Partido Comunista Internacional

Gli insegnamenti della polemica russo‑cinese Pt.3

Categorías: China, Lenin, National Question, Second Congress, USSR

Parte de: Gli insegnamenti della polemica russo‑cinese

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La periodicità della nostra rivista e l’obiettivo stesso di questo studio – una polemica che subisce tutti i contraccolpi dell’attualità – ci hanno costretti e ci costringeranno ancora a ritornare sui nostri passi per chiarire certe questioni precedentemente affrontate.

Occorre pertanto ritornare brevemente su due punti già trattati nel numero 29 di Programme Communiste, prima di affrontare “la questione coloniale e le rivoluzioni anticoloniali”:

A) LA COSTRUZIONE DEL COMUNISMO IN CINA

In un lunghissimo testo del 14 luglio 1964 firmato dalla redazione del Renmin Ribao e dal Hongqui (Lo pseudo-comunismo di Krusciov e gli insegnamenti storici che dà al mondo; Edizioni in lingue straniere; Pechino 1964), dopo aver presentato come imminente la “restaurazione pacifica del capitalismo in U.R.S.S.” – concetto di cui noi abbiamo dimostrato il contenuto aberrante e anti marxista – i maoisti effettuano una svolta di 180° rispetto alle loro posizioni del 1958. Mentre nel 1958 promettevano il passaggio della proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo in Cina nei termini di “cinque o sei anni e anche meno”1, il 15 luglio 1964, ovvero sei anni più tardi – “e anche di più – scrivevano: «Il passaggio dalla proprietà collettiva a quella di tutto l’intero popolo, da due generi di proprietà alla proprietà unica di tutto l’intero popolo, suppone un processo di sviluppo molto lungo» (op. cit., p. 101).

Questo “processo molto lungo” non è diversamente precisato, ma le precisazioni dei maoisti sul passaggio dal socialismo al comunismo in Cina, per il quale prevedevano nel 1958 un lasso di tempo “dai dieci a vent’anni o più, a partire da adesso” proclamando solennemente che “è chiaro perciò che la realizzazione del comunismo in Cina non avverrà in un futuro lontano”, sono tanto dettagliati quanto deliziosi. È questo che si legge, alla pagina 97 del testo già citato del 14 luglio 1964: «La lotta per scoprire “chi avrà la meglio”, tra il socialismo e il capitalismo, nell’ambito politico ed ideologico, esige un periodo molto lungo di tempo prima che sia deciso il suo esito. La rivoluzione socialista nel solo ambito economico (per quel che concerne la proprietà dei mezzi di produzione) non è sufficiente, e non assicura del resto la stabilità. Qualche decina d’anni non basteranno; ovunque, cento anni o centinaia di anni sono necessari per la vittoria. Questione di tempo, meglio quindi prepararsi a un periodo piuttosto lungo anziché corto».

Dopo il “passaggio pacifico dall’economia socialista all’economia capitalista”, i maoisti fanno un’altra stupefacente scoperta anti-marxista: il socialismo trionfa prima nell’ambito economico, e in seguito nell’ambito politico!!

Nel 1958, promettevano il passaggio al comunismo in Cina nello spazio di quindici o vent’anni; nel 1964 affermano che “cento anni o addirittura centinaia di anni” saranno necessari soltanto per “sapere chi trionferà tra socialismo e capitalismo!?”. Dopo simili scoperte, niente di sorprendente se, forse presi dal timore d’essere andati un troppo avanti nella via de “l’adattamento creativo del marxismo alle particolari condizioni della Cina”, gli ideologi di Pechino scrivevano alla fine del loro lungo testo: «Non c’è niente di terrificante e non c’è alcuna ragione di allarmarsi. La terra continua a girare» (0p. cit., p. 112).

Bene! Emerge dalle aberrazioni anti-marxiste dei maoisti che ciò che “gira” con un ritmo sempre più vertiginoso nella Cina del 1964 è il capitale. Ma il capitale, contrariamente alla terra, non continuerà a “girare per centinaia d’anni!”.

B) I KRUSCIOVIANI E IL MODO DI PRODUZIONE ASIATICO

Il numero 114 (aprile 1964) de La Pensée, “rivista del razionalismo moderno” (la Ragione è una faccia del Capitale!), è interamente dedicato al “modo di produzione asiatico”. Non ci soffermeremo qui sulla confusione nella quale si dibattono i nostri kruscioviani “razionalisti” (non sono riusciti per esempio a stabilire se per Marx i modi di produzione sono in numero di cinque, o sette o otto. Fra poco scopriranno che ce ne sono un migliaio!). Vogliamo semplicemente mettere in evidenza due falsificazioni. Prima di tutto, M.C. Parain scrive alla pagina 3: «Le ricerche storiche marxiste (…) avevano già molto da fare per mettere in chiaro e spiegare la concatenazione tipica che conduce dalla società primitiva al socialismo per la grande storica strada in margine della quale si dovrebbe riconoscere – o continuare a non riconoscere un modo di produzione detto asiatico».

Gli ideologi kruscioviani (e post-kruscioviani) de La Pensée vorrebbero far credere che ritornano a Marx e avanzano come prova la loro riscoperta del “modo di produzione asiatico” che Stalin aveva radiato dalla storia. Ma continuano a falsificare, con più impudenza dello stesso Stalin, le determinazioni essenziali del modo di produzione socialista falsamente “costruito” in U.R,S.S. Signori de La pensée, è il socialismo che dovete riscoprire in Marx!

In secondo luogo, questo numero de La Pensée conferma i nostri sospetti sulla funzione anti-cinese di questa riscoperta kruscioviana e post-kruscioviana del modo di produzione asiatico. M. Chesneaux, per esempio, non esita a piombare su Wittfogel che, nel suo “Oriental society. a comparative study of total power” aveva tentato di dare un travestimento “scientifico” alle concezioni di Kautsky come ricordiamo nel precedente numero2.

In realtà, ciò che provoca l’indignazione di Chesneaux è l’orientamento anti-russo dell’opera di Wittfogel. Ma è una indignazione molto tardiva! Oggi i socialdemocratici non utilizzano più contro l’U.R.S.S. l’argomentazione di Kautsky o di Wittfogel; oggi non accusano più l’U.R.S.S. d’essere una variante del “dispotismo asiatico”; oggi l’U.R.S.S. è diventata una nazione civilizzata, evoluta e democratica! M. Chesneaux scrive alla pagina 35 che “si tratta di riprendere dalle mani dei rinnegati questo concetto così ricco”. Oggi che i socialdemocratici non sono più dei “rinnegati” e che non utilizzano più “questo concetto così ricco” contro l’U.R.S.S. per quale ragione, M. Chesneaux, volete “riprendere dalle loro mani il modo di produzione asiatico?” M. Chesneaux stesso ci dà la risposta: «(Il modo di produzione asiatico) non appartiene che al passato. Ha lasciato senza dubbio delle impronte profonde. La tradizione dell’ “unità superiore”, per esempio, non ha forse contribuito fortemente all’instaurazione in numerosi paesi afro-asiatici, recentemente indipendenti, di un sistema di direzione con un capo di Stato molto potente, ma che ha indiscutibilmente la fiducia delle masse, ecc. ecc

Segue una interessante allusione a Soekarno, alleato di Mao per richiedere l’esclusione dell’U.R.S.S. dalla nuova Bandoung. I paragoni della stampa russa tra Mao e Gengis Khan, tra Mao e i mandarini dell’antica Cina, l’affermazione d’Otto Kuusinen secondo la quale esiste in Cina “la dittatura dei capi, la dittatura personale” sono riprese da M. Chesneaux ad un livello “ideologico” quando parla “di un sistema di direzione con un capo di Stato molto potente”.

Gli ideologi kruscioviani e post-kruscioviani hanno dunque ripreso il modo di produzione asiatico “dalle mani dei rinnegati” per ripetere contro la Cina quello che i socialdemocratici dicevano contro l’U.R.S.S. tra il 1939 e il 1940.

* * *

Dopo aver chiarito queste due questioni, non ci resterebbe che continuare il nostro studio, ma la recentissima caduta di Krusciov ci obbliga ad aggiungere qualche precisazione.

Se ci occupiamo della polemica russo-cinese non è certamente per correre dietro l’attualità. Le conclusioni nel nostro studio si fondano sui principi del marxismo rivoluzionario difesi dal nostro partito da più di trent’anni: e non aspettano quindi la loro conferma dall’ascesa o dalla caduta di un Krusciov.

Per il momento, ci limitiamo a constatare che la caduta Krusciov ha accelerato il processo “kruscioviano” d’occidentalizzazione della società russa e che non ha registrato alcun riavvicinamento tra l’U.R.S.S. e la Cina, contrariamente a quel che era stato annunciato da diverse parti. Nella fase attuale della politica internazionale è giunto il momento, all’Est come all’Ovest, del disintegrarsi delle alleanze e del moltiplicarsi dei contatti diplomatici in tutte le direzioni, preludio a delle nuove alleanze, a delle nuove crisi, a delle nuove guerre.

Davanti al trambusto intrattenuto dai prostituiti dell’attualità, il partito rivoluzionario del proletariato inserisce sulla sua bandiera la frase, che Marx mise come epigrafe alla prefazione del Primo Libro del Capitale: “Segui il tuo corso, e lascia dir le genti!”3.

LA QUESTIONE NAZIONALE E LE RIVOLUZIONI ANTI-COLONIALI

La questione nazionale e le rivoluzioni anti-coloniali sono al centro della polemica russo-cinese. Trarremo dall’analisi di questa controversia la lezione che le tesi marxiste e leniniste sulla questione conservano la loro validità assoluta a quarant’anni di distanza.

A più riprese, abbiamo illustrato, analizzato e difeso le tesi di Marx ed Engels sulla rivoluzione tedesca del 1848-50, e le tesi dell’Internazionale Comunista nel 1920-26 sull’unione della rivoluzione proletaria nelle metropoli e nelle colonie4.

Anche questa volta faremo precedere la presentazione della polemica russo-cinese sulla questione coloniale e le rivoluzioni anti-coloniali, con una sintesi completa dei seguenti testi:
     1) L’articolo di Lenin Sul diritto delle nazioni all’autodeterminazione (febbraio-maggio 1914), completato da altri articoli dello stesso periodo (per esempio: “Sostanze infiammabili nella polemica mondiale”, 5 agosto 1908; “Democrazia e populismo in Cina”, 15 luglio 1912; “La Cina rinnovata”, 8 novembre 1912);
     2) Le tesi generali e le tesi complementari sulle questioni nazionale e coloniale, approvate nel 1920 al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista5;
     3) Gli articoli di Lenin sulla questione nazionale datati 31 dicembre 1922. Questi articoli molto importanti che Stalin aveva fatto sparire sono oggi ripubblicati.

Otterremo così una sintesi del pensiero di Lenin sulla questione nazionale per un periodo di quindici anni, dal 1908 al 1912. Questa sintesi ci condurrà alla conclusione (che la nostra corrente difende da quarant’anni, e di cui troveremo una conferma clamorosa nella polemica russo-cinese) che la teoria leninista dell’imperialismo sulla quale si fondano le tesi leniniste sulla questione nazionale,è la sola spiegazione marxista dell’imperialismo, che è valida oggi come lo era ieri e che lo resterà finché l’imperialismo non sarà distrutto dalla rivoluzione proletaria internazionale.

Se c’è un punto sul quale la corrente della Sinistra comunista italiana si è sempre trovata al fianco di Lenin, è proprio questo. Se c’è una questione a proposito della quale nessuno oggi, né russi, né cinesi, né estremisti dalle multiformi etichette non possono pretendere di ricollegarsi a Lenin, bene, è questa. Hic Rhodus, hic salta!.

LENIN NEL 1914

L’articolo di Lenin sul Diritto delle nazioni ad autodeterminarsi apparso nell’aprile-giugno 1914 nel Prosvéchtchénié (L’Istruzione). Si tratta di una polemica contro Rosa Luxembourg. In uno studio intitolato La questione nazionale e l’autonomia apparso nel 1908-09, quest’ultima aveva a sua volta polemizzato contro lo scritto di Karl Kautsky “Nazionalità e internazionalità» pubblicato nellaNeue Zeit nel 1907-1908, L’articolo di Lenin è dunque una polemica contro un’altra polemica.

La conoscenza di queste circostanze storiche è essenziale, perché questo articolo è stato sovente, anche recentemente, falsificato dallo stalinismo e dal post-stalinismo. È necessario ricordarsi inoltre che la polemica di Rosa Luxembourg non era diretta solo contro Kautsky, ma anche, indirettamente, contro Lenin e il programma dei bolscevichi sulla questione nazionale in Russia, programma che preconizzava il “diritto ad auto-determinarsi” per le nazionalità oppresse dall’autocrazia zarista grande-russa6.

Lenin sostiene innanzitutto la validità di questa tesi espressa da Kautsky: «Lo Stato nazionale è la regola e la “norma” del capitalismo; lo Stato a composizione eterogenea non è che uno stadio arretrato o un’eccezione».

C’è qui una verità evidente, una di quelle “verità” del marxismo che, come Lenin scrive nel suo Anti-Kautsky, anche la borghesia può riconoscere e fare proprie. Ma Lenin non si ferma qui. A Rosa Luxembourg che gli aveva posto la domanda: «Se in Russia si deve lottare per l’autodeterminazione delle nazioni oppresse, non si deve fare la stessa cosa nell’impero “austro-ungarico?».

Lenin risponde: «Innanzitutto, poniamo la questione essenziale, quella del completamento della rivoluzione democratica borghese. In Austria era cominciata nel 1848 ed è terminata nel 1867 (…) Anche nelle condizioni interne dello sviluppo dell’Austria (vale a dire dal punto di vista dello sviluppo del capitalismo in Austria, in generale, ed in ciascuna delle nazioni che la compongono, in particolare), non c’è nessun fattore suscettibile di provocare dei salti che, fra gli altri, possono essere accompagnati dalla formazione di Stati nazionali indipendenti».

Il leitmotiv di Lenin in questo articolo e in tutte le sue opere può essere riassunto in questo aforisma che esprime il nodo vitale della dialettica marxista: «Quando si analizza una questione sociale, la teoria marxista esige che la si ponga in un quadro storico determinato; poi, se si tratta di un solo paese (per esempio, del programma nazionale di un dato paese), che si tenga conto delle particolarità concrete che distinguono questo paese dagli altri nei limiti di una sola e medesima epoca storica».

Si constata dunque che le particolarità concrete dei diversi paesi nelle diverse fasi del loro sviluppo storico conducono Lenin a sostenere che la formula del “libero diritto all’autodeterminazione delle nazioni” è applicabile alla Russia del 1914 perché la rivoluzione democratica borghese non è stata ancora compiuta, mentre nell’impero austro-ungarico, alla stessa epoca, la stessa formula non è applicabile e quelli che la preconizzano tradiscono il proletariato, perché in Austria la rivoluzione democratico-borghese “era cominciata nel 1848 ed era terminata nel 1867”.

I russi e i cinesi, così come il corteo dei loro miserabili discepoli, dovrebbero dunque dichiarare che Lenin ha commesso un grossolano errore nel 1914 poiché l’impero austro-ungarico si è frammentato, da allora, in diversi Stati a cui gli stalinisti e i maoisti hanno dato il benvenuto nel 1945 per la loro nascita con grandi grida di gioia. Ma non lo faranno perché hanno trasformato Lenin in un’icona inoffensiva per mistificare le masse. Per quanto ci riguarda noi affermiamo che Lenin non si è sbagliato: neghiamo che la dissoluzione dell’impero austro-ungarico abbia consentito la nascita di “Stati nazionali sovrani”, e consideriamo la formazione degli Stati dell’Europa centro-orientale (Austria, Polonia, Ungheria, Germania orientale, Iugoslavia, Romania, Bulgaria) come una balcanizzazione dell’Europa da parte dell’imperialismo.

Ecco l’essenziale dell’opera e della lotta di Lenin per quel che concerne la questione nazionale in Europa, ed è molto chiaro che gli stalinisti, come i maoisti, hanno rinnegato mille volte l’insegnamento leninista.

Passiamo adesso alla questione nazionale in Asia. Nell’articolo già citato, Lenin scrive: «Neghiamo questo fatto incontestabile che nell’Asia le condizioni di sviluppo il più completo della produzione mercantile, dell’espansione più libera, la più larga e la più rapida del capitalismo non esistono che in Giappone, ovvero in uno Stato nazionale indipendente? Questo Stato è borghese; anche lui stesso ha cominciato ad opprimere altre nazioni e ad asservire delle colonie. Ignoriamo se l’Asia perverrà, prima del fallimento del capitalismo, a costituire un “sistema di Stati nazionali indipendenti”, come l’Europa. Ma una cosa è incontestabile, svegliando l’Asia, il capitalismo ha suscitato, anche lì, dappertutto, dei movimenti nazionali; che questi movimenti tendono a costituire degli Stati nazionali in Asia; e che precisamente tali Stati assicurano al capitalismo le migliori condizioni di sviluppo».

Mezzo secolo è trascorso dal 1914. Il fatto è che oggi, nel 1965, l’Asia si è trasformata in un “sistema di Stati nazionali indipendenti, come l’Europa”; il fatto che nel 1965 numerosi Giapponi si sono sviluppati in Asia, nell’ambito dei quali si sono create “le condizioni per lo sviluppo il più libero, il più vasto e il più rapido del capitalismo”; molti Giapponi (come l’India, l’Indonesia, il Pakistan, la Cina) che “hanno cominciato anch’essi a opprimere altre nazioni”7; questo fatto non è sufficiente a provare che non si è verificato nel mondo il “fallimento del capitalismo” al quale Lenin, quando si occupava della questione nazionale, subordinava sempre tutte le manovre tattiche, tutte le alleanze, tutti i fronti unici con la borghesia nazionale-rivoluzionaria delle colonie?

Gli articoli seguenti: “Sostanze infiammabili nella politica mondiale” (apparso ne Le Prolétaire del 5 agosto 1908), “Democrazia e populismo in Cina” (apparso nella Nievskaa Zviezdà del 15 luglio 1912)8, “La Cina rinnovata” (apparso nel La Pravda dell’8 novembre 1912), appartengono allo stesso periodo dell’articolo di cui ci occupiamo, ovvero quello che precede immediatamente la grande crisi imperialista del 1914 e il crollo catastrofico della Seconda Internazionale. In questi testi Lenin definisce le condizioni sole che possono permettere il “fallimento del capitalismo” di cui parla nell’articolo che abbiamo citato: denuncia il carattere reazionario del populismo cinese, i “sogni socialisti” di Sun Yat-sen, “l’illusione che in Cina sia possibile “evitare” il capitalismo.

Lenin non ammetteva l’illusione reazionaria secondo la quale fosse possibile “evitare” il capitalismo in questo o in quest’altro paese; per lui, si trattava di definire i mezzi con i quali il proletariato – e lui solo – nelle colonie come nelle metropoli potesse abbattere il capitalismo internazionale. Nella lotta contro Sun Yat-sen Lenin fu trascinato a porre il problema dello sviluppo del “proletariato cinese” generato dalle “nuove Shanghai”, che i populisti cinesi chiamavano con l’organizzazione di questo proletariato in “partito operaio socialdemocratico cinese”, e il problema della delimitazione di questo partito nei confronti della borghesia nazionalista, grazie allaalla critica delle “utopie piccolo-borghesi e delle idee reazionarie del programma politico e agrario di Sun Yat-sen”. Ed è solamente in seguito che Lenin sostiene che un partito operaio cinese doveva conservare e sviluppare “il nucleo rivoluzionario democratico” del populismo.

Ma per Lenin, non era ancora sufficiente. Dopo aver osservato, nel suo articolo del 1914, che «Marx ed Engels trattavano con un severo spirito critico la questione nazionale in generale, di cui apprezzavano l’importanza in conformità con le condizioni storiche», aggiunge la condizione delle condizioni, senza la quale tutte le rivendicazioni di autodeterminazione delle nazionalità oppresse diventano un puro inganno per il proletariato, la condizione valida per tutti i paesi e tutte le fasi dello sviluppo capitalista: «l’unità della lotta del proletariato e delle organizzazioni proletarie, la loro più stretta connessione in una comunità internazionale».

È così che alla vigilia della prima guerra mondiale e del crollo della seconda Internazionale Lenin arrivò a prevedere (”I destini storici della dottrina di Karl Marx”; 1° marzo 1913) la “ripercussione in Europa” delle “tempeste” provocate dalla penetrazione in Asia del capitalismo: «Seguendo l’Asia, l’Europa comincia a muoversi ma non alla maniera asiatica».

Da allora, il maoismo e lo stalinismo hanno cercato di fermare l’Asia e di asiatizzare l’Europa; come sognava Sun Yat-sen, hanno cercato di “evitare” il capitalismo in Russia e in Cina sabotando la distruzione del capitalismo nel mondo intero.

Quarant’anni dopo la polemica russo-cinese ha dimostrato che l’Asia non può essere eternamente arrestata, come d’altronde l’Europa non può essere eternamente asiatizzata, che lo sviluppo del capitalismo non può essere evitato, né in Russia, né in Cina. La polemica russo-cinese induce oggi, cinquant’anni dopo, una manciata di marxisti internazionalisti quali noi siamo a porre gli stessi problemi di Lenin e del suo ”piccolo gruppo” bolscevico nel 1914.

Per convincersene, bisogna rileggere una volta di più le tesi che Lenin scriveva nel 1920 per il Secondo Congresso de “l’organizzazione internazionale unica del proletariato” infine ricostituita, mentre era fermamente convinto sul prossimo crollo del capitalismo: è ugualmente necessario ascoltare di nuovo le dure parole con le quali, nel suo letto d’agonia, denunciò nel 1922 il futuro tradimento degli Stalin e dei Mao.

TESI SULLA QUESTIONE NAZIONALE E COLONIALE APPROVATE AL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Le tesi sulle questioni nazionali e coloniali approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista comprendono 12 tesi generali e 9 complementari. Tratteremo simultaneamente sia delle tesi generali che di quelle complementari, riservando tuttavia un’analisi particolare a queste ultime che sono dedicate specialmente alla teoria dell’imperialismo.

Cominciamo dalle tesi generali. Le tesi 1 e 2 criticano la teoria borghese de “l’uguaglianza in generale e dell’uguaglianza tra le nazioni in particolare».

Si afferma che: «l’uguaglianza formale o giuridica del proletario, dello sfruttatore edello sfruttato.L’idea d’uguaglianza, che non era che il riflesso dei rapporti creati dalla produzione per il commercio, diventa, nelle mani della borghesia, un’arma contro l’abolizione delle classi combattuta oramai in nome dell’uguaglianza assoluta delle personalità umane».

La tesi 1 conclude: «Quanto al significato effettivo della rivendicazione d’uguaglianza, non risiede che nella volontà d’abolire le classi».

Nello stesso modo la circolazione delle merci all’interno del mercato nazionale è il regno della “libertà, uguaglianza e Bentham”, nel quale proletari e capitalisti si presentano come compratori e venditori, come persone giuridicamente uguali, il mercato mondiale è il regno de “l’uguaglianza tra le nazioni” e dell’equilibrio delle bilance commerciali. Dopo aver denunciato l’ineguaglianza reale tra sfruttati e sfruttatori e affermato che “il proletario non può essere uguale al capitalista”, le tesi dell’Internazionale Comunista svelano ugualmente l’ipocrisia borghese de “l’uguaglianza tra le nazioni” mettendo a nudo «l’asservimento (proprio all’epoca del capitale finanziario, dell’imperialismo”) dalla potenza finanziaria e colonizzatrice, dell’immensa maggioranza delle popolazioni del globo a una minoranza di ricchi paesi capitalisti».

La tesi 3 rivela che: «la guerra imperialista del 1914-18 ha messo in evidenza davanti a tutte le nazioni e a tutte le classi oppresse del mondo l’inganno dei parolai democratici e borghesi».

La prima guerra mondiale (e nello stesso tempo l’imperialismo) non sono dunque fenomeni nuovi, ma il punto di arrivo logico del capitalismo, previsto dalla teoria marxista. Sempre in questa tesi, la politica “di pace” delle “democrazie” dell’Intesa Cordiale è così’ definita: «il trattato di Versailles, imposto dalle famose democrazie occidentali, non faceva che sanzionare, riguardo alle nazioni deboli, le violenze più vili e più ciniche ancora di quelle degli Junkers e del Kaiser a Brest-Litowsk. La Società delle Nazioni e la politica dell’Intesa cordiale non fanno che confermare questo fatto»9.

Oggi ciò s’applica pienamente all’O.N.U. e alla formula della “coesistenza pacifica” e condanna dunque contemporaneamente russi e cinesi.

Dopo questa introduzione, la tesi 4 enuncia che: «la pietra angolare della politica dell’Internazionale Comunista, nelle questioni coloniale e nazionale, deve essere il riavvicinamento dei proletari e dei lavoratori di tutte le nazioni e di tutti i paesi per la lotta comune contro i fondiari e la borghesia».

La tesi 5 riprende lo stesso concetto, in una forma ancora più chiara e incisiva: «Un’esperienza amara ha convinto i movimenti emancipatori nazionali delle colonie e delle nazionalità oppresse che non c’è salvezza per esse, fuori dall’alleanza con il proletariato rivoluzionario e con il potere sovietico vittorioso sull’imperialismo mondiale».

Tuttavia, questa formula dell’“alleanza” tra il proletariato delle metropoli e i “movimenti emancipatori delle colonie” è insufficiente. Tale e quale, può essere approvata dall’opportunismo socialdemocratico stalinista e maoista, e oggi la ritroviamo effettivamente sulla bocca dei socialdemocratici, dei partigiani di Mosca come di quelli di Pechino. Ma le Tesi dell’I.C. chiarificano il significato di questa formula denunciando nello stesso tempo anticipatamente il tradimento della rivoluzione proletaria nelle metropoli e nelle colonie al quale assistiamo oggi.

La prima delle nove tesi complementari termina così: «La grande guerra europea e i suoi risultati hanno dimostrato molto chiaramente che le masse dei paesi assoggettati fuori dell’Europa sono legati in modo assoluto al movimento proletario d’Europa, ed è ciò la conseguenza inevitabile del capitalismo mondiale centralizzato».

È dunque chiaro che il ruolo dirigente nell’alleanza di cui parlano le tesi, il ruolo decisivo per la sorte della rivoluzione mondiale non può essere “in modo assoluto che il movimento proletario d’Europa”, o in ogni caso il movimento proletario delle metropoli imperialiste; è questa, come le tesi ricordano, “una conseguenza inevitabile del capitalismo mondiale centralizzato”. Crediamo inutile dilungarci sul fatto che il capitalismo mondiale, essendo oggigiorno mille volte più centralizzato di quanto non lo fosse nel 1920, le sorti delle rivoluzioni nelle colonie dipende in un modo ancora più assoluto dal movimento proletario nelle metropoli imperialiste.

È precisamente su questo piano che inciampano i maoisti che pretendono, nel 1965, di subordinare il movimento proletario delle metropoli alle rivoluzioni nelle colonie. Se parlano con tanta d’enfasi e lirismo delle “tempeste” che scuotono l’Asia, l’Africa e l’America latina, è per meglio dimenticare quello che Lenin poneva al primo posto, ovvero “la ripercussione in Europa” delle “tempeste” generate dalla penetrazione del capitalismo in Asia. Come abbiamo già visto, Lenin aspettava da queste “ripercussioni” che “a seguito dell’Asia, l’Europa cominciasse a scuotersi ma non alla maniera asiatica”.

Non si tratta per i maoisti di una “dimenticanza” o di “ingenuità”, come troppi imbecilli fingono di credere e amano ripetere. Perché, per Lenin e per i marxisti10, la ripercussione in Europa delle tempeste dell’Asia deve completarsi dialetticamente con un movimento inverso, dall’Europa verso l’Asia, per unire Europa e Asia, metropoli e colonie nella rivoluzione comunista mondiale. È questo il punto d’arrivo del pensiero e della lotta praticata da Lenin. Nel 1920, dopo aver previsto che le ripercussioni delle tempeste dell’Asia metterà l’Europa in movimento, ma “non alla maniera asiatica”, Lenin ne stabilisce il momento quando la lotta del proletariato europeo per il comunismo raggiungerà il suo culmine: «Le masse dei paesi assoggettati fuori dell’Europa sono legati in maniera assoluta al movimento proletario d’Europa».

Quindi Lenin attendeva nel 1920 che l’Asia si rimettesse in movimento ma al modo europeo: lottava perché nelle colonie la rivoluzione non s’arrestasse alla tappa borghese ma, con l’arduo salto della doppia rivoluzione, giungesse come in Russia fino alla dittatura del proletariato e al regime dei Soviet.

Il marxismo rivoluzionario non accusa dunque il maoismo soltanto di “dimenticare” o di subordinare l’Europa all’Asia, il movimento proletario delle metropoli alle rivoluzioni nelle colonie, ma soprattutto di tradire la doppia rivoluzione nelle colonie, di chiudere le rivoluzioni delle colonie nei limiti borghesi. La rottura russo-cinese è per noi, contemporaneamente, la prova di questo tradimento della rivoluzione proletaria nelle colonie e la rivincita della storia su coloro che ne sono stati gli artefici. Perché una tesi essenziale di Lenin è che la teoria menscevica della rivoluzione per tappe non permette di raggiungere né la tappa borghese né, a maggior ragione, la tappa proletaria.

Quando i maoisti accusano aspramente il “socialismo russo” di tradimento, manifestano in effetti l’impotenza rivoluzionaria, anche nel senso borghese, di coloro che governano nel palazzo imperiale di Pechino. Una rivoluzione, qualunque essa sia, non si lascia sorprendere da nessun tradimento.

* * *

La subordinazione dei movimenti di emancipazione nazionale nelle colonie derivava – e continua a derivare – dalla realtà economica del “capitalismo mondiale centralizzatore”. Ma sostenere questa tesi significava per l’I.C., e significa oggi per noi, sostenere e dimostrare: «Prima di tutto che le rivoluzioni anti-coloniali e anti-imperialiste non devono limitarsi agli obiettivi nazionali borghesi, ma pervenire fino alla dittatura del proletariato e al regime dei Soviet attraverso la doppia rivoluzione. In seguito poi, se ciò non dovesse verificarsi, le rivoluzioni anti-coloniali non raggiungerebbero nemmeno l’obiettivo borghese e nazionalista».

L’Internazionale Comunista faceva nel 1920 questa doppia previsione, come abbiamo visto nelle tesi fin qui analizzate. Il secondo polo dell’alternativa si trova chiaramente enunciato al punto 6 della tesi 11, che così conclude: «Nella congiuntura internazionale attuale (ovvero all’epoca del capitalismo finanziario, dell’imperialismo – NdR), non c’è via di scampo per i popoli deboli e asserviti al di fuori della federazione delle repubbliche sovietiche».

Si parla qui, dunque, come in tutto il corpo delle Tesi, di “federazione delle repubbliche sovietiche” e non, per esempio, di “repubblica universale dei Soviet”. In realtà coesistono le due formule nella letteratura dell’Internazionale Comunista degli anni Venti, una precede l’altra, una completa l’altra. “Le particolarità concrete che distinguono un paese dagli altri nei limiti di una sola e medesima epoca storica”, che distingueva dunque le colonie dalle metropoli imperialiste per quanto riguarda la questione nazionale, induceva Lenin a preconizzare nel 1920 il principio federativo (”federazione delle repubbliche sovietiche”) come forma transitoria verso la repubblica universale dei Soviet.

Si legge all’inizio della tesi 7: «Il principio federativo ci appare come una forma transitoria verso l’unità completa dei lavoratori di tutti i paesi».

E la tesi 8 dice tra l’altro: «Considerando la federazione come una forma transitoria verso l’unità completa, è necessario tendere ad un’unione federativa sempre più stretta».

La tesi 7 fornisce degli esempi concreti per l’applicazione del principio federativo nelle questioni nazionali dal proletariato vittorioso: «Il principio federativo ha già dimostrato praticamente la sua conformità all’obiettivo perseguito, sia durante le relazioni tra la Repubblica Socialista Federativa dei Soviet russi e le altre repubbliche dei Soviet (ungherese, finlandese, lettone, per il passato; azerbaigianese e ucraina per il presente), sia all’interno della Repubblica russa, riguardo alle nazionalità che non avevano prima né Stato, né esistenza autonoma (esempio: le repubbliche autonome dei baschiri e dei tartari, create nella Russia sovietica nel 1919 e nel 1920».

Infine la tesi 8 aggiunge che nell’applicazione del principio federativo bisogna tener presente: «A) l’impossibilità di difendersi, senza la più stretta unione tra di esse, circondate come sono da nemici imperialisti infinitamente superiori per potenza militare; B) la necessità di una stretta unione economica delle repubbliche sovietiche, senza la quale la ricostruzione delle forze produttive distrutte dall’imperialismo, la sicurezza ed il benessere dei lavoratori non possono essere assicurati; C) la tendenza alla realizzazione di un piano economico universale la cui applicazione regolare sarà controllata dal proletariato di tutti i paesi, tendenza che si è manifestata con tutta evidenza sotto il regime capitalista e deve certamente continuare il suo sviluppo e arrivare alla perfezione dal regime socialista».

Il Lenin del 1920 risponde quindi al Lenin del 1914 che, nel suo studio sul “diritto delle nazioni a disporre di se stesse” scriveva: «Noi ignoriamo se l’Asia riuscirà a costituire, prima del fallimento del capitalismo, un sistema di Stati nazionali indipendenti, come l’Europa».

Ora, Lenin afferma nel 1920 che i movimenti nazionali provocati in Asia e nelle colonie dalla penetrazione del capitalismo non hanno “alcuna salvezza fuori della federazione delle repubbliche sovietiche”; afferma che i movimenti nazionali nelle colonie non riusciranno in Asia e in Africa ad attuare la “formazione d’un sistema di Stati nazionali indipendenti, come l’Europa”, ma alla formazione di una “federazione di repubbliche sovietiche” come “forma transitoria verso l’unità completa dei lavoratori di tutti i paesi”, verso la repubblica universale dei Soviet. Questa tesi è inseparabile da quella che afferma che con la prima guerra mondiale il capitalismo ha raggiunto il suo ultimo stadio, la sua fase senile, imperialista e che dunque è cominciata l’epoca storica del “fallimento del capitalismo” dove il compito immediato del proletariato delle metropoli imperialiste è la distruzione dello Stato imperialista e l’instaurazione della dittatura del proletariato e del regime dei Soviet.

Cinquant’anni più tardi, nel 1965, i sedicenti “comunisti” di Mosca continuano ipocritamente a lodare i vantaggi che il “loro” Stato “sovietico” offrirebbe alle minoranze nazionali e le meraviglie del “principio federativo idealmente incarnato nello Stato russo”. Vedremo nella conclusione di questa terza parte del nostro studio ciò che Lenin pensava di queste vanterie ipocrite e demagogiche, vedremo che qualificava come “social-nazionalista grande-russo” l’applicazione alla Georgia del “principio federativo” da parte di Stalin, Dzerjinski e Ordjonikidzé.

Ma i sedicenti “comunisti” che si meravigliano con una tale ipocrisia del principio federativo in Russia non considerano tuttavia questo stesso principio come un monopolio assoluto dello Stato grande-russo moscovita. Secondo loro, se questo Stato ha il diritto d’applicare al suo interno il principio federativo, possiede ugualmente quello d’impedire con la forza che questo stesso principio sia applicato ad altri Stati; avrebbe il diritto di balcanizzare eternamente l’Europa in minuscole democrazie popolari vassalle; avrebbe il diritto, del resto sancito dall’altro Stato federativo suo alleato e concorrente gli U.S.A., di schiacciare nel sangue a Budapest, a Berlino, a Varsavia, tutte le ribellioni contro la sua dominazione. Lo Stato imperialista grande-russo impone ai suoi dominati con la forza delle armi e della diplomazia questo primo comandamento: “Sono il dio tuo padrone; non c’è Stato perfetto al di fuori di me”.

Quanto alla “grande” Cina di Mao, che non può nemmeno lei celebrare le meraviglie tutte formali d’un principio federativo, che sarebbe sopravvissuto a sé stesso, si presenta come il più grande Stato nazionale asiatico e si è già circondata da una prima costellazione di minuscoli Stati vassalli come il Vietnam del Nord o la Corea del Nord.

Per quanto riguarda la base economica che dovrebbe sostenere, secondo Lenin, la federazione delle repubbliche sovietiche, forma di transizione verso “l’unità completa dei lavoratori di tutti i paesi”, questa “realizzazione di un piano economico universale la cui applicazione regolare sarebbe controllato dal proletariato di tutti i paesi”, è inutile tirarla per le lunghe per dimostrare come russi e cinesi se ne sono allontanati. Mentre che i russi parlano di “divisione internazionale del lavoro” e cercano di mantenere con la forza politica, economica o militare la dipendenza nei loro confronti dell’Europa orientale, la Cina, messa provvisoriamente al bando dal commercio internazionale, lancia ai paesi afro-asiatici la parola d’ordine: “bisogna far affidamento sulle proprie forze”.

Non è dunque sorprendente che gli eredi di coloro che Lenin chiamava nel 1922 i “social-nazionalisti grandi-russi” ripropongano oggi nuovamente la questione delle sfere d’influenza in Asia provocando una serie d’incidenti militari lungo i 9.000 chilometri di frontiera russo-cinese.

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La questione della subordinazione delle rivoluzioni coloniali al movimento operaio delle metropoli è oggi il cavallo di battaglia dei sedicenti “comunisti” di Mosca nella loro polemica anti-cinese. I kruscioviani ed i post-kruscioviani vantano una pretesa ortodossia marxista e accusano i maoisti di populismo, di culto della violenza, di anti-marxismo.

Le tesi del 1920 smascherano in anticipo tanto i russi quanto i cinesi.

Le tesi 9 e 10 sono interamente consacrate alla denuncia del falso internazionalismo dei partiti della Seconda Internazionale. Vedremo subito che l’internazionalismo di cui si riempiono la bocca i “comunisti” di Mosca nella loro polemica anti-cinese è fratello siamese dell’internazionalismo a parole, ma nazionalismo e imperialismo nei fatti della socialdemocrazia europea.

La tesi 9 caratterizza lo pseudo-internazionalismo della Seconda Internazionale: «L’Internazionale Comunista non può limitarsi al riconoscimento formale, puramente ufficiale e senza conseguenze pratiche, circa l’uguaglianza delle nazioni, di cui si accontentano le democrazie borghesi che si definiscono socialiste. Non è sufficiente denunciare instancabilmente in tutta la propaganda e nell’agitazione dei Partiti Comunisti – dall’alto della tribuna parlamentare come al di fuori di essa – le violazioni costanti del principio di uguaglianza delle nazionalità e dei diritti delle minoranze nazionali in tutti gli Stati capitalisti nonostante le loro costituzioni democratiche».

Tutto questo non è sufficiente, dicono le tesi del 1920! Quelli che si accontentano di ciò sono “dei democratici borghesi che si auto-definiscono socialisti”, e la tesi complementare 5 è ancora più radicale perché conclude con questa definizione lapidaria: «I membri della Seconda Internazionale sono essi stessi diventati imperialisti».

Le tesi affrontano anche una parte dei partiti comunisti di allora. La tesi 10 comincia in effetti così: «È la pratica abituale non solamente dei partiti del Centro della Seconda Inter nazionale, ma anche di quelli che hanno abbandonato questa Internazionale per riconoscere l’internazionalismo a parole». Un po’ più avanti afferma: «Ciò si vede anche tra i partiti che si chiamano adesso “comunisti”». Questi partiti “che hanno abbandonato questa Internazionale” e “si definiscono adesso comunisti” sono, nel 1920, la S.F.I.O. en Francia, l’U.S.P.D. in Germania, il P.S.I. in Italia.

La “pratica abituale” di questi partiti, socialdemocratici o sedicenti comunisti, è “il riconoscimento formale dell’uguaglianza delle nazioni”, “il nazionalismo e il pacifismo dei piccolo-borghesi”. E quelli che hanno un tale “atteggiamento” nei riguardi della questione nazionale non sono per niente comunisti, bensì “dei democratici borghesi che si auto-definiscono socialisti”, mentre invece sono degli “imperialisti”.

Che cosa bisogna dunque fare per non essere un imperialista travestito da socialista o comunista? Cosa vuole concretamente Lenin nel 1920 nei riguardi della questione nazionale? È a queste domande che risponde la tesi 9: «Bisogna anche sostenere senza tregua che solo il governo dei Soviet può realizzare l’uguaglianza delle nazionalità unendo “i proletari prima, l’insieme dei lavoratori in seguito, nella “lotta contro la borghesia… Senza questa condizione particolarmente importante della lotta contro l’oppressione dei paesi asserviti o colonizzati il riconoscimento formale del loro diritto all’autonomia non è che un’insegna ipocrita, come lo riscontriamo nella Seconda Internazionale».

Ritorniamo dunque al concetto precedentemente analizzato che costituisce il nucleo centrale del pensiero di Lenin e dell’Internazionale Comunista nel 1920 sulle questioni nazionale e coloniale. I movimenti di liberazione nazionale non hanno salvezza fuori della loro sottomissione al movimento proletario delle metropoli. Ma nelle metropoli il proletariato non ha altro obiettivo immediato che la distruzione dello Stato imperialista, l’instaurazione della dittatura del proletariato e del regime dei Soviet. Dunque, anche nelle colonie la lotta di liberazione nazionale non può concludersi che nel “governo dei Soviet”. Colui che non lotta per questo risultato, ma si limita al “riconoscimento formale dell’uguaglianza delle nazioni”, non è né un comunista né un amico delle rivoluzioni anticoloniali, ma “un democratico borghese che si autodefinisce socialista”.

Oggi nel ventesimo secolo, all’epoca del capitale finanziario, dell’imperialismo”, “l’idea di uguaglianza diventa, nelle mani della borghesia, un’arma contro l’abolizione delle classi combattuta ormai nel nome dell’uguaglianza assoluta delle personalità umane”. Di conseguenza, ogni democratico borghese, anche e soprattutto se si autodefinisce socialista o comunista, non è altro, nel ventesimo secolo, che un valletto dell’imperialismo.

La stessa definizione non si adatta perfettamente ai sedicenti “comunisti” del Cremlino? In pieno idillio con gli imperialisti nord-americani, stanno al gioco della diplomazia segreta. All’O.N.U., parlano di “riconoscimento formale dell’uguaglianza delle nazioni” all’unisono con gli imperialisti nord-americani. La Russia non vuole instaurare la dittatura del proletariato e il regime dei Soviet né in Europa, né nel Terzo Mondo. Ma i presunti “comunisti” hanno la pretesa di dimostrare che per Mosca il “riconoscimento dell’uguaglianza delle nazioni” non è puramente “formale”, che Mosca difende realmente i popoli oppressi. Oggi la rottura russo-cinese è la prova che obbligherà i sordi ed i ciechi a convincersi che lo Stato russo è uno Stato imperialista. E di fronte all’impudenza degli uomini del Cremlino che osano rivendicare una ortodossia leninista contro i maoisti, lo scontro tra lo Stato russo e lo Stato cinese insegnerà con forza dialettica anche ai servitori zelanti dello Stato grande-russo la validità delle tesi dell’Internazionale Comunista del 1920

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La tesi 11 è dedicata alla definizione delle colpe dei partiti comunisti nelle colonie. E articolata in sei paragrafi di cui non ce n’è uno che non denunci spietatamente l’attuale pratica dei russi e dei cinesi riguardo alle colonie11.

Il paragrafo 1 ricorda la necessità dell’appoggio al proletariato dei paesi oppressi. Il paragrafo 2 sostiene: «La necessità di combattere l’influenza reazionaria e medievale del clero, delle missioni cristiane e altri elementi».

Il paragrafo 3 è della più grande importanza e attualità, lo trascriviamo integralmente: «È anche necessario combattere il panislamismo, il panasiatismo e altri movimenti similari che tentano di utilizzare la lotta emancipatrice contro l’imperialismo europeo e americano per rendere più forte il potere degli imperialisti turchi e giapponesi, della nobiltà, dei grandi proprietari fondiari, del clero, ecc. ecc.».

Tutto il frastuono anti-colonialista contemporaneo dei maoisti si trova qui definito. Il “panasiatismo” della vecchia o della nuova Bandung, il “panislamismo” dei Nasser e dei Ben Bella, non sono che dei “tentativi di utilizzare la lotta emancipatrice contro l’imperialismo europeo e americano”, tentativi che servono solo, come possiamo constatare adesso, a ridare forza a degli imperialismi indeboliti (Giappone, Francia gollista) o nascenti.

Se il paragrafo 3 demolisce prima la versione cinese delle rivoluzioni anti-coloniali contemporanee, il paragrafo 6 ne demolisce la versione russa e americana, democratica in generale: «È necessario svelare instancabilmente alle masse laboriose di tutti i paesi, e soprattutto dei paesi e delle nazioni arretrate, l’imbroglio organizzato dalle potenze imperialiste, con l’aiuto delle classi privilegiate, nei paesi oppressi, le quali fanno finta di appellarsi all’esistenza di Stati politicamente indipendenti che, in realtà, sono dei vassalli dal punto di vista economico, finanziario e militare. Esempio strepitoso l’inganno di cui la classe lavoratrice dei paesi sottomessi è vittima da parte dell’imperialismo alleato alla borghesia nazionale, citeremo la Palestina dove, con il pretesto di creare uno Stato ebraico, dove gli ebrei sono un numero insignificante, il sionismo ha abbandonato la popolazione indigena dei paesi arabi allo sfruttamento inglese».

Si può qui toccare con mano il significato reale dell’assordante dogmatismo “anti-dogmatico” che la “democrazia della stupidità” fa attorno ai comunisti internazionalisti. I comunisti internazionalisti avrebbero il torto, imperdonabile agli occhi di questa “democrazia della stupidità”, di partire dalla realtà e di ritrovarne il concetto nei testi classici del comunismo rivoluzionario. Per contro la “democrazia della stupidità” fa violenza alla realtà per non entrare in contraddizione con se stessa, per non aprire gli occhi sulla realtà. Si può capire come il peggiore dogmatico è il dogmatismo di coloro che pretendono che certezza e verità siano “problematiche”.

Domandiamo all’antidogmatico che ci accusa dogmaticamente di essere dogmatici: puoi affermare, per esempio, che le decine di nuovi Stati apparsi in Africa siano realmente indipendenti? Puoi forse mettere in dubbio che l’Internazionale Comunista aveva previsto nel 1920 che le lotte di liberazione nazionale nelle colonie sarebbero state utilizzate dai vari imperialismi, in caso di sconfitta della rivoluzione proletaria nelle metropoli, e che si sarebbero concluse con la formazione di “Stati egualmente indipendenti, ma in realtà vassalli”? Ecco perché parli alle masse di fenomeni nuovi, oscuri e indecifrabili, di neo-colonialismo, di aiuti ai paesi sottosviluppati, ecc. Ecco perché combatti il comunismo con la calunnia, la diffamazione e la menzogna, perché l’accusi di dogmatismo: per il terrore della verità di quel che afferma. Se la verità con la quale siamo in rapporto – tu per dissimularla, noi per diffonderla – non fosse radicata nella realtà e nell’attività pratica degli uomini, il nostro partito sarebbe perduto e tu otterresti una vittoria duratura quanto facile. Saremmo solo dei filosofi e tu un politico e un inquisitore. Ma la verità che il comunismo afferma è l’espressione teorica dei bisogni pratici, imperiosi, insopprimibili, assoluti delle masse umane. L’attività pratica della massa deve dunque congiungersi al mio partito, la sua propria espressione teorica.

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Il punto 4 della tesi 11 tratta la questione la più delicata posta dalle rivoluzioni nelle colonie: la questione dei contadini. Dice: «Bisogna cercare di dare al movimento contadino un carattere rivoluzionario, organizzare ovunque possibile i contadini e tutti gli oppressi in Soviet e creare uno stretto legame tra il proletariato comunista d’Europa e il movimento contadino rivoluzionario d’Oriente e delle colonie e dei paesi arretrati in generale».

La tesi supplementare 6 stabilisce le basi di una analisi dettagliata della situazione sociale nelle colonie che, quarant’anni dopo, mantiene tutta la sua validità e da cui bisogna partire se si vuole arrivare a una comprensione scientifica della funzione attuale delle classi nel Terzo Mondo. Si legge tra l’altro: «Grazie alla politica imperialista che ha ostacolato lo sviluppo industriale delle colonie, una classe proletaria nel vero senso del termine non ha potuto apparire che recentemente, anche se, negli ultimi tempi, l’artigianato indigeno è stato distrutto dalla concorrenza dei prodotti di alcune industrie concentrate dei paesi imperialisti. Di conseguenza, la grande maggioranza del popolo è stato rigettata nelle campagne e costretta à dedicarsi al lavoro agricolo e alla produzione di materie prime per l’esportazione (…) Si è altresì formata una enorme massa di contadini senza terra (…) Il risultato di questa politica è che dove lo spirito rivoluzionario si manifesta, non trova espressione che nella classe media acculturata, numericamente debole»12.

La tesi supplementare 9 riconosce che: «Nel suo primo stadio la rivoluzione nelle colonie deve avere un programma che comporta delle riforme piccolo-borghesi come la spartizione della terra».

Ma ciò non significa minimamente l’accettazione della teoria menscevica della rivoluzione per tappe che i maoisti adesso fanno propria. La tesi aggiunge, in effetti, immediatamente dopo: «Ma non ne consegue necessariamente che la direzione della rivoluzione deve essere abbandonata alla democrazia borghese. Il partito proletario deve al contrario sviluppare una propaganda vigorosa e sistematica in favore dei Soviet, e organizzare i Soviet dei contadini e degli operai. Questi dovranno lavorare in stretta collaborazione con le repubbliche sovietiche costituite nei paesi capitalisti avanzati per ottenere la vittoria finale sul capitalismo nel mondo intero. Così condotta dal proletariato cosciente dei paesi capitalisti avanzati, le masse dei paesi arretrati arriveranno al comunismo senza passare attraverso le diverse tappe dell’evoluzione capitalista».

Come Lenin e l’Internazionale Comunista riportano tutte le concessioni nella questione nazionale al principio di una federazione sovietica, rportano tutte le concessioni ai contadini e ai “riformisti piccolo-borghesi come la spartizione della terra” nei limiti dell’organizzazione dei “Soviet dei contadini e degli operai”. In questo modo Lenin e l’Internazionale Comunista potevano tener conto del gradualismo economico inevitabile della rivoluzione nelle colonie, sempre combattendo la versione menscevica della rivoluzione per tappe e la versione populista della rivoluzione contadina e della “ripartizione ugualitaria della terra”.

Le garanzie offerte dai Soviet, organi di lotta politica per la conquista violenta del potere da parte del proletariato, non è tuttavia sufficiente agli occhi di Lenin. Questa garanzia rappresentata dalla forma sovietica acquista il suo significato storico solo grazie all’esistenza dell’Internazionale Comunista. Ecco come Lenin definisce il compito dei partiti comunisti nelle colonie nel punto 5 della tesi 11: «È necessario combattere energicamente i tentativi di inalberare la bandiera del comunismo come fanno certi movimenti di emancipazione che, in realtà, non sono né comunisti, né rivoluzionari. L’Internazionale Comunista dovrebbe sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e paesi arretrati solo alla condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti – e realmente comunisti – siano raggruppati e istruiti dei loro compiti particolari, ovvero della loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’Internazionale Comunista deve entrare temporaneamente in rapporto e anche concludere delle alleanze con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati, senza mai fondersi con essi e conservando sempre l’indipendenza del movimento proletario, anche nella sua forma embrionale».

Tesi supplementare 7: “Esistono nei paesi oppressi due movimenti che tendono a separarsi ogni giorno deliberatamente: 1) Il movimento borghese, nazionalista e democratico che ha un programma d’indipendenza politica d’ordine borghese; 2) Quello dei contadini senza cultura e poveri e degli operai per la loro emancipazione da ogni sorta di sfruttamento. Il primo tenta di controllare il secondo e sovente ci riesce in una certa misura. Ma l’Internazionale Comunista e i partiti che vi aderiscono devono combattere questo controllo e cercare di sviluppare nelle masse operaie delle colonie i sentimenti di classe indipendente. A questo fine uno dei più grandi compiti è la formazione di partiti comunisti capaci di organizzare gli operai e di condurli alla rivoluzione e all’instaurazione della repubblica sovietica».

Per concludere, possiamo riassumere il contenuto delle tesi sulla questione nazionale e coloniale approvate dal II Congresso dell’I.C.:

1) I movimenti borghesi nazionalisti e democratici delle colonie sono incapaci d’assumere il loro compito borghese: non hanno né la forza né la volontà di opporsi all’imperialismo e di combatterlo realmente.

2) Non c’è salvezza per i popoli oppressi al di fuori della federazione delle repubbliche sovietiche come forma di transizione verso l’unità completa dei lavoratori di tutti i paesi. In altri termini il movimento rivoluzionario delle colonie è subordinato al movimento proletario delle metropoli e il successo della rivoluzione nelle colonie dipende dal rovesciamento del capitalismo nelle metropoli.

3) Per conseguenza, solo l’aiuto del potere proletario instaurato nelle vecchie metropoli imperialiste, solo “un piano economico universale la cui applicazione sarà controllata dal proletariato vittorioso di tutti i paesi” può mettere fine alla dominazione economica dell’imperialismo nelle colonie e quindi per mettere ai paesi arretrati d’arrivare “al comunismo senza passare attraverso le diverse tappe dell’evoluzione capitalista”.

4) Se le condizioni particolari concrete nelle quali si svolgono le rivoluzioni anti-coloniali impongono ai comunisti una evoluzione tattica, tutto ciò non manterrà il suo significato rivoluzionario che nel quadro: A) dell’organizzazione di Soviet operai e contadini; B) della formazione di partiti comunisti i più puri – e realmente comunisti – nella loro indipendenza assoluta riguardo al movimento borghese e democratico e della lotta contro di esso; C) dell’unità dei lavoratori di tutti i paesi assicurata dall’Internazionale Comunista.

Russi e cinesi hanno totalmente tradito ciascuna di queste quattro condizioni. Ma non sono riusciti, ciò nonostante, a scoprire nuove vie storiche o a deviare la storia dalla sua traiettoria. Noi seguiamo la via della storia, della storia reale, fatta dagli uomini “non secondo la loro libera volontà, né nelle circostanze liberamente scelte, ma sotto l’impulso di fatti immediati anteriori e ineluttabilmente determinati dagli avvenimenti passati”. Poiché seguiamo questa via, ed essa sola, siamo oggi in grado di constatare come, a quarant’anni di distanza ed in seguito all’insuccesso della rivoluzione proletaria nelle metropoli, le rivoluzioni anti-coloniali si sono concluse con una sconfitta tanto disastrosa quanto tragica. Oggi, a quarant’anni di distanza, possiamo constatare che la questione coloniale e nazionale resta aperta e che lo sfruttamento imperialista di due terzi dell’umanità ha raggiunto altezze vertiginose.

È per questo che possiamo guardare con il più gran disprezzo gli imbecilli che credono di imbarazzarci domandandoci: che fate voi per Ben Bella o per Castro o per la Cina di Mao?

I comunisti internazionalisti da quarant’anni sono stati “istruiti” da Lenin, “della loro missione di combattere il movimento borghese e democratico”; hanno imparato che “si devono sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati alla sola condizione che gli elementi dei partiti comunisti siano raggruppati e ragguagliati del loro compito particolare”; hanno imparato che non c’è salvezza per i popoli oppressi fuori dalla federazione delle repubbliche sovietiche e dell’unione degli operai di tutti i paesi realizzata grazie all’Internazionale Comunista.

Diversamente da quelli ai quali un viaggio a Cuba, ad Algeri o a Pechino basta a dargli un brividino rivoluzionario, le bocche affamate delle moltitudini del Terzo Mondo non possono essere fermate né dai Mao, né dai Castro, né dai Ben Bella, e neppure la prosperità delle metropoli imperialiste può essere assicurata eternamente dalla “competizione pacifica” e dal “libero commercio” dei Johnson e dei Kossighin. Il giorno non è così lontano quando gli sfruttati e gli oppressi del mondo intero risusciteranno i Soviet, ovvero i loro organi di lotta politica rivoluzionaria per il capovolgimento dell’imperialismo mondiale. In quel giorno rinascerà una nuova Internazionale Comunista. E allora, signori, non ci domanderete più: ma voi che fate?

* * *

Le tesi supplementari 2 e 3 espongono sinteticamente questa teoria dell’imperialismo che costituisce la base sulla quale l’Internazionale Comunista s’è essa stessa costituita e che a quarant’anni di distanza mantiene una validità totale.

Tesi supplementare 2: «Le colonie costituiscono una delle principali fonti della forza del capitalismo europeo. Senza il possesso dei grandi mercati e dei grandi territori da sfruttare nelle colonie, le potenze capitaliste d’Europa non potrebbero sopravvivere per molto tempo. Fortezza dell’imperialismo, l’Inghilterra soffre di sovrapproduzione da più di un secolo. È solamente conquistando dei territori coloniali, dei mercati supplementari per vendere il suo surplus di produzione, delle fonti di materie prime per la sua industria in crescita che l’Inghilterra è riuscita, nonostante gli oneri, a mantenere il proprio regime capitalista. È grazie all’aver ridotto centinaia di migliaia di asiatici e di africani in schiavitù che l’imperialismo inglese è riuscito a mantenere fino ad oggi il proletariato britannico sotto la dominazione borghese».

Tesi supplementare 3: «Il plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento delle colonie è uno dei puntelli del capitalismo moderno. Finché questa sorgente di utili non sarà soppressa, sarà difficile alla classe operaia di vincere il capitalismo. Grazie alla possibilità di sfruttare intensamente la mano d’opera e le sorgenti naturali di materie prime delle colonie, le nazioni capitaliste d’Europa hanno cercato, non senza successo, di evitare con questi mezzi la bancarotta immanente. L’imperialismo europeo è riuscito nella madrepatria a fare concessioni sempre più vaste all’aristocrazia operaia. Mentre cerca di abbassare il livello minimo di esistenza del proletariato importando merci prodotte con la manodopera più a buon mercato dai paesi asserviti, esso non arretra di fronte ad alcun sacrificio e acconsente a sacrificare parte del plusvalore nella madrepatria grazie al possesso di quello nelle colonie».

Qui il filisteo è pronto a sottolineare quella che ritiene una contraddizione: Lenin sosteneva che lo sfruttamento delle colonie impedisce l’affondare del capitalismo metropolitano. Adesso non ci sono più colonie nel mondo ma il capitalismo vive i suoi giorni più belli e più floridi di tutta la sua storia. Pur credendosi superiore al filisteo volgare, l’estremista falsamente di sinistra è con lui in sintonia parlando di crisi del marxismo, di fenomeni nuovi e inesplicabili, ecc. ecc.

Abbiamo già risposto all’uno e all’altro: il mondo d’oggi non è assolutamente decolonizzato. Le tesi dell’Internazionale Comunista parlano di ”asservimento dalla potenza finanziaria o colonizzatrice” (tesi 2), di ”oppressione dei paesi asserviti o colonizzati” (tesi 9); le tesi dell’Internazionale Comunista denunciano “l’inganno organizzato dalle potenze imperialiste” che consiste nel “costituire degli Stati politicamente indipendenti, ma in realtà vassalli” (tesi 11, punto 6).

Nel seguito di questo studio mostreremo nel dettaglio che la realtà, economica, politica e sociale del Terzo Mondo è quella dell’asservimento più brutale a un pugno di potenze imperialiste “con l’aiuto delle classi privilegiate dei paesi oppressi”, tutto come da quarant’anni quando l’Internazionale Comunista lanciava agli sfruttati del mondo intero il suo grido di lotta rivoluzionaria. Dimostreremo inoltre nel dettaglio che, lungi dall’essere in grado di salvare i popoli asserviti e sfruttati del Terzo Mondo, la Cina stessa non può sottrarsi alle grinfie dell’imperialismo mondiale e al suo tenero abbraccio.

L’Internazionale Comunista è nata nel 1919 in seguito alla ripercussione delle lotte rivoluzionarie dell’Asia sull’Europa e dell’Europa sull’Asia. Come recita la tesi supplementare 4, nel 1920 “la rivoluzione proletaria e la rivoluzione delle colonie devono, in una certa misura, contribuire l’una e l’altra al risultato vittorioso della lotta”. L’Internazionale di Lenin fu espressione di questa confluenza e unità, e infine come espressione della sua coscienza.

Dal 1926 l’unità del movimento rivoluzionario delle metropoli e delle colonie fu spezzata, e per decine e decine d’anni, a seguito del sabotaggio opportunista della rivoluzione cinese e dello sciopero generale in Inghilterra. Ciò ha significato non altro che la sconfitta della rivoluzione proletaria nel mondo e il trionfo della contro-rivoluzione stalinista nella Russia dei Soviet, e, infine, una nuova guerra imperialista.

Come vedemmo tutto questo nel 1926, lo vediamo certo adesso, a quarant’anni di distanza, che l’imperialismo non è cambiato in nulla. L’asservimento dei popoli del Terzo Mondo resta l’unico pilastro sul quale l’imperialismo internazionale si appoggia; l’aristocrazia operaia e le classi medie generate dal capitalismo contemporaneo in Europa, negli U.S.A. e in U.R.S.S. s’ingrassano del plusvalore estorto ai due terzi dell’umanità che soffre ancora la fame; la crisi del capitalismo mondiale non potrà non dare un nuovo impulso alla lotta dei popoli oppressi del Terzo Mondo e del proletariato delle metropoli e questa lotta non potrà non unificarsi in un gigantesco assalto che distruggerà il capitalismo.

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Dopo aver denunciato il falso internazionalismo della Seconda Internazionale, come abbiamo appurato, la tesi 10 definisce “l’internazionalismo operaio” in questi termini: «L’internazionalismo operaio esige: 1) La subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese a quelli che questa lotta combattono nel mondo intero; 2) Dalla parte delle nazioni che avranno rovesciato la borghesia, il consenso ai più grandi sacrifici nazionali in vista del rovesciamento del capitale internazionale. Nei paesi dove il capitalismo ha raggiunto il suo completo sviluppo e dove esistono dei partiti operai che formano l’avanguardia del proletariato, la lotta contro le deformazioni opportuniste e pacifiste dell’internazionalismo sotto l’influenza della piccola borghesia è un dovere immediato dei più importanti».

Per comodità di esposizione, abbiamo messo questi due punti alla fine della nostra analisi delle tesi del 1920 dell’Internazionale Comunista sulla questione nazionale e coloniale. Nel 1922, Lenin imputa in effetti a Stalin il tradimento di questi due punti che definiscono precisamente l’“l’internazionalismo operaio”.

LENIN NEL 1922

Verso la fine del 1922, Lenin malato detta ai suoi segretari delle note sulla questione nazionale divise in tre parti. Questo testo porta la data del 30 e del 31 dicembre 1922 e fu spedito da Lenin a Trotski che ne fece una copia conservata adesso ad Harvard. Il 30 giugno 1956, quest’articolo è apparso nel n. 9 di Kommunist e il 1° luglio 1956 in una brochure che raccoglie altri testi di Lenin che Stalin aveva fatto sparire, tra cui il famoso “Testamento”. Per le citazioni utilizzeremo la traduzione apparsa nelle Opere Complete di Lenin, tomo36, Edizioni in Lingua Straniera di Mosca.

In questo testo, Lenin attacca Dzerjinski e Ordjonikidzé ma soprattutto Stalin per la politica nazionale che hanno praticato in Georgia: «Una questa campagna fondamentalmente nazionalista grande-russa».

Lenin evidenzia ancora una volta la questione nazionale come deve essere concepita dal punto di vista proletario: «Qui si pone una importante questione di principio: Come concepire l’internazionalismo?». E Lenin ricorda quel che aveva già scritto nei suoi lavori sulla questione nazionale, ovvero: «Bisogna distinguere tra il nazionalismo della nazione che opprime, e quello della nazione oppressa, tra il nazionalismo di una grande nazione e quello di una piccola nazione. Perciò l’internazionalismo da parte della nazione che opprime o della nazione detta “grande” (…) deve consistere non solamente nel rispetto dell’uguaglianza formale delle nazioni, ma ancora in una ineguaglianza compensando da parte della nazione che opprime, della grande nazione, l’ineguaglianza che si manifesta nella vita».

Questi erano i principi che avevano guidato Lenin durante tutta la sua vita e che aveva messo alla base della politica interna ed estera della Russia dei Soviet e della lotta rivoluzionaria dell’Internazionale Comunista. Lenin non aveva mai identificato la missione della dittura in Russia con quella di uno Stato qualunque, portasse anche l’etichetta sovietica. Lenin aveva consumato la sua vita difendendo disperatamente lo Stato dei Soviet, è vero, ma l’aveva difeso in quanto Stato del proletariato internazionale che lotta per la sua emancipazione rivoluzionaria. Già nel 1922 Lenin s’accorge che questo Stato di forma sovietica difende in realtà gli interessi della propria conservazione e non quelli della lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale.

Nel testo sopra citato, Lenin afferma: «Si pretende occorresse assolutamente unificare l’apparato. Da dove emanavano queste affermazioni? Non è forse che questo stesso apparato russo, che, come avevo già detto in un numero precedente del mio giornale, l’abbiamo preso in prestito dallo zarismo limitandoci a spennellarlo leggermente d’una vernice sovietica? Senza alcun dubbio, si sarebbe dovuto rinviare questo provvedimento fino a quando avremmo potuto dire di poter garantire del nostro apparato, perché saldamente nelle nostre mani. E adesso dobbiamo in tutta coscienza dire l’inverso: chiamiamo nostro un apparato che, di fatto, ci è ancora fortemente estraneo e rappresenta un guazzabuglio di sopravvivenze borghesi e zariste, e che ci era assolutamente impossibile di trasformare in cinque anni senza l’aiuto di altri paesi (Lenin vuole dire, come lo prova tutta la sua opera, l’aiuto di rivoluzioni in altri paesi – NdR) mentre predominavano le preoccupazioni militari e la lotta contro la carestia. In queste condizioni, è del tutto naturale che la “libertà di uscire dall’unione”, che ci serve da giustificazione, appaia come una formula burocratica incapace di difendere gli allogeni di Russia contro l’invasione del Russo autentico, del Grande-Russo, dello sciovinista, di questo furfante che è in fondo il tipico burocrate russo. Non c’è alcun dubbio che gli operai sovietici e sovietizzati che sono in proporzioni infime, annegherebbero in quest’oceano digentaglia grande-russa sciovinista, come una mosca nel latte».

Lenin prevede fin dal 1922 che il risultato della politica social-nazionalista grande-russa effettuata dallo Stato leggermente spennellato da una vernice sovietica sarà la scissione tra la rivoluzione anti-coloniale e la rivoluzione proletaria nelle metropoli, la rovina dell’Internazionale Comunista e la nascita dell’imperialismo grande-russo. «Il pregiudizio che può causare al nostro Stato l’assenza di apparati nazionali unificati con l’apparato russo è infinitamente, incommensurabilmente minore di quello che ne risulta per noi, per tutta l’Internazionale, per le centinaia di milioni di uomini dei popoli d’Asia, che appariranno dopo di noi alla ribalta storica in un prossimo avvenire. Sarebbe un opportunismo imperdonabile se, alla vigilia di questo intervento dell’Oriente e all’inizio del suo risveglio, minassimo ai suoi occhi la nostra autorità per la brutalità o ingiustizia riguardo ai nostri propri allogeni. Una cosa è la necessità di fare fronte tutti assieme contro gli imperialisti d’Occidente, difensori del mondo capitalista. Allora non ci può essere alcun dubbio, ed è superfluo d’aggiungere che approvo assolutamente queste misure. Altra cosa è di intraprendere noi stessi, anche se fosse una questione di dettaglio, dei rapporti imperialisti riguardo alle nazionalità oppresse, risvegliando anche il sospetto della sincerità dei nostri principi, sulla nostra giustificazione di principio della lotta contro l’imperialismo. Ora, il domani, nella storia mondiale, sarà proprio quello del risveglio definitivo dei popoli oppressi dall’imperialismo e dell’inizio di una lunga e aspra battaglia per il loro affrancamento».

Quarantadue anni sono passati dopo che Lenin ha pronunciato queste parole. Durante questo periodo, lo Stato di Mosca si è completamente “compromesso nei rapporti imperialisti”, e non riguardano più solamente una “questione di dettaglio”. “L’apparato diplomatico” del Kremlino, di cui Lenin poteva scrivere nel 1922 che è “epurato degli elementi del vecchio apparato zarista, borghese e piccolo-borghese”, rivaleggia adesso con quello della Casa Bianca per il lusso e la corruzione, è diventato una delle colonne dell’O.N.U., questa “caverna dei briganti imperialisti” e sta al gioco della diplomazia segreta dell’imperialismo mondiale.

Questi quarant’anni passati, la stessa giustificazione stalinista secondo la quale lo Stato Grande-russo si rafforza per difendersi “contro l’imperialismo dell’Occidente” non regge più. Oggi lo Stato Grande-russo si rafforza unicamente per coesistere e commerciare, in pieno accordo con gli U.S.A. sulla schiena delle moltitudini affamate del Terzo Mondo e del proletariato internazionale.

Nel frattempo l’Internazionale Comunista è stata distrutta e “la piccola percentuale di operai sovietici e sovietizzati è annegata nell’oceano della gentaglia grande-russa sciovinista come una mosca nel latte”. Frattanto una seconda guerra imperialista ha devastato il pianeta, Nei bagliori di quell’incendio si è intravvista l’alba del risveglio dell’Oriente.

Noi, comunisti rivoluzionari, salutiamo quest’alba, questo risveglio dell’Asia con grida di gioia. Ma questa gioia non ci fa dimenticare che “la lunga ed aspra battaglia per il loro affrancamento”, per la liberazione dei popoli asserviti del Terzo Mondo è appena incominciata, che questa battaglia deve ripercuotersi in Europa per rimbalzare dall’Europa all’Asia, all’Africa, all’America latina, che da questa doppia ripercussione deve rinascere un movimento rivoluzionario mondiale, guidato da un’Internazionale Comunista resuscitata, che abbatta il capitalismo e instauri la dittatura proletaria universale.

La rottura russo-cinese risuona come un canto funebre che annuncia alla controrivoluzione la sua prossima morte. Le contestazioni di frontiera lungo i 9.000 chilometri che dal Pamir a Vladivostock smascherano Mosca e Pechino agli occhi dei popoli oppressi del Terzo Mondo e del proletariato internazionale.

È avvenuto quello che Lenin prevedeva nel 1922. La controrivoluzione stalinista è arrivata fino in fondo in Russia, in Cina e nel mondo. Ma ciò facendo, si è esaurita. Non c’è salvezza per i Kossighin, i Mao, i Castro o i Tito. L’abbraccio dell’imperialismo li aspetta, la rivolta del proletariato internazionale contro l’imperialismo li distruggerà.

E non è per noi cosa di poco conto ritrovare la piena coscienza del presente in quel che Lenin diceva quarant’anni or sono. Il tradimento del social-nazionalismo grande-russo non fu una sorpresa per il partito. La sorpresa dei maoisti prova invece che anch’essi hanno partecipato a questo tradimento.

Il movimento rivoluzionario di cui Lenin fu espressione teorica non è morto. Cova per divampare di nuovo domani.

Note

  1. In un lunghissimo testo del 14 luglio 1964 firmato dalla redazione del Renmin Ribao e dal Hongqui (Lo pseudo-comunismo di Krusciov e gli insegnamenti storici che dà al mondo; Edizioni in lingue straniere; Pechino 1964), dopo aver presentato come imminente la “restaurazione pacifica del capitalismo in U.R.S.S.” – concetto di cui noi abbiamo dimostrato il contenuto aberrante e anti marxista – i maoisti effettuano una svolta di 180° rispetto alle loro posizioni del 1958. Mentre nel 1958 promettevano il passaggio della proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo in Cina nei termini di “cinque o sei anni e anche meno”, il 15 luglio 1964, ovvero sei anni più tardi – “e anche di più – scrivevano: «Il passaggio dalla proprietà collettiva a quella di tutto l’intero popolo, da due generi di proprietà alla proprietà unica di tutto l’intero popolo, suppone un processo di sviluppo molto lungo» (op. cit., p. 101). ↩︎
  2. Per il “modo di produzione asiatico” e l’utilizzo di questo concetto per uno scopo anticinese dai “comunisti” moscoviti vedere Programme Communiste, N° 29 pp. 23-24-25 ↩︎
  3. “Non ti curar di lor ma guarda e passa”, Dante, La Divina Commedia. ↩︎
  4. Vedere “Il comunismo e i partiti algerini”, Programme Communiste, N° 11 pp. 19 a 22: “Il Partito proletario e comunista e i movimenti nazionali e democratici”, P.C. N° 14, pp. 33 a 46, “Rivoluzione e controrivoluzione in Cina”, P.C. N° 20 pp.36 a 38. ↩︎
  5. Queste tesi possono essere considerate come uscite, pressappoco, interamente dalle mani di Lenin. ↩︎
  6. Il significato della polemica Lenin-Luxembourg è completamente falsato tanto da parte degli stalinisti che dagli estremisti o dai socialdemocratici che si autodefinivano “luxemburghiani”. Non fu Lenin che attaccò Rosa Luxembourg ma quest’ultima che accusò Lenin e i bolscevichi d’opportunismo nella questione nazionale. La questione era inoltre complicata dal fatto che la socialdemocrazia polacca, divisa in due frazioni, di cui quella dove Rosa Luxembourg militava partecipava al congresso della socialdemocrazia russa, la Polonia essendo una delle “nazionalità oppresse” dallo zarismo.
         In realtà Lenin non domandava assolutamente a Rosa Luxembourg di rinunciare al suo programma sulla questione nazionale in Polonia: si limitava a dimostrare la validità del programma bolscevico sulla questione nazionale in Russia. Lenin non criticava la polemica intrapresa da Rosa Luxembourg contro il nazionalismo del Bund o del partito nazionalsocialista di Joseph Pilsudski. Lenin rimproverava solamente a Rosa Luxembourg di dimenticare il “nazionalismo della nazione che opprime”.
         Sempre nello stesso articolo, Lenin scrive per giustificare la tattica di Rosa Luxembourg in Polonia: «È facile immaginare che il riconoscimento da parte dei marxisti di tutta la Russia, e per primi dei marxisti grandi-russi, del diritto delle nazioni di separarsi, non esclude per niente per i marxisti di questa o quella nazione oppressa l’agitazione contro la separazione, così come il riconoscimento del diritto alla separazione non esclude in questo o quel caso l’agitazione contro la separazione»”.
         Osserviamo di sfuggita che quest’ultima frase sul diritto alla separazione sia stata ignobilmente sfruttata da Thorez e dagli stalinisti francesi all’epoca della guerra d’Algeria. Ma il P.C.F. agiva in quella Francia che opprimeva l’Algeria: facebdo agitazione contro la separazione d’Algeria il P.C.F. ha pienamente adottato il nazionalismo della nazione che opprime. ↩︎
  7. Quello che qui affermiamo, lo proveremo nel seguito di questo studio quando ci occuperemo delle contestazioni di frontiera tra l’India, il Pakistan e la Cina, e dei rapporti fortemente ambigui tra la Cina e l’Indonesia. ↩︎
  8. Quest’articolo è stato da noi stato ampiamente analizzato in “Rivoluzione e controrivoluzione in Cina”, P.C. N° 21, pp. 30-32. ↩︎
  9. Ecco che cosa scriveva Il Soviet, organo della Frazione Comunista Astensionista in Italia, corrente di cui noi rivendichiamo integralmente la tradizione, nel suo n.19 del 27 aprile 1919, a proposito delle pretese differenze tra la “democrazia” dell’Intesa e la “barbarie” del militarismo prussiano: «La democrazia borghese è un esempio vivente d’ipocrisia. La differenza tra l’Intesa e i suoi nemici risiede solamente nella mancanza di sincerità della prima, che vuole fare e fa effettivamente come gli altri, ma non ha come essi il franco e brutale coraggio di dirlo» (da “L’utopia della pace borghese”).
         Come questi “estremisti infantili” sono astratti! Non fanno alcuna differenza tra il Kaiser e Wilson! Lenin al contrario era ben più concreto. Nel 1920 scopriva delle grandi differenze tra la democrazia dell’Intesa e il militarismo prussiano: “le famose democrazie occidentali sono più vili e più ciniche degli Junkers e del Kaiser medesimo”. ↩︎
  10. Ciò che potremmo definire come la teoria del movimento dialettico delle tempeste rivoluzionarie non è in alcun modo un “arricchimento” del marxismo per opera di Lenin. Il nostro partito afferma che “il preteso marxismo-leninismo è una formula menzioniera: non esiste che una sola teoria rivoluzionaria”. Il socialismo scientifico è precisamente nato dalla soluzione del problema della doppia rivoluzione impostato da Marx nel 1844. ↩︎
  11. L’analisi della prassi del maoismo nella rivoluzione cinese, dal 1930 al 1949, o la stessa azione del P.C.C. dal 1921 al 1929, non rientrano nei limiti di questo studio. Questo aspetto essenziale della questione, la cui comprensione è indispensabile per capire l’attuale polemica russo-cinese, è analizzata nello studio “Il movimento sociale in Cina” in corso di pubblicazione in Programme Communiste. ↩︎
  12. L’analisi della prassi del maoismo nella rivoluzione cinese, dal 1930 al 1949, o la stessa azione del P.C.C. dal 1921 al 1929, non rientrano nei limiti di questo studio. Questo aspetto essenziale della questione, la cui comprensione è indispensabile per capire l’attuale polemica russo-cinese, è analizzata nello studio “Il movimento sociale in Cina” in corso di pubblicazione in Programme Communiste. ↩︎