Partido Comunista Internacional

L’AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia

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  1. L'AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia (pt. 1)
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  3. L'AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia (pt. 3)

Iniziamo la pubblicazione dei testi e delle disposizioni che la Sinistra Comunista elaborò, anche prima di costituirsi in Partito Comunista nel gennaio 1921 a Livorno, e attraverso i quali i proletari potranno seguire tangibilmente la continuità storica e programmatica dell’attuale formazione del Partito di classe, il Partito Comunista Internazionale.

In tal modo si comprenderà anche che il programma del Partito di classe non sorge dalla testa del genio individuale, né dipende dalla mutevolezza dei tempi, ma costituisce il prodotto della lotta rivoluzionaria della classe operaia codificato in norme e dettati che presiedono all’azione del Partito e guidano la classe dei salariati; norme e dettati che non possono sconfinare dai principi di dottrina e di teoria se non si vuole che deformino irreparabilmente il Partito stesso sino ad invertire le direttive di marcia, come è irrefutabilmente provato dalla storia della degenerazione dei partiti della III Internazionale.

La fedeltà ai principi non è, quindi, un «lusso teorico» del Partito, ma una questione di vita o di morte per la rivoluzione comunista, come non è un atteggiamento volontaristico quello di esplicare il massimo possibile di lavoro collettivo per proporre alla classe il programma comunista, ma costituisce l’esistenza stessa dell’organizzazione del Partito.

Il nostro Partito rivendica quindi integralmente questa tradizione e la pone alla base della sua attività non per farsene un ornamento, ma per conformare ad esso la sua azione rivoluzionaria e continuare il colossale lavoro di preparazione al prossimo assalto proletario, per abilitarsi a dirigerlo contro lo Stato capitalista e per il trionfo del comunismo.

DALLE TESI DELLA FRAZIONE COMUNISTA ASTENSIONISTA DEL P.S.I.

(Luglio 1920)

La Sinistra Comunista non attese di costituirsi in organizzazione formalmente separata dal P.S.I. per formulare il programma comunista, come attestano le «tesi» qui riprodotte sulle questioni specifiche del partito e dei sindacati.

Livorno rappresenta la liberazione del programma comunista dall’organizzazione soffocatrice dell’opportunismo socialista. Il Partito Comunista doveva continuare l’azione già intrapresa nel P.S.I. e svilupparla al massimo grado, sulla base della riaffermazione di direttive decisamente già acquisite.

DALLA PARTE II

10. Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali della economia comunista.

«L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. D’altra parte, il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve esserne trasferita a tutta la collettività proletaria essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.

«I comunisti considerano il Sindacato come il campo di una prima indispensabile esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe.

«11. È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nel quadro del sistema capitalistico di produzione.

«Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione.

«I Sindacati d’azienda o consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.

«Lo stesso passaggio ad essi della gestione delle aziende non costituirebbe (analogamente a quanto si è detto per i sindacati) l’avvento del sistema comunistico. Secondo la sana concezione comunistica il controllo operaio sulla produzione si realizzerà solo dopo l’abbattimento del potere borghese come controllo di tutto il proletariato unificato nello stato dei consigli sull’andamento di ciascuna azienda; e la gestione comunistica della produzione sarà la direzione di essa in tutti i suoi rami e le sue unità da parte dei razionali organi collettivi che rappresenteranno gli interessi di tutti i lavoratori associati nell’opera di costruzione del comunismo.

DALLA PARTE III

«4. Il partito comunista svolge un intenso lavoro interno di studio e di critica, strettamente collegato all’esigenza dell’azione ed alla esperienza storica, adoperandosi ad organizzare su basi internazionali tale lavoro. All’esterno esso svolge in ogni circostanza e con tutti i mezzi possibili l’opera di propaganda delle conclusioni della propria esperienza critica e di contraddizione alle scuole ed ai partiti avversari. Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.

«5. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.

DAL MANIFESTO AI LAVORATORI D’ITALIA

(Da Il Comunista, 30 Gennaio 1921).

Costituitosi a Livorno nel gennaio 1921, il Partito comunista lanciò un manifesto al proletariato, nel quale si spiegavano e commentavano le ragioni storiche della scissione e i caratteri nuovi del Partito comunista rispetto ai vecchi partiti socialisti. Il Partito comunista si presenta alle masse operaie come partito d’azione rivoluzionaria, per la quale organizza la sua compagine e alla quale chiama tutti i proletari, con cui si lega nei posti di lavoro e nei sindacati economici attraverso la sua rete organizzativa.

«Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste siano spinte ad agitarsi dall’insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

«Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

«La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipino ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal Partito.

«Il Partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione generale del lavoro chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.

«Il Partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che si inizia contro i dirigenti. Non è certo, questo, breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista. Ma appunto per questo il Partito comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione per sloggiare i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.«I membri del Partito comunista, rivestiti di cariche elettive nei comuni, nelle province e nel parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso internazionale e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del partito.«Una parte dei giornali del vecchio partito resta al Partito comunista, tra questi i quotidiani Ordine nuovo di Torino e il Lavoratore di Trieste.«Organo centrale del Partito sarà Il Comunista, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato esecutivo del Partito.«Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito comunista si propone, e per l’esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.«Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito comunista d’Italia si è costituito dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.«Il programma di lotta del Partito comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nell’azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe e le deliberazioni dell’Internazionale comunista.«Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della sua parte più giovane, ed il migliore contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nell’affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito comunista.«Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, è sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione.
Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva intorno ad esso. È il partito in cui la destra, coi suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona è moralmente padrona, e gl’intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, i comunisti di ieri, recitano la parte di servitori del riformismo.

« Lavoratori italiani!

« Il vostro posto di battaglia è col nuovo partito, è nel nuovo partito. Attorno alla sua bandiera che è quella dell’Internazionale dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.

« Il Partito comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo, inviando all’Internazionale comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.

« Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, al fianco dei comunisti del mondo intero!

« Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!

« Viva la III Internazionale comunista!

« Viva la rivoluzione comunista mondiale!

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia

MOZIONE COMUNISTA AL CONGRESSO DI LIVORNO DELLA C.G.L.

(Da Il Comunista, 24 febbraio 1921)

Il Congresso confederale consente al Partito di dare un saggio di esemplare formulazione del raccordo tra partito di classe e sindacati.

I comunisti, mentre denunziano il patto di alleanza tra C.G.d.L. e Partito socialista, sollecitano però che i sindacati ispirino la loro azione alle direttive del Partito comunista; e non postulano alcuna «autonomia» per battere la politica controrivoluzionaria dei bonzi di allora, peraltro richiesta e ritenuta indispensabile antidoto di classe da anarchici e sindacalisti.

Gli opportunisti e i bonzi odierni hanno fatto proprio l’autonomismo anarco-sindacalista all’unisono col sindacalismo borghese e confessionale, confermando così la giustezza dell’indirizzo del partito che rivendica la concezione leninista del sindacato «cinghia di trasmissione».

«Il Congresso della Confederazione generale del lavoro, dopo discussione in merito ai rapporti internazionali ed ai rapporti col partito proletario, considerato:

«che la situazione determinata in tutto il mondo capitalistico dalla grande guerra del 1914-1918 non può risolversi che nella lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro la borghesia, per strapparle la direzione della società;

«che la struttura ed i metodi dei vecchi organismi proletari, sia sindacali che politici, dinanzi ai problemi della guerra e del dopoguerra, si sono rivelati inadatti alla lotta per la emancipazione delle masse, degenerando nella larvata od aperta collaborazione con la classe dominante;

«che dalla situazione e dalle esperienze rivoluzionarie determinate dalla guerra son sorte le direttive per la riorganizzazione del movimento proletario mondiale, con l’organizzarsi della nuova Internazionale comunista;

«che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei consigli dei lavoratori, che attuerà la demolizione del sistema economico del capitalismo e la costruzione della nuova economia comunista;

«che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della terza Internazionale;

«che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccoloborghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;

«che la tattica che la terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti da riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno con la propaganda dei principii comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione di una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato;

«riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita dalle confederazioni sindacali conquistate da comunisti dall’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia, e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie;

«ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti debbano aderire alla Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione generale del lavoro italiana:

a) si distacchi dall’Internazionale sindacale di Amsterdam;

b) rompa il patto di alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla terza Internazionale;

c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente Congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal secondo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista;

d) inspiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito comunista di Italia, unica sezione italiana della terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano».

AI LAVORATORI ORGANIZZATI NEI SINDACATI, PER L’UNITÀ PROLETARIA

(Da Il Comunista, 8 maggio 1921)

Alla definizione del «fronte unico» il Partito fa seguire l’appello per la realizzazione dell’unione delle forze operaie, rivolgendosi a tutti i lavoratori con un chiaro programma di azione pratica immediata che interessa tutta quanta la classe, più che mai pressata e coartata dalla duplice azione delle forze padronali e statali, unite per schiacciare le condizioni di vita delle masse proletarie. Il Partito non pone nessuna pregiudiziale dottrinaria e ideologica per la realizzazione del fronte unico di tutti i lavoratori, conscio e sicuro che il prevalere dell’indirizzo comunista è affidato alla chiarezza del programma e alle condizioni obiettive che incalzano ogni raggruppamento politico sospingendolo verso l’estrema posizione di sinistra.

« Compagni!

Per il Partito comunista uno dei problemi che si pongono in primissima linea tra quelli della preparazione rivoluzionaria è il problema sindacale.

« In tutti i paesi del mondo la questione è all’ordine del giorno.

Il grado di coscienza e di forza rivoluzionaria della classe lavoratrice è collegato strettamente alla situazione delle organizzazioni economiche, nelle cui file si raggruppano i lavoratori di tutte le categorie, di tutte le professioni.

In Italia il Partito comunista, al suo sorgere, si trova davanti ad una situazione che se non è sostanzialmente diversa, certo non è meno difficile ad essere affrontata di quella degli altri paesi, dal punto di vista dei rapporti del Partito con le grandi masse organizzate, della propaganda del comunismo e dell’efficiente preparazione rivoluzionaria.

« Il Partito socialista, dalla scissione del quale il nostro partito è recentemente sorto, ha sempre nella sua opera affiancato la più numerosa delle grandi organizzazioni sindacali italiane: la Confederazione generale del lavoro. Da questa negli anni precedenti alla guerra si staccarono molte organizzazioni allorché dal Partito socialista uscirono i sindacalisti: ed ancora oggi quelle organizzazioni sono nazionalmente collegate in un altro organismo, la Unione sindacale italiana.

« Vi sono poi delle grandi organizzazioni nazionali di categoria che, dinanzi a questa situazione, non sapendo scegliere tra le due centrali sindacali esistenti, sono estranee ad entrambe: il Sindacato ferrovieri italiani, la Federazione dei lavoratori del mare, la Federazione lavoratori dei porti e qualche altro minore raggruppamento sindacale. S’intende che qui non parliamo neppure di quei movimenti a carattere pseudo-sindacale, che apertamente affiancano partiti dichiaratamente borghesi, spesso sotto la solita maschera reazionaria dell’apoliticità, e sono sorti ad opera di popolari, interventisti o fascisti.

« Nell’uscire dal Partito socialista, i comunisti hanno considerato il problema sindacale secondo le vedute che derivano dalla loro dottrina marxista e dalla disciplina, incondizionatamente da essi osservata, alle direttive tattiche della terza Internazionale.

«Secondo i comunisti italiani e di tutti i paesi, il mezzo più efficace per far guadagnare terreno alle tendenze rivoluzionarie tra le masse organizzate, non è quello di scindere quei sindacati che si trovino nelle mani di dirigenti destreggianti, riformisti, opportunisti, controrivoluzionari. Tagliati i ponti, nazionalmente come internazionalmente, con questi traditori della classe lavoratrice; costituito nel Partito politico comunista l’organismo che abbraccia i soli lavoratori pienamente coscienti delle direttive rivoluzionarie dell’Internazionale comunista; i membri e i militanti del partito rivoluzionario non escono dai sindacati, non spingono le masse ad abbandonarli e boicottarli, ma dentro di essi, dall’interno dell’organizzazione economica, impostano la più fiera lotta contro l’opportunismo dei capi.

Senza qui ripetere tutte le ragioni di principio e le esperienze pratiche su cui si basa questa precisa e immutabile tattica adottata dai comunisti del mondo intiero, vogliamo esprimere la convinzione che tutti i lavoratori italiani abbiano ben compreso lo spirito dell’atteggiamento preso dai comunisti col non uscire dalla Confederazione del lavoro, notoriamente diretta da elementi riformisti, che sono sempre stati alla estrema destra del vecchio partito, che sono responsabili di tutta una costante politica antirivoluzionaria, di una vera serie di tradimenti a danno del proletariato italiano e di compromessi con la borghesia.

«Noi siamo più che qualsiasi altro aggruppamento di operai rivoluzionari decisi a lottare contro la politica di quei nemici della nostra causa. Se credessimo che un altro metodo, poniamo quello di uscire in massa dalla Confederazione per entrare nell’Unione sindacale italiana o di fondare un altro organo nazionale sindacale, offrisse un vantaggio nella lotta contro i D’Aragona e C. della Confederazione e conducesse più rapidamente a liquidarli, noi questo altro metodo abbracceremmo con entusiasmo. Ma così non è: Se il nostro Partito avesse preso quell’atteggiamento, avrebbe fatto il più gran piacere e reso il servigio migliore ai controrivoluzionari che siedono sui supremi scanni confederali.

Tra le tante prove che nei nostri scritti di propaganda sono recate di questa elementare verità, efficacissima è quella che in molti altri paesi del mondo i socialdemocratici hanno intrapreso una campagna per escludere con ogni mezzo più sleale, dai sindacati da loro capeggiati, quegli organizzati e quegli organizzatori comunisti che come benissimo essi andavano accorgendosi minavano le basi della loro dittatura, aprendo gli occhi alle masse.

Questo accenna a verificarsi anche in Italia come risposta dei capi della Confederazione e di certe grandi organizzazioni alla campagna vigorosamente da noi iniziata e svolta contro di essi nel seno delle organizzazioni stesse. Il Partito comunista ha rapidamente affasciato le forze sindacali che ad esso fanno capo, ed organizzato l’opposizione ai riformisti ossia a tutti i socialisti, che nulla più distingue oggi i Serrati dai Turati e dai D’Aragona dominanti nella massima nostra organizzazione. Una prima battaglia si è avuta al congresso confederale di Livorno, e battaglie parziali si svolgono ogni giorno, in seno alle Leghe, alle Camere del lavoro, alle Federazioni nazionali.

Nessun lavoratore organizzato, sia esso comunista, sindacalista od anarchico, vorrà dunque vedere una contraddizione tra la nostra presenza nelle file della Confederazione, e la nostra fermissima risoluzione ad una lotta a fondo contro i suoi capi attuali.

Oltre agli operai comunisti, vi sono migliaia e migliaia di altri organizzati avversi fieramente alle direttive dei riformisti confederali e sono appunto molti di quelli compresi nelle altre organizzazioni che più sopra abbiamo ricordato. È a questi nostri compagni, organizzati od organizzatori, che intendiamo rivolgere il nostro appello.

Sappiamo benissimo, e non abbiamo nessuna ragione di dissimulare, che vi sono divergenze di vedute politiche tra i comunisti, i sindacalisti, e gli anarchici. Sappiamo altresì molto bene che queste differenze si riflettono anche sull’atteggiamento che ciascuna di tali tendenze piglia appunto in merito alle questioni sindacali.

Ma queste tendenze hanno questa posizione comune: togliere il dominio sulle masse lavoratrici ai riformisti, ai socialpacifisti, ai negatori e sabotatori di ogni azione rivoluzionaria. Nel campo internazionale tutte queste tendenze, come sono contro la defunta seconda Internazionale politica dei traditori, così sono aspramente avverse all’Internazionale sindacale di Amsterdam, che considerano concordemente come un’organizzazione di traditori asserviti alla borghesia imperialista mondiale, alle lega dei grandi capitalismi negrieri dell’Intesa.

Sindacalisti ed anarchici hanno con le tesi dell’Internazionale comunista politica divergenze che li trattengono fuori dalle sue file e dalla precisa sua disciplina. Ma quelle divergenze, che dividono organismi politici e scuole politiche proletarie, non hanno ragione di dividere il movimento sindacale, che deve contare sul grosso dell’effettivo numerico proletario. Sindacalisti ed anarchici possono accettare il piano di azione dei comunisti contro Amsterdam: demolire l’Internazionale sindacale gialla, non col boicottare i sindacati nazionali ad essa affiliati, perché comprendono il grosso del proletariato organizzato, la cui dirigenza è, con una serie di espedienti ben noti, usurpata dai grandi mandarini sindacali, ma lottare dentro questi organi nazionali sindacali per strapparli uno ad uno alla tutela insidiosa dei gialli di Amsterdam.

Quindi, a fianco dell’Internazionale comunista politica, sorge l’Internazionale sindacale, alle cui file convergono tutti i lavoratori organizzati con l’obiettivo della lotta contro la borghesia fino al rovesciamento di questa. Quest’Internazionale sindacale rivoluzionaria rossa, contrapposta senza possibilità di confusione a quella opportunista e gialla di Amsterdam, terrà prossimamente il suo Congresso mondiale, e ad esso prenderanno parte tutti i sindacati che accettano la lotta contro la borghesia e contro l’opportunismo riformista.

In Italia la proposta, ventilata da alcuni elementi di sinistra del movimento operaio, che i comunisti, uscendo con le notevoli loro forze sindacali dalla Confederazione del lavoro, dessero opera a costituire un più grande organismo sindacale rivoluzionario se dimostra non esatta conoscenza della posizione presa dai Comunisti in Italia  e fuori sul problema sindacale, dimostra però anche la tendenza ad intensificare con tutte le forze sindacali di sinistra la lotta per distruggere l’influenza nefasta dei riformisti sulle masse, salvo a delineare poi più esattamente le nuove direttive da adottare, e se esse debbano essere quelle dei comunisti, dei sindacalisti o anarchici. «Mentre d’altra parte i comunisti fanno una questione fondamentale della loro presenza nella Confederazione, i lavoratori organizzati nell’Unione sindacale e negli altri organismi non solo non sono per principio fautori dell’esistenza di due opposti organismi operai, ma spesso hanno dimostrato e dichiarato di essere propensi all’unificazione delle organizzazioni sindacali italiane.» Se ferme restando le differenze di dottrina e di metodo vi è un ostacolo da togliere di mezzo, questo è il dubbio, che noi riteniamo dissipato, che l’atteggiamento dei comunisti sia dettato da poca decisione nella lotta antiriformista anziché, come vedemmo, dal proposito di colpire i riformisti nel punto più vulnerabile e nel modo più deciso. «Tutte le forze sindacali che sono contro la politica disfattista e rovinosa dei riformisti, potrebbero dunque porsi sulla piattaforma comune di lavorare nella Confederazione contro i suoi capi attuali, realizzando la fusione di tutte le organizzazioni sindacali, ma soprattutto la massima messa in valore di tutte le opposizioni alla politica del social-tradimento che tante volte ha compromesso le sorti delle lotte decisive del proletariato italiano.»

«Compagni lavoratori! È per tutte queste ragioni, su cui dovete portare la massima attenzione, che il Partito comunista, assolvendo un suo formale impegno e preciso dovere, lancia il suo appello per la entrata nella Confederazione di tutti i sindacati proletari rossi che ne sono fuori.»

A questo risultato si oppongono mille sottili artifizi burocratici e procedurali, che i maneggiatori riformisti sfrutteranno al massimo. Lo sappiamo. Ma lo scopo di tutte queste macchinazioni, di quest’ostruzionismo burocratico, sotto il quale è soffocato il proletariato organizzato, è appunto quello di escludere gli elementi rinnovatori, che soli potrebbero condurre la massa dei loro compagni a scuotere la dittatura dei bonzi. Tenersi fuori per paura di queste loro armi sleali, ma non invincibili, è il modo più diretto di dar battaglia vinta a questi nostri avversari.
« Il Partito comunista si rivolge a tutti i compagni lavoratori dell’industria e dell’agricoltura e alle loro organizzazioni, che sono al di fuori della Confederazione, e li invita caldamente a superare gli ostacoli derivanti da piccole questioni di procedura e di forma per badare alla sostanza.
«Il Partito comunista è convinto che quei lavoratori, che sentono insormontabile la repugnanza per gli elementi di destra del movimento operaio, intenderanno come diverso e più leale sia incomparabilmente questo suo appello dalle ipocrite dichiarazioni che i socialdemocratici fanno quando a lor volta parlano di unità sindacale. Il recente Congresso confederale votava unanime un analogo invito, ma esso aveva senso e valore ben diverso dal nostro, e noi domandiamo che col nostro non venga confuso. Mentre nelle masse organizzate vive spontaneo e diffuso il desiderio dell’unità proletaria, nell’intendimento dei capi socialisti che a Livorno ostentarono di votare questo principio, si cela una sottile ipocrisia, e l’intendimento di precludere con un’abile politica di ostruzionismo la via ad una valorizzazione delle forze a loro avverse. Essi sottilmente confondono l’unità delle masse organizzate con la benevola neutralità verso di loro, col disarmo dell’opposizione all’attuale maggioranza confederale da loro diretta. Noi, all’opposto, vediamo nell’unità organizzativa delle masse sindacale la condizione indispensabile per menare felicemente a termine la campagna contro l’opportunismo annidato nel movimento proletario, e che pretende di parlare in nome del proletariato mentre fa un’opera che solo avvantaggia la borghesia. Noi quindi esortiamo ancora gli organizzati, che sono in organismi estranei alla Confederazione, a vincere le esitazioni. Non si tratta di andare verso gli opportunisti, di accogliere un loro invito impegnandosi a risparmiarli ma di accettare dal Partito comunista e dall’Internazionale di Mosca la proposta di adottare un metodo tattico che vuole servire e servirà a smontare spietatamente la dittatura dei controrivoluzionari e degli opportunisti sulle masse sindacale.
«Certo, dopo che questo nostro appello e tutta l’opera nostra avranno e noi ardentemente lo auguriamo _ convinto i lavoratori a cui ci rivolgiamo, non pochi altri problemi ed ostacoli si presenteranno, per giungere alla sistemazione del movimento sindacale italiano, in relazione naturalmente a quello internazionale, nel senso da noi auspicato.
«Noi confidiamo però che non si tratterà di problemi insolubili e di ostacoli insormontabili, purché vi si ponga della buona volontà, della chiarezza della sincerità. Noi confidiamo, che la nostra parola non cadrà nel vuoto, che della questione come noi la tratteggiano si occuperanno le assemblee proletarie, tutti gli organismi che raggruppano i lavoratori d’ogni categoria; che ognuno porterà il suo contributo perché i punti più difficili del lavoro da compiere siano felicemente superati. Chi questo avrà fatto avrà fatto il suo dovere verso la causa della rivoluzione proletaria.
«Il Partito comunista attende con interesse l’esito di questa sua iniziativa, esso impegna al suo successo tutte le energie di cui dispone; l’attività di tutti i suoi aderenti, e soprattutto degli
orgorganizzati, degli organizzatori, delle organizzazioni, che sono sulle direttive del Partito, tanto nel seno della Confederazione che degli altri organismi sindacali.

Il Partito comunista d’Italia saluterà con entusiasmo tutti i lavoratori rivoluzionari che gli verranno incontro in questa sua opera fondamentale per la preparazione del proletariato italiano alle supreme battaglie della sua liberazione.

«Compagni lavoratori organizzati!

«Noi siamo sicuri che avrà presso di voi eco formidabile il nostro grido:

«Viva l’Internazionale dei Sindacati rossi! Abbasso l’Internazionale dei gialli e dei rinnegati!

«Viva la vittoria di Mosca su Amsterdam, della rivoluzione sul tradimento opportunista!

«Viva l’unità dei lavoratori sul terreno della lotta rivoluzionaria per l’abbattimento della borghesia e il trionfo del comunismo!

«Viva l’unità delle forze proletarie italiane, che farà di esse un fascio solo, contro la dittatura dei pompieri, attorno alla bandiera della rivoluzione!

Il Comitato centrale del Partito comunista Il Comitato sindacale del Partito comunista».

Il fronte unico

da il Comunista 28-10-1921

Il partito si è sempre battuto tenacemente contro blocchi di forze sociali e politiche eterogenee, sin da quando operava come frazione nel P.S.I., denunciando la falsa suggestione dell’«unità» ad ogni costo, dietro la quale si sono sempre nascosti i sabotatori dell’azione di classe e della vera e reale unità proletaria che poggia esclusivamente sull’azione di classe ispirata e diretta dal programma del Partito Comunista.

Ogni altra spiegazione dell’unità sindacale è decisamente un imbroglio al servizio dell’interessata confusione che l’opportunismo semina tra i lavoratori.

Il Partito poneva l’unità sindacale come un obiettivo importante ed indispensabile, ma che si doveva raggiungere non con pateracchi tra vertici politici eterogenei, bensì con chiare proposte di lotta aperta e diretta contro il comune nemico capitalista, indirizzate a tutte le categorie e i reparti operai.

Tale confusione di lingue imperversa tutt’oggi in seno al movimento sindacale operaio e l’attualità delle precisazioni tattiche del Partito allora, è comunque sempre valida oggi.

Il Partito comunista sostiene in questo momento nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano la necessità della «unità proletaria» e la proposta del «fronte unico» proletario per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale.

Questo atteggiamento perfettamente coerente coi principi e coi metodi del partito e della Internazionale Comunista, non viene però sempre chiaramente inteso da tutti e neppure da tutti i militi del partito e gli si dà talvolta un valore diverso da quello vero, deformandolo in modo da venire in urto con tutto l’armonico insieme della tattica del nostro Partito.

Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria.

Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati, e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella parte di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.

Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione e l’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine.

Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.

Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo della azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune.

Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità, vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.

Una unione formale federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi.

Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o le furberie dei capi opportunisti danno loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.

Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.

I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria, perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggior rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista.

Mentre sullo stesso piano dell’Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa.

Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva anti-operaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalista, e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato.

Dal «fronte unico» del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di esso insufficiente ogni altro programma.

Unità sindacale e fronte unico proletario contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dall’avanguardia comunista tracciata.

Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia, ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.

Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario.

Sarebbe ridicolo per i comunisti nostrani come per tanto tempo si è fatto da ogni lato e con danno enorme per la preparazione rivoluzionaria del proletariato correre ad ogni piccola o grande occasione a fare omaggio a qualcosa, a qualche organismo, a qualche atteggiamento, a qualche finalità che, con la ultrafilistea frase, si pone «al di sopra dei partiti».

I comunisti non «nascondono» mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui essi debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di «divisione» del proletariato, e sono invece all’opposto il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse dell’unificazione rivoluzionaria e della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori.

MOZIONE COMUNISTA AL CONGRESSO DEI FERROVIERI

(Da Il Comunista, 14 luglio 1921)

Il Sindacato Ferrovieri Italiani (S.F.I.) non era inquadrato nella C.G.d.L., sebbene fosse diretto da capi riformisti, ma in esso si stava costituendo una forte e combattiva frazione comunista che, conformemente alle direttive dell’Internazionale dei Sindacati Rossa (I.S.R.) e alla tattica dell’Internazionale Comunista, aderì alla C.G.d.L., come primo passo verso l’unificazione sindacale.

Nell’adempiere alla disposizione di partito, i ferrovieri comunisti andavano ad ingrossare le file dei rivoluzionari nella Confederazione e ad irrobustire la lotta contro l’opportunismo; ponendo al tempo stesso l’urgente necessità che lo S.F.I. aderisse all’I.S.R. per l’integrazione internazionale di tutta la classe.

«Il decimo Congresso del S.F.I., discutendo dei rapporti del Sindacato con le organizzazioni economiche nazionali e internazionali, afferma anzitutto che il proletariato ferroviario, per degnamente ed efficacemente assolvere il compito che spetta alla sua organizzazione, così nella difesa dei suoi particolari interessi come nella necessaria azione rivoluzionaria per la causa dell’emancipazione proletaria, non può oltre rimanere estraneo al sistema delle forze proletarie nazionalmente e internazionalmente organizzate, poiché questo equivarrebbe a volersi chiudere nello stretto ed ormai insufficiente ambito dell’azione di categoria, e ciò nel momento storico in cui maggiormente s’allargano le prospettive della lotta di classe e s’affermano le possibilità e il compito di tutti i lavoratori ad assurgere, mediante le loro unità di classe, alla direzione della collettività sociale e all’eliminazione di ogni dominio o sfruttamento borghese;

«delibera di aderire alla Confederazione Generale del Lavoro per sostenere in seno alla Confederazione stessa l’azione della minoranza rivoluzionaria che vi conduce una lotta decisa e senza quartiere contro l’opportunismo e la burocratica dittatura dei capi attuali per la partecipazione delle forze sindacali del proletariato italiano alla battaglia rivoluzionaria contro il regime capitalistico e per l’adesione a Mosca;

«facendo proprie le direttive della III Internazionale, unica organizzazione del proletariato mondiale, la cui dottrina e la cui azione corrispondono alle necessità della lotta e della vittoria proletaria, si dichiara aderente all’Internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, impegnandosi ad osservare le norme d’organizzazione che il Congresso mondiale, in questi giorni convocato a Mosca, emanerà per l’unificazione dei metodi di lotta delle forze organizzate di tutti i Paesi».

PER LA DISCIPLINA DI PARTITO

(Da Il Comunista, 14 luglio 1921)

Il Partito, nel proporre l’espulsione dalle proprie file di militanti indisciplinati alle sue direttive, dà una lezione esemplare a coloro che nascondono dietro l’«autonomia» la reale adesione attiva al disfattismo opportunista, in nome di una «libertà di pensiero» fallace o impotente.

«Al recente decimo congresso del Sindacato ferrovieri, dove il gruppo dei delegati comunisti ha condotto ammirevolmente vivace battaglia per l’affermazione delle direttive sindacali dell’Internazionale comunista contro l’opportunismo dei fautori della «autonomia» del Sindacato, si è verificato mentre assai lodevolmente qualche nostro compagno sacrificava alla disciplina di partito le sue personali vedute, il deplorevole fatto che alcuni delegati iscritti al partito comunista hanno votato le mozioni di altri gruppi, contrapposte a quella sostenuta dal loro partito.

«L’atto d’indisciplina di questi compagni non può avere alcuna giustificazione, e ad esso deve seguire l’immediata loro espulsione dalle file del Partito comunista. Il Comitato esecutivo ne comunicherà i nomi alle Federazioni a cui erano iscritti, per la applicazione di tale provvedimento.

«Nello stesso tempo il Partito comunista rivolge il suo saluto al proletariato ferroviario, tratto dai suoi dirigenti su di una via che contrasta con le nobili sue tradizioni, ed impegna tutti i compagni ed i simpatizzanti ferrovieri ad intraprendere in seno alla massa dei loro compagni una propaganda attivissima delle precise direttive sostenute dal Partito al Congresso, costituendo sulla base di esse i gruppi comunisti in seno al Sindacato ferrovieri italiani, l’attività dei quali deve subito rivolgersi alla dimostrazione, con esaurienti relazioni dei delegati comunisti, della giustezza di quanto essi hanno a Bologna sostenuto.

«Intanto l’Esecutivo del Partito e l’Esecutivo sindacale iniziano un attivo lavoro per la costituzione del Comitato sindacale comunista ferroviario che nazionalmente dirigerà tale lavoro.

Il C.E. del P.C. d’Italia»

(continua)

Norme per la costituzione e organizzazione dei Gruppi Comunisti

(Il Comunista N. 46 del 21-7-1921)

Il 1921, anno primo del Partito Comunista, fu fervido di lavoro per l’affasciamento delle forze comuniste e per la formidabile azione esplicata in seno alle masse. Si procedeva da un lato alla emanazione dell’indirizzo politico generale, e contemporaneamente si cercava di tessere la rete dei comunisti tra le masse proletarie per legarle all’azione del Partito. Le «Norme» sono un ennesimo attestato che la Sinistra Comunista non è un’accolta di studiosi e pensatori, ma una compagine di rivoluzionari di battaglia all’avanguardia del proletariato.

Molte sezioni e federazioni comuniste hanno richiesto che l’Esecutivo Sindacale emani norme precise per la organizzazione dei Gruppi Comunisti. La richiesta, opportuna, è stata presa in considerazione da questo comitato che stabilì con il presente comunicato le disposizioni complete per la formazione dei Gruppi Comunisti alle quali dovranno rigidamente attenersi tutte le sezioni del Partito. Vogliamo sperare che tutti i compagni, compresa la grande importanza che la nostra opera di penetrazione assume nei sindacati.

Ed ecco le norme per la costituzione e la organizzazione di essi:

1) In tutte le località la sezione comunista provvederà ad avere compagni iscritti al Partito e alla Federazione Giovanile che lavorino presso uno stesso locale, ufficio o azienda industriale o agricola, e costituire fra essi un centro di lavoro. Questo dev’essere composto di almeno tre soci; ove gli iscritti al partito non raggiungano questo numero, non si potrà logicamente costituire il Gruppo. Questo si dovrà comporre, come detto, di soli iscritti al Partito. Potranno però aderirvi i simpatizzanti, dei quali dovrà essere tenuto un elenco separato; essi assumeranno la qualifica di soci simpatizzanti.

I gruppi comunisti vanno costituiti anche in seno alle Leghe di mestiere, sindacati, cooperative di lavoro, di consumo, agricole ecc. Anche qui si dovrà procedere come detto più sopra. Avverrà così che singoli compagni si troveranno ad essere soci di due o più gruppi. Sarà tanto di guadagnato in quanto essi potranno svolgere la loro attività tanto nella propria azienda come nelle organizzazioni sindacali ed economiche.

Per tutti i gruppi comunisti obbligatorio è l’acquisto del solo contrassegno di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi. È lasciata facoltà ai gruppi di imporre un contributo ai propri aderenti, sia pure in misura minima. I fondi che eventualmente verranno raccolti con questi contributi sono esclusivamente dedicati alle spese di organizzazione interna e di propaganda.

2) I gruppi comunisti devono indirizzare la loro attività all’opera di propaganda nella massa organizzata e non, svolgendo opera di collegamento fra il Partito e gli operai, divulgando in mezzo ad essi le principali deliberazioni e manifestazioni di ordine politico e sindacale del Partito Comunista, in modo che queste giungano subito a conoscenza di tutti coloro ai quali interessano. In una parola, il Gruppo comunista deve essere la lunga mano del Partito nella fabbrica, nella Lega, nella cooperativa, nel circolo, ecc.

Speciale cura hanno da seguire i Gruppi comunisti costituiti in seno alle Leghe di mestiere. Laddove i nostri compagni sono in maggioranza essi devono operare per divenire dirigenti sia inducendo i disorganizzati ad organizzarsi in modo da rafforzare la lega, sia riaffermando continuamente nelle assemblee e nelle riunioni i principi e le idee comuniste in modo da trasformare la lega in uno strumento di lotta di classe.

3) Ogni gruppo dovrà eleggere nel proprio seno un comitato composto di tre o cinque membri, a seconda del numero dei soci, che saranno scelti esclusivamente fra gli iscritti al Partito. Il Comitato del Gruppo dovrà poi scegliere un proprio fiduciario che entrerà a far parte del Comitato Sindacale comunista locale, il quale sarà composto, come si è detto, dai fiduciari dei Gruppi. Anche il Comitato Sindacale comunista si eleggerà il proprio organo direttivo. In quest’ultimo entrerà di diritto un membro appositamente designato dall’Esecutivo della Sezione comunista. Il Comitato Sindacale ha il mandato di curare l’affiatamento tra i singoli gruppi disciplinandone l’azione e curandone lo sviluppo. Esso dovrà tenere continuamente aggiornato un elenco dei gruppi costituiti e del numero dei soci aderenti; si dovrà tenere in continuo contatto con l’Esecutivo centrale sindacale, informandolo della situazione locale dei gruppi, dei loro bisogni e delle opere compiute. I Comitati Sindacali dovranno poi provvedere alle vendite dei contrassegni di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi diffondendoli, attraverso i Gruppi, nella massa lavoratrice.

I Comitati delle Federazioni provinciali dovranno per conto loro curare e controllare l’azione dei Comitati Sindacali locali. L’Esecutivo Sindacale, con sede a Roma, coordinerà nazionalmente tra i Gruppi comunisti della stessa industria e darà un movimento nazionale. Questi comitati, dei quali in questi giorni è stato costituito il primo tra i lavoratori panettieri, avranno il compito di disciplinare nazionalmente le forze comuniste onde organizzarle per una unica azione nell’interno delle singole organizzazioni nazionali.

Crediamo di aver dato sufficienti e chiare norme per la costituzione e organizzazione dei gruppi comunisti. Ad ogni modo, i singoli compagni, le Sezioni e le Federazioni, si rivolgano, ove lo ritengano necessario, al Comitato Esecutivo Sindacale che darà tutti gli schiarimenti e le delucidazioni richieste. Ed ora, con fede e con maggior entusiasmo al lavoro per la vittoria nostra, per la vittoria del comunismo!
Il Comitato Esecutivo Sindacale

Direttive sindacali

(Il Comunista N. 47 del 7-8-1921)

La lotta che il Partito conduce contro l’opportunismo e alla quale deve partecipare tutto il proletariato si basa su un programma di azione pratica comprendente tutte le questioni che interessano le contingenze e le finalità del movimento operaio.

Il Partito si presenta così, nel campo anche dell’attività economica e rivendicativa, e nelle questioni organizzative sindacali del proletariato, come la guida della classe, e non come si era soliti fare nel partito socialista dove gli organi sindacali, parlamentari e politici elaboravano piattaforme «autonome» e non si presentavano come strumenti del partito, ma al contrario consideravano il partito come un ausiliario. Il Partito, quindi, lancia direttive che non possono essere definite sindacali, ma che in realtà si propongono sempre la questione fondamentale e generale della lotta contro il duplice nemico della rivoluzione, l’opportunismo e il capitalismo.

Punto 1) Situazione internazionale sindacale.

La sistemazione del movimento operaio italiano nei quadri internazionali a cui il partito comunista fin dal suo sorgere ha dedicato la massima attenzione, non è raggiunta ancora né si può dire che si siano fatti grandi passi con i congressi della Confederazione del Lavoro e del Sindacato Ferrovieri. Tutti i grandi organi proletari italiani non hanno ancora presa posizione chiara di fronte al dilemma: Mosca o Amsterdam? In seguito ai risultati del Congresso Internazionale dei Sindacati rossi si terranno immancabilmente in Italia i congressi nazionali della Confederazione, dell’Unione Sindacale, del Sindacato Ferrovieri e tutti questi organismi definiranno la loro posizione sulla base di chiare direttive rivoluzionarie. Il partito comunista che conosce le decisioni del congresso sindacale internazionale e la tattica da esso adottata nella materia sindacale e compendiata nell’appello lanciato a tempo addietro per la unificazione delle organizzazioni operaie italiane. Definita la sua posizione sindacale, il partito comunista convocherà un convegno sindacale per delimitare il suo lavoro per la questione internazionale e rivolgerà alle masse la sua parola circa l’atteggiamento da tenere degli organismi operai nazionali.

Punto 2) L’offensiva dei dirigenti confederali contro i comunisti.

Il partito comunista deve però dire la sua parola ai lavoratori nei quali i suoi membri che militano nelle organizzazioni economiche su vari problemi importantissimi di ordine attuale; la direttiva più importante riguarda l’organizzazione italiana; la Confederazione Generale del Lavoro, nella quale si sviluppa la forte e combattiva opposizione agli indirizzi dei dirigenti.

Nella recente riunione del Comitato del Consiglio della Confederazione è stata adottata una deliberazione che prelude all’inizio in Italia di quella campagna che i dirigenti sindacali dominati dal riformismo hanno attuato in molti altri paesi, contro i comunisti. Il rimedio è il lavoro nell’interno contro questi capi, costoro minacciano di attuare la scissione operaia espellendo i comunisti dalle organizzazioni. Il Comitato Esecutivo confederale ha avuto i poteri di attuare queste espulsioni di organizzazioni e di sezioni dall’organismo confederale.

Il chiaro obiettivo dei mandatari della Confederazione, i quali si accorgono come la nostra influenza si estende su ogni terreno ogni giorno e prepari la liberazione del proletariato dalla loro influenza addormentatrice, è di sabotare la formazione di una maggioranza comunista nelle loro file.

Il partito comunista raccoglie la sfida lanciatagli in tal modo dai peggiori nemici della classe proletaria. Esso anzi conferma pienamente e incondizionatamente, anche di fronte alla situazione creata dal deliberato confederale, la sua parola d’ordine di rimanere nella Confederazione, e lavorarvi per trarre tutte le organizzazioni dalla parte della sinistra; e tale direttiva è chiara e di facile traduzione pratica a tutti i compagni che dall’incresciosa minaccia dei bonzi non devono lasciarsi intimidire. I compagni non se ne vanno e non se ne andranno dalle file delle organizzazioni confederali. Essi dichiarano arbitrario ogni atto tendente ad escludere dalle file chi non viola la disciplina specifica nella lotta contro i capitalisti, ma chi agisce secondo le direttive e i metodi di politica proletaria. Se qualcuno deve essere eliminato dalle file dell’organizzazione, è colui che rinnega nel fatto il principio della lotta di classe, costui va appunto cercato tra coloro che hanno fatto votare quel deliberato di cui la stampa capitalista e reazionaria è così soddisfatta.

Il partito comunista ordina che i suoi aderenti lotteranno con tutti i mezzi contro quello che deve essere ritenuto un atto arbitrario e un tentativo di sopraffazione, cioè contro lo sfratto dalle file della organizzazione di fedeli compagni di lavoro.

Ogni tentativo in questo senso verrà dai nostri compagni combattuto evitando ogni possibile compromesso che potrebbe stabilire il precedente delle imposizioni dirigenti confederali, come convocazioni di congressi, analisi di risoluzioni, ecc.

Se l’espulso è un organizzato, tutti i comunisti organizzati lo sosterranno, esigendo che l’espulsione si discuta nell’assemblea della Lega e boicottando ogni adunanza da cui lo si escluda, con tutti i mezzi possibili.

Se l’espulso è un organizzatore, sia esso un funzionario locale o delle federazioni nazionali, i compagni organizzati di quella circoscrizione in nessun modo riconosceranno l’autorità della organizzazione locale, proporranno che l’organizzatore sia riconfermato ed in caso contrario attueranno il boicottaggio in tutte le forme possibili.

Se si scioglie un’intera organizzazione locale, essa si rifiuterà con tutti i mezzi di evacuare i locali sociali e, insieme alle altre organizzazioni locali, boicotterà la partecipazione a tutte le riunioni e assemblee a cui ha diritto di rappresentanza, a pena di boicottaggio in tutte le forme di dette adunanze.

Altre misure possono essere di volta in volta indicate dai comitati sindacali comunisti. La massima pubblicità sarà data dalla stampa del Partito agli episodi di questa lotta e ai lavoratori saranno denunciate le gesta reazionarie dei capi sindacali su questo terreno.

Punto 3) La politica di «pacificazione» dei dirigenti confederali.

I comunisti restano nella Confederazione, e ci restano per esercitare a fondo la loro funzione di spietata critica alla politica dei dirigenti. Nessuna occasione deve essere trascurata per invitare le masse a disapprovare le trattative e gli accordi con i fascisti, che per i comunisti hanno valore di tradimento della causa proletaria. Dovunque gli organizzati e organizzatori comunisti dichiareranno e spiegheranno chiaramente che la Confederazione del Lavoro non può e non deve disciplinarmente impegnare i suoi iscritti a direttive di ordine politico che potrebbero risultare dalle sue intese con coloro che finora hanno impunemente posto a a sacco le sedi proletarie. Se la Confederazione è alleata al Partito socialista lasci a quest’ultimo la cura di dirigere in questo campo l’attività di quegli organizzati che sono gli iscritti o simpatizzanti socialisti. In realtà i dirigenti confederali, che nell’ultima loro riunione si sono espressamente occupati perfino della politica parlamentare, sono divenuti i dittatori dello stesso Partito socialista, che stanno trasformando in un partito laburista legato alla loro politica di collaborazione, e di corporativismo. I comunisti che restano nella Confederazione vi stanno per spezzare questa politica rovinosa e per liberare le masse da questa dittatura controrivoluzionaria, lavorando alla penetrazione dello spirito comunista nei sindacati. Mal grado gli atteggiamenti dei dirigenti confederali, i comunisti contano sull’ausilio dei lavoratori organizzati nella lotta aperta contro le bande della reazione. Questa parola deve essere portata in tutte le adunanze proletarie.

Punto 4) Crisi economica e disoccupazione.

Una direttiva unica deve essere data alla propaganda e all’azione dei comunisti in questo campo. La critica più aspra deve essere opposta all’indirizzo seguito in materia dagli organi confederali e dev’essere denunciata la loro acquiescenza alle imposizioni dei capitalisti. La chiusura delle aziende, la insufficienza delle provvidenze governative in materia di disoccupazione e di concessione di opere pubbliche, l’illusoria speranza di utilizzare l’antico strumento di Stato per via collaborazionista, come propongono i dirigenti confederali, l’arrendevolezza di questi all’offensiva di sfruttamento capitalista.

E’ importante dimostrare che i dirigenti confederali, con tale politica, mentre nulla realizzano di  concretamente utile alle masse, pongono la loro tesi collaborazionista e pacifista non solo aldi
sopra dell’interesse della rivoluzione zione, ma anche contro gli interessi immediati dei lavoratori, rinunziando, per non turbare le loro manovre e intese politiche con gruppi borghesi, all’impiego della forza sindacale del proletariato – per la battaglia contro l’offensiva padronale che potrebbe venire ingaggiata quando si fosse veramente deciso a spingerla a fondo, sul terreno politico. Questo sarà possibile solo sloggiando i disfattisti dalla dirigenza delle masse proletarie organizzate e questi argomenti devono venire impiegati per attrarre i più lar ghi strati dei lavoratori nella lotta contro i dirigenti sindacali.
Per la questione dei disoccupati, il Partito lancerà fra breve un apposito manifesto.
Dal nostro punto di vista questa questione diviene questione squisitamente politica. Si deve svolgere la critica dei palliativi che propongono i riformisti. Lo stato borghese a cui si rivolgono non riesce a tempo a porre rimedio alla tragica situazione delle folle dei disoccupati se non con misure inefficaci e aventi carattere di beneficenza.

Dal punto di vista di classe una sola rivendicazione può essere agitata, il principio della sostituzione del sussidio con la corresponsione dell’intero salario al disoccupato in ragione del numero dei componenti della famiglia. Questo, che rappresenta uno stadio elementare verso l’economia socialista, è in contrasto con la potenza del potere borghese, ma prelude ad una realizzazione socialista sulla base dell’obbligo sociale del lavoro.

Punto 5) Tattica nelle agitazioni economiche.

I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati: quello che noi non abbiamo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti economici niente di diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non disdegnano di ottenere le conquiste contingenti della organizzazione sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che per ragioni tattiche si possa risolvere di volta in volta di accettare le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza o moderare ad un certo limite gli scioperi. Quello che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi sanno esplicare da ogni episodio della lotta economica, il costante orientamento della coscienza della massa di lavoratori verso fini politici e di classe. I comunisti devono provare che cosa significhi il fatto che i grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia e della reazione, che considerano il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni e il coinvolgimento di tutta la vita sociale e politica del paese, e legano le mani ai lavoratori anche quando questi seguirebbero le direttive comuniste. I comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influenza di capi sindacali opportunisti, e considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la conquista di posizioni dirigenti, per strappare le masse dal controllo della borghesia.

Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione: che nell’epoca attuale di crisi convulsionaria del regime borghese è impossibile il semplice miglioramento delle condizioni operaie che si illudono di ottenere i sindacalisti che si vantano di essere apolitici, e che diviene più difficile man mano che la crisi si inasprisce. Per questo il vecchio concetto di sindacalismo è fallito.

I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere e la realizzazione della dittatura proletaria.

Il Comitato Esecutivo

Il Comitato Sindacale

Per la difesa e la riscossa proletaria contro l’offensiva borghese

(Il Comunista, 21 Agosto 1921)

Coerentemente a tutta l’azione data alla sua battaglia nel campo dell’azione economica e nei confronti dell’organizzazione sindacale, il 14 agosto 1921 il P.C. d’Italia lancia ai tre grandi organismi che abbracciano l’enorme maggioranza dei lavoratori italiani la sua proposta di azione generale di classe del
proletariato organizzato per la difesa e la riscossa contro l’offensiva borghese, elevando a questioni di principio, da difendere come una invalicabile trincea, le rivendicazioni che interessano tutte le categorie operaie. L’appello si scontrerà nella resistenza di tutte e tre le organizzazioni, ma diverra’ la bandiera non solo del Partito ma di masse sempre più influenzate da esso, e lo stesso evolversi della situazione imporra’ di rispondervi, in modo tuttavia imperfetto ed incompleto, con l’Alleanza del Lavoro, nel febbraio dell’anno dopo.

LAVORATORI ITALIANI!

Comitato sindacale comunista

Alla Confederazione generale del lavoro,
All’Unione sindacale italiana,
Ai Sindacatori italiani.

A nome degli operai comunisti e simpatizzanti per le direttive comuniste, che militano in organizzazioni sindacali italiane, vi facciamo presente una proposta formale per un’azione di classe diretta a fronteggiare l’attuale situazione politica.

Le conquiste dai lavoratori italiani con la forza della loro organizzazione e attraverso memorabili battaglie sono poste in pericolo dall’atteggiamento delle classi borghesi capitalistiche.

Mentre infierisce la disoccupazione e continua a rovesciare sul lastrico migliaia di lavoratori che contribuirono ai favolosi guadagni realizzati negli ultimi anni dalla classe padronale, si delinea l’attacco anche alle condizioni di lavoro conquistate dal proletariato: al livello dei salari, alla durata del lavoro, ai rapporti disciplinari con i padroni.

In tali condizioni, le azioni dei gruppi isolati sono destinate a certa sconfitta; non conducono che ad offrire l’occasione all’avversario, e, con questo, a rendere nullo il valore dei risultati conseguiti in lotte precedenti, sia fortificando le posizioni di resistenza della classe nemica, sia disgregando le file della nostra organizzazione professionale e degli aggruppamenti locali.

Per evitare – ed ogni altra via non vi è come sbocco se non la sconfitta e la disorganizzazione – non ci si deve limitare all’orizzonte delle rivendicazioni contingenti e particolari, ma si devono stabilire i caposaldi di un’azione generale del proletariato e prendere posizioni precise di principio, abbandonando l’inizio di compromessi.

Quindi le grandi organizzazioni proletarie che sono sul terreno della lotta di classe, devono impostare una battaglia generale proletaria che porti le questioni che interessano oggi realmente tutte le categorie dei lavoratori sul terreno della organizzazione sindacale a principio, e che concluda alla creazione di un fronte unico su tali punti come premessa di una battaglia da condurre con una varietà di mezzi.

I punti precisi che la classe operaia non deve chiedere ma difendere sono, secondo le nostre proposte, i seguenti:

a) otto ore di lavoro;

b) rispetto dei concordati vigenti e dell’attuale valore globale dei salari;

c) rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori;

d) assicurazione dell’assistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionato al costo della vita e al numero dei componenti della famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell’integrale salario per una famiglia operaia gravando gli oneri sulla classe industriale per una quota parte dei salari, e per il resto sullo Stato;

e) integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.

Elevare questi punti a questioni di principio significa proclamare lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie degli operai e dei contadini, su un fronte dell’organizzazione di classe, per qualsiasi categoria o in una qualsiasi zona le classi padronali attaccheranno le posizioni raggiunte dai lavoratori sui detti caposaldi.

Le organizzazioni nazionali del proletariato italiano da noi invitate, in nome della causa proletaria, ad esaminare la nostra proposta ed accordare il loro consenso, consultino a tale scopo i loro consigli nazionali.

Noi chiediamo che questi discutano la presente comunicazione, e – qualora la approvino – nominino immediatamente una commissione d’intesa per un comitato di preparazione che possa essere costituito dalle tre organizzazioni sindacali.

L’importanza della nostra proposta non ha bisogno di altri argomenti. Il dilazionarne l’attuazione non può che aggravare la lotta e ritardarla in condizioni più difficili per le organizzazioni.

Il proletariato è minacciato dalla miseria, dalla servitù, dall’ abbrutimento, dalla fame.

Dovrà esso assistere al dissolversi lento dei suoi organismi di battaglia senza saggiare le sue forze formidabili per impedire il tetro avvenire che lo attende, nel momento in cui nemmeno la stessa classe padronale governante sa quali prospettive si schiudano in una soluzione del problema? Ai grandi organismi delle masse operaie e contadine d’Italia la risposta.

Il Comitato sindacale comunista precisa inoltre a mettere in rilievo le speciali tesi della sua fede politica; esso si è limitato a dichiarare che i comunisti, se la battaglia proposta sarà decisa, saranno al loro posto nella prima linea e nella santificazione per la comune causa.

Milano, 14 agosto 1921.

Il Comitato sindacale del Partito Comunista d’Italia

LAVORATORI D’ITALIA!

I comunisti, lanciando questa proposta e questo appello, assolvono un preciso dovere verso il loro programma e le loro finalità. Essi prendono la posizione di battaglia e dicono la chiara parola che esce dalla loro dottrina e dalla loro tattica alle masse tormentate dall’esasperazione. Quanto avviene oggi, col passaggio dall’apparente prosperità dell’immediato dopoguerra che nulla aveva conquistato al proletariato di miglioramenti economici che migliorassero la sua situazione nei quadri dell’attuale regime di produzione, alla recessione impressionante di tutto l’assetto economico, che viene a colpire unicamente e massimamente le classi lavoratrici, è la prova di quanto affermano in tutto il mondo i comunisti. Nella situazione attuale non vi è possibilità di conciliare anche temporaneamente gli interessi del proletariato con quelli dei capitalisti, con la sopravvivenza del sistema di produzione borghese.

La salvezza e la difesa operaia da un domani ancora peggio dell’oggi che eguagli o superi lo strazio della guerra pur ieri finita, stanno nella battaglia a fondo, nell’impegnare il proletariato a tempo con tutte le sue forze, prima che esse vengano sommerse e disperse dall’imperversare della crisi. Non può rifiutare d’intendere questo chi si dice amico della classe proletaria e non sia ligio agli interessi ed alla politica delle classi sfruttatrici.

LAVORATORI D’ITALIA!

Il periodo delle restrizioni e delle minacce che si inizia è quello in cui meglio potrete saggiare la vostra forza di classe e realizzare la via per la completa emancipazione. Lo stesso infierire su voi, in tutti i campi e in tutte le forme, della classe avversaria, è segno infallibile della fine del dominio di questa.

È nei momenti più impegnati che i forti temprano le forze e che l’apparenza dell’entusiasmo cede il posto alla ferrea decisione di combattere e di vincere. Il morale del rosso proletariato italiano non è abbattuto. Il canto del trionfo resta nella gola dei bianchi. Il proletariato cerca, nella esasperazione del suo dolore, le vie della sua riscossa.

LAVORATORI D’ITALIA!

Avanti, contro le provocazioni e le aggressioni del capitalismo, per la rivoluzione proletaria!

Il C.E. del Partito Comunista d’Italia

Il duello sindacale tra socialisti e comunisti

(da Il Comunista, 14-8-1921)

L’articolo che qui pubblichiamo mostra chiaramente, in polemica con i socialisti, come il Partito comunista veda e proclami la sua specifica azione in campo rivendicativo. Ciò che distingue i comunisti, i rivoluzionari, dai riformisti, non è il possesso di una particolare ricetta che assicuri il successo in ogni sciopero, ma il fatto di sollevare ogni azione parziale ed economica all’altezza di azione generale e politica e di non cessare di propugnare e difendere, nei vivo delle lotte operate, il programma e l’obiettivo finale della classe; di trarre anzi da queste lotte, guidate con la massima energia come autentiche battaglie, la conferma storica della necessità di superarne i limiti ristretti e contingenti, e di permeare il sindacato della propria dottrina.

In questi giorni i socialdemocratici hanno menato scalpore per la grande vittoria nelle elezioni per la Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro di Milano, nelle quali hanno ottenuto una maggioranza di centomila voti.

Dalla votazione per il Congresso nazionale confederale i voti per la tattica comunista sarebbero scesi da cinquantamila ad appena quindicimila, ed i socialdemocratici avrebbero guadagnato terreno – tutto ciò sta a dimostrazione che a Milano e nel bacino milanese il proletariato starebbe perdendo fiducia nella nostra offensiva.

Ora, a parte le informazioni che saremo in grado di pubblicare quando avremo meglio indagato sull’andamento dell’elezione camerale ultima, occorre notare che si è votato per  rappresentanti di leghe come del resto stabilisce lo Statuto, e quindi non hanno partecipato al voto tutti gli organizzati direttamente, ma solo i loro dirigenti

Comunque sia è umoristico pensare che i caporioni sindacali di Milano, dai riformisti della prima ora ai loro reggimoccoli
ex massimalisti alla Bensì, d’ora innanzi si muoveranno addirittura e ce ne diranno di cotte e di crude per il fatto che con la loro legalissima (?) maggioranza seguiteranno ad essere più che mai boicottati e fischiati dalle folle operaie, che l’hanno capita ormai e che dei mandarini e della loro politica ne hanno le scatole piene.

L’azione comunista nelle file del proletariato organizzato milanese continua assiduamente, e non lontano è il tempo in cui si saprà che cosa pensare dell’odierna strombazzata vittoria numerica di quel partito, che vive solo per difendersi dalle rampogne e dalle azioni comuniste, che fa a cuor leggero gli accordi con i macellatori del proletariato, ma inorridisce all’idea di vedere i comunisti!

Altro specioso argomento di polemica socialista contro i comunisti: il modo con cui è finita la battaglia dei lavoratori in legno, la  cui Federazione di categoria è diretta da provati dirigenti comunisti. Dopo di aver tentato invano di resistere alla serrata padronale, l’organizzazione ha dovuto riconoscere delle condizioni di ripresa, tra le quali figura la riduzione delle paghe. Il sommo giornale socialdemocratico si è precipitato con una non comune dose di asinagine, di demagogia e di malafede, sull’argomento.

Dunque esclama con aria trionfante il cronista dell’Avanti!, anche quando le agitazioni sindacali sono dirette da comunisti finiscono male, sono perdute! Anche i comunisti hanno accettato la riduzione delle paghe! Contraddizione stridente con le critiche dei comunisti agli organizzatori socialisti per la arrendevolezza, per l’accettazione delle imposizioni del padronato!

Davvero necessario è spiegare a
a questi pennaioletti illividiti dalla corrosione intellettuale che la contraddizione non c’è affatto, che i compagni della Federazione Lavoranti in legno hanno fatto tutto il loro dovere e dato prova anche di ottima tattica sindacale data la situazione, che la riduzione delle paghe ai lavoranti in legno è un argomento che invece conferma la giustezza delle nostre aspre critiche all’indirizzo della C. G. del Lavoro.

Rileggano i lettori il testo del nostro recente comunicato sindacale. Rileggano le nostre dichiarazioni in materia di tattica sindacale e le nostre polemiche con i socialisti della C.G.L., ed essi non troveranno nulla che lontanamente giustifichi le asserzioni dell’Avanti! (reparto marxista applicato alla cronaca nera).

Noi non abbiamo mai preteso ed anzi spesse volte abbiamo rimproverato ai sindacalisti di porre su questo terreno
la polemica con i riformisti, di possedere speciali ricette per far guadagnare agli operai tutte le agitazioni economiche!

Noi siamo così lontani dal dire al proletariato che occorre che mandi i comunisti alla dirigenza dei suoi sindacati per essere certo di vincere tutte le singole agitazioni, che anzi la base della nostra predicazione e della nostra polemica sindacale contro i confederalisti è l’affermazione che oggi è impossibile risolvere i problemi anche contingenti che riflettono le condizioni di vita degli operai con l’azione tradizionale dei sindacati, e che solo generalizzando la lotta e portandola sul terreno politico, dove si verifica sotto la guida del partito di classe la azione d’insieme di tutte le categorie di lavoratori, si può superare l’attuale critica situazione.

Noi accusiamo la C.G.L. di essere controrivoluzionaria perchè sfugge le questioni generali che potrebbero portare ad un’azione di tutto il proletariato, azione quindi politica, e rivoluzionaria; e le sfugge appunto per arrivare ad una simile situazione.

Noi vorremmo che alla testa della Confederazione ci fossero i comunisti perchè allora, invece di partire dal ridicolo presupposto che la crisi attuale si potrà sistemare nei quadri del regime capitalistico, e quindi infrenare gli scatti delle masse, e indurle a piegare e sopportare, si partirebbe dalla suprema verità che questa è la crisi finale del regime, che bisogna invece spingere le forze proletarie al massimo di tensione, per rompere l’equilibrio instabile di una società in dissoluzione, e quindi si organizzerebbe la grande lotta d’insieme delle masse.
La Confederazione ed i suoi dirigenti lavorano in modo da evitare i grandi scontri su base politica e nazionale, e ciò da anni ed anni, ciò anche nel recente periodo di avanzata proletaria, quando una serie di fortunate battaglie economiche spingeva le masse a reclamare audacemente conquiste più radicali. La Confederazione fa la stessa politica oggi che lo scontro tende a determinarsi sul terreno di una disperata resistenza proletaria per non essere respinti indietro dalle posizioni conquistate in un tetro regime di depressione e di oppressione.

La Confederazione, se seguisse un indirizzo non controrivoluzionario, avrebbe potuto trasformare l’impari lotta di gruppi e di categorie proletarie, dinanzi alle imposizioni del capitalismo episodi nei quali gli operai, non solo se comunisti, ma anche se eroi addirittura, finiranno per essere separatamente battuti e capitolare a poco a poco tutti in grandi azioni, in una grande azione generale, ponendo delle grandi questioni di principio che avrebbero avuto tra le masse un’eco formidabile. Lo stesso incalzare della crisi capitalistica moltiplica queste occasioni, e solo  la complicità socialdemocratica  riesce a rendere alla borghesia il servizio di scompaginare le forze che suscita il dissolvimento del regime economico. La grande questione di principio, per uno sciopero nazionale « politico» poteva essere: la lotta contro le devastazioni delle sedi proletarie, il rifiuto di accettare i licenziamenti, il rifiuto dell’abbandono delle otto ore.

Dando la parola d’ordine di resistere qua e là come si può, di trattare, di non escludere per principio che si possa cedere su uno di questi punti fondamentali, la Confederazione fa opera di sabotaggio della rivoluzione, e noi per questo la denunciamo al proletariato.

Conquistando un sindacato noi non pretendiamo di aver acquistato la possibilità di agire con le forze di quel solo sindacato in modo da evitare le conseguenze degli errori e dei tradimenti riformisti, appunto perchè solo in un’azione generale, che essi boicottano, sta il rimedio alla insolubilità della crisi: in un’azione generale da cui non uscirà un capitalismo che accetti di non licenziare e di non ridurre le paghe, il che è impossibile, ma uscirà la sconfitta politica del capitalismo se il proletariato riuscirà a spezzare il giogo malefico dei socialdemocratici che lo disarmano e lo ingannano.

Conquistando un sindacato noi non ci sogniamo di dire: questo sindacato non firmerà mai un concordato che non segni un’avanzata, una vittoria economica. Sarebbe ridicolo, e contrasterebbe più di tutto con le nostre affermazioni che è assurdo concepire l’azione emancipatrice del proletariato come una sicura e continua avanzata di progressivo miglioramento. Noi, conquistata quella posizione, ce ne facciamo leva per la preparazione e lo svolgimento della lotta rivoluzionaria politica, una delle cui tappe è il rovesciamento della dittatura dei bonzi confederali.

La sconfitta se tale può chiamarsi rispetto a quella che si prepara per il proletariato per effetto della passività dei capi confederali, dei lavoratori in legno, è solo una prova di più per la requisitoria comunista contro i disfattismo dei mandarini.

Riunione del Comitato Centrale Sindacale Comunista

(Il Comunista, 25 ottobre 1921)

I mesi successivi all’appello del 14 agosto 1921 furono occupati dal Partito nel portare costantemente la proposta comunista di un’azione generale del proletariato nelle grandi riunioni di Federazioni e Camere del Lavoro e nell’ agitarla fra le masse operaie, non solo in previsione del Consiglio Nazionale che la Confederazione Generale del Lavoro era stata costretta, volente o nolente, a convocare per il novembre a Verona, ma in vista di quello sciopero generale che l’entrata in azione di intere categorie (chimici. metallurgici) rendeva improrogabile. Di questa costante e intensa attività non possiamo dare una documentazione completa: ci limitiamo a riprodurre questo testo che precede di poco il Consiglio Nazionale nale della CGL, e che allude anche all’ennesima scappatoia governativa e riformista di un «controllo » statale sulle aziende, vecchia e non mai morta trappola per insabbiare l’azione diretta proletaria

ORDINE DEL GIORNO

Il C. E. Comunista, udite le ampie relazioni dei compagni delle zone in cui si svolgono le agitazioni contro la riduzione delle paghe ed esaminata la situazione delle categorie operaie che sono impegnate o stanno per impegnarsi nella lotta, riconferma integralmente la propria proposta alle grandi organizzazioni proletarie italiane per un movimento unico culminante nello sciopero nazionale a difesa dei postulati fondamentali delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori;

constata come anche coloro che accolsero con ostilità e denunziarono come assurda e demagogica la proposta comunista, ossia i dirigenti socialdemocratici della C.G. del Lavoro, vanno constatando come tutti gli altri espedienti escogitati per fronteggiare la situazione falliscono miseramente e gli avvenimenti stanno per imporre quella azione generale del proletariato che gli organismi sindacali avrebbero dovuto prospettarsi fin dai primi sintomi dell’offensiva padronale, anzichè svalutarla distraendo le masse dall’impiego diretto della propria forza organizzativa; dichiara che nella situazione sociale presente i comunisti sostengono il principio che il proletariato deve opporsi con la sua azione di classe e con la forza delle sue organizzazioni alle richieste dei capitalisti, rifiutandosi di scendere
sul terreno insidioso dell’esame dello stato delle aziende borghesi dissimulato con mille artifizi soprattutto se le indagini sono affidate a rappresentanze in
cui la funzione di arbitro è riservata ai delegati dello Stato borghese, e nel momento in cui è evidente che il bilancio delle famiglie proletarie è inasprito dal
rincaro della vita; affermando che l’equilibrio tra il rendimento delle aziende borghesi e la retribuzione del lavoro si stabilisce sul terreno delle battaglie di
classe, fino al momento in cui,
diventando l’equilibrio stesso impossibile, le lotte del proletariato tenderanno a spezzare i limiti del sistema politico ed economico; e rilevando che in questo momento sono in agitazione importantissime categorie proletarie, ed
in sciopero con mirabile combattività gli operai lanieri e i metallurgici della Venezia Giulia, a cui il proletariato organizzato ha
il dovere di dare la propria solidarietà, essendo con la loro causa in gioco quella di tutti i lavoratori; invita tutti gli organismi proletari ed in prima linea quelli a direzione comunista, a reclamare la urgente immediata convocazione del Consiglio Nazionale della C.G. d.L. e a sostenervi di attuare lo sciopero generale nazionale se la classe padronale non
recederà su tutto il fronte del lavoro dalla sua offensiva.

(continua)

Riprendiamo qui l’ampia documentazione sulle direttive per noi, in linea di principio, valide oggi come allora emanate dal PC d’Italia diretto dalla Sinistra nel 1921-22, che ha avuto inizio nei nr. 16 e 18 di quest’anno. Il lettore ricolleghi il testo al rapporto su Partito rivoluzionario e azione economica (nr. 11-15, 1967) in cui sono anche riportati altri testi efficacemente commentati.

Come si presenta oggi la lotta per gli operai: il combattimento o la morte

(Ordine Nuovo, 4 novembre 1921)

Il concetto che il sindacato deve trasformarsi in organo di combattimento rivoluzionario contro il regime borghese, sotto la direzione del Partito di classe, superando gli angusti limiti della contrattazione salariale, è qui riaffermato con forza sulla scia della dottrina marxista e sullo sfondo della crescente offensiva padronale, parallela all’azione addormentatrice dei bonzi riformisti sognanti il «controllo statale sull’industria».
Il Sindacato operaio sorge dalla prima manifestazione elementare di consapevolezza e di volontà dei lavoratori spinti a reagire alle funeste conseguenze della concorrenza tra loro nella vendita del lavoro ai padroni. La lotta tra le organizzazioni economiche proletarie ed i datori di lavoro serve ad influire sul prezzo del lavoro, ossia sul livello del salario pagato agli operai, compensando gli effetti della legge della offerta e della domanda.
È un vero monopolio della vendita del lavoro che gli operai stabiliscono organizzandosi. D’altra parte i capitalisti a loro volta si organizzano in Sindacati e Cartelli, costituendo il contro-monopolio della offerta di mano d’opera e soprattutto il monopolio della vendita dei prodotti, attraverso l’aumento dei prezzi dei quali si viene in realtà a sminuire di nuovo i salari, sospingendo a nuove e incessanti lotte il proletariato.
Attraverso lo svilupparsi di questo processo, nei suoi aspetti e fattori complessi tra cui principalissimi i mutui rapporti tra industria e agricoltura ed i conflitti tra gli aggruppamenti nazionali dei monopoli capitalisti, gli operai sono spinti ad una forma ulteriore di consapevolezza e di volontà che li conduce a scorgere ed a perseguire una via di uscita dal circolo vizioso consistente nella soppressione del capitalismo privato e monopolista, raggiungibile solo a costo di spezzare il sistema politico statale che lo protegge.
Lo sviluppo delle vicende della lotta, soprattutto nella fase imperialista degli scontri militari tra i colossi del monopolio capitalista, conduce ad acutizzare al massimo la instabilità del sistema e la crisi del suo funzionamento. Che cosa avviene allora quando, come nella odierna situazione, gli aspetti della crisi conducono la classe padronale a muovere all’offensiva contro le organizzazioni dei lavoratori per conseguire una riduzione dei salari? Evidentemente se il regime della assoluta libertà di concorrenza non fosse stato alterato dalla presenza delle organizzazioni sindacali proletarie, la riduzione dei salari seguirebbe sistematicamente la crisi. I fallimenti, i dissesti, il ritiro dei capitali dagli investimenti, determinando forte disoccupazione, getterebbero innumeri braccia sul mercato del lavoro ed il prezzo della mano d’opera scenderebbe immediatamente per questo aumento di offerta. Se d’altra parte il sistema di monopolio e di parassitismo fosse meno sviluppato dalla parte del capitalismo, la crisi si risolverebbe altresì in un ribasso di tutti i prezzi dei prodotti, per la minore richiesta e per le quantità precedentemente accumulate, ed in un certo senso si ritornerebbe verso un nuovo equilibrio.
La situazione è però oggi ben diversa. I capitalisti tengono alto il prezzo di smercio dei loro prodotti neutralizzando con le loro associazioni monopoliste gli effetti della concorrenza commerciale; ed il costo della vita continua a rincarare. Facendo leva sul proprio monopolio, i capitalisti tendono ad ottenere la discesa dei salari malgrado la presenza del fattore opposto della organizzazione sindacale, per rifarsi di quelle diminuzioni di profitto che derivano non dalla diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti, ma dall’irrigidirsi di tutto il sistema del movimento dei capitali dal gioco dei cambi, e così via.
Un simile attacco viene diretto contro la stessa esistenza dell’organizzazione sindacale. Se infatti la riduzione di salari si effettua, questa cessa di essere un beneficio per i lavoratori, essendo le cose procedute così come se la massa non fosse sindacata; da questo seguirebbe l’immancabile sfasciamento dell’organizzazione per aver essa perduta la sua ragion d’essere economica.
Se l’organizzazione rinunzia in una simile situazione alla lotta, essa segna il suo atto di morte. Se essa resiste, lo stesso fatto che i capitalisti riescano a conseguire in parte il loro scopo non avrebbe il significato della fine della organizzazione, poiché questa esplicherebbe sino all’ultimo la sua funzione di resistenza.

Se fosse possibile dimostrare che questa funzione è incompatibile col funzionamento della produzione capitalista, si dimostrerebbe non che i sindacati debbano suicidarsi, ma che essi sono giunti al momento in cui secondo la tesi teorica e tattica dei comunisti, devono trasformarsi in organi di combattimento rivoluzionario contro il regime borghese, diretti dal Partito, organo specifico della risolutiva lotta politica. I due monopoli del capitale e del lavoro sono divenuti incompatibili. Essi hanno forse dilazionato la crisi suprema della società borghese, ma solo per prepararla più formidabile. Il loro conflitto sul terreno dell’amministrazione della produzione si traduce non nel problema di risolvere l’andamento di questa o quella fabbrica, ma nel dilemma generale: dittatura del capitalismo o dittatura del proletariato. Il problema dello Stato è posto sul tappeto: le forze della evoluzione produttiva abbandonano per un momento il primo piano della scena per attendere la sentenza che sarà data dall’esito della guerra civile. Se dinanzi all’offensiva padronale il Sindacato capitola, esso spiana la via alla tenebrosa soluzione che imporrà sulla cervice di un proletariato fiaccato e disperso il ferreo dominio dell’incontrastato monopolio capitalista.

Se dinanzi all’attacco il Sindacato chiede la soluzione all’intervento del potere statale borghese, ponendosi sotto il pericoloso punto di vista che non ingaggia la lotta perché convinto che il mantenimento del livello dei salari è incompatibile colla vita delle aziende produttive il risultato non è diverso. Lo Stato borghese non può intervenire che nel senso degli interessi del monopolio padronale. E se, per l’intesa sul terreno parlamentare degli agenti socialdemocratici dei Sindacati cogli uomini di governo, lo Stato trova utile di arrestare per un momento il ritmo dell’avanzata offensiva padronale, questo svuoterà ancora la organizzazione operaia del contenuto delle sue finalità e domani, dinanzi ad un proletariato disorganizzato offrentesi tumultuosamente per lavorare a vile prezzo, non sarà certo lo Stato borghese e liberale a dolersi del fatto che si trattino e si risolvano in questo senso le assunzioni di lavoro per libera contrattazione. Il riportare il problema sul terreno della possibilità per l’industria di pagare i dati salari, equivale per queste ragioni al più nero tradimento da parte dei capi sindacali. Nella lotta vi è per il proletariato l’interrogativo se esso riuscirà a uscire dagli assurdi vincoli della macchina borghese di produzione fiaccando nello scatto rivoluzionario la forza avversaria, e vi è la sicurezza almeno di portare di posizione in posizione nella battaglia della guerra di classe le sue formazioni di combattimento, sola garanzia del suo avvenire.

Nella esitazione dinanzi alle pretese necessità dell’attuale macchina produttiva che non sono altro se non la necessità di perpetuare il profitto e lo sfruttamento padronale nella inerzia delle masse, non vi è che la certezza del dissolvimento e della sconfitta.

Ai lavoratori italiani dopo il Consiglio Nazionale di Verona

(da Il Comunista, 16 novembre 1921)

Il manifesto che pubblichiamo fu lanciato dal Partito dopo pochi giorni dal Consiglio Nazionale di Verona della C.G.d.L. indetto dopo violente pressioni degli operai organizzati dietro le direttive dei gruppi e degli operai comunisti. Il Consiglio di Verona riconfermò, sotto il risultato formale delle votazioni, la politica socialtraditrice dei bonzi confederali, imperniata sul rifiuto netto di uscire dalla Centrale internazionale gialla di Amsterdam e di aderire alla internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, e sull’altrettanto netto rifiuto di aderire alla formazione del fronte unico proletario che il Partito reclamava a viva voce come imperiosa ed urgente necessità per la lotta, sia sul piano della difesa delle condizioni economiche degli operai, che su quello dell’azione diretta contro il padronato e le forze di repressione statale e bianca.

I vari funzionari confederali si alternarono alla tribuna costretti a difendersi dai duri colpi che venivano portati dai delegati comunisti e, se il risultato dette loro ragione, ciò fu dovuto alla manipolazione del meccanismo elettorale che si basava sul numero degli iscritti alla data del dicembre 1920, quando i contadini aderenti alla C.G.d.L. erano circa seicentomila, ed a Verona invece erano rimasti in circa centomila. I contadini, vale ricordarlo, costituivano una delle basi fondamentali anche del partito socialista.

I fatti successivi, fino allo sciopero generale dell’agosto 1922, dimostrarono la giustezza delle posizioni del Partito, e la resistenza operaia ai padroni, ai fascisti e allo Stato fu merito esclusivo delle direttive comuniste e dell’instancabile opera di organizzazione del fronte unico proletario nella quale il Partito profuse tutte le sue migliori energie. Si deve notare che alla politica disfattista delle dirigenze confederali dettero la loro adesione anche i massimalisti del P.S.I., cioè i socialisti a parole e traditori nei fatti, e tutti i gruppi che amavano atteggiarsi a rivoluzionari e radicali a chiacchiere e che, quando suonava l’ora delle responsabilità e dell’azione, si affrettavano a dileguarsi sotto le ali protettive dei bonzi. Il Partito Comunista a Verona si affermò come una forza reale immediata con la quale si doveva fare i conti. Non per nulla sia i socialisti che i fascisti, ciascuno dal suo lato, concentrarono il fuoco controrivvoluzionario sul Partito per poter aver ragione del proletariato. I bonzi di oggi, epigoni velenosi di quelli di ieri, sputano veleno sulla «cinghia di trasmissione», perché ne conoscono l’importanza effettiva attraverso i fatti.

Compagni!

Il Consiglio nazionale della Confederazione generale del lavoro ha respinto la proposta del Consiglio sindacale comunista per la costituzione del fronte unico del proletariato organizzato contro l’offensiva padronale, che tanto consenso aveva trovato nelle vostre file.

Tutti gli organizzati iscritti al Partito socialista, e in prima linea quelli che si dicono ancora intransigenti, rivoluzionari, massimalisti hanno sostenuto la politica dei riformisti che dirigono la Confederazione, che vogliono portare l’organizzazione operaia fuori della via maestra della lotta di classe, verso la collaborazione con la borghesia. E collaborazione effettiva con la borghesia è l’aver negato il movimento generale che affasciasse in una lotta unica tutte le organizzazioni dei lavoratori, rimettendo ad una equivoca Commissione di agenti della borghesia diretti e indiretti la sorte dei proletari, che già hanno ingaggiato o stanno per ingaggiare la lotta disperata contro le imposizioni dei capitalisti.

Compagni lavoratori!

Il Partito Comunista è convinto che il voto di Verona, ottenuto attraverso una procedura falsa ed equivoca, se dimostra che nessun assegnamento potete fare sui funzionari attuali delle organizzazioni asservite alla politica riformista, col fatto che i comunisti hanno malgrado tutto potuto portare allo scrutinio l’adesione di quattrocentomila lavoratori e più ancora gli innumerevoli voti di adesione alla loro proposta di adunate proletarie realmente pronunziantisi, prova che l’idea del fronte unico e della battaglia contro l’offensiva padronale si fa strada sicuramente nelle vostre file.

La campagna in questo senso non s’interrompe per un istante dinanzi al pronunziato di Verona ; essa anzi continua più decisamente, poiché riesce più evidente al proletariato che essa sboccherà nel successo solo a condizione d’abbattere l’influenza degli uomini dei partiti, che a Verona si sono posti contro la aspirazione dei lavoratori ad una energica difesa di classe, e tentano d’imporre al proletariato il disarmo da ogni posizione di lotta e di resistenza.

Lavoratori!

La situazione creata dal voto di Verona conferma l’atteggiamento fin qui tenuto dal nostro Partito nel movimento sindacale. La lotta deve continuare entro i quadri della Confederazione del lavoro, non deve nemmeno essere affacciata l’idea di uscire dalle file di essa, il che sarebbe il più gran servizio che si potrebbe rendere ai controrivoluzionari che ancora la dirigono. Noi ben sappiamo come lo stato d’animo di molti lavoratori, che già sono disgustati dell’atteggiamento confederale, sarà aggravato dai risultati del Consiglio nazionale, e molti di essi saranno spinti ad allontanarsi indignati e sfiduciati dall’organizzazione. Ebbene, nell’interesse della causa rivoluzionaria, questo non deve essere. Il Partito Comunista usa tutta la sua influenza per persuadere gli operai che in questo momento abbandonare l’organizzazione e assentarsi dalla sua vita equivale a tradire il dovere dei proletari comunisti di concentrare tutte le loro forze nella liberazione dei sindacati dalla dittatura dei funzionari socialdemocratici.

Dal punto di vista dell’effettiva azione dei Sindacati, le organizzazioni dirette dai comunisti subiranno l’applicazione del deliberato confederale, e non prenderanno l’iniziativa di azioni isolate, tanto più che questo metodo contrasterebbe col nostro indirizzo di tendere all’azione generale e simultanea di tutti i lavoratori. Ma se esso intende riversare sui capi confederali e sui loro sostenitori di Verona, quindi sul Partito Socialista, tutta la responsabilità di tutto il loro inqualificabile metodo, che equivale al rinnegamento di ogni principio non solo rivoluzionario e socialista, ma altresì classista e sindacale, non intende né vuole con questo evitare di prendersi tutta la responsabilità di continuare a dirigere la sua lotta sulla stessa via, verso l’azione generale del proletariato nella riscossa contro la prepotenza del padronato, che si realizzerà nella stessa misura in cui i pronunziati delle masse organizzate demoliranno il deliberato di Verona, dimostrando ch’esso non riflette il pensiero della maggioranza, ma un’inaudita falsificazione perpetrata dai riformisti.
Questo vuol dire che il Partito Comunista e le organizzazioni che ne seguono le direttive continuano con maggiore convinzione e con maggiore vigore a sostenere in tutte le occasioni tra le masse operaie la valutazione della situazione e le proposte tattiche dei comunisti, e a chiedere che tutte le adunate operaie si pronunzino sulla loro accettazione.

La tattica dei capi confederali condurrebbe alla rovina e alla disfatta, come i fatti purtroppo si incaricheranno di provare ben presto, poiché le manifestazioni molteplici dell’offensiva borghese non si arresteranno, anzi riprenderanno vigore dopo la decisione imbelle di Verona. I proletari avranno agio di constatare ulteriormente che solo nella proposta comunista è la salvezza, e che deve essere compiuto ogni sforzo per imporla, malgrado la resistenza degli opportunisti del movimento operaio, prima che la loro opera comprometta maggiormente le forze dell’organizzazione proletaria.

Compagni lavoratori!

Con un altro colpo di mano la fittizia maggioranza del Consiglio federale ha cercato di disfarsi della campagna comunista per l’unificazione delle forze proletarie organizzate in Italia, e per l’adesione all’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca. Ma il voto dato a tal proposito è arbitrario, poiché soltanto il Congresso confederale, dopo ampio dibattito di questi problemi in seno alle organizzazioni, può decidere su così gravi questioni. I Comunisti proclamano che è assurdo che il proletariato italiano nella sua maggioranza possa essere ritenuto aderente all’Internazionale gialla di Amsterdam, agenzia della reazione internazionale e accozzaglia dei peggiori traditori della causa proletaria; un abile trucco dei capi evitò che al Congresso di Livorno fosse senz’altro approvata l’adesione a Mosca, come era nello spirito del mandato conferito dai lavoratori ai loro delegati, e una sopraffazione dovrebbe adesso seppellire la questione. Ma così non sarà.  I comunisti provocheranno la convocazione del Congresso nazionale della Confederazione e porteranno le due questioni dell’Internazionale e dell’unità proletaria dinanzi alle grandi masse e dichiarano che, malgrado le manovre dei capi della Confederazione, non solo gli organismi sindacali che seguono le direttive del Partito Comunista, ma anche la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori italiani organizzati, sono incondizionatamente per Mosca e levano la bandiera dell’Internazionale sindacale rossa.

Lavoratori d’Italia!

Queste le direttive generali che la corrente comunista organizzata nel seno della Confederazione del lavoro seguiterà a sostenere. Dinanzi a questa nostra vigorosa azione si delineano vaghe minacce dei dirigenti socialdemocratici, che accennano a provvedimenti disciplinari sindacali contro i comunisti. Sia risposto a costoro che non li temiamo su questo terreno, che nessuna forza toglierà agli operai comunisti d’Italia il diritto di militare a fronte alta nelle file dell’organizzazione che abbraccia tutti i loro fratelli di lavoro, e che essi vi resteranno come una compatta falange fino al giorno in cui invece ne dovranno essere espulsi coloro che, con un metodo che rinnega la lotta di classe e svolge il sabotaggio dell’organizzazione, si sono resi indegni di farne parte. Quel giorno tutte le masse saranno intorno alla bandiera comunista, in linea per la suprema battaglia, libere finalmente dalle pastoie che fino ad oggi hanno posto alla loro azione i complici della borghesia.

Viva l’unità del proletariato per la riscossa proletaria!

Viva l’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca!

Viva l’organizzazione rossa del proletariato italiano!

Il Comitato Esecutivo e il Comitato Sindacale del Partito Comunista d’Italia

L'»Alleanza del Lavoro

(Da Il Comunista, 10-2-1922)

E’ quanto mai attuale la critica qui svolta alla «unità d’azione», che il Sindacato Ferrovieri italiani (SFI) fu costretto dall’offensiva borghese a lanciare alle altre grandi organizzazioni di classe, la G. C. d. L. e l’anarchica Unione Sindacale; unità d’azione nell’organismo «Alleanza del lavoro», preceduta da una riunione di partiti politici a base proletaria ad esclusione del partito repubblicano. Il concetto comunista di unite d’azione, traverso cui passare all’unità organizzativa sindacale, è incentrato in un programma (mezzi e scopi) rivendicativo tale da fondere tutte le vertenze sindacali usando l’azione sindacale diretta, lo sciopero generale, cioè abbandonando tutte le pratiche conciliative e aziendali, che caratterizzavano, anche allora, come oggi, la pratica sindacale dei bonzi.

E’ chiaro che il «fronte unico» inteso dai comunisti non poggia sulla demagogica pretesa di un’unione formale tra centrali sindacali, o peggio tra partiti, ma sull’azione delle masse proletarie lottanti per difendersi dall’offensiva borghese.

E’ sfatata pure l’interessata propaganda opportunista di far credere agli operai che i comunisti siano contro l’unità proletaria.

È stato pubblicato un breve comunicato su di una riunione tenuta ad iniziativa del Sindacato ferrovieri italiani tra Partito socialista, Partito repubblicano, Unione anarchica, per intendersi sulla cosiddetta «Alleanza del Lavoro». È stato annunziato come il Partito comunista non abbia creduto di intervenire pur affermando in una sua lettera di essere pronto a consacrare tutte le sue forze ad una azione unitaria del proletariato italiano. È necessario dire qualche cosa per chiarire l’atteggiamento del nostro Partito e il valore delle trattative in corso.

Il Sindacato ferrovieri è stato spinto dalla propria situazione nelle vertenze in corso a farsi iniziatore di un’azione unica del proletariato, e della riunione di un convegno di tutte le organizzazioni sindacali che sono «sul terreno della lotta di classe» per la costituzione di un Comitato unico di agitazione. Questo convegno è annunziato a Genova per il 15 febbraio [si riunì poi a Roma dal 18 al 20]. Per facilitarne la preparazione i dirigenti del Sindacato ferrovieri hanno trovato opportuno indire a Roma un convegno di partiti politici «di avanguardia» per una intesa preliminare allo scopo di influire concordemente sulle organizzazioni sindacali in cui i detti partiti sono rappresentati.

Il Sindacato ferrovieri proponeva anche uno schema di rivendicazioni concrete interessanti tutto il proletariato, che non risulta sia stato fatto proprio dal convegno dei partiti, almeno a quanto si rileva dal comunicato succitato.

Il Partito comunista non ha trovato opportuno di intervenire a questa riunione di partiti politici e non crede che la via scelta dal Sindacato ferrovieri per la preparazione del fronte unico sindacale sia la più sicura.

Non occorre ricordare come la intesa fra le grandi organizzazioni sindacali sia stata proposta e validamente sostenuta contro diffidenze e insinuazioni proprio dal nostro partito fin dall’agosto scorso. Noi vediamo dunque con grande soddisfazione la convocazione di Genova tra gli organismi sindacali e, senza bisogno di intervenire a convegni politici preparatori, il partito comunista impegna senz’altro per la riuscita di questa riunione tutte le forze dei suoi aderenti sul terreno sindacale. Si devono però mettere in luce parecchie cose, per chiarire bene quale debba essere la piattaforma del fronte unico proletario se questo deve essere una realtà ed una forza.

La necessità del fronte unico si impone per il proletariato bersagliato dalla offensiva padronale, in quanto esso è condotto a constatare che per la sua difesa contro le mille manifestazioni dell’attacco borghese non è sufficiente l’azione isolata di parte della classe lavoratrice, non sono più bastevoli i movimenti locali e di categoria. Che questa sia la piattaforma iniziale di ogni azione efficace in difesa del proletariato lo mostra all’evidenza l’origine stessa della iniziativa del Sindacato ferrovieri che ha dovuto constatare come anche la potentissima organizzazione ferroviaria non possa difendersi dalla reazione se non affasciando la sua difesa con quella di tutto il proletariato delle altre categorie e professioni. Si deve quindi stabilire che a base di ogni dichiarazione comune di alleanza tra le varie organizzazioni operaie stia il riconoscimento di questo proposito dettato dalla necessità: fusione in una sola azione di tutte le vertenze parziali sollevate dall’offensiva borghese. Un riavvicinamento formale dei dirigenti di varie organizzazioni che non si intendano su questo contenuto reale del concetto di unità proletaria, non sarebbe che la caricatura del fronte unico. Non si tratta tanto di stabilire che Confederazione Generale del Lavoro, Unione sindacale, ferrovieri, ecc., agiranno d’accordo su di un vago programma che resterà sulla carta, ma di stabilire che questi organismi concordano nello spostare il piano dell’azione proletaria dagli orizzonti locali e di categoria all’impegno simultaneo nella lotta di tutta la classe lavoratrice su scala nazionale, e domani internazionale.

Inoltre deve essere fissato il contenuto preciso delle rivendicazioni da difendere. Anche qui si deve notare come nella proposta dei ferrovieri siano chiaramente contenute quelle proposte che altra volta ha avanzato il Comitato sindacale comunista e che i comunisti difendono con ogni loro forza: principale quella della difesa del salario e di tutte le conquiste proletarie. Una intesa è utile solo su questa base. Non occorre dire come questa piattaforma sia stata respinta dai socialisti e confederalisti.

La proposta dei ferrovieri precisa anche la risposta alla reazione con qualunque mezzo. Forse è troppo pretendere che questa formula sia accettata come condizione per l’intesa, ma va tuttavia ricordato che confederalisti e socialisti fanno una continua campagna contro questo criterio. Se però l’impiego della violenza è un postulato che non è il caso di affacciare pregiudizialmente per non fornire un troppo comodo alibi agli opportunisti si deve a nostro parere stabilire chiaramente, a base dell’intesa di Genova, che, restando ogni partito o corrente politica libero di adoperare i suoi mezzi specifici di azione, il parlamentarismo per i socialdemocratici, l’azione illegale per i comunisti, le organizzazioni sindacali si accordano però su questa chiara base: impiego delle forze sindacali sul terreno dell’azione di classe. I sindacati devono dichiarare che l’acquiescenza alle imposizioni borghesi vorrebbe dire la loro morte, e l’unica risposta possibile è l’impiego nella lotta delle forze dell’organizzazione proletaria sul loro terreno specifico: lo sciopero generale. Genova non dovrà proclamare uno sciopero generale, proletario, come proponeva la mozione comunista a Verona, ma dare mandato al Comitato di preparare la lotta in vista di questo mezzo centrale di azione da adottarsi a tempo opportuno.

Il fronte unico diventa una cosa senza alcun valore senza questa precisa piattaforma che propongono i comunisti: affasciamento di tutte le vertenze parziali, difesa integrale del tenore di vita del proletariato, impiego dell’azione diretta sindacale fino allo sciopero generale.

Nulla di questo vi è nella riunione dei partiti di cui parla il ripetuto comunicato. A che dunque si sarebbero impegnati socialisti, repubblicani e anarchici? A sostenere nelle organizzazioni sindacali un’alleanza formale e fredda che ognuno interpreterà a suo modo? Si poteva invece raggiungere un miglior risultato, in vista dell’adunata di Genova, se ogni partito, senza bisogno di adunanze comuni che appunto porterebbero ad un compromesso tra i vari programmi politici che sono inconciliabili e quindi sono sterili nei risultati, lanciasse una chiara parola d’ordine ai suoi aderenti che militano nei sindacati. Il Partito comunista, senza nulla domandare da parte degli altri movimenti ed organismi che dicono di essere per il fronte unico, senza porre nessuna pregiudiziale circa il proprio intervento e rappresentanza nel Comitato dirigente, ha da tempo data disposizione a tutti i suoi aderenti di sostenere i punti fondamentali che sono l’unica base possibile del fronte unico. Gli altri partiti politici, o di «avanguardia» secondo una vecchia denominazione di cui dovrebbe beneficiare il Partito repubblicano che non può e forse non vuole essere detto un partito proletario, non hanno che a comportarsi analogamente.

Non si dirà che il Partito comunista voglia in tal modo imporre il suo programma contro quello degli altri partiti. A questo il Partito comunista non rinunzia certo, in quanto si riserva larghissima libertà di propaganda critica e polemica politica (e non chiede che nessuno rinunzi a fare altrettanto nei suoi confronti). Ma per quanto riguarda la costituzione del fronte unico proletario, le proposte del Partito comunista non contengono né l’impegno alla lotta contro il regime borghese per abbatterlo con la violenza, né quello della costituzione della dittatura proletaria: esse sono tali che mentre al di fuori della piattaforma che esse costituiscono il fronte unico sarebbe una turlupinatura, né il programma socialista né quello libertario sono in contrasto con la loro accettazione.

Non si confonda dunque il fronte unico con una vaga intesa formale, locale o nazionale, tra diversi partiti, interpretabile nel senso che ognuno tenderà in certo modo allo scopo comune della difesa operaia con i suoi propri mezzi di azione, costituendosi un organo che si servirebbe dei socialisti (e magari dei ministri socialisti) sul terreno parlamentare, e degli anarchici per il lancio delle bombe. Qui non si avrebbe unità ma vano gioco di demagogia. Unità di azione proletaria si può praticamente e concretamente avere sul terreno indicato dal Partito comunista, come unità dei fini e dei mezzi, in quanto vi sono dei fini e dei mezzi da contrapporre all’offensiva borghese nei quali ogni lavoratore organizzato può convenire senza che vi si opponga il suo partito politico.

Esca dalla riunione di Genova una simile intesa e si potrà contare in prima linea sulle forze del Partito comunista e su tutti i suoi organi di propaganda e di battaglia.

Ed infine poniamo non due condizioni, ma due domande circa l’organizzazione dell’adunata di Genova. La vecchia formula: «sul terreno della lotta di classe» non significa più nulla. Nel senso politico, potremmo revocare in forte dubbio che la politica dei capi della Confederazione del Lavoro sia sul terreno della lotta di classe. Nel senso sindacale dobbiamo riconoscere come organizzazione di classe ogni unione di lavoratori con obiettivi economici, qualunque sia il colore politico dei dirigenti. Noi proponiamo che l’invito alla riunione di Genova sia esteso a tutte indistintamente le organizzazioni sindacali che intendessero intervenire senza alcuna limitazione.

Ed inoltre chiediamo ancora se ad un convegno di tanta importanza debbano le grandi organizzazioni economiche essere rappresentate solo dai Consigli esecutivi o direttivi detenuti dalle rispettive maggioranze o non piuttosto da una rappresentanza scelta con criterio più largo e proporzionale alle frazioni politiche che vanta ciascuna organizzazione. In tal modo, senza convocare i partiti politici, il che sarebbe una misura affatto sfavorevole alla riuscita dell’iniziativa, si avrebbe la rappresentanza di tutte le tendenze rappresentate nel campo proletario.

Se le minoranze comuniste potranno parlare nel Convegno, esse non pretenderanno che si possa unire il proletariato solo sulla base dell’accettazione del programma comunista. Esse porranno soltanto i tre punti a cui abbiamo accennato, chiederanno soltanto che l’unità del fronte abbia chiaro contenuto e chiaro metodo di azione. L’attitudine del nostro Partito non potrebbe essere più semplice e più diritta. Esso è pronto a dare tutto per l’unità, esso è pronto a dare tutto perché l’unità non sia barattata in nuove e tormentose delusioni del proletariato d’Italia, troppe volte frenato nella via della vittoria dalla inettitudine dei capi.

Per il potenziamento dell’Alleanza del Lavoro

(Il Sindacato Rosso, 20-5-1922)

DELIBERAZIONI DEL COMITATO SINDACALE COMUNISTA ALLA RIUNIONE DEL 19-5-1922

I punti seguenti stabiliscono che tutto il partito si adoperi energicamente per dare all’« Alleanza del Lavoro » un vero e proprio carattere di fronte unico sindacale proletario. I bonzi sabotavano la creazione dei comitati locali dell’Alleanza, ma i comunisti si dimostravano fervidi promotori dell’unità d’azione. I bonzi tentavano di addormentare le masse, in coincidenza dei duri colpi delle guardie bianche: il Partito riafferma l’urgenza dello sciopero generale, sconvolgendo i piani disfattisti dell’opportunismo della C.G.d.L.

Il Comitato Sindacale Comunista ed i Comitati Nazionali Comunisti professionali constatano:

1. L’offensiva economica del padronato ha, in questi ultimi tempi, ripreso vigore e minaccia le posizioni arretrate sulle quali dovette ripiegare il proletariato sconfitto dalle forze della reazione.

Il timore di una ripresa offensiva delle classi operaie e contadine sospinge i capitalisti a dare battaglia definitiva al proletariato organizzato per metterlo in condizioni tali che non possa, per un lungo periodo di tempo, risollevarsi.

2. La disoccupazione dilaga preoccupante. I termini concessi dal governo per l’elargizione dei meschini sussidi ai disoccupati vanno scadendo e se ne richiedono le proroghe con dubbio esito. Le masse operaie che furono forzatamente costrette ad inquadrarsi nei cosiddetti sindacati economici, sospinte dalle ineluttabili conseguenze della crisi, applicano i metodi di azione classista contro il padronato e lo Stato.

3. L’offensiva economica del capitalismo si accompagna ad una ripresa vivace e sanguinosa della reazione statale. Una lotta cruenta si combatte ogni giorno fra proletari e guardie bianche mentre queste tengono in signoria vaste plaghe e migliaia e migliaia di lavoratori.

Il governo, al quale è noto il punto di vista riformista dei capi confederali, e che conosce la triste situazione dei sindacati, se ne fa forte per colpire i lavoratori scioperanti dei pubblici servizi, senza che nessuna forma reale di difesa si manifesti contro tale politica di reazione.

4. Molte agitazioni operaie e agrarie sono in corso o stanno per aprirsi per la difesa dei salari, il cui livello va continuamente abbassandosi, per la revisione dei concordati e per il rinnovo dei patti agrari che la mazza ferrata delle guardie bianche l’anno scorso impose ai contadini e ai salariati agricoli, e che oggi dovrebbero diventare più duri ed esosi.

5. Nella tragica situazione in cui si trovano le masse operaie, la promessa confederale tanto sbandierata che, cioè, la spiritosa invenzione dell’inchiesta sulle industrie (la cui Commissione, nominata da tempo, è paga dell’inevitabile ozio nel quale si conduce) sospendesse la diminuzione dei salari per gli operai, si è naturalmente dimostrata, come fu previsto chiaramente dai comunisti, un trucco. La subdola manovra dei riformisti ha servito solamente a dilazionare la lotta degli operai contro i padroni, che oggi tende a scoppiare più violenta, mentre le condizioni di resistenza delle masse lavoratrici sono peggiorate.

6. Nonostante ciò, nonostante più di diciotto mesi di reazione armata, nonostante le sconfitte subite, si constata la tendenza, comune a tutte le categorie di lavoratori, a riprendere lena per la difesa dei più essenziali diritti morali ed economici dei lavoratori. Tale rifiorire di energie tra le masse trova la sua ragione prima nell’affascinamento di tutte le grandi organizzazioni che ha avuto un terreno di sviluppo nell’Alleanza del Lavoro, primo tentativo, ancora imperfetto, di realizzazione del fronte unico delle masse lavoratrici organizzate.

7. Il Partito Comunista deve rilevare che il tentativo che ha portato alla costituzione dell’Alleanza del Lavoro deve essere perfezionato e diffuso. Non in tutte le città ove esistono gli elementi organizzativi per la costituzione della Alleanza del Lavoro tale costituzione avviene. Le grandi organizzazioni sindacali non controllano se i loro organismi periferici rispettino le disposizioni date dai Comitati Esecutivi Nazionali Sindacali. Perché il fronte unico sia veramente solido, è necessario che in ogni città si formino i comitati locali dell’Alleanza del Lavoro eletti direttamente per consultazione dalle masse aderenti agli organismi alleati, e che le sezioni locali dell’Alleanza siano chiamate a Congresso Nazionale che solo può nominare, con criterio proporzionale esteso a tutte le frazioni politiche che dirigono i Sindacati, il Comitato Centrale dirigente dell’Alleanza del Lavoro.

8. Data la critica situazione sociale e politica italiana, ed in considerazione della tendenza alla riscossa manifestata da chiari segni e in diverse occasioni dalle masse proletarie, l’Alleanza del Lavoro ha il dovere di realizzare il compito per il quale essa nacque.

Per la riscossa proletaria

(Il Bolscevico, 8-6-1922)

Questo è uno dei tanti esempi di come il Partito comunista intende la lotta contro il fascismo e i padroni, organizza e propaganda la solidarietà di classe. In questo modo il Partito si lega alle masse combattenti e si abilita a dirigerne la lotta.

PROLETARI! ORGANIZZATE IL FRONTE UNICO E L’AZIONE GENERALE PER LA DIFESA E PER LA RISCOSSA CONTRO IL NEMICO COMUNE.

Lavoratori, operai e contadini d’Italia!

Il turbine dell’attacco reazionario con rinnovata violenza si scatena contro le vostre posizioni, contro gli organismi che la vostra tenacia e la vostra resistenza hanno mantenuto in piedi, solido baluardo, attraverso i mesi della lotta più torbida e disperata.

Gli operai di Bologna, i coloni e i braccianti del Bolognese, ancora una volta sono i primi a sostenere l’urto del nemico. Si vogliono distruggere le organizzazioni da essi create e faticosamente difese, si vuole cancellare anche ogni ricordo di conquista e di diritto proletario. La bastonatura, il ferimento, l’assassinio, l’incendio, il saccheggio, il terrore diffuso per intere regioni: ecco le armi che si adoperano contro il disgraziato ed eroico proletariato bolognese.

Ma da Bologna la paurosa ondata dell’aperta guerra antiproletaria si accinge a diffondersi per le altre regioni. Una ad una si vogliono far cadere tutte le posizioni che ancora resistono e rappresentano per voi una possibilità ed una speranza di riscossa. In pari tempo gli industriali sferrano l’attacco loro contro i metallurgici per piegarli ancora una volta con la forza al loro volere, illudendosi di potere, dopo di aver vinta l’avanguardia metallurgica, fare a pezzi i concordati e i patti che garantiscono le conquiste di tutte le altre categorie operaie.

Operai e contadini!

I compagni, i fratelli di Bologna chiedono il vostro aiuto! Voi sapete che a Bologna si combatte una battaglia che vi riguarda tutti. Bisogna arrestare agli inizi la offensiva del nemico comune. Bisogna iniziare contro di essa una azione generale chiamando alla riscossa tutte le categorie dei lavoratori d’Italia. Non si deve permettere al nemico di smantellare ad una ad una le posizioni di difesa del proletariato mentre le altre schiere proletarie assistono in una rabbia impotente e vana. Voi sarete ancora i più forti all’offensiva degli armati della reazione e degli industriali saprete opporre le vostre forze unite in un sol fascio e ordinate in un Fronte Unico di riscossa proletaria.

Il fronte unico della difesa e della riscossa deve diventare una realtà!

Questo dovete chiedere ai capi di quegli organismi sindacali in cui si raduna tutta la forza della classe lavoratrice; questo dovete chiedere alla Alleanza del Lavoro la quale si è costituita appunto allo scopo di preparare e di guidare la lotta per la difesa e per la rivincita.

Mentre il nemico scaglia tutte le sue forze contro un punto del fronte proletario per spezzarlo e per crearsi la possibilità di travolgere tutto il rimanente delle vostre schiere, si deve rispondere all’attacco con l’azione generale.

Le esitazioni, i dubbi, i temporeggiamenti, le equivoche manovre parlamentari, sono tutte cose che giovano al nemico. Il nemico si può arrestare soltanto scagliando contro di esso tutto il peso di tutta la massa lavoratrice ordinata per la lotta.

Lavoratori, operai e contadini d’Italia!

Fate sentire agli organismi che hanno voluto per sé la responsabilità di dirigervi che questa è la vostra volontà. Nelle vostre assemblee, nelle riunioni, nei comizi ponete i capi di fronte a queste responsabilità e pretendete che l’Alleanza del lavoro assolva il suo compito.

Non lasciate che ancora una volta l’attacco nemico si svolga e si completi di fronte alla vostra inerzia e alla vostra dispersione. Segnate tra di voi un patto nuovo di alleanza per la lotta suprema, fate che sorga dal basso e si imponga in modo travolgente il fronte unico di tutte le vostre volontà e di tutte le vostre energie!

Questa parola d’ordine vi lancia il Partito Comunista, che è pronto a lottare con voi, nelle prime file, con tutte le sue forze. Viva la solidarietà col proletariato bolognese e col proletariato metallurgico, avanguardia di tutti gli operai e di tutti i contadini d’Italia!

Viva l’azione generale per la riscossa del proletariato dei campi e delle officine!

Viva il fronte unico di azione e di lotta di tutta la classe lavoratrice!

Il C. E. del Partito Comunista d’Italia.