[RG19] I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale (Pt. 2)
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- Inglés: [GM19] The Fundamentals of Revolutionary Communism in the Doctrine and History of the International Proletarian Struggle (Pt. 2)
- Francés: Les Fondements du Communisme Révolutionnaire Marxiste dans la Doctrine et dans l’Histoire de la Lutte prolétarienne Internationale Pt.2
- Italiano: [RG19] I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale (Pt. 2)
MITO DEL SINDACATO RIVOLUZIONARIO
Sulla fine dell’Ottocento i partiti politici del proletariato erano divenuti organizzativamente potenti e numerosi in tutta l’Europa; loro modello era la germanica Sozialdemokratie, che dopo una lunga lotta contro le leggi eccezionali antisocialiste di Bismarck aveva costretto lo Stato kaiserista-borghese ad abolire, e vedeva ad ogni elezione aumentare i suoi voti e il numero dei suoi seggi nel parlamento. Questo partito avrebbe dovuto essere il depositario della tradizione di Marx e di Engels, ed a ciò era dovuto il suo prestigio nel seno della Seconda Internazionale ricostituita nel 1889.
Ma proprio nel seno di questo partito si era sviluppata una nuova corrente detta revisionista, di cui massimo teorico fu Edoardo Bernstein, la quale apertamente sosteneva che lo sviluppo della società borghese e i suoi nuovi aspetti, durante l’epoca di relativa tranquillità sociale ed internazionale succeduta alla grande guerra franco-prussiana, indicavano «nuove vie al socialismo», diverse da quella di Marx.
Fu adoperata allora, e non se ne meraviglino i giovani militanti operai di oggi, proprio la medesima frase lanciata dopo il XX Congresso russo del 1956, con le stessissime parole che tutti credono coniate adesso, nuove di zecca! Il revisionista italiano Bonomi, espulso dal partito socialista nel 1912, ministro della guerra che sotto Giolitti sbrigò il compito di far mitragliare non i fascisti ma i proletari che combattevano contro di essi, poi uno dei capi del governo della repubblica antifascista, scrisse mezzo secolo fa un libro con quel titolo: Le nuove vie del socialismo. Giolitti ne trasse la bella frase che i socialisti avevano messo Marx in soffitta. Il presente movimento della sinistra internazionale comunista si ricollega ai gruppi della frazione di sinistra che, in quei lontani anni, risposero chiamando il loro giornale «La Soffitta».
I revisionisti sostenevano che nella nuova situazione dell’Europa e del mondo capitalista il passaggio al socialismo e la emancipazione della classe operaia non avrebbero richiesto lotte insurrezionali, impiego di violenza armata, conquista rivoluzionaria del potere politico, e tolsero di mezzo del tutto la tesi centrale di Marx: la dittatura del proletariato.
Al posto di questa «visione catastrofica» fu posta l’azione legalitaria ed elettorale, quella legislativa in parlamento, e si giunse fino alla partecipazione di eletti socialisti ai ministeri borghesi («possibilismo», «millerandismo») al fine di promulgare leggi favorevoli al proletariato, sebbene i Congressi internazionali fino alla Prima Guerra Mondiale avessero sempre condannato tale tattica, e fin da prima di essa i collaborazionisti alla Bonomi (non i Bernstein, o in Italia i Turati) venissero messi fuori dal partito.
A tale degenerazione della politica oltre che della dottrina dei partiti socialisti, di cui non possiamo qui occuparci più a lungo, seguì in larghi strati operai una ondata di sfiducia verso la forma del partito politico, che dette gioco favorevole ai critici antimarxisti ed anarchici; e in un primo tempo solo correnti meno importanti si posero sul terreno di lotta al revisionismo con l’indirizzo di restare fedeli alla dottrina originaria del marxismo (radicali in Germania, intransigenti rivoluzionari in Italia, altrove duri, stretti, ortodossi e simili).
Queste correnti, a cui per la Russia corrispondeva il bolscevismo con Plechanov (finito male con la guerra, al pari del germanico Kautsky) e Lenin, non cessarono un istante di rivendicare la forma Partito, e – del tutto chiaramente solo con Lenin – la forma Stato, ossia la forma Dittatura. Ma per un decennio forse si accampò in lotta contro il revisionismo socialdemocratico un’altra scuola, che fu il sindacalismo rivoluzionario, le cui origini sono certo più antiche, ma che ebbe il suo capo teorico in Giorgio Sorel. Le correnti di tale scuola furono forti nei paesi latini; lottarono dapprima nelle file dei partiti socialisti, poi ne uscirono sia per le vicende delle lotte, sia per coerenza alla loro dottrina che escludeva il Partito come organo della rivoluzione di classe.
La forma primogenita dell’organizzazione proletaria era per essi il sindacato economico, che in prima linea doveva non solo condurre la lotta di classe per la difesa degli immediati interessi operai, ma anche prepararsi, senza alcuna soggezione ad un partito politico, alla direzione della guerra rivoluzionaria finale per l’abbattimento del sistema capitalistico.
I SORELIANI E IL MARXISMO
Ci condurrebbe assai lontano l’analisi dell’impostazione e della evoluzione di tale dottrina, sia nel suo capo ideologico Sorel che nei gruppi multiformi che in vari paesi la seguirono; e come abbiamo chiarito non tratteremo in sintesi che il suo bilancio storico e la sua molto discutibile prospettiva di una società non-capitalista futura.
Sorel e non pochi dei suoi seguaci, anche in Italia, dichiararono all’inizio di essere i veri continuatori di Marx contro il travestimento pacifistico ed evoluzionistico dei revisionisti legalitari. Finirono poi col dover ammettere che essi rappresentavano un altro revisionismo, a prima vista da sinistra anziché da destra, ma che in realtà era legato alle stesse origini e conteneva gli stessi pericoli.
Ciò che Sorel assumeva di ritenere da Marx era l’impiego della violenza e l’urto della classe proletaria contro gli istituti ed i poteri borghesi, e soprattutto contro lo Stato. Egli mostrava così di aver mantenuto fede alla critica di Marx, giusta la quale lo Stato contemporaneo uscito dalla rivoluzione liberale, nelle sue forme democratiche e parlamentari, non cessa di essere lo squisito organo di difesa degli interessi della classe dominante, il potere della quale non può essere abbattuto per le vie costituzionali. I soreliani rivendicarono l’azione illegale, l’uso della violenza, lo sciopero generale rivoluzionario, e fecero di tale parola il loro massimo Ideale, in un tempo in cui nella maggioranza dei partiti socialisti tali consegne venivano fieramente sconfessate.
Sebbene lo sciopero generale soreliano, in cui culmina la teoria dell’»azione diretta» (ossia senza intermediari legalmente eletti tra proletariato e borghesia), venga concepito come simultaneo per tutti i mestieri operai, tutte le città di uno Stato, ed anche come internazionale, in realtà la insurrezione dei sindacalisti conserva la forma e il limite di una azione di singoli, o al più di gruppi sporadici; e non assurge al concetto di una azione di classe. Ciò è dovuto al suo orrore di una organizzazione politica rivoluzionaria che non può non avere anche forme militari, e, dopo la vittoria, statali (Stato proletario, Dittatura), mentre i soreliani, ricalcando le orme dei bakuniniani di trent’anni prima, non vogliono Partito, Stato, Dittatura. Lo sciopero generale nazionale dato per vittorioso coincide (nello stesso giorno?) con la espropriazione (nozione di sciopero espropriatore) e la visione del passaggio da una forma sociale all’altra è tanto nebulosa e labile, quanto fu deludente e caduca.
Nel 1920 in Italia – in piena fioritura di entusiasmi per Lenin, la forma Partito, la centrale conquista del potere, e la dittatura «espropriatrice» – fu trasposta in strati sia «massimalisti» che «ordinovisti» questa parola falsamente estrema di «sciopero espropriatore»; e fu una delle tante volte che si dové dar di piglio a striglia marxista, senza pietà e senza tema di passare per pompieri.
Sorel e tutti questi suoi epigoni in sostanza sono fuori dal determinismo marxista, e il gioco degli effetti tra sfera economica e politica resta per loro lettera morta; essendo individualisti e volontaristi, vedono nella rivoluzione un atto di forza solo dopo che vi hanno visto un impossibile atto di coscienza. Sono dei capovolgitori del marxismo, come mostra Lenin in «Che fare?». Fatta scattare nel foro interiore della persona coscienza e volontà, dato che ci sono, di un solo balzo radono al suolo lo Stato borghese, la divisione in classi, la psicologia di classe. Non intendono l’alternativa: dittatura capitalista o comunista, e ne escono per la sola via storica possibile: rimettono in piedi la prima. Se coscientemente o no, è problema che per essi è tutto, per noi zero.
Non ci interessa seguire oltre Giorgio Sorel nella sua logica strada: idealismo, spiritualismo, grembo della chiesa cattolica.
LA PROVA DELLA GUERRA MONDIALE
Come già più volte avvertito, non possiamo certo dare qui tutta la storia critica del disastro socialista allo scoppio (agosto 1914) della prima guerra mondiale. Va solo ricordato se la rovina travolse soltanto i partiti politici o anche le organizzazioni sindacali, e gli stessi ideologi della scuola sindacalista, che non si volevano chiamare partito, ma in effetti lo erano, con una base di classe piccolo-borghese a dispetto della loro superstizione di purezza operaia. Allora essi formavano, come del resto dal più al meno hanno sempre fatto gli anarchici, «gruppi» che si dichiaravano apolitici, aelezionisti, aparlamentari, apartitici (perdonate tutte queste orribili parole all’abuso dell’alfa privativo). Abbiamo esempi del tutto contemporanei come tutto questo pudore per il Partito e la politica rivoluzionaria finisca col permettere a questi labili e rilasciati aggruppati di stare nei partiti opportunisti e borghesi e fare campagne elettorali per sporchi traditori di classe. Autonomia soprattutto!
È indiscutibile, ed è materiale di base di tutta la restaurazione del marxismo rivoluzionario condotta al tempo di Lenin, che i più grandi partiti socialisti dell’Europa ci fecero assistere ad una schifosa bancarotta. Non dovremo raccontare ancora di Vladimiro che per tre settimane fu inavvicinabile anche dalla incomparabile compagna, calpestava i giornali non credendo alle notizie, si aggirava torvo nella stanzetta svizzera come una belva in gabbia.
Non togliamo nulla a quanto abbiamo sempre detto e fatto contro i parlamentari traditori che avevano votato i crediti di guerra ed erano entrati nei governi di unione sacra. Ma in Italia si svolse, con il vantaggio di nove mesi di attesa, la zuffa per impedire la defezione dei capi del partito a pochi giorni dall’ordine di mobilitazione. La dirigenza del partito teneva bene, il gruppo parlamentare sebbene in maggioranza di corrente riformista era contrario allo sciopero generale nazionale, ma si impegnava a votare contro i crediti e il governo, e lo fece unanime: quelli che tennero la posizione più disfattista furono i capi della Confederazione del Lavoro, che dovemmo smascherare nel loro sabotaggio della proposta di sciopero: dicevano che ne temevano il fallimento; invece ne temevano la riuscita per motivi di patriottismo borghese.
In tutti i paesi furono le grandi centrali sindacali che rimorchiarono i partiti politici sulla strada della incommensurabile vergogna. Così in Francia e in Germania ed in Austria. In Inghilterra il mostro di tutti i tempi, il campione dell’antirivoluzione, il Labour Party, cui sono affiliate le Trade Unions, ossia i sindacati economici, passò compatto dalla parte della guerra, mentre il piccolo partito socialista britannico teneva atteggiamento di opposizione.
I critici soreliani del parlamentarismo avevano giustamente denunziate molte vergogne, ma non avevano pensato che i deputati operai bazzicanti le anticamere dell’amministrazione borghese vi erano sospinti dagli organizzatori sindacali che volevano portare concessioni materiali ai loro associati. L’opportunismo di cui allora scoppiò il più classico bubbone – come avvertito da Lenin, e da Engels e Marx fin dalle lettere sulla controrivoluzione tedesca nel 1850 – non ha la sua origine, ma solo una sua inseparabile manifestazione, nel tradimento o nella viltà dei capi rivoluzionari. L’opportunismo è un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità, e sarebbe follia non vederlo. Il capitalismo offrì un patto agli operai industriali esonerati dal servizio militare. Se in Italia il Sindacato Ferrovieri si oppose alla Confederazione del Lavoro sulla questione dello sciopero, in cui i suoi soci giocavano il «bracciale azzurro», fu per forza politica e per gli aperti legami tra questo combattivo organismo e l’ala estrema del partito marxista.
Nella crisi del 1914, come in tutte le altre analoghe anche se meno clamorose, i sindacati economici furono – nelle loro cerchie direttive, ma che gli operai non spazzarono via, come non fecero i militanti di partito con i capi, né gli elettori socialisti coi deputati, se non dopo lunghi anni di lotte – palle di piombo ai piedi dei partiti di classe. I soreliani non avevano vista tutta questa congerie di fenomeni evidenti, quando avevano proposto come rimedio al revisioniamo di boicottare i partiti e rifugiarsi nei sindacati operai.
Ben più accadde in Francia e in Italia, ove vi erano confederazioni sindacali anche della corrente sindacalista-anarchica. In Francia questa era maggioritaria, col suo segretario Jouhaux, soreliano per la pelle e nemico del partito e del suo gruppo parlamentare. Ma non solo Jouhaux, seguito da tutta la sua organizzazione e le sue masse, salvo minoranze al primo stadio assolutamente trascurabili, seguì la politica patriottarda dei deputati socialisti, quanto perfino il famoso e colto anarchico Eliseo Reclus, e il più famoso (sebbene asino) Gustavo Hervé, capo degli antimilitaristi europei, direttore della «Guerra Sociale», organizzatore del Citoyen-Browning, o cittadino-revolver, che aveva preso l’impegno di piantare le drapeau tricolore dans le fumier, la bandiera francese nel letame. Cambiò in «Victoire» il titolo del giornale, avviò la più velenosa campagna di odio ai boches, e andò ad arruolarsi nel fumier, degno di lui.
Dalle file soreliane non uscì dunque nulla di meglio che da quelle del partito SFIO, sebbene fin da allora come marxismo non valesse tre soldi falsi. I sindacalisti «apartitici» fecero la fine dei Guesde e dei Cachin, che vennero a comprare coi franchi dello Stato francese il giornale di Mussolini (si tratta del secondo, più recente comunista e antifascista resistente, dopo parentesi hitleriana).
In Italia vi era, di fronte alla Confederazione del Lavoro, la Unione Sindacale Italiana. Per imbevuta che fosse di basso riformismo, mai la prima aderì alla politica di guerra. Ma i sindacalisti anarchici si scissero in due Unioni sindacali: una contraria alla guerra, l’altra con De Ambris e Corridoni dichiaratamente interventista. Migliore prova dette il partito; perché, quando ne uscì Mussolini nell’ottobre 1914, nella seduta di espulsione dalla sezione di Milano non una voce si levò a difenderlo.
L’ORGANIZZAZIONE DI FABBRICA
La proposta di rinunziare al partito politico proletario per portare il baricentro della lotta rivoluzionaria sul sindacato di mestiere, da un primo lato comporta teoricamente l’abbandono totale delle basi della dottrina marxista, e non è proponibile se non da chi – come fecero alla fine i soreliani e come avevano fatto i bakuniniani – ne abiuri il credo filosofico ed economico; mentre nel suo bilancio storico si dimostra priva di qualunque fondamento. Il ragionamento che nei partiti possono entrare elementi non aventi stretta origine dalla classe proletaria, che finiscono con assumere i posti direttivi, mentre questo non avverrebbe nei sindacati – e non è vero – rimane svuotato, dagli esempi storici più clamorosi, di qualunque consistenza.
La limitatezza dell’orizzonte sindacale rispetto a quello politico sta nel fatto che esso non ha uno sfondo di classe, ma appena di categoria, e risente della medioevale rigida separazione dei mestieri. Non rappresenta un passo innanzi la più recente trasformazione del sindacato di mestiere (o professionale) in sindacato di industria. In questa forma, ad esempio, un operaio falegname ma che lavora nella fabbrica di automobili farà parte della federazione del metallo e non di quella del legno. Ma le due forme hanno di comune il fatto che alla base il contatto tra gli associati avviene soltanto tra elementi che hanno di comune, e quindi trattano, solo i problemi di uno stretto settore produttivo, e non tutti i problemi sociali. La sintesi degli interessi dei gruppi proletari locali professionali ed industriali si fa solo tramite un apparato di funzionari delle organizzazioni.
Il superamento della limitatezza degli interessi si attua quindi solo nell’organizzazione di partito che non separa i proletari per professione né per settore produttivo.
Dopo la prima guerra mondiale, essendo a tutti palese che il tradimento della causa sociale risaliva non solo ai gruppi parlamentari e ai partiti, ma anche alle grandi organizzazioni e confederazioni sindacali, ebbe grande impulso la sopravvalutazione di una nuova forma di organismo immediato dei proletari industriali: il consiglio di fabbrica.
I teorizzatori di questo sistema vollero sostenere che meglio di ogni altro esso potesse esprimere la funzione storica della moderna classe lavoratrice, su un duplice piano. La difesa degli interessi degli operai nei confronti del padrone passava dal Sindacato al Consiglio di fabbrica, sia pure collegato con gli altri nel «Sistema dei Consigli» secondo località, regioni e nazione, e secondo settori d’industria. Ma una nuova rivendicazione sorgeva: quella del controllo della produzione, e, più lontana, quella della gestione. I Consigli avrebbero rivendicato di avere voce non solo nel trattamento degli operai da parte della ditta quanto a salari, orari ed ogni altro rapporto, ma anche nelle operazioni tecnico-economiche finora lasciate alla decisione dell’azienda: programmi di produzione, acquisto di materie prime, destinazione dei prodotti. Una serie di «conquiste» in questa direzione si poneva come traguardo la totale gestione operaia, ossia la effettiva eliminazione, espropriazione dei padroni.
Questo miraggio in un primo tempo seducente fu subito, almeno in Italia, considerato dai marxisti rivoluzionari come del tutto ingannevole. Da questa prospettiva restava eliminata la questione del potere centrale, poiché si ammettevano coesistenti (un primo esempio di coesistenza, del lupo e della pecora!) il potere dello Stato borghese ed un grado avanzato di controllo operaio; ed una rata perfino di gestione operaia su un certo numero o aggruppamento di aziende.
Non si tratta che di un nuovo revisionismo, di un riformismo in edizione piuttosto peggiorata che migliorata, se si tiene conto che in questo sistema ipotetico viene meno, nello incrociarsi delle gestioni locali, il piano sociale della produzione e dell’economia, che i revisionisti classici affidavano ad uno Stato politico conquistato con mezzi pacifici dalla classe operaia.
È facile stabilire in dottrina che si tratta di un sistema tanto antimarxista quanto quello del sindacalismo soreliano. Con procedimento non dissimile vediamo i sospettati personaggi: Partito di classe e Stato di classe, eliminati dal succedersi delle scene del dramma; mentre i revisionisti classici si limitavano al sabotaggio aperto della violenza di classe e della dittatura di classe, sotto l’aspetto formale. Nella sostanza, sono la rivoluzione e il socialismo che in ambo i casi se ne vanno.
Seguitando nei decenni successivi a dare credito alla diffidenza banale verso le due forme Partito e Stato, si è venuto a confondere il «contenuto del socialismo» con questi due postulati: controllo operaio sulla produzione, gestione operaia della produzione. E questa roba sarebbe il nuovo marxismo.
Ha Marx detto qual’è il «contenuto del socialismo»? Marx non ha risposto ad un quesito tanto metafisico. Il contenuto di un recipiente può essere tanto l’acqua che il vino o un liquido ignobile. Ci possiamo da marxisti chiedere quale sia il processo storico che conduce al socialismo, e ci possiamo chiedere quali siano i rapporti tra gli uomini che si avranno «nel socialismo» ossia nella società non più capitalista.
Sotto questi due profili sono pure sciocchezze le risposte: controllo della produzione nella fabbrica, gestione della fabbrica, o l’altra che spesso le accompagna: autonomia del proletariato.
Se ci riferiamo al processo storico che conduce al socialismo, esso, a partire da una società pienamente industriale capitalistica, abbiamo detto come lo vediamo, da un secolo: formazione del proletariato, organizzazione del proletariato in partito politico di classe, organizzazione del proletariato in classe dominante. Da questo momento solo comincia il controllo e la gestione della produzione non nell’azienda e da parte del consiglio del personale, ma nella società, e da parte dello Stato di classe, condotto dal Partito di classe.
Se questa ricerca del risibile «contenuto» si riferisce alla società pienamente socialista, a più forte ragione le formule di controllo operaio e gestione operaia perdono ogni senso. Nel socialismo non vi è più la società sezionata tra produttori e non produttori, perché non vi è più società divisa in classi. Il contenuto (se si vuole usare questa bolsa espressione) del socialismo non sarà l’autonomia, il controllo e la gestione del proletariato, ma la sparizione del proletariato. Del salariato. Dello scambio, anche dell’ultimo: tra moneta e forza-lavoro. E infine, dell’azienda. Nulla vi sarà da controllare e gestire, nessuno rispetto a cui chiedere autonomia. Questi ideologismi mostrano in chi li adopera solo la totale impotenza teorica e pratica a lottare per una società che non sia una cattiva copia di quella borghese. Chiedono l’autonomia (di essi stessi) solo da un compito arduo, dalla forza del Partito di classe, dalla dittatura rivoluzionaria. Il giovanissimo Marx fresco di formule hegeliane (in cui quella gente crede ancora oggi) avrebbe risposto che chi cerca l’autonomia del proletariato trova l’autonomia del borghese, eterno modello dell’uomo (vedi «Questione ebraica»).
STORIA DELLA FORMULA AZIENDALE
I Consigli degli ordinovisti italiani hanno precedenti in paesi anglosassoni, e hanno i loro antenati nelle antiche gilde di maestranze, che non nascono per la guerra a un padrone borghese ma per la guerra ad altre gilde e a forme signorili e terriere.
Quando si dette della rivoluzione russa il travisamento sciagurato, da primo capitolo della rivoluzione proletaria europea a lotta dei contadini per la «conquista della terra», si creò il superficiale parallelo della «conquista della fabbrica». Per queste vie si tralignò e si traligna dalla via maestra della conquista del potere, e della società.
A suo luogo abbiamo trattato la liquidazione leninista di questo problema per la Russia, nella questione agraria e in quella industriale, e non occorre ripeterci. Sindacalisti e anarchici di tutto il mondo revocarono le loro simpatie alla rivoluzione russa quando capirono che il controllo operaio e contadino di Lenin era derivato dal troncone possente del controllo del potere e si riferiva ad aziende che lo Stato russo non poteva ancora espropriare. I tentativi di gestione autonoma delle fabbriche dovettero essere repressi, e talvolta con la forza, per evitare disastri economici e assurdi, antisocialisti negli stessi effetti politici e militari, di guerra civile.
Fu presto dispersa la confusione tra lo Stato dei consigli operai, organi territoriali e politici, e la finzione ordinovista dello Stato dei Consigli di azienda, autonomi nella propria gestione. A tal riguardo basta leggere le tesi del secondo Congresso dell’Internazionale Comunista sui sindacati e consigli di fabbrica, che definiscono il compito di tali organi prima e dopo la rivoluzione. Chiave della soluzione marxista è la penetrazione negli uni e negli altri del partito rivoluzionario, e la loro subordinazione (altro che autonomia!) rispetto allo Stato rivoluzionario. Nello studio russo abbiamo a suo luogo riportate le successive discussioni al riguardo nel partito.
Ci interessa dare un cenno della esperienza italiana. Nel 1920 si ebbe il celebre episodio dell’occupazione delle fabbriche. Gli operai, apertamente scontenti del contegno imbelle dei grandi sindacati confederali, e spinti dalla situazione economica e dalle pretese offensive degli industriali dopo la prima euforia postbellica, si asserragliarono nelle fabbriche, dopo averne espulsi i dirigenti, mettendole in stato di difesa, e tentando in molte località di continuare il lavoro, e talvolta di disporre dei prodotti manufatti in via commerciale.
Questo movimento avrebbe potuto avere sviluppi grandiosi se a quel momento, nel settembre del 1920, il proletariato italiano avesse avuto un partito rivoluzionario forte e deciso: era invece in pieno sviluppo la crisi del partito socialista, dopo il congresso unitario di Bologna del 1919, seguito dalla strepitosa vittoria elettorale coi 150 deputati al parlamento, e si svolgeva la crisi del falso estremismo dei «massimalisti» di Serrati, che si doveva risolvere solo nel gennaio del 1921 con la scissione di Livorno. Le decisioni erano sempre rimesse ad ibride convocazioni della dirigenza del partito (con alcune organizzazioni periferiche di esso, contese fra le varie tendenze), dei parlamentari socialisti e dei capi della Confederazione del Lavoro. Invano la Sinistra sostenne che il solo partito doveva affrontare simili problemi della lotta politica operaia e dare le consegne: deputati ed organizzatori sindacali non avrebbero dovuto che eseguirle, in quanto membri del partito. Si trattava di azioni a scala nazionale e squisitamente politiche.
D’altra parte in un’orgia di false posizioni estremiste si ebbe la prova di quanto sia rovinosa nel partito la mancanza di salde basi dottrinarie. Si confuse il generoso moto di invasione delle fabbriche con la costituzione in Italia dei Soviet, o Consigli operai, si parlò di proclamarla da parte di quelli stessi, che si opponevano alla parola di azione della conquista del potere. Si dimenticarono le nettissime posizioni di Lenin e dei Congressi mondiali per cui i Soviet non sono organismi che possano coesistere con lo Stato tradizionale, ma sorgono in un periodo di aperta lotta per il potere e quando lo Stato vacilla, per sostituirsi ai suoi organi esecutivi e legislativi borghesi. Nella generale confusione e nella assurda collaborazione tra rivoluzionari e legalitari il moto cadde nella impotenza.
Il capo borghese Giolitti ebbe una molto più chiara visione. Anche sotto il profilo costituzionale egli avrebbe potuto disporre la espulsione con la forza armata degli operai che avevano occupato gli stabilimenti: si guardò bene dal farlo malgrado gli incitamenti di forze di destra e del nascente fascismo. Gli operai e le loro organizzazioni non mostravano intenzione alcuna di uscire armati dalle officine occupate e praticamente inerti, per attaccare le forze borghesi e tentare di occupare le sedi della amministrazione e della polizia; la fame li avrebbe spinti fuori dalla insostenibile posizione assunta. Giolitti non fece praticamente sparare una fucilata sola, ma il moto fallì miseramente e ben presto i dirigenti e i padroni capitalisti riebbero il possesso e la direzione delle fabbriche negli stessi rapporti di prima, dopo un trascurabile numero di incidenti. La bufera era passata senza alcun serio disturbo per il potere ed il privilegio di classe.
Tutta la storia degli anni italiani del dopoguerra dimostra chiaramente come anche in condizioni favorevoli la lotta proletaria sia votata al fallimento quando manca il partito rivoluzionario che sia in grado di porre la questione del potere in maniera radicale; e lo dimostra la storia del fascismo.
Si trattò della bancarotta della formula che vuole sostituire alla rivoluzione per il controllo politico della società, all’assalto contro lo Stato borghese, e alla istituzione della dittatura proletaria, l’illusione meschina del controllo e della conquista dell’azienda di produzione da parte degli operai, organizzati in consigli di azienda che raccolgono tutta la maestranza, senza tener conto di direttive politiche ed appartenenza a partiti.
La corrente italiana dell’ordinovismo non giunse allora a sostenere l’inutilità del partito, perché le vicende della Terza Internazionale la condussero a convergere sulla tattica di contatti tra i vari partiti proletari anche riformisti ed opportunisti, e perché la sua ideologia era quella di un fronte unico di classe tra operai, industriali e piccolo-borghesi. Ma gli eventi ulteriori e la storia del trionfo dell’opportunismo in Italia e nell’Internazionale mostrarono quale pericoloso punto di partenza fosse la dottrina del Consiglio di azienda sufficiente a sé stesso e alla causa rivoluzionaria, e l’illusione che basti alla vittoria del comunismo il passaggio della singola impresa di produzione dalle mani del padrone a quelle del personale, al di fuori della questione generale di una nuova organizzazione di tutta la vita umana, in cui il vecchio schema produttivo, cui aderiscono le reti immediate degli organismi sindacali e aziendali, deve essere prima denunziato e poi frantumato da cima a fondo.
VANO RITORNO A FORMULE SVUOTATE
Ad ogni ondata del processo di involuzione che la grande tragedia russa ci ha presentato e ci presenta, si succedono i tentativi di ridare vita a forme di organizzazione proletaria diverse da quella su cui i grandi pionieri della rivoluzione d’Ottobre fondarono tutto l’immenso sforzo che li portò alla testa della minacciosa avanzata proletaria e anticapitalista alla fine della prima grande guerra mondiale: il Partito politico e la Dittatura proletaria.
Nessuna utile costruzione teorica e pratica di una grande ripresa del movimento di classe uscirà mai da questa trepida diffidenza per le forme di organizzazione indispensabili al capovolgimento storico del rapporto di dominazione di classe: Partito e Stato. L’obiezione puerile si riduce tutta alla convinzione che vi sia nella natura dell’uomo una insuperabile condanna a volgere l’esercizio del potere, dalla difesa della causa delle forze sociali che hanno dato il mandato alla rete «gerarchica» (la parola è esatta) alla difesa dell’interesse individuale e della libidine vanesia del soggetto rivestito nel partito e nello Stato da funzioni di potere.
Il marxismo consiste nella dimostrazione dell’inesistenza di questa fatua condanna, e della dipendenza delle azioni del singolo da forze svolte dagli interessi generali, tanto quando si tratta di azioni di singoli che reagiscono come semplici molecole della massa in parallelo ad altre, quanto – e soprattutto – quando si tratta di unità collocate dalla dinamica sociale nei punti nodali, cruciali, della lotta storica.
O leggiamo la storia da marxisti, o ricadiamo nelle masturbazioni scolastiche che spiegano colossali eventi con la manovre del monarca che riesce a legarle come causa efficiente alla trasmissione della corona all’erede o al lignaggio, coi capolavori del condottiero a cui ne detta la capacità l’intento di essere glorificato ed immortalato dai posteri! Il legame tra una antiveggenza cosciente, una volontà motrice, e un risultato diretto che «plasma» la società e la storia, noi lo consideriamo vietato all’individuo, non solo al povero cristo-molecola sperso nel magma sociale, ma soprattutto al coronato, allo scettrato, al rivestito di cariche, di onori e dal nome costellato di titoli prefissi ed iniziali maiuscole. È proprio costui che non sa quello che vuole e non ottiene quello cui pensava, e al quale, se si scusa la nobile immagine, il determinismo storico riserva la più alta dose delle sue pedate nel sedere. È il capo – se si accetta la nostra dottrina – che riveste al massimo la funzione di marionetta della storia.
Il succedersi di tutte le rivoluzioni, quando studiate con la chiave del sopraffarsi delle forme produttive, ci mostra una fase dinamica in cui la regola è che i combattenti, forze espresse da una determinante sociale verso un maggiore benessere, reggono nei ranghi e nelle prime file con alto sacrificio ed immolano, oltre la vita fisica, la «carriera verso il potere», obbedendo alle forze ancora indecifrate che accompagnano il parto storico della forma di domani. Nella fase finale di ogni forma questa dinamica sociale si scompone perché un’altra opposta ne sta sorgendo, e la difesa conservativa della forma tradizionale tende a mostrarsi assicurata da personali egoismi, da panciafichismo individuale, da crassa corruzione, come ne dettero esempio concussori, pretoriani, cortigiani feudali, sacerdoti in deboscia, bassi burocrati dell’affarismo borghese odierno.
E malgrado questo la difesa della forma capitalistica contro la sua caduta, pure in un lago sociale di cinismo e di strafottenza esistenziale di tutti i suoi sgherri e sguatteri di cucina, viene ancora condotta con continuità e vigore dalle reti organizzate degli Stati e dagli stessi partiti politici della classe dominante, che a più svolte storiche hanno mostrato come si organizzino saldamente in una forza unica controrivoluzionaria (e in questo non alludiamo solo alla Germania ed Italia fasciste, ma alla stessa Inghilterra, America e Russia contemporanee, se si sa guardare un poco oltre la ipocrisia corticale). E tra l’altro ci hanno mostrato come osino venire a rubarci la potenza ardente dei nostri segreti sulla geologia dei sottosuoli storici!
Noi, proprio noi, dovremmo essere tanto imbelli da disonorare la forza e la forma che questa nostra propria e irrefrenabile energia dovrà rivestire, il Partito rivoluzionario e lo Stato di ferro della dittatura, che avranno nei nodi della rete indubbiamente persone anche in funzioni singole, ma che riveleranno come esse non manovrino e non decidano segreti intrighi e sorprese, ma procedano sulla ferrea linea del compito che il divenire storico ha prescritto agli organi della irreversibile rivoluzione tra le forme economiche e sociali?
La proposta di cercare garanzie contro il tralignare di un capo o di un incaricato di una qualunque funzione in organismi diversi dal partito dimostra il rinnegamento di tutta la nostra costruzione dottrinale, e non altro.
Infatti la rete dei «capi» e dei «gerarchi» esiste in tali organismi non diversamente che nel partito; in genere nemmeno essa è formata di soli operai; e un lato chiaro e doloroso dell’esperienza storica ha insegnato che l’ex operaio che ha lasciato il lavoro per la carica sindacale è in genere più proclive a tradire la sua classe che non l’elemento venuto da strati non proletari; gli esempi si potrebbero dare a migliaia.
Tutta questa palinodia viene di solito presentata come accostamento, legame più stretto, più serrata aderenza alle «masse». Cosa sono le masse? Sono la classe ancora senza energia storica, ossia senza partito che la saldi alla sua via storica rivoluzionaria, e quindi la classe legata ed aderente solo alla sua situazione di soggezione, alle catene della sua distribuzione nell’organamento sociale borghese. Oppure, in date situazioni storiche, le masse quantitativamente debordano dalla «classe» operaia perché comprendono strati semiproletari.
Il nostro svolgimento, con fedeltà assoluta ai dettami della scuola marxista, mostra un duplice momento storico di questa situazione, e nella distinzione si può sintetizzare quanto precede.
Quando la rivoluzione borghese doveva ancora esplodere e si trattava di abbattere le forme feudali, come nell’esempio della Russia del 1917, in questi strati di «popolo» non ancora proletario vi erano forze ed energie dirette contro il potere dello Stato e i vertici della società: in un deciso trapasso tali strati potevano integrare il proletariato del tempo non solo aumentando l’effettivo numerico, ma aggiungendo un fattore di potenziale rivoluzionario, utilizzabile nella fase di transizione, sotto la condizione della chiara visione storica e della potente organizzazione autonoma del partito della dittatura operaia, e della sua egemonia, garantita dai legami col proletariato mondiale. Esaurita la pressione rivoluzionaria antifeudale, questa «cornice» che attornia il proletariato rivoluzionario e classista diventa reazionaria non quanto, ma ben più dell’alta borghesia. Ogni passo per legarsi ad essa è opportunismo, distruzione della forza rivoluzionaria, solidarietà con la conservazione capitalista. Ciò vale oggi per tutto il contemporaneo mondo bianco.
Gli odierni opportunisti russi nella loro corsa travolgente verso il rinnegamento di ogni indirizzo rivoluzionario non hanno, è vero, ancora buttata tra i ferri vecchi la forma partito, ma ad ogni tappa della loro involuzione si giustificano col richiamo alle masse, e fanno vanto a loro comodo della solidarietà di esse.
Altra prova a posteriori, e storica, non ci occorre della completa inconsistenza di quella antica, subdola, e fastidiosa ricetta, e del come essa sia stata alla base della liquidazione del partito rivoluzionario.
III. Snaturamento piccolo-borghese dei caratteri della società comunista nelle concezioni «sindacaliste» ed «aziendiste» dell’inquadramento proletario
INSOSTITUIBILITÀ DEL PARTITO
La pretesa di una completa aderenza di struttura dell’organizzazione operaia di lotta con la rete di produzione dell’economia industriale borghese, pretesa giunta alla sua estrema espressione col sistema di Gramsci, e alla quale oggi si richiamano diversi gruppi di critici della degenerazione staliniana, accompagna, e non poteva essere diversamente, la sua impotenza di azione alla sua incapacità a scorgere i caratteri di opposizione fra la struttura economica di oggi e quella di domani, la società comunista che attraverso la vittoria di classe del proletariato prenderà il posto della società capitalista. In ciò resta grandemente al di sotto dei classici risultati della critica eretta dal marxismo alla economia presente.
Il suo errore economico si accompagna in tutto a quelli che denunzia nel sistema staliniano e che sono stati aggravati enormemente dalle fasi post-staliniane inaugurate col XX Congresso russo, proprio quando si è levata la bandiera di criticare e correggere Stalin. L’errore è sempre quello, e sta nello scorgere il miraggio di una società in cui gli operai abbiano avuto partita vinta sui padroni entro il comune, entro il mestiere e entro l’impresa, ma siano rimasti imprigionati nelle maglie di una sopravvivente economia di mercato, senza accorgersi che questa è la stessa cosa del capitalismo.
Le caratteristiche di una società non capitalista e non mercantile quali risultano dal vero studio marxista, come risultato di una previsione critica e scientifica libera da ogni «goccia» di utopismo, possono essere raggiunte e possedute, nella forma programmatica, solo dal partito, in quanto esso appunto non ha la schiavitù di «aderire» allo schieramento che alla classe produttrice impone il modo capitalista. Le esitazioni davanti alla necessità della forma-Partito e della forma-Stato, diventano smarrimento completo delle conquiste programmatiche quanto a completa antitesi delle forme comuniste rispetto a quelle capitalistiche, di cui era ben padrone il partito della scuola marxista. Basti pensare ai postulati cui il programma marxista perviene: abolizione della divisione tecnica e sociale del lavoro, che vuol dire rottura dei confini tra azienda ed azienda di produzione; abolizione del contrasto tra campagna e città; sintesi sociale della scienza e della attività pratica umana, per intendere come ogni tracciato «concreto» per l’organizzazione e l’azione proletaria che si proponga di riflettere in sé la presente ossatura del mondo economico, si condanni a non uscire dai caratteri e dai limiti propri delle attuali forme capitalistiche, e nello stesso tempo si condanni a non capire di essere antirivoluzionario.
La strada per uscire da questa inferiorità passa, sia pure in una lunga serie di contrasti, per organi eretti senza alcun materiale ed alcun modello tratto dagli organi del mondo borghese, e che possono essere solo il Partito e lo Stato proletario, nei quali la società di domani si cristallizza prima di essere storicamente esistente. Negli organi che diciamo immediati e che copiano e serbano l’impronta della fisiologia della società attuale, non può altro in potenza cristallizzarsi che la ripetizione e la salvezza di questa.
LA FORMA COMUNALE
La ristrettezza di visione dei libertari che polemizzavano con Marx nella Prima Internazionale intorno al 1870 e che abbiamo già ricordati, e la stranezza del pregiudizio diffusissimo che di Marx essi fossero «più avanzati», è evidente dal fatto che essi, pure opponendosi al militarismo e al patriottismo a parole, non colsero la potenza del trapasso, nella condanna dell’economia borghese, dalla sua considerazione nel campo nazionale alla ricerca delle sue leggi di diffusione mondiale, all’importanza della formazione del mercato internazionale.
Mentre Marx assurge a questo ultimo coronamento della descrizione del compito della borghesia moderna, al di là del quale altra tappa egli non pone che la conquista della dittatura proletaria negli Stati avanzati del mondo, e fa seguire alla distruzione degli Stati nazionali che col capitalismo nacquero un sempre più vasto potere internazionale del proletariato, gli anarchici propongono la distruzione dello Stato capitalista per sostituirvi (quando non proprio l’illimitata autonomia di ogni individuo, anche già borghese) quella di piccole unità umane che sarebbero le comuni dei produttori, autonome anche una rispetto all’altra dopo il crollo del potere dello Stato centrale.
Questa forma astratta di società futura fondata dalle comuni locali non si vede in che differisca dalla società borghese attuale, e quali forme economiche diverse dalle presenti ce ne diano il quadro. Quelli che hanno procurato di tratteggiarla, come Bakunin e Kropotkin, non hanno fatto che collegarla a ideologismi filosofici e non ad una critica delle leggi della produzione storicamente constatabili fino ad oggi. Quando tale critica hanno preso da Marx, non ne hanno saputo trarre che una minima parte delle conclusioni: colpiti dal concetto di plusvalore, che è teorema economico, non vi hanno poggiata che la condanna, morale, dello sfruttamento e ne hanno scorta la causale nel fatto del «potere» dell’essere umano sull’essere umano. Restati al di qua e al di sotto della dialettica, non potevano ad esempio capire che dal trapasso tra l’appropriazione di prodotto fisico e di lavoro del servo da parte del signore terriero alla produzione di plusvalore del tempo capitalistico vi è stata una effettiva «liberazione» da forme più pesanti di servitù e di oppressione, pur persistendo la necessità di una divisione in classi e di un potere di Stato, a vantaggio della borghesia, ma anche, in quella fase, a vantaggio di tutta la restante società.
Uno dei principali motivi di maggiore rendimento degli sforzi di tutti gli uomini, e di maggiore media remunerazione a parità di sforzo, è stata la formazione del mercato nazionale e la divisione del lavoro produttivo tra rami di industrie che scambiavano i loro prodotti intermedi e finali in un campo di libera circolazione, con la tendenza sempre più energica ad estenderlo anche fuori delle frontiere di ogni Stato.
Cresciuta, in piena coerenza alla integrale descrizione marxista, la ricchezza della borghesia e la forza di ogni suo Stato e con ciò la produzione del plusvalore (che non vuol dire immediatamente aumento del suo prelievo integrale assoluto a danno della classe inferiore, in quanto si concilia, fra l’altro, con una certa diminuzione della giornata di lavoro, ed un generale aumento del campo di soddisfazione dei bisogni), per demolire il potere capitalista non ha alcun senso l’idea di tornare a spezzare lo Stato nazionale nelle isolette di potere che caratterizzavano il medioevo preborghese. Ha poi addirittura senso retrogrado quella di richiudere l’economia delle cerchie di produzione e consumo in quei limiti angusti, al solo scopo di eliminare in ogni piccola cerchia il prelievo dei pochi oziosi non lavoratori.
In questo sistema di comunardi ugualitari è certo che il costo del nutrimento di un giorno in ore di lavoro di tutti i componenti adulti la comune (lasciamo il piccolo argomento: chi costringerà a lavorare quelli che non vorranno farlo?) risulterà certamente più alto che in una nazione, poniamo la Francia moderna, in cui sia perenne il flusso economico tra comune e comune, e si faccia pervenire un dato manufatto dalla zona ove lo si produce con difficoltà minore, malgrado che vi pappino gratis le «cento famiglie».
Alla comune non resterebbe che trattare su un piano di libero scambio tra l’una e l’altra, e, pure ammesso che solo una «coscienza universale» regoli pacificamente questi rapporti tra i nuclei economici di località, nulla impedirebbe che oscillando le equivalenze tra merce e merce si realizzassero sottrazioni di plusvalore e di pluslavoro tra una comune e l’altra.
Questo sistema immaginario di piccole comuni economiche si riduce ad una caricatura filosofica del self-government, dell’autogoverno dei piccoli borghesi di tutti i tempi. È facile vedere che esso è un sistema tanto mercantile quanto quello della Russia di Stalin e di quella sempre più antiproletaria post-Stalin, e che esso è un sistema di equivalenti monetari (senza lo Stato che batta moneta?!) totalmente borghese, e più pesante per il medio produttore di un sistema di grandi industrie nazionali ed imperiali.