Non rompeteci le tasche coi sacri confini
Categorie: Questione Triestina
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Dunque ci risiamo. A Trieste, in un’atmosfera avvelenata da opposti irredentismi, si chiede alla classe operaia di schierarsi in campi irriducibilmente avversi; gli agitatori titisti invocano lo sciopero contro la jattura del ritorno dell’Italia, col suo bagaglio reazionario, a Trieste; gli agitatori staliniani invocano lo sciopero contro la suprema jattura dell’arrivo della Jugoslavia, con un bagaglio non meno reazionario, al Tagliamento; i partiti di centro risfoderano tutto l’arsenale della retorica irredentista e della demagogia patriottarda. Tutti hanno scoperto, e sono pronti a difendere con le armi in pugno, qualche sacro confine: per gli uni, la patria è la Jugoslavia; per gli altri l’Italia; per i terzi (i «comunisti» di Vidali, non soltanto difensori di patrie esistenti, ma creatori di patrie che non esistono ancora) il Territorio Libero. Tutti agitano la bandiera «dell’unione di tutti i cittadini»; tutti denunciano nel cittadino avverso il traditore, il criminale, il candidato alla forca. Così, nella classe operaia triestina, la cui forza era e dovrà tornare ad essere la convergenza nella lotta proletaria, al di fuori di ogni divisione di lingua e di razza, di tutti i lavoratori, gli agenti multicolori dell’imperialismo lavorano a scavare fossati di odio e di vendetta. Frattanto, intorno alla città di San Giusto rulla il selvaggio tam-tam del superpatriottismo di destra, di centro e di sinistra, e Nenni non è meno acceso di Cantalupo o di Anfuso, Togliatti non vibra di patriottici furori meno di Pella e De Gasperi. Dall’altoparlante di Roma e di Belgrado, la classe operaia è chiamata a servire, elastica massa di manovra, i supremi interessi della patria borghese; mentre di qua e di là operai in casacca militare si guardano come schieramenti nemici potenzialmente in guerra, di qua e di là si rinnova l’appello al partigianismo, l’invito ai proletari di prepararsi a un rinnovato massacro in una rinnovata Resistenza.
Abboccherà la classe operaia italiana e jugoslava all’amo di una retorica che, falsa e bugiarda trentacinque anni fa, lo è oggi mille volte di più? Non rompeteci le tasche coi sacri confini da difendere! Nessuno di voi ci crede. Non possono credere gli jugoslavi che la loro soluzione eliminerebbe, con l’appagamento di «legittime aspirazioni nazionali», le cause di attrito derivanti dall’intreccio, sull’estrema sponda orientale dell’Adriatico, di fattori economici, storici, etnici multiformi. Non possono credere i partiti di governo italiani che il ritorno di Trieste e magari della zona B all’Italia significherebbe, finalmente, la pace. Non possono credere gli staliniani che il Territorio Libero sarebbe, quando nascesse, una creatura vitale. Sanno tutti, d’altra parte, che la soluzione non verrà da loro: verrà dalle potenze internazionali di cui, anche quando gridano patria, servono gli interessi di potenza, che sono nello stesso tempo, per loro, l’unica garanzia di vita. Sanno che non c’è soluzione del problema di Trieste nel quadro di una situazione internazionale che lavora di giorno in giorno ad accentuare i contrasti fra blocchi e blocchi, fra Paesi e Paesi, fra grandi e piccoli lembi di terra martoriata. Dietro la delirante demagogia dell’irredentismo jugoslavo e italiano (per tacere della variante staliniano-togliattiana) c’è il vuoto, e, se questi giorni di «passione nazionale» hanno un senso, è solo di scavare solchi nella classe operaia e rinverdire le ideologie dell’unità fra le classi, della democrazia plebiscitaria, della convivenza pacifica nel rispetto dei… trattati, perché opposti interessi economici e di espansione imperialistica possano aprirsi una strada nel mondo e aggiudicarsi nuovi spazi vitali: per le tasche, non per il «cuore».
Non sono in gioco né sacri confini, né care memorie, a Trieste: sono in gioco interessi internazionali di potenza. Non c’è soluzione proposta da cancellerie o da partiti, che valga a sanare una piaga ch’è la piaga stessa del regime capitalista. Operai triestini di lingua italiana o slovena hanno un solo nemico da combattere: il mostro tricipite dell’imperialismo; e hanno da combatterlo insieme. È questa la loro unione sacra, l’unica possibile, l’unica gravida d’avvenire, la stessa che, al loro fianco e per interessi che abbracciano tutti i Paesi, schiererà la classe operaia mondiale, blocco unico che non conosce linee di colore e barriere di nazionalità e di lingua, contro gli interessi unitari di conservazione del regime dello sfruttamento e della guerra.