. Molta moderna sapienza della civiltà capitalista non potrebbe circolare che nella veste di orripilanti cacofonie!

Il seguito di tutto questo corredo impersonale, collettivo, che il gruppo umano si passa traverso il tempo non può certo esporsi senza una trattazione sistematica, ma la legge di essa fu accennata: esso stanca, man mano che il meccanismo si arricchisce, sempre meno la testa del singolo, e tutti sono sempre più portati a raggiungere uno stesso comune livello: il grande uomo, personaggio quasi sempre da leggenda, diviene sempre più inutile, sempre più inutile essendo palleggiare un’arma più grande di quelle degli altri, o fare una moltiplicazione più presto: un Robot tra non molto sarà il più intelligente cittadino di questo stupidissimo mondo borghese, e forse al creder dei più il Dittatore su immensi paesi.

Comunque la potenza sociale prevale sempre di più su quella organica, che in ogni caso è la piattaforma di quella dello spirito individuale.

Anche qui può farsi richiamo ed una interessante sintesi recente: Wallon, Collège de France, 1953: L’organique et le social chez l’homme. Pure criticando il materialismo meccanista (del tempo borghese, e quindi agente entro l’individuo) l’autore illustra i sistemi di comunicazione tra gli uomini sociali e cita Marx, come vedremo a proposito del linguaggio in questa stessa parte. Ma registra nella sua rassegna il fallimento dell’idealismo e della moderna forma esistenzialista con una formula appropriata: «L’idealismo non si è contentato di circoscrivere il reale entro i limiti della immagine (nella nostra mente). Esso ha altresì circoscritta l’immagine di ciò che considera come il reale!». E perviene dopo la rassegna delle varie recentissime vedute alla saggia conclusione: «Tra impressioni organiche ed immagini mentali non cessano di svolgersi azioni e reazioni mutue che mostrano quanto sono vuote le distinzioni di specie che i vari sistemi filosofici fanno tra la materia e il pensiero, l’esistenza e l’intelligenza, il corpo e lo spirito».

Da molti di questi apporti può dedursi che il metodo marxista ha finora dato la possibilità di dare alla scienza senza etichetta (o con etichetta di contrabbando) l’handicap di cento buoni anni di lavoro.

Fattori naturali e sviluppo storico

7) Con un ben lungo cammino le condizioni di vita delle prime gentes, delle fratrie comuniste, si evolvono, e naturalmente il ritmo non è per tutte lo stesso, diverse essendo le condizioni di ambiente fisico: natura del suolo e fenomeni geologici, situazione geografica e altimetria, corsi d’acqua, distanza dal mare, climatologia delle varie zone, flora, fauna e così via. Con variabili cicli si passa dal nomadismo di orde vaganti alla sede fissa, alla sempre minore disponibilità di terra libera da occupatori, agli incontri e contatti tra tribù di sangue diverso, ed anche ai conflitti, alle invasioni ed in ultimo agli asservimenti, una delle origini della nascente divisione in classi delle antiche società ugualitarie.

Nelle prime lotte tra gentes, Engels ricorda, non essendo ammessa né la personale servitù né la commistione del sangue, la vittoria significava lo spietato annientamento della comunità sconfitta in tutti i suoi componenti. Ciò era effetto della necessità di non ammettere troppi lavoratori in terra ristretta e di non disordinare la disciplina sessuale e generativa; binari inseparabili dello sviluppo sociale. In seguito i rapporti furono più complessi e gli incroci e le fusioni frequenti, tanto più facilmente nei paesi temperati e fertili che videro i primi grandi popoli stabili. In questa prima parte non si vuole tuttavia ancora uscire dal campo preistorico.

Quanto influiscano i dati geofisici nel più largo senso si vede anche dal confronto fatto da Engels a proposito del grande passo produttivo della sottomissione degli animali all’uomo, come nutrimento non solo ma come forza di lavoro. Mentre l’Eurasia possiede tutte le specie di animali utili allo addomesticamento, l’America non ne aveva in pratica che una sola: il lama, spe

(tutti gli altri vi furono acclimatati in tempi storici). Ne segue che i popoli di quel continente da quel punto si «fermano» nello sviluppo sociale rispetto a quelli del continente antico. I fideisti ne dettero spiegazione affermando nei primi tempi dopo Colombo che la redenzione non si era estesa a quella parte del pianeta, e in quelle teste non era sceso il lume dello spirito eterno. Evidentemente è ben altro ragionare se si spiega tutto non con l’assenza dell’Essere supremo, ma con quella di alcune modestissime specie di bestie.

Ma quel ragionare faceva comodo ai cristianissimi coloni trattandosi di sterminare gli indiani aborigeni come animali feroci, e di trasportare in loco i negri di Africa riducendoli a schiavitù, e compiendo una rivoluzione etnica di cui il futuro solo potrà tirare le somme.

Nota

Fu richiesto dalla riunione di Trieste, data la estensione ela elevatezza del tema, che il rapporto fosse pubblicato in un resoconto esteso al posto del Filo del Tempo. Si è trovato opportuno dare al tempo stesso le tesi riassuntive e lo sviluppo diffuso, parte per parte e punto per punto, in modo da avere pronto per la pubblicazione in altra sede il riassunto breve, come per le precedenti riunioni.

Sarà necessario più di un numero di «Programma» ad esaurire il materiale così organizzato, ma ciò non vorrà dispiacere ai lettori.

Un’idea della trama generale è in certo modo data nell’ampia introduzione alle tre parti. La prima si completa con la trattazione della questione sulla Linguistica, in opposizione alla soluzione di Stalin (1950). La seconda parte tratta del peso del fattore nazionale nelle epoche storiche: antichità, feudalesimo, campi moderni. La terza riguarda la rivendicazione di sistemazione razziale e nazionale nelle rivoluzioni borghesi, la considerazione marxista di questo rapporto in teoria e politicamente, con largo riferimento alla Polonia e alle guerre del periodo 1848-1870 in Europa e chiude con la storia della questione irredentista italiana, il suo rifiuto da parte del proletariato fin dalla costituzione della unità nazionale, e la rivendicazione della sola soluzione possibile per Trieste sul piano classista ed internazionalista della rivoluzione europea.