Riverniciatura democratica del capitalismo in Serbia
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Si gira a Belgrado il film già visto nelle altre capitali dell’Europa “ex-socialista”. La retorica occidentale dipinge la solita trama di Santa Democrazia che, sposa del Libero Mercato, travolge in un tripudio di popolo l’odiato tiranno, aprendo un domani di Pace e di Progresso, ecc., ecc. La realtà di quello che è successo nel blocco orientale, e in particolare nella Federazione Iugoslava, poco si riflette in simili oleografie.
Si è trattato, sul piano del rapporto di forza fra gli imperialismi, di una drastica ripartizione delle zone di influenza fra il blocco occidentale e quello orientale, altrettanto capitalista, altrettanto espansionista ed altrettanto anti-comunista ed anti-proletario. I due mostruosi apparati militari-statali sono le corazze con le quali si proteggono, in pace e in guerra, frazioni diverse della stessa sostanza, fluida e internazionale, il Capitale.
Ed è stata la stessa, generale ed unica crisi economica del capitale mondiale a sconvolgere gli equilibri consolidati dalla Seconda Guerra. La crisi ha afflitto il blocco mentito socialista più dell’occidentale e per sue debolezze storiche e perché anche nella guerra diplomatica, finanziaria e commerciale come è stata la “guerra fredda”, uno ha da vincere ed uno da perdere.
La causa della sconfitta del blocco che adottava, in una certa misura, la forma di proprietà detta a Capitalismo di Stato non va cercata in quella forma medesima, ma in un attardarsi colà dello sviluppo capitalistico, nella inferiore produttività del suo apparato produttivo. Più verosimilmente era questa inefficienza che determinava quella forma. Ma se la ricerca di maggiore estorsione del plusvalore nello scorso decennio ha preso all’Est lo stile e la retorica della “privatizzazione” e della “liberalizzazione”, ciò non indica che sia storicamente superato, nel girone ciclico della crisi tardo-borghese, il metodo accentrato e impersonale di proprietà dei mezzi di produzione e della terra, mentre invece la sua sconfitta è reversibile e pronta l’alternanza dei due metodi di governo.
In questo terremoto la Iugoslavia è il classico vaso di coccio. Poteva sfoggiare atteggiamenti “non allineati” solo tenendosi nella zona dove si equilibravano gli opposti campi magnetici imperialisti e svolgendo il ruolo, concordato fra i grandi, di tappo-cuscinetto fra i cosacchi di Moscovia e l’Adriatico. Venuto a mancare uno dei poli tutto è crollato. Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia e Italia si sono gettati sulla fragile Federazione e, resuscitando, aizzando e armando atavici tribalismi, hanno ottenuto quel che volevano, di ribalcanizzare la Balcania. Eserciti occidentali, nazionali e federati, stanziano ormai in tutta la penisola, sul Danubio e fino ai Carpazi.
Dopo Slovenia, Croazia, Macedonia, Repubblica Serba di Bosnia, Federazione serbo-bosniaca, Albania, Kosovo, restavano solo la Serbia e il Montenegro da “democratizzare”. Con l’aiuto di massicci bombardamenti prima e con le sanzioni dopo hanno convinto quanto basta dei serbi a votare per il candidato che piace all’occidente. Slobo il cattivo è tale non perché sia capoccia borghese peggiore degli altri ma perché, “nazionalista”, rappresenta un certo orgoglio antioccidentale, tanto impotente e reazionario quanto sanguinario.
Non che Milosevic non fosse servo e marionetta dell’occidente tanto quanto il Kostunica, ma c’è da far credere ai serbi che, cambiato il duce, tutto venga a cambiare… Il proletariato vive in Serbia il dopo-guerra, fa le spese delle distruzioni e della crisi. Kostunica sa bene che: «la gente ne ha abbastanza della politica». La borghesia, gente pratica, ha fretta di tornare a quella “vita normale” che appunto Kostunica promette, tautologia che significa sottomettersi al più forte, al “liberatore” di turno. Lo studentume si sintonizza sui motivetti americani e la piccola borghesia sogna un po’ del consumismo che si promette a chi “entra in Europa”.
Gli operai e i minatori hanno scioperato, anche la famosa Zastava. Avranno ancora da lottare ed organizzarsi alla svelta, ora che arriveranno gli “aiuti per la ricostruzione”, un bel business occidentale che conta sui loro bassi salari in contropartita alla “libertà”.
Né la crisi dei Balcani, che è crisi interimperialistica, finisce qui.