Peculiarità dell’evoluzione storica cinese Pt.3
Categorie: China, History of China, India, Safavid Empire
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La necessità di tenere d’occhio gli avvenimenti dell’area afro-asiatica ci ha impedito di completare il lavoro intrapreso. Lo facciamo ora, avvertendo che le puntate precedenti sono apparse nel n.23 («La continuità etnica dello Stato» e «La precocità del feudalesimo») e nel n.24 («Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato») dell’annata 1957 e che l’articolo, per mancanza di spazio, riprenderà fino alla conclusione nel prossimo numero.
Fin dalle precedenti puntate il lettore si è accorto che non era nostro proposito, mettendo mano a questo lavoro, di descrivere il lunghissimo corso storico cinese. Un lavoro siffatto presuppone uno sforzo collettivo imponente, a meno che non ci si voglia limitare a travasare in un linguaggio diverso le solite risultanze della storiografia tradizionale.
Per ricostruire la storia della Cina con criteri marxisti, cioè scrivere la storia reale della Cina, bisogna, come del resto per gran parte della storia universale, svolgere un poderoso lavoro di archeologia economica. Gli storici tradizionali trascurano, per formazione mentale o per tornaconto polemico, l’esame delle strutture economiche sociali che mutano parallelamente alla forma politica dell’evoluzione storica. Accade perciò per i “reperti” economici ciò che accade agli avanzi dei monumenti delle età passate. Essi giacciono sotto un cumulo di secolare oblìo. Allora lo storico marxista è costretto a percorrere all’indietro il suo cammino, “partendo” cioè dal risultato finale dell’evoluzione storica per retrocedere alle cause economiche, che occorre scoprire mediante una continua lotta con i pregiudizi idealistici.
Gli storici confuciani, imitati pedissequamente dagli storici moderni occidentali, riducevano tutta la storia cinese ad una lotta di dinastie all’interno e alla guerra dei cinesi di nazionalità Han contro i barbari del Sud e del Nord. Noi sappiamo invece che ogni cambiamento dinastico era il risultato di una guerra civile che sconvolgeva la società cinese. Fu una gigantesca guerra civile che provocò, nel 209 a.C., il crollo della dinastia Ts’in che pure aveva segnato col suo avvento il punto di approdo di un lungo drammatico periodo di sconvolgimenti sociali, che portarono alla fine il feudalesimo aristocratico. La rivoluzione dei Ts’in sfociò, lo sappiamo, nella fondazione dello Stato nazionale cinese, assoluto e ereditario, che, pur restando l’organizzazione di potere delle classi feudali, introdusse una sostanziale limitazione del potere periferico e centrifugo dei signori feudali. L’assolutismo è una forma di Stato che si presenta in diverse epoche storiche. Ma l’assolutismo burocratico cinese non si può paragonare all’assolutismo degli Stati classici dell’antichità, per esempio l’Impero romano che fu coevo della dinastia degli Han. Ciò diventa chiaro se si pone mente al diverso fondamento economico delle società considerate: schiavista a Roma, feudale in Cina. Perciò abbiamo parlato della precocità del feudalesimo cinese. Lo Stato burocratico cinese non anticipa il cesarismo romano, ma sebbene la Monarchia assoluta che compare in Europa nei secoli XV e XVI.
La rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico. Perciò la storia cinese, che è più ricca di rivolte e di guerre civili, marcia più in fretta che la storia degli altri paesi. Fu un’altra gigantesca rivoluzione sociale che, parecchi secoli dopo, cioè nel 1368, pose fine alla dominazione mongola. Ma la guerra contadina ancora una volta mancava il suo bersaglio rappresentato dalle classi proprietarie, riuscendo soltanto a portare a termine la lotta per la liberazione nazionale, che si concludeva con l’avvento sul trono imperiale della dinastia nazionale dei Ming. Né quest’ultima sfuggì al destino delle case regnanti di Cina. Sono rimaste memorabili la grande rivolta contadina e la guerra civile seguitane, che ne provocarono il crollo. Il movimento fu guidato da un eroe rivoluzionario, Li Tze-ceng. Ma, come già era accaduto nel passato, esso, pur distruggendo l’impero dei Ming, non riuscì ad impedire che il potere restasse nelle mani delle classi dominanti. E queste, per proteggersi contro la sovversione sociale, preferirono chiamare in aiuto la dinastia straniera dei Manciù.
Ma tra una grande rivolta e la successiva si intercalarono, nel millenario corso storico della nazione cinese, centinaia di rivolte e di guerre contadine di minore importanza. Secondo Mao Tse-dun si contano, in un periodo di oltre duemila anni, ben diciotto grandi rivolte. Nessun altro popolo può sfoggiare una tradizione rivoluzionaria così ricca. Né si trattò di reazioni elementari di masse infuriate. La lotta fisica si accompagnò spesso ad una tagliente critica delle ideologie della classe dominante. Ricordate come si esprime il comunismo agrario dei Tai-ping? “Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo. Che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso, che lo mangino insieme“. Ebbene non è facile trovare nella letteratura del comunismo mondiale una formula che, come questa, dia una interpretazione materialistica delle aspirazioni rivoluzionarie, nella quale il rigore scientifico si fonde con la passione poetica.
Il dato incontrovertibile che si ricava dallo studio della storia cinese, qualunque cosa pretendano gli storici idealistici, è che la molla del progresso sociale è la guerra civile, la lotta di classe. È appunto l’eccezionale frequenza dei rivolgimenti sociali che spiega la precocità dello sviluppo storico cinese di fronte all’Occidente. Per poter scrivere la storia della lotta di classe in Cina, che è la storia vera della Cina, bisognerà, come dicevamo, ricostruire anzitutto, con metodo archeologico, i trapassi delle antiche forme economiche e delle organizzazioni sociali che si sono succeduti nel vasto paese. Ma per il nostro modesto lavoro sono bastate finora le risultanze della storiografia tradizionale, criticamente considerate. Esse ci saranno ancora di aiuto in questa parte conclusiva.
Finora abbiamo insistito sulla peculiarità dell’evoluzione storica cinese che riguarda la precocità di sviluppo del feudalesimo rispetto a quanto accaduto nell’Occidente. Un dato incontrovertibile è che il feudalesimo cinese corre con parecchi secoli di distacco sul feudalesimo europeo. Mentre tutta la pubblicistica tradizionale esalta l’Occidente capitalista come fonte esclusiva di storia, affermare che la superiorità e il predominio dell’Europa sull’Asia è fatto del tutto recente può sembrare un’eccentricità. È vero, invece, che è venuto un momento cruciale nella storia dei continenti in cui l’Europa e l’Asia si sono quotate, dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale, allo stesso livello. In quella drammatica svolta della storia universale, l’Europa e l’Asia si potevano paragonare, a guardare gli avvenimenti retrospettivamente, ai due piatti di una bilancia perfettamente equilibrati. Poi l’equilibrio si ruppe. L’Europa cominciò a marciare più in fretta, sempre più in fretta, mentre l’Asia rimaneva ferma, anzi si dava a retrocedere.
Dobbiamo spiegarci le ragioni di questo importantissimo fenomeno storico. In tal modo il nostro lavoro sarà completato. Infatti, è da questo momento che la Cina conosce la decadenza, condividendo il tragico destino che si compie per tutto il continente.
L’Europa e l’Asia, partendo da epoche diverse, arrivano ad una meta comune: la monarchia assoluta a fondamento feudale. Poi, prendono a divergere ed opporsi. L’Asia, rappresentata dalla Cina, prende la rincorsa che la porta fuori dalla preistoria; attraversa rapidamente lo schiavismo di cui restano scarsissime tracce; si butta nel feudalesimo e ne percorre tutto il ciclo pervenendo allo Stato burocratico, cioè alla monarchia assoluta. L’Europa marcia lentamente: si attarda per lunghi secoli nello schiavismo per le condizioni naturali che favoriscono le guerre di conquista, le invasioni, l’imperialismo; poi compie la rivoluzione cristiana antischiavistica e entra nel feudalesimo; raggiunge alfine lo stadio della monarchia assoluta nei secoli XV e XVI. È in quest’epoca che siamo all’equilibrio tra Asia e Europa. Ma la monarchia assoluta a fondamento feudale è una forma di Stato che sottintende una fase di transizione nel processo economico. E infatti l’Europa compie questo trapasso: da feudale diventa borghese. Con un balzo prodigioso sopravanza tutti gli altri paesi del mondo e si pone alla testa dell’umanità. Ci riuscirà mediante orrende carneficine, assoggettando il mondo a forme inaudite di sfruttamento, ma ci riuscirà. L’Asia, invece, resta inchiodata al precapitalismo. Perché avviene ciò? Come si spiega il fatto che nazioni europee, come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, da povere e deboli diventano ricche e potenti, mentre nazioni antiche come la Cina decadono dalla loro posizione dominante?
Alba dell’Europa moderna
In fondo, noi vogliamo spiegarci perché la rivoluzione capitalistica, che fermentava in taluni grandi Stati d’Europa e d’Asia, esplose in alcuni di essi e ripiegò profondamente negli altri. Vogliamo sapere, cioè, perché il capitalismo ha ritardato in Asia, e quindi in Cina.
L’Europa moderna è sorta da poco, se si considera il lungo cammino della specie umana. Fino alla metà del secolo XV nulla lasciava presagire il vertiginoso sviluppo che di lì a poco avrebbero avuto i paesi affacciati sull’Oceano Atlantico. Unici centri di attività economica e intellettuale erano le gloriose repubbliche marinare e le signorie dell’Italia rinascimentale: Venezia, Genova, Firenze. Il resto del continente era ancora immerso nel caos feudale, mentre i turchi-ottomani demolivano quello che restava dell’Impero bizantino. Paesi come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda che avrebbero tra breve soggiogato il mondo, non erano ancora diventate nazioni. La loro economia era decisamente medioevale. Eppure, in questi paesi esploderà il capitalismo. Cerchiamo di descrivere, necessariamente in maniera assai sintetica, le condizioni di ognuno. La Spagna, la futura grande potenza coloniale, soltanto nel 1492, l’anno stesso della scoperta dell’America, distrugge il superstite regno musulmano di Granada, portando così a termine la “riconquista” cristiana della penisola iberica, durata oltre otto secoli. La Spagna che era stata cartaginese, romana, visigota e araba, soltanto adesso assume le caratteristiche nazionali che le conosciamo. La monarchia si organizza subito nelle forme dell’assolutismo. Giovandosi della forza militare e del prestigio acquistato nella lunga lotta, essa si oppone validamente alle pretese dei signori feudali, limitandone drasticamente l’autorità. È di questi anni (1481) l’istituzione dell’Inquisizione, formidabile strumento di governo che, sotto la forma di un tribunale religioso, dovrà servire efficacemente gli interessi della monarchia, favorendone le mire accentratrici. È opportuno far rilevare come la monarchia assoluta, per quante ripugnanze possa ispirare la sua macchina di repressione agli spiriti libertari, si ponga come un fatto rivoluzionario di fronte al disordine e all’impotenza feudali. Va infatti ad essa il merito dell’organizzazione della spedizione di Colombo. Il potere locale dei feudatari non sarebbe mai stato capace di tanto.
Nello stesso periodo si forma la monarchia francese. Le dinastie dei Capetingi e quella dei Valois ad essa succeduta, hanno due nemici mortali da eliminare: l’Inghilterra che per diritto feudale occupa parte del territorio francese, e la recalcitrante nobiltà indigena che ostinatamente lavora a menomare l’autorità regia.
Per venirne a capo, la monarchia dovette attraversare la paurosa crisi che prese il nome di Guerra dei Cent’anni. Come è noto, non si trattò soltanto di una guerra tra Stati, ma di una profonda crisi sociale che sconvolse la Francia. La monarchia dovette destreggiarsi non soltanto nella guerra degli eserciti, ma anche nella guerra delle classi, parteggiando per la nascente borghesia e ricevendo da questa prezioso appoggio finanziario. È l’epoca convulsa della logorante guerra anglo-francese, della rivolta dei contadini che i signori feudali chiamano sprezzantemente Jacques Bon-hommes (Giacomi Buonidiavoli); della lotta fra le fazioni feudali dei Borgognoni e degli Armagnacchi, delle disfatte francesi di Crécy e di Azincourt, delle imprese di Giovanna d’Arco. La lunga crisi scoppiata nel 1337, si conclude nel 1453. È a quest’epoca che l’unità territoriale francese è compiuta, eccezione fatta per Calais che resta agli inglesi. E come già sperimentato con successo dalla casa d’Aragona in Ispagna, la dinastia dei Valois approfitta della potenza acquistata per saldare il conto con l’altro grande nemico della monarchia: la nobiltà feudale.
La monarchia assoluta francese viene fondata da Carlo VII, il re incoronato nel 1429 a Reims, liberata nello stesso anno dall’esercito di Giovanna d’Arco. Ma l’unificazione politica del paese, cioè la costituzione della Francia nelle forme moderne della nazione, avviene sotto il regno di Luigi XI, morto nel 1483. Spetta a questo sovrano, grande mente politica, il merito di avere gettato le basi dell’alleanza politica tra monarchia e grande borghesia in funzione antifeudale, che doveva assicurare lo sviluppo della Francia. Alla sua morte, i grandi feudatari di Borgogna, di Provenza, di Bretagna sono di fatto esautorati. È quindi soltanto alla fine del secolo XV – bisogna insistere sulle date per poter fare il raffronto Europa-Asia – che termina la grande crisi sociale francese. Il feudalesimo aristocratico è definitivamente battuto, l’assolutismo monarchico assicurato. La grande macchina statale è ormai montata: tra poco la scoperta di nuovi mondi aperti all’intraprendenza e alla pirateria dei mercanti europei, aprirà davanti ad essa insospettati campi di applicazione.
Sempre alla fine del secolo XV, un’altra grande monarchia europea emerge dall’inferno di un’altra tremenda crisi sociale. Non si creda che si esageri nell’aggettivazione. Veramente tremenda è la guerra civile che strazia l’Inghilterra, uscita sconfitta dalla Guerra dei Cento anni. È la guerra delle Due Rose, che durerà trent’anni, dal 1455 al 1485. Una lotta ferocissima tra casate nobili che si disputano il trono. Essa termina, dopo eccidi in massa, con l’avvento al trono della casata dei Tudor.
La fondazione della monarchia assoluta, anche in Inghilterra, coincide con il sorgere della borghesia. Ne fa fede il capitolo del Capitale, da noi altre volte citato (Libro I, Sez. VIII, Cap. XXVIII) che Marx intitola Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV. Sono difatti descritte in esso le crudeli pene che la dinastia dei Tudor, continuata degnamente negli Stuart, applica contro le famiglie contadine che i land-lords scacciano dalle comunità agricole per impossessarsi delle terre e trasformarle in pascoli. Sappiamo tutti che la lana è il principale articolo commerciale con cui la borghesia britannica si presenta in quest’epoca sui mercati esteri. Ciò significa appunto che il capitalismo britannico nasce sotto la monarchia assoluta, quasi insieme ad essa.
Tali erano le condizioni del continente alla vigilia della scoperta dell’America. Si può dire che in quest’epoca l’Europa è allo stato fluido: una grande rivoluzione economica e sociale è in atto. Nuove forze sociali, liberate dal crollo degli antichi rapporti produttivi, tendono a condensarsi attorno ad un centro che non può essere altro che la monarchia. Il feudalesimo entra nella crisi che lo condurrà a morte. È chiaro che la rivoluzione antifeudale non può essere circoscritta agli avvenimenti, sia pure determinanti, della rivoluzione cromwelliana in Inghilterra e della rivoluzione giacobina in Francia. Queste esplosioni di lotta di classe furono se mai il culmine di un processo rivoluzionario che si perpetuava da tempo nel sottosuolo sociale. In effetti, la lotta contro le forme feudali di produzione e di organizzazione sociale, inizia molto tempo prima, cioè proprio in questo periodo, alla fine del secolo XV, e precisamente nell’epoca delle scoperte geografiche e della formazione del mercato mondiale. Orbene, questo gigantesco rivolgimento, questo incessante accumularsi della “quantità” capitalistica nelle viscere del feudalesimo, che poi trasformerà la stessa “qualità” del modo di produzione, non interessa soltanto una parte del mondo.
L’Asia, come l’Europa, partecipa al grande movimento innovatore. Mentre gli audaci navigatori dell’Occidente esplorano gli oceani fino ad allora sconosciuti e temuti, e la Spagna e il Portogallo conquistano immensi imperi coloniali in America, in due vitali parti del continente – la Persia e l’India – sorgono potenti imperi. Assistiamo, cioè, allo svolgersi di un fenomeno di enorme portata che è già accaduto nella Cina. In pratica accanto all’impero dei Ming vediamo formarsi la grande monarchia persiana dei Safawidi e l’impero indo-musulmano del Gran Mogol. Ecco schierarsi tre colossi statali che bene possono contendere all’Europa il primato storico. La storia scritta non registra certamente uno scontro tra l’Asia e l’Europa, ma se si riflette che ogni collisione tra potenze statali avviene sul terreno economico, prima che su quello politico e militare, si comprenderà che una colossale partita fu giocata tra i massimi Stati di Europa e d’Asia. Risulteranno vincitori gli Stati che riusciranno a monopolizzare l’esercizio delle rotte oceaniche aperte al commercio mondiale, che saranno in grado di approntare potenti flotte da carico e da combattimento, con cui spazzare via i concorrenti. Il mare prende a dominare la terra, il commercio l’agricoltura. Perciò, i grandi imperi territoriali che già esistono da secoli in Asia, com’è il caso della Cina, o che adesso vanno sorgendo, com’è il caso della Persia e dell’India, dovranno soccombere, pur potendo vantare gloriose e antiche tradizioni marinare.
La meravigliosa rinascita dell’Asia
In Persia, dal 1501, ha inizio un grandioso rivolgimento. L’immenso paese, fin dall’antichità, ha funzionato da ponte tra Occidente e Oriente. Non a caso, dunque, viene percorso adesso dalla grande ondata di rinnovamento che sta scuotendo il mondo civile. L’indipendenza persiana era stata distrutta, nel secolo VII, dalla conquista araba, alla quale erano succedute le dominazioni turca e mongola. Adesso, sale sul trono la grande dinastia dei Safawidi che unifica il paese e gli ridona l’indipendenza. Né si tratta di un mero cambiamento della facciata politica, ma di un rivolgimento sociale.
Il compito storico che la dinastia dei Safawidi svolge con successo è la limitazione del potere localistico e fazioso dell’aristocrazia terriera, la messa sotto controllo della turbolenta classe dei Khan, i famosi Kizilbàsci, cioè i nobili portatori di fez rossi. In una parola, il movimento persegue la trasformazione della monarchia feudale in monarchia assoluta, proprio come sta avvenendo nei massimi Stati dell’Europa Occidentale, da poco fondati. I Khan perdono il diritto all’ereditarietà del feudo, e sono ridotti al rango di funzionari del potere regio; anzi ad essi viene contrapposta una burocrazia civile e militare di nomina regia. Lo Scià sottrae territori sempre più vasti alla giurisdizione dei signori feudali, creando le città regie, organizzando una classe di funzionari di Stato scelti non più tra gli altezzosi Kizilbàsci, ma tra le classi inferiori della popolazione. In armonia con le finalità antifeudali del regime nuovo, viene soppressa la vecchia armata formata dagli uomini e dalle armi forniti dall’aristocrazia, e creato, sul modello europeo, l’esercito regio permanente.
La compressione delle forze conservatrici comporta di conseguenza uno sviluppo economico che involge tutti i rami della produzione. Il commercio ne è stimolato e agevolato, l’industria artigiana e la manifattura ricevono un forte incremento. E, come fanno le monarchie assolute d’Europa, il governo dello Scià non vi assiste inerte, ma vi partecipa attivamente. Vediamo, infatti, lo Stato promuovere direttamente la colonizzazione di territori rimasti nell’abbandono, la canalizzazione delle acque a scopo di irrigazione, la costruzione di nuove città, la restaurazione di antiche strade cadute in disuso e l’apertura di nuove vie. Il potere pubblico favorisce in ogni modo l’attività degli armeni, degli ebrei, degli indiani che monopolizzano nelle loro mani il commercio interno ed estero. Anticipando le moderna meraviglie del capitalismo di Stato, la monarchia safawide istituisce una polizia stradale avente il compito di proteggere le vie di comunicazione e i convogli commerciali che le percorrono, costruisce ai margini delle grandi arterie stradali caravanserragli, depositi, alberghi; cura direttamente il commercio della seta che acquista a prezzi remunerativi dai produttori locali, che lavorano in concorrenza con i cinesi, e la rivende ai commercianti all’ingrosso – i nuovi borghesi di Persia – o addirittura ai commercianti stranieri, che importano la preziosa materia prima in Moscovia, in Germania, in Polonia, in Francia, in Spagna, nella Repubblica di Venezia.
La monarchia safawide ha talmente il senso del tempo, che si spinge fino a creare e gestire manifatture regie, dove si lavorano tappeti, pietre preziose, oro e argento e si fabbricano broccati, velluti, armi, mobili. Lo Stato si mette alla testa della rivoluzione manifatturiera che sta percorrendo il paese. L’iniziativa statale sprona l’iniziativa privata, ad onta di quanto diranno in seguito, e dicono ancora, i paladini dell’individualismo economico. Sorgono le industrie tessili cotoniere, che importano la materia prima dalla vicina India e ne esportano i manufatti. Altri articoli di esportazione fabbricano le regie industrie del cuoio, assai richiesti all’estero.
Lo sviluppo economico si accompagna con lo sviluppo sociale. Nascono le classi borghesi dei commercianti, dei banchieri, dei rentiers. I viaggiatori che visitano a quell’epoca la Persia (come riferiscono varie fonti) trovano che essa non solo ha raggiunto il livello dell’Europa, ma che se l’è lasciata notevolmente addietro. Grande slancio si nota nel campo intellettuale, rifioriscono le arti e le scienze. Poi la meravigliosa rinascita persiana appassirà e scomparirà, ma essa è un fatto così importante e colpirà in tal maniera l’immaginazione dei posteri che nel ‘700, in pieno secolo illuminista, il grande Montesquieu affiderà, nelle sue Lettere persiane, ad un personaggio immaginario di nazionalità persiana la critica della società occidentale.
Altra sede di grandiosi rivolgimenti è, nella stessa epoca, la grande penisola del Gange: la favolosa India.
Questo immenso paese, per un complesso di circostanze storiche, massima tra le quali è l’invasione frequente di conquistatori stranieri che si sovrappongono all’elemento indù, è un caso limite del frammentarismo feudale. Quando. qualche anno fa, cessò l’Impero britannico in India, i principati musulmani e indù vassalli della Corona britannica, assommavano a 562. Sembrerebbe un numero eccessivo, pure non è certamente il numero massimo, se si pensa che nel secolo XIV l’India era spezzettata in ben 1350 Stati. Né basta. Alla fine del secolo successivo il frazionamento doveva aggravarsi ulteriormente, essendosi il regno brahamanide del Deccan diviso in parecchi piccoli Stati provinciali.
A porre riparo al caos feudale e a instaurare l’unità politica, giunge l’Impero del Gran Mogol, di cui è fondatore un discendente di Tamerlano, Baber. L’Impero nasce dalla battaglia di Panipat combattuta il 20 agosto 1526 e vinta dall’esercito di costui, ma raggiunge l’apogeo sotto Akbar, che regna dal 1556 al 1605. Sotto di lui, l’Impero attinge i suoi limiti storici, comprendendo oltre all’ex sultanato di Dehli sottomesso da Baber, il Gujerat, il Bengala e parte del Deccan: un impero immenso che tocca i 4 milioni di kmq ed è popolato da 100 milioni di uomini.