Primo Maggio di riscossa proletaria
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Dopo l’insurrezione, che cosa?
La manifestazione insurrezionale, organizzata dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, raggiunti gli obiettivi prefissi, sta per esaurirsi in mille disarticolati piccoli episodi di lotta armata, con prevalente carattere di pulizia di case dai residui fisici del fascismo, in quanto violenza e terrore organizzati.
Indubbiamente le masse proletarie hanno dato il loro apporto di forza e i loro figli migliori a questo movimento, nel quale avevano forse intravisto possibilità di sviluppi e di realizzazioni capaci di rompere e superare i limiti imposti dalle ferree necessità della guerra ancora in atto.
Il nostro partito ha detto a tempo, con la massima chiarezza, quel che pensava dell’insurrezione nazionale, ma allorché le masse si sono mosse all’attacco di quel che restava del fascismo dopo il crollo delle forze militari tedesche in Italia, ha operato con esse e con esse tanto sui posti del lavoro come sul fronte della lotta armata, affiancato alle formazioni partigiane. E ora?
Se avessimo avuto preoccupazioni contingenti e mire politiche da raggiungere nell’ambito della prossima esperienza dello stato democratico, non avremmo esitato a dare la nostra solidarietà al Comitato di Liberazione Nazionale. Ma questo non è avvenuto perché a fondamento del nostro pensiero politico c’è il marxismo, che non ha mai insegnato a piegare e ad adattare la teoria della rivoluzione alle necessità del momento e all’opportunità tattica di certi compromessi, che non ha mai insegnato a considerare l’internazionalismo operaio come un lusso da signori a cui il proletariato potrà accedere soltanto dopo di essersi dissanguato in tutte le guerre dell’imperialismo che a volta a volta verranno sapientemente camuffate da guerre nazionali, se non addirittura rivoluzionarie. Ecco perché sentiamo forte in noi il tormento di questo grave interrogativo, a cui è pur necessario rispondere: E ora?
Si occupino pure i seggi comunali, provinciali, parlamentari, si faccia pure il cambio meramente fisico di persone, al fascista subentri il democratico in ogni posto di comando, si giochi pure forte puntando al problema istituzionale, e poi?
Essi, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, potranno sentirsi a loro agio e, più o meno soddisfatti, partecipare al banchetto della vittoria; noi no. Noi che siamo rimasti fuori, con le masse, sentiamo quanto grave sia il momento attuale e pregno di sinistre incognite. No, amici: la guerra non è finita, anche quando sia cessato l’urto delle armi, se il capitalismo, responsabile di tanti lutti e distruzioni, è arbitro di manipolare la pace e piegarla ai fini della sua conservazione di classe; come non è morto il fascismo, anche quando stia per spegnersi l’eco delle ultime fucilate di repressione, se per mille segni esso è pur sempre vivo ed operante in quei profittatori, non pochi, che han saputo in virtù della loro potenza finanziaria dar vita prima al fascismo e nascondersi ora sotto l’acceso colore dell’uomo che ha sempre «voluto il bene del popolo».
Noi abbiamo il dovere di non fermarci sulla via intrapresa e dire apertamente quanto pensiamo sugli sviluppi inevitabili di una situazione che vede, sì, il proletariato armato, se non nella sua interezza, certo nei suoi strati più giovani e volitivi, ma circondato da mille insidie, maggiore fra tutte la ferrea volontà che sorge incoercibile dalla guerra, dai suoi interessi in gioco, dai suoi obiettivi fondamentali, di fronte a cui il proletariato è in realtà disarmato nella sua iniziativa di forza rivoluzionaria, nella sua capacità di azione autonoma e di individuazione precisa, direi quasi fisica, del vero nemico da combattere, anche se armato di tutto punto delle armi tolte ai nazifascisti. L’insurrezione che smantella i fortilizi delle bande nere, ma rimane indecisa e non osa colpire chi in realtà porta la responsabilità prima e più vera di questo bagno di sangue e di quest’immane rovina, e soprattutto non si pone come obiettivo di mandare in frantumi questa vecchia società borghese nella sua organizzazione, nei suoi istituti, nella sua morale, e dare il via al mondo nuovo, consolida obiettivamente questa stessa società, la sua stessa struttura, e sbarra la strada ad ogni possibilità di soluzione rivoluzionaria.
Il nostro partito, in questo 1° maggio che segna in un cerchio di sangue la fase di chiusura della guerra ed apre al proletariato il periodo classico delle grandi e dure battaglie e delle più audaci conquiste, indica agli operai gli obiettivi immediati della sua lotta:
Unità di classe nei Consigli operai.
Ogni unità produttiva abbia nel Consiglio il suo organismo di lotta.
Solo un’organizzazione potente di Consigli operai e la sua azione unitaria potranno garantire la difesa completa delle conquiste ottenute in questi giorni della lotta contro il fascismo e fare di esse la premessa per la lotta a fondo contro la borghesia, sicuro centro motore di un’eventuale rinascita fascista, avvenga essa sotto altri colori od emblemi, ma pur sempre fascista.
1° Maggio
È sotto un segno augurale che nasce questo 1° maggio di ripresa proletaria. Nasce a guerra praticamente finita, a fascismo praticamente sepolto. È il punto d’arrivo di una ventennale, eroica resistenza contro la più spietata forma di reazione borghese, di una lunga e tenace lotta contro la guerra, di giorni di esplosione e di tumulto proletario nelle vie, nelle piazze, nelle fabbriche: è una gigantesca celebrazione di martiri oscuri.
Eppure, la guerra, praticamente conclusa sui grandi fronti militari, continua; continua non solo nei piccoli focolai di guerriglia che ancora sussistono, ma nel modo con cui le forze politiche che hanno dominato la scena del conflitto affrontano e tentano di risolvere il problema della pace, in questo gigantesco equivoco che, in seno alla stessa massa operaia, prolunga oltre i termini del conflitto l’esecranda psicologia dell’unione sacra, del compromesso politico, della conciliazione delle classi. Chiusa la tenebrosa partita del fascismo, è come se alla democrazia borghese importasse voltare pagina al più presto, passar la spugna sul passato sanguinante della reazione e della guerra, fare che il proletariato dimentichi, e affronti la crisi in atto della società borghese con l’animo ilare e spensierato del pioniere che esce da un triste incubo con gli occhi aperti su un paradiso di terra vergine da dissodare.
Ma il proletariato non chiude gli occhi sul passato. Per lui, il fascismo non è stato una malattia occasionale, un fenomeno di aberrazione della società borghese, il metodo di una minoranza folle di criminali politici o di delinquenti comuni. Egli sa che questo mostro è nato dalle viscere del capitalismo: sa che l’hanno voluto, finanziato, armato gli stessi industriali, gli stessi agrari, gli stessi uomini della finanza e del commercio, buona parte dell’intellettualità e degli stessi uomini politici che fanno oggi pompa della coccarda antifascista o magari, della bandiera rossa. Sa che, dietro le squadracce nere inesorabilmente falciate in questi giorni dal furore proletario, non c’era il vuoto, ma una classe per cui il fascismo significava un’assicurazione vitalizia contro le «arroganti» pretese dell’operaio, una garanzia di protezione doganale, di monopolio, di sussidi e, infine, una porta aperta verso l’espansione imperialistica nel mondo.
Il proletariato non chiude gli occhi sul presente. Sa che la guerra è stata la manifestazione aperta delle contraddizioni interne della società borghese: sa che non esistono uno o due o tre responsabili del conflitto, ma una responsabilità collettiva ed anonima che pesa su tutto un regime sociale, economico, politico, fondato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale; sa che il nazionalismo non è una prerogativa di questa o quella nazione, di questo o quel regime, ma una malattia cronica ereditaria del capitalismo: che la grande vittima della guerra è lui stesso, il proletariato.
Il proletariato sa che le stesse parole – il bene della Patria, la concordia fra le classi, il senso della responsabilità e del dovere – sono usate oggi per impegnare l’operaio a lavorare tranquillo e a non turbare l’ordine della pace finalmente raggiunta, com’erano usate ieri per impegnarlo a costruire cannoni e a morire cantando. Sa, soprattutto, che, crollata la facciata terrificante del fascismo, rimane pur sempre ritta la classe di chi quotidianamente lo sfrutta nelle officine, nei campi, dovunque esiste, al disopra dell’operaio, un padrone.
Il proletariato non chiude gli occhi all’avvenire. Sa che quest’avvenire è fosco di crisi economiche, di miseria, di disoccupazione, e che queste malattie della società borghese non si guariscono con la medicina delle riforme sociali, ma con la chirurgia della rivoluzione proletaria. Sa che nazionalizzare la grande industria o le grandi banche, mentre il potere politico è saldo in pugno alla classe capitalistica e le frontiere oppongono stato a stato, nazione a nazione, è cambiar la forma dello sfruttamento e della tragica lotta dell’uomo contro l’uomo, ma lasciarne intatta la sostanza. Sa che la pace nata sotto il segno della diplomazia borghese e della sicurezza collettiva è la continuazione della guerra con altri metodi: sa che per l’operaio non c’è che una San Francisco, l’Internazionale dei lavoratori; non c’è che una democrazia, quella che nasce sulle rovine della società capitalistica dalla rivoluzione comunista, dalla dittatura del proletariato.
Perciò, per la classe operaia, questo 1° maggio non è una festa in famiglia, un viaggio popolare al suono delle marce patriottiche e degli arcivescovili appelli alla concordia sociale, ma un grido di riscossa.
Le masse sono scese in piazza dopo anni di prigionia sanguinosa non per ritornare l’indomani fra i quattro muri delle loro case, ma per andare oltre, per aprirsi la loro grande strada nel mondo. La loro rivendicazione non è la democrazia formale, la Costituente, la scheda elettorale.
È una sola, che comprende in se stessa tutte le rivendicazioni minime e le rivendicazioni massime di tutti gli oppressi: TUTTO IL POTERE AI LAVORATORI!