Partido Comunista Internacional

Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America Pt.1

Categorías: Racial Question, USA

Parte de: Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America

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Nel numero scorso del giornale, come in quello da poco uscito del “Programme Communiste”, abbiamo espresso l’entusiasmo dei rivoluzionari comunisti per la eroica, magnifica lotta dei proletari negri d’America, accennando alle ragioni di classe che stanno alla base di questa formidabile esplosione di odio verso la classe dominante, e mettendo in rilievo le finalità sociali che, sia pure in modo tendenziale e in forma non dichiarata né cosciente, le hanno conferito, con terrore e sdegno della borghesia del mondo intero, un carattere rivoluzionario.

Carattere sociale della rivolta negra

L’alto significato teorico delle gloriose giornate di Newark e Detroit risiede prima di tutto nel fatto che esse costituiscono una luminosa conferma delle previsioni marxiste sull’inevitabilità della catastrofe dalla quale gli ideologi borghesi e tutta la gamma degli opportunisti pretendono che il capitalismo sia oggi in grado, in virtù di “speciali” risorse, di premunirsi. D’un colpo solo, la “rivolta negra” (usiamo per un momento questo termine) ha spazzato via – in un bagliore di ferro e di fuoco – le panzane accreditate dalla intellettualità piccolo-borghese circa l’inarrestabile marcia verso il benessere e sulla pacifica eliminazione dei contrasti politici e sociali, mentre ha rimesso in poderosa luce la tesi marxista che la strombazzata prosperità capitalistica si regge su piedi di argilla, dandone ulteriore conferma – cosa ancor più importante – appunto là, vecchio assioma marxista, dove la “prosperità” è maggiore, le suggestioni della propaganda riformista e pacifista sono più diffuse, e le possibilità di corruzione materiale e morale più alte. È appunto là che dei proletari hanno ricordato ai loro fratelli di tutto il mondo di “non aver nulla da perdere eccetto le loro catene”.

Giacché, questo è l’altro grande aspetto dei fatti di Newark e di Detroit (non i soli, come si è visto e si vede tuttora, ma per adesso i più imponenti): di proletari si tratta, di salariati in rivolta nello scenario di alcune fra le più grandi concentrazioni industriali non solo degli Stati Uniti ma del mondo. Sia la motivazione sia la direzione del loro moto sono le stesse delle vampate di collera dei giornalieri messicani nelle fertili valli della California in anni recenti e, in forma periodica, ogni anno, o dei manovali di varia provenienza – e di pelle bianca – nelle galere aziendali dell’Est, da cui è punteggiata la storia sanguinosa del capitalismo americano in tempi lontani e vicini.

Altrove parliamo delle testimonianze, scarne ma inconfondibili, della solidarietà testimoniata dai lavoratori bianchi ai loro fratelli in pelle nera: esse basterebbero a dimostrare la radice di classe, e solo per etichetta di razza, del grande terremoto abbattutosi sulle cittadelle dorate di S.M. il Capitale yankee.

La manodopera negra è senza dubbio la peggio pagata, ma ciò vale in misura analoga per i manovali portoricani assorbiti più o meno stabilmente dall’industria dell’Est, per i salariati agricoli messicani stagionalmente arruolati per le aziende agricole nell’Ovest, o per gli americani di vecchia data che campano faticosamente, ad esempio, nelle aree depresse degli Appalachi. I proletari negri, essendo in prevalenza non qualificati, sono i più esposti alla disoccupazione (ad Harlem, il 9% dei negri sono disoccupati contro il meno del 4% della media nazionale; fra i giovani al disotto dei 20 anni, la percentuale ascende al 25% circa), ma lo sono pure gli stessi portoricani e, in una certa misura, tutti i giovani bianchi che il processo di meccanizzazione esclude da molte possibilità di impiego nell’industria. I negri vivono in quartieri orrendi, certo ma negli stessi rioni si ammassano gli immigranti di varia origine e di tutt’altra razza costretti a vendere la propria forza-lavoro all’insaziabile mostro capitalista.

Il capitalismo prende in origine l’avvio da una base territoriale più o meno omogenea di lingua e di costumi – il mercato nazionale della forza-lavoro – ma, nella sua prepotente espansione, non può non andare ad attingere manodopera a basso prezzo, se non bastano le sacche di depressione interna, fuori dai confini del paese: dovunque, quell’esercito internazionale di riserva che ad esso, potenza mondiale, offre disperato le braccia.

Eccoli i supersfruttati, che soffrono come tali indipendentemente dalla loro pelle (anche se la loro qualifica di “stranieri” o di “gente di colore” serve di comodo pretesto per martoriarli e spremerli ancora di più) e che, appunto perciò, sono destinati, per un apparente paradosso, a divenire l’avanguardia delle lotte di classe nel paese adottivo. Engels vedeva negli irlandesi – stipati in quelli che l’ipocrisia di oggi chiamerebbe “ghetti razziali” e che erano semplicemente dei mostruosi quartieri operai – le punte avanzate, l’elemento di massima irrequietudine, nel moto istintivo di rivolta proletaria in Inghilterra. I più fulgidi episodi di insurrezione violenta negli Stati Uniti hanno nomi e cognomi di “stranieri”. Nell’uno e nell’altro caso gli attori del dramma sociale erano l’incarnazione del proletario puro, del senza-riserve che appunto “non ha nulla da perdere eccetto le sue catene”, del salariato autentico che tocca con mano l’abisso di menzogna delle “nuove frontiere”, le frontiere che il capitalismo valica per attingere manodopera dove costa di meno. Tanto varrebbe parlare di conflitto razziale per i martiri di Chicago del lontano e pur tanto vicino 1886, o per i formidabili “wobbies”, gli I.W.W., di anni più recenti, in gran parte immigrati tedeschi, irlandesi, italiani, spagnoli!

Infine, quand’anche si volessero considerare solo i negri – come cittadini e non come proletari – e chiudere in una bottiglia il loro moto di rivolta applicandovi il tappo con scritto “questione razziale”, che cosa dimostra quel moto se non che perfino sul terreno generico dei famosi “diritti” e della celebre integrazione, la dinamica delle forze sociale ha posto fisicamente le vittime delle peggiori “ingiustizie” di fronte ai problemi che investono i rapporti generali, non locali né particolari, fra società – tutta la società – e Stato – l’intero edificio di oppressione e di difesa della classe dominante – mostrando loro che la questione è politica e di forza e non ammette se non l’alternativa fra violenza subita e violenza esercitata?

Significa questo che i negri di Detroit ne abbiano avuto esplicita coscienza? No: ma con questo? La coscienza segue, non precede, l’azione, e questa è il portato di un cozzo reale e materiale di forze, di una lacerazione in atto nel tessuto, apparentemente solido, di una società intrinsecamente precaria. Nomini pure il governo delle commissioni di inchiesta: la storia ha posto la questione su ben altro terreno!

I limiti storici del moto

Il nostro entusiasmo da un lato, la nostra solidarietà dall’altro, resterebbero tuttavia al di sotto del nostro compito di partito, se chiudessimo gli occhi sui limiti storici – oltre che sulle deficienze, sugli errori, sui rischi di involuzione sotto il duplice assalto della repressione statale borghese e del veleno opportunistico – di un moto prepotentemente scaturito dalle viscere del meccanismo di produzione borghese.

Non si tratta di un problema accademico ma di quella stessa esigenza di battaglia che ha spinto i nostri grandi Maestri a trarre dai più fulgidi episodi di lotta proletaria gli insegnamenti che essi davano alle generazioni successive non solo con le loro luci, ma anche e soprattutto con le loro ombre. Deficienze ed errori sono inevitabili in una lotta uno dei cui dati fondamentali è il carattere spontaneo; e può misconoscere la spontaneità del moto americano solo chi dia credito alle menzogne della Central Intelligence Agency sull’azione determinante svolta in esso dai soliti sobillatori o, peggio, da delinquenti comuni, saccheggiatori e piromani; solo dunque chi abbia scelto il ruolo di lacchè del regime costituito.

I limiti storici bisogna per capirli vederli sullo sfondo di tutto il movimento operaio, americano e mondiale. Non si possono valutare nelle loro luci e nelle loro ombre i fatti di Newark e di Detroit se li si considera come un episodio qualunque in un paese qualunque. Al contrario, bisogna vederli nella portata mondiale che essi hanno in quanto avvenuti nel cuore stesso del pilastro mondiale dell’imperialismo, gli USA, al centro del suo sistema nevralgico, l’industria automobilistica, e nell’immenso valore che potrebbero, anzi avrebbero già potuto assumere, proprio per questa ragione, ai fini della riscossa mondiale del proletariato. È qui che balzano in luce i loro limiti attuali.

Abbiamo già accennato alle testimonianze di solidarietà non soltanto morale fornita dai proletari non colorati. Esse sono inconfutabili, tanto più che vengono da parte borghese. Mancano invece notizie sul come, dove, quando, tale solidarietà si è manifestata. Ignoriamo se, per esempio, essa si sia espressa solo nel gesto dei cecchini che imbracciano il fucile e sparano dai tetti, o in altre e più estese forme di aiuto, specie quando le forze armate locali ricevevano l’imponente rinforzo dei paracadutisti mobilitati d’urgenza dalla Casa Bianca e quanto fior di carri armati spazzavano a raffiche di mitraglia le strade; se la paralisi “parziale” della General Motors, della Ford, della Chrysler, sia stata dovuta all’astensione volontaria delle maestranze al completo; se azioni unitarie di sciopero e comitati unitari di agitazione siano sorti e, in caso affermativo, quanto tempo siano rimasti in vita e quali parole d’ordine abbiano dato.

Questo silenzio (giacché proprio di silenzio, non di mancanza di informazioni nostre si tratta) non è casuale: tutto l’opportunismo, in qualunque paese, ha provveduto a chiudere la rivolta americana nell’ambito di situazioni e problemi “particolari”, a confinarla in un ghetto politico di isolamento dal mondo esterno, prima di tutto dal mondo “esterno” degli altri paesi e del proletariato di altro colore. Questo silenzio (tanto più significativo in quanto le stesse fonti borghesi attribuiscono all’arresto della produzione tre quarti dei danni monetari causati dalla lotta, e parlano di un miliardo di dollari andati in fumo in pochi giorni, tanti quanti il governo italiano ricevette in prestito dagli USA in conto “ricostruzione nazionale”), è l’altra faccia del silenzio che potremmo dire “attivo” delle organizzazioni “operaie” bianche negli Stati Uniti e fuori.

Silenzio che romperebbe una forza politica organizzata che ponesse su scala generale, come punto cardine di principio, la questione di una battaglia unica, non divisa da linee di colore, e valorizzante su un piano più alto l’istintiva solidarietà dei proletari comuni.

Non una voce si è invece levata dal campo dei non colorati (e poteva essere solo la voce di un partito di classe) a gridare: Questa lotta è di tutti noii, il nostro nemico è lo stesso, unica è la volontà di attaccarlo con la violenza che voi, fratelli in pelle nera, avete esercitato a viso aperto, come, tante volte in un secolo di storia, i nostri padri hanno fatto! Se quindi c’è stata la solidarietà istintiva dei proletari bianchi, qualunque forma essa abbia assunta, è mancata quella di una corrispondente forza politica. Non poteva esserci, là dove manca – e non da oggi – il partito di classe, della dottrina e del programma marxisti, e loro veicolo attivo nel cuore dell’imperialismo mondiale, là dove essi sono destinati a fungere da perno della strategia mondiale comunista.

Qui il tragico nodo. Perciò abbiamo intitolato il nostro articolo: “Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito de classe in America”, il che è quanto dire al mondo.

È stato diverso il panorama delle forze politiche espresse dalla classe operaia negra? È quello che vedremo in un articolo successivo.